Uno straniero tra stranieri«È stato allora che tutto ha vacillato. Dal mare è spirato un soffio denso e
rovente. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua vastità per lasciar
piovere fuoco. Tutto il mio essere si è teso, ho stretto la mano sulla pistola.
Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre levigato del calcio ed è stato lì,
nel rumore al contempo secco e assordante, che tutto è cominciato. Mi sono
scrollato di dosso il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto
l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ ero stato
felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le
pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi
quattro volte alla porta dell’infelicità».
Meursault ha il volto apatico. Segue il susseguirsi del processo con distacco,
quasi fosse parte del pubblico. Il botta e risposta tra giudice, pm e avvocato
pare un curioso rito di forma. Ha ucciso un arabo. Ma non è questo il punto.
L’uccisione di un arabo è irrilevante, si viene assolti sempre. La condanna a
morte di Meursault è in realtà dovuta alla sua mancata adesione alle istituzioni
della società bianca: non ha pianto ai funerali della madre, è amico di un
ruffiano, rifiuta il pentimento religioso. E se non ha un’anima, non fa parte
dell’umanità.
> Accanto alla religione, la giustizia è l’arma della società per proteggere la
> sua integrità morale, strumento normativo che permette di definire le regole
> per partecipare alla parentela. Una costruzione che legittima l’oppressività
> sistemica del mondo bianco.
Quel “non so” indifferente e annoiato di Meursault, ripetuto più volte in
risposta alla richiesta di motivare i suoi comportamenti, è pericoloso perché
smaschera la vacuità delle convenzioni sociali. Al contrario dell’arabo,
relegato al ruolo di subalterno, lo straniero fa paura perché, rifiutandosi di
dire il falso, rompe inevitabilmente la finzione del bianco.
Pubblicato nel 1942, Lo Straniero di Camus narra lo svolgersi del destino di
Meursault, modesto impiegato che vive ad Algeri in un perenne stato di
straniamento, da sé stesso e dal mondo. La sua vita procede tranquillamente, fin
quando un giorno, dopo un litigio, uccide un arabo. Senza cercare
giustificazioni o menzogne, segue impassibile le conseguenze del fatto fino alla
sua condanna: del resto l’esistenza è qualcosa che accade e nell’assurdità della
vita l’unica verità ineluttabile è proprio la morte.
> Pur rimanendo abbastanza fedele al testo – con tanto di ripresa di alcuni
> passi in voice over – , Lo Straniero di Ozon (2025) coglie l’occasione per
> affrontare un grande rimosso nell’inconscio collettivo francese, e in generale
> occidentale: l’esperienza coloniale e il razzismo sistemico.
ALGERI COLONIALE
Algeri negli anni ‘40 è il cuore del colonialismo francese: colonia di
popolamento dal 1830, vede affiancarsi coloni bianchi “cittadini della
madrepatria” e indigeni arabi, meri “sudditi” della Repubblica secondo il Codice
dell’indigenato adottato nel 1881.
> Nonostante l’abolizione della schiavitù la segregazione domina come fatto
> sociale e mentale, generando estraneità reciproca tra le due culture. Merito
> di Ozon è riuscire a raccontare i due volti di Algeri, dando più spazio ai
> grandi invisibili del romanzo, gli arabi.
I filmati di archivio iniziali celebrano la colonizzazione di Algeri come opera
di civilizzazione: la colonizzazione urbanistica della città si riflette nella
distinzione netta tra spazi per cittadini e spazi per indigeni.
Essere coloni vuol dire poter godere di una città rendendola simile al proprio
mondo. In un certo senso, quasi appropriandosene. La casa di Meursault, i locali
in cui entra – rigorosamente con l’insegna solo in francese e il divieto di
accesso agli indigeni –, il cibo che mangia, i film che vede, le spiagge che
frequenta fanno pensare di trovarsi in Francia. Il latino è l’emblema della
distanza linguistica tra le due culture: utilizzato durante la cerimonia funebre
della madre di Meursault – ma anche, in generale, la lingua della cultura, della
giustizia e della religione bianca –, può essere considerato il simbolo del
potere coloniale.
Osservando le società schiaviste dell’Africa occidentale Meillassoux ha definito
i “liberi” come parenti, coloro che, nati e cresciuti insieme, contribuiscono al
ciclo produttivo e riproduttivo della società secondo il “principio di
reciprocità differita”. Essere liberi vuol dire avere dei privilegi in virtù
della parentela. Di contro, lo schiavo è l’anti parente, non contribuisce alla
riproduzione della società, è solo merce e forza lavoro. La sua estraneità alla
parentela corrisponde a un’espulsione dall’umanità. La deumanizzazione è
intrinseca al concetto di schiavo.
In Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista (2021) Aurélia
Michel racconta come, dopo la fine della schiavitù, abolita formalmente in
Francia nel 1848, il rischio del “meticciato” – ovvero di entrata nella
parentela degli affrancati e, dunque, di perdita dei propri privilegi – abbia
portato progressivamente al rafforzamento della “finzione del bianco” in
antitesi alla “finzione del negro”. Il concetto di razza, basato su presunti
attributi biologici, ha una funzione politica, serve a tracciare una linea netta
tra il colono e l’indigeno nelle colonie di popolamento. Nell’Ottocento il
razzismo diventa lo strumento per legittimare, ancora una volta, il dominio del
bianco sul colonizzato.
Non è un caso se il Codice Civile Napoleonico del 1804 attribuiva al maschio
proprietario bianco il monopolio della filiazione tramite la trasmissione del
cognome. Era solo il capofamiglia a poter determinare la parentela, la
“bianchezza”, e dunque l’accesso alla civiltà – poi nazione –, la donna fungeva
solo da mediatrice. Restringere la possibilità di accesso alla parentela vuol
dire restringere la possibilità di accesso all’umanità.
Alber Camus
LA FINZIONE DEL MASCHIO BIANCO
Ricreare in terra straniera i simboli del mondo bianco – rigorosamente
fallocentrico – vuol dire ricreare i simboli della virilità bianca. Valga da
esempio prendendo a riferimento il film: la sigaretta, la bevuta di alcolici tra
amici, il rapporto con le donne, la giacca e cravatta per andare in ufficio. Del
resto, il fisico statuario del protagonista (Benjamin Voisin) incarna
perfettamente l’idealtipo di corpo maschile bianco.
L’insistere sulle scene della quotidianità di Meursault, mostrato spesso in
bagno o davanti a uno specchio, contrasta con l’assenza di scene di vita privata
dell’arabo. La mancanza della dimensione dell’intimità significa non
appartenenza alla civiltà, all’umanità.
La mascolinità tossica propria di questo mondo emerge dal dialogo tra Meursault
e Sintès (Pierre Lottin). Questi gli racconta di aver picchiato a sangue
l’amante indigena come punizione per “averlo fregato”: lei campava a sue spese
ed era così che lo ripagava? Meursault, impassibile, lo aiuta a scrivere una
lettera per “farla pentire” ed è così, con questa reciproca affermazione della
loro virilità, che diventano amici. Nel mentre del confronto Ozon inquadra le
foto sulle pareti della casa di Sintès, ritraenti donne discinte e uomini a
torso nudo: l’oggettificazione della donna e l’esaltazione della virilità
maschile. La finzione del maschio bianco è intrinsecamente colonialista e
patriarcale perché retta dal dominio sul colonizzato, sull’animale, sulla donna.
Una loro minima insubordinazione è punita prontamente con violenza. La
riaffermazione del proprio dominio è esemplificata dalle bastonate di Salamano
(Denis Lavant), vicino di Meursault, al proprio cane, o le già menzionate botte
di Sintès all’amante. L’indifferenza del protagonista, quel «c’est leurs
affaires» con cui liquida queste faccende, evidenzia la normalizzazione di
queste dinamiche, il distanziamento e la deumanizzazione che permettono di non
essere turbati dalla violenza.
Il personaggio di Marie (Rebecca Marder), donna con cui il protagonista inizia
una relazione all’indomani del funerale della madre, mostra perfettamente le
caratteristiche della controparte femminile funzionali a reggere la finzione
della virilità maschile. In primo luogo è un corpo, estremamente sensuale e
“femminile”: le scene in spiaggia – dove sia lei che Meursault paiono delle
semidivinità bianche – si focalizzano sul suo corpo sinuoso, avvolto da un
costume intero fasciante, la pelle candida che risplende alla luce del sole.
L’emotività e la passionalità di Marie si contrappongono all’assenza di emozioni
del protagonista, il suo costante chiedergli di sposarsi ribadisce l’importanza
delle istituzioni del mondo bianco, quelle che Meursault puntualmente priva di
significato. Quando Meursault è in prigione Marie è la donna angelo
rappresentante la luce e la speranza di uscirne.
Illuminante è la scena in cui, durante un pranzo sulla spiaggia a casa di amici,
dopo un primo scontro con gli arabi – tra cui il fratello dell’amante di Sintès
– gli uomini decidono di ritornare sul luogo dell’incontro per una resa dei
conti. Prontamente le donne cercano di trattenerli, la loro preoccupazione fa da
contrappeso all’aggressività irresponsabile dei compagni.
UN CRIMINE SISTEMICO
I feel the steel butt jump, smooth in my hand
Staring at the sea, staring at the sand
Staring at myself reflected in the eyes
Of the dead man on the beach
(The dead man on the beach)
Nella canzone Killing an Arab dei The Cure, colonna sonora dei titoli di coda
del film, l’arabo, nel suo essere antitesi, diventa specchio del bianco. Il
confronto tra Meursault e l’arabo è rapido ma significativo. L’uso del bianco e
nero attenua la percezione del caldo e del sole accecante, quelli che nel
romanzo erano gli attenuanti all’azione del protagonista. Pistola contro
coltello. Il dominio tecnologico occidentale non lascia scampo all’arretratezza
indigena.
> Poco prima di sparare il primo dei cinque colpi il volto dell’arabo diventa
> sfocato, indistinto. Quel velo di razzismo che permette di spersonalizzare
> l’altro. In fondo l’arabo è il non parente, non un amico o un fratello per cui
> provare pietà.
In prigione Meursault è straniero tra gli stranieri – gli arabi non cittadini,
gli anonimi. La sua crescente alienazione è simboleggiata da scarafaggi di
kafkiana memoria. Algeri da dietro le sbarre è il mondo di cui non fa più parte.
Escluso dalla società dei bianchi è già morto prima dell’esecuzione. Il bianco e
nero rimarca quanto tutto l’avvicendarsi del film non sia altro che un ricordo
sempre più sbiadito di un morto vivente.
> A metà strada tra Lazzaro nel sepolcro e Cristo prima della crocifissione,
> Meursault diventa il capro espiatorio che incarna la violenza dell’epoca
> coloniale, rivelando la finzione su cui si poggia. Nella scena onirica di
> Meursault che rincontra la madre prima di salire al patibolo si compie
> un’idealistica espiazione storica.
Con un tradimento prospettico dalla forte valenza politica, Ozon restituisce ai
colonizzati il diritto al ricordo e al lutto.
«Mi dispiace per vostro fratello».
«A nessuno importa di mio fratello. È un arabo. Contano solo il vostro francese
con sua madre. Ora dovrebbe tornare a casa».
«La sua casa è qui».
Il dialogo tra Marie e la sorella della vittima nell’aula di tribunale racconta
il dramma dell’arabo, invisibile a casa propria. Nel finale la scena della
sorella davanti alla tomba del fratello morto – di cui si scoprono nome e
cognome sulla lapide – restituisce dignità e, quindi, umanità alla vittima,
trasformando un delitto par hasard in un crimine sistemico.
Riprendendo la filosofia dell’assurdo di Camus, di fronte all’insensatezza del
mondo e all’ineluttabilità della vita, ribellarsi alla finzione che regge un
sistema oppressivo diventa, in ultima istanza, un atto necessario di
affermazione della propria umanità.
Immagine di copertina di Wikicommons
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