L’economia che il capitalismo non vede

Comune-info - Thursday, September 17, 2026

Per superare un capitalismo incapace di immaginare i propri limiti non servono nuove utopie né vecchie nostalgie. Esistono già forme economiche capaci di tenere insieme libertà individuale, interesse collettivo e cura dei territori. A Roma, il festival “Vivere, Abitare, Cooperare” prova a riconoscerle, connetterle e trasformarle in una politica per la città.

Il capitalismo non finirà mai. O almeno, così pare quando si guarda a chi orienta le nostre economie. Mark Fisher scriveva che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Oggi la formula andrebbe corretta: sembra più tollerabile immaginare la fine dell’umanità che la revisione degli assunti fondativi della religione capitalista. Lo confermano gli stessi CEO delle big tech, che ammoniscono sui rischi esistenziali dell’IA continuando comunque a svilupparla e venderla. Si accetta l’ipotesi estrema pur di non toccare il dogma del massimo profitto.

E quando proviamo a immaginare un modello economico che superi la decadenza del massimo profitto, la tirannia del breve termine, il regime assolutista del valore finanziario su ogni altra forma di valore – sociale, ambientale, relazionale – la testa si muove in due sole direzioni. O verso l’alto, fra le nuvole, evocando scenari lontanissimi e impalpabili. O all’indietro, cercando di riesumare formule non passate, ma superate: nostalgie travestite da alternative.

Solo raramente guardiamo con curiosità a ciò che si muove oggi intorno a noi, dove si annida la strada più concreta per uscire dalla miseria del presente: non un modello da inventare, ma da riconoscere, potenziare, rendere sistemico.

È per questo che organizziamo a Roma un festival dedicato all’economia sociale. La forma cooperativa, rinnovata e reinventata, resta l’opzione più desiderabile per tenere insieme interesse collettivo e libertà individuale. Per dirlo con le parole di Emiliano Brancaccio, tra gli ospiti del festival: mettere insieme comunità e intelligenza collettiva senza minare i principi di libertà che spettano all’individuo.

In questa prospettiva riemerge un ruolo rinnovato per lo Stato, amato e odiato insieme. Amato per la bellezza, la felicità, la libertà che solo il bene pubblico garantisce in chiave universalistica. Odiato perché sempre più catturato da interessi opachi, piegato a massimizzare consenso immediato invece che valore condiviso nel tempo.

Il festival – “Vivere, Abitare, Cooperare” – mette al centro tre verbi che sono anche tre terreni di battaglia. Vivere significa restituire valore al lavoro di cura, che l’economia ufficiale considera invisibile pur reggendo su di esso ogni altra produzione. Abitare significa affrontare collettivamente casa, spazio urbano, cibo, infrastruttura digitale: non bisogni individuali da risolvere sul mercato, ma questioni comuni da governare insieme. Cooperare significa costruire modelli economici in cui il valore prodotto resta nel territorio e appartiene a chi lo genera, non a chi lo estrae.

Non è un festival che si esaurisce nel dibattito: è anche un tavolo di lavoro aperto, dove cittadini, cooperative, imprese sociali e istituzioni siedono fianco a fianco. Domenica pomeriggio l’amministrazione di Roma Capitale, Consiglio e Giunta, incontra cittadini e attori dell’economia sociale per avviare il percorso verso un Piano per l’Economia Sociale della città, come già a Milano, Torino, Bologna, Reggio Emilia.

Dal 17 al 20 settembre, e poi il 23 e 24 con l’Off Festival “Digitale Brutale” dedicato ad algoritmi e piattaforme, via Nuoro 7 a Roma ospiterà talk, laboratori, musica, mercatini. Ingresso libero.

Festival di economia sociale

L’invito è a tutti: attivarsi, discutere, confrontarsi, emozionarsi davanti alla possibilità di trasformare il presente, tra spunti teorici, laboratori collettivi, dibattiti. Dove il metodo scientifico non arriva, non resta che affidarsi all’arte

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