
Caporalato o schiavismo? L’altra vendemmia di Alba
Pressenza - Tuesday, October 20, 2026Il testo della Caritas di Alba che – a seguitre[ndr ] – ripubblichiamo ci racconta che il nostro non è solo il paese dei bassi salari. È anche un paese con una cospicua e strutturale quota di forza-lavoro ormai stabilmente sottoposta, oltre che allo sfruttamento capitalistico e al caporalato, a una condizione di schiavitù o semisconto, sette giorni su sette, e a dormire accampati in rifugi di emergenza sovraffollati, in condizioni igieniche precarie (ma per i quali subiscono la decurtazione di una parte dei loro compensi). E sono allo stesso tempo vittime di soprusi, ricatti e violenze fisiche hiavitù di fatto. Sono centinaia di migliaia di lavoratori costretti a lavorare senza contratto per pochi euro l’ora dall’alba al trame morali, privati della libertà. Condizioni di lavoro ottocentesche che si integrano alla perfezione (e sottovoce) nell’economia del 4.0 e dell’IA (che del resto – lo abbiamo visto nel documentario In the belly of AI, che abbiamo proiettato qualche settimana fa alla Calusca a Milano e al Polo del Novecento a Torino – usa anch’essa forme di sfruttamento schiavistico e persino il lavoro dei carcerati, per addestrare gli algoritmi).
I dati della Caritas sull’ “altra vendemmia” confermano ciò che da anni ci raccontano le inchieste di Marco Omizzolo sullo sfruttamento dei Sikh a sud di Roma, che a giugno ci aveva confermato l’uccisione degli afghani arsi vivi ad Amendolara, forse proprio perché avevano cercato di ribellarsi e prima ancora la morte di Satnam Singh, abbandonato dal suo padrone davanti a casa, col braccio destro amputato da una macchina e le gambe schiacciate mentre lavorava nelle campagne di Latina.
Da nord a sud lo schiavismo attecchisce e non in un quadro di sottosviluppo, anzi. Il rapporto di Mediobanca sui dati cumulativi 2016-2025 delle maggiori 1.700 imprese italiane attesta che l’ebit margin medio (meno influenzato dall’inflazione rispetto al fatturato) da metà 2020 – in piena pandemia – a metà 2025 è schizzato dal 4,1% al 6,7%. I profitti delle banche, dopo un 2024 da record, hanno continuato a crescere: l’anno scorso Intesa San Paolo ha messo a bilancio un utile di 9,3 miliardi di euro (+7,6%); Unicredit 10,6 (+14%); Monte Paschi 3,04 (+17,7%). Vogliamo parlare di chi vende energia?
Anche la narrazione dei padroncini “costretti” a sfruttare i lavoratori per far fronte ai colossi che dominano il mercato va presa con cautela. Da un lato agricoltori e camionisti pugliesi che dicono “No alla guerra, sì alla terra” esprimono una contraddizione reale: la guerra ha fatto impennare i prezzi del gasolio e dei fertilizzanti mettendo a repentaglio la sopravvivenza di molti. Dall’altro ancora Omizzolo ci racconta che chi schiavizza i braccianti nelle campagne di Latina, non è piccolo, ma dirige imprese che fatturano milioni di euro e spesso si muovono nel grande giro della criminalità organizzata. A Milano la società che faceva lavorare 12 ore al giorno a due euro l’ora gli operai nel cantiere del nuovo consolato americano, Caddell Construction, fattura oltre un miliardo e mezzo di dollari l’anno ed è tra i primi 100 fornitori del governo federale.
Eppure politica, sindacato e istituzioni , con qualche lodevole eccezione – vedi i rapporti della Fondazione Placido Rizzotto creato dalla FLAI CGIL e gli interventi della presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Chiara Gribaudo (PD) – non vanno oltre le belle parole. La Meloni ha minacciato di andare a caccia di scafisti per tutto il globo terracqueo (per fermare gli immigrati che rubano il lavoro agli italiani), ma non ha dato agli ispettorati del lavoro (come del resto i suoi predecessori) né i mezzi né la strategia per dare la caccia a chi, molto più a portata di mano, tratta i lavoratori come bestie. Tempo fa a uno di noi una funzionaria di un ispettorato del lavoro calabrese raccontava sconsolata: “A noi ci mandano nei campi a chiedere ai braccianti per chi lavorano e come li trattano. Ma quelli non rispondono, primo perché non parlano l’italiano, secondo perché anche se lo parlassero si guarderebbero bene dal denunciare chi su di loro ha in pratica potere di vita e di morte”. Sul consolato USA a Milano il massimo che è riuscito a dire Sala è stato che si tratta di “una brutta pagina”. In compenso c’è chi da sindacalista dei braccianti è diventato deputato e chi ministra.
Se chi dovrebbe intervenire non va oltre le parole, Officina Primo Maggio prova a usarle le parole almeno per denunciare il problema, metterlo al centro della discussione e dargli l’enfasi che merita, nella speranza che questo possa accrescere la pressione su chi dovrebbe intervenire e anche a segnalarlo chi si occupa di giustizia sociale e di razzismo. Spesso, ad esempio, CPR e strutture di accoglienza per i caporali diventano serbatoi di forza-lavoro, anche grazie alla connivenza di chi dovrebbe vigilare. Potrebbe essere un aspetto su cui lavorare.
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