
Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e lo spettro di un boia si aggira nei Balcani@0
Radio Blackout - Podcast - Friday, September 11, 2026Guerre: in sfinimento, pronte allo scoppio, finanziarie… mai concluse nei secoli
Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz.
Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione.
Mladić salda il ponte tra generazioni di nazionalisti serbi

Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi
Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato.
Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.
A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli.
La trappola del debito U.S.A. e la fuga ponderata dai Treasury

Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria .
Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile Altraeconomia parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano.
L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari ,cosa che non accadeva dal 1965 ,a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard ,ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni analisti di aver fatto il passo più lungo della gamba.
Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo di dedollarizzazione globale.