Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e lo spettro di un boia si aggira nei Balcani@0GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI
Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con
Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab
el Mandeb, passando da Hormuz.
Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo
BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset
statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un
multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale
circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali
costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai
funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba:
Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba
sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse
aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema
mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un
paese ridotto a nazione.
LA VITTORIA ARRIDE SEMPRE AI POTENTI?
Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento
distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di
andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie
apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà
rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli
opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità
di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra
ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la
reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La
guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo
è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire
con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene
strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per
esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti;
contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli
accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta
di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in
definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come
nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda
un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco
stipulato.
Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita
proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i
robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un
fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.
Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare
statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei
supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate
dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo,
dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a
tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla
elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di
organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la
repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto
di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da
un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.
Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha
mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici
alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di
lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i
lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha
probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non
hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra
potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe
un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità
e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco
dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno
vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.
Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere
sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella
che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo
che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona,
permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore
che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico
scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra.
Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile.
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MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI
Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi
Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il
fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta
ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso
dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno
striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce
metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia
bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle
esequie (quasi) di Stato.
Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore
nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali
della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in
una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una
propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati
di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle
coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro,
bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno
assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere
omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace
di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore
di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna
elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.
A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo
postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević,
giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da
Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo
1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il
sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia
iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte
le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile
il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce
periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia
quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio
percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani
occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della
popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei
criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa
contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un
eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave
con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a
incriminarli.
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LA TRAPPOLA DEL DEBITO U.S.A. E LA FUGA PONDERATA DAI TREASURY
Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo
bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente la patologica
distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito
pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a
ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il
popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari
che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro
di partenopea memoria .
Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile
“Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e
dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi
il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano.
L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha
superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa
della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo.
Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro
segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte
della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti
quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte
del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e
l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare
dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta
nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro
americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback
la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un
cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott
Bessent che rischia secondo alcuni analisti di aver fatto il passo più lungo
della gamba.
Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del
debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare
anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech
iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad
indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre
a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro
pronti ad accelerare il processo di dedollarizzazione globale.