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Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e lo spettro di un boia si aggira nei Balcani@0
GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. LA VITTORIA ARRIDE SEMPRE AI POTENTI? Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato. Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.  Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.  Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.  Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile. -------------------------------------------------------------------------------- MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli. -------------------------------------------------------------------------------- LA TRAPPOLA DEL DEBITO U.S.A. E LA FUGA PONDERATA DAI TREASURY Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente  la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria . Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile “Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano. L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni  analisti di aver fatto il passo  più lungo della gamba. Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo  di dedollarizzazione globale.
September 11, 2026
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GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. LA VITTORIA ARRIDE SEMPRE AI POTENTI? Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato. Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.  Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.  Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.  Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile. -------------------------------------------------------------------------------- MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli. -------------------------------------------------------------------------------- LA TRAPPOLA DEL DEBITO U.S.A. E LA FUGA PONDERATA DAI TREASURY Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente  la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria . Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile “Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano. L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni  analisti di aver fatto il passo  più lungo della gamba. Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo  di dedollarizzazione globale.
September 11, 2026
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Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e lo spettro di un boia si aggira nei Balcani@1
GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. LA VITTORIA ARRIDE SEMPRE AI POTENTI? Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato. Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.  Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.  Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.  Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile. -------------------------------------------------------------------------------- MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli. -------------------------------------------------------------------------------- LA TRAPPOLA DEL DEBITO U.S.A. E LA FUGA PONDERATA DAI TREASURY Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente  la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria . Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile “Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano. L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni  analisti di aver fatto il passo  più lungo della gamba. Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo  di dedollarizzazione globale.
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GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. LA VITTORIA ARRIDE SEMPRE AI POTENTI? Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato. Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.  Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.  Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.  Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile. -------------------------------------------------------------------------------- MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli. -------------------------------------------------------------------------------- LA TRAPPOLA DEL DEBITO U.S.A. E LA FUGA PONDERATA DAI TREASURY Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente  la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria . Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile “Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano. L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni  analisti di aver fatto il passo  più lungo della gamba. Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo  di dedollarizzazione globale.
September 11, 2026
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Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e lo spettro di un boia si aggira nei Balcani@2
GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. LA VITTORIA ARRIDE SEMPRE AI POTENTI? Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato. Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.  Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.  Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.  Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile. -------------------------------------------------------------------------------- MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli. -------------------------------------------------------------------------------- LA TRAPPOLA DEL DEBITO U.S.A. E LA FUGA PONDERATA DAI TREASURY Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente  la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria . Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile “Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano. L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni  analisti di aver fatto il passo  più lungo della gamba. Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo  di dedollarizzazione globale.
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Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e lo spettro di un boia si aggira nei Balcani@2
GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. LA VITTORIA ARRIDE SEMPRE AI POTENTI? Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato. Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.  Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.  Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.  Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile. -------------------------------------------------------------------------------- MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli. -------------------------------------------------------------------------------- LA TRAPPOLA DEL DEBITO U.S.A. E LA FUGA PONDERATA DAI TREASURY Le mirabolanti promesse sui supposti dividendi di Trump da distribuire al popolo bue e l’evocazione dell’età dell’oro, dimostrano ulteriormente  la patologica distanza dalla realtà dell’amministrazione americana . L’enorme mole del debito pubblico arrivata alla mirabolante cifra di 40000 miliardi di dollari inchioda a ben altra prospettiva la gang trumpiana e promette un futuro disastroso per il popolo americano che non si fa irretire dalla fatua promessa dei 5000 dollari che ricorda tanto i pacchi di spaghetti e le scarpe spaiate del comandante Lauro di partenopea memoria . Con il professore Alessandro Volpi ,economista e collaboratore del mensile “Altraeconomia” parliamo della fuga ponderata da parte delle banche centrali e dei fondi dai Treasury americani il cui rendimento decennale ha raggiunto quasi il 5%, generando una mole d’interessi insostenibile per il Tesoro americano. L’aumento del valore delle riserve auree detenute dalle banche centrali ha superato quello degli asset in dollari, cosa che non accadeva dal 1965, a causa della vendita dei Treasury e del contestuale rafforzamento del tallone aureo. Sembra essere tornati all’era del gold standard, ma senza il dollaro, altro segnale di diffidenza verso il debito americano è stata la manovra da parte della banca centrale francese e quella olandese di trasferire a Londra ingenti quantità d’oro depositate fino ad allora negli Stati Uniti. Il buyback da parte del Tesoro americano di Treasury a lunga scadenza per 6 miliardi di dollari e l’operazione di questa estate a sostegno dello yen al fine di non far liquidare dalla banca centrale giapponese le posizione in dollari a difesa della moneta nipponica, dimostrano molto nervosismo e preoccupazione da parte del Tesoro americano . L’incoerenza comunque regna sovrana visto che a fronte del buyback la Federal reserve annuncia che i tassi rimarranno stabili creando un cortocircuito che renderà l’operazione di riacquisto un boomerang per Scott Bessent che rischia secondo alcuni  analisti di aver fatto il passo  più lungo della gamba. Anche i grandi fondi globali come Blackrock sembrano caduti nella trappola del debito americano che devono finanziare per sostenerlo ma al contempo alimentare anche la bolla speculativa dei mercati azionari dominati dalle big tech iperindebitate . Con la liquidità che non sembra sufficiente e quindi ad indebitamento con tassi crescenti il sistema va verso il punto di rottura mentre a Nuova Delhi i Brics assistono al tramonto dell’eccezionalismo del dollaro pronti ad accelerare il processo  di dedollarizzazione globale.
September 11, 2026
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Il baratro sul debito Usa si spalanca; la sfida degli studenti serbi a Vučić; Ertzaintza, polizia basca
L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL DEBITO U.S.A. E L’INCUBO DEDOLLARIZZAZIONE In questa puntata continuiamo la nostra riflessione sulle dinamiche economiche che condizionano le scelte belliche dell’amministrazione americana in questa fase d’instabilità globale. Ci aiuta il professore Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea e autore di varie pubblicazioni. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico che si avvicina alla cifra “monstre” di 40.000 miliardi di dollari corrispondenti a quasi la metà del debito globale. La circostanza che un paese che rappresenta circa il 15% del PIL mondiale sia così indebitato e che la sua valuta venga utilizzata per quasi la totalità delle transazioni internazionali ,costituisce quella che nel 2019 l’allora governatore della Bank of England, Mark Carney ora premier canadese, definì un’asimmetria destabilizzante nel cuore dell’economia finanziaria mondiale. L’esorbitante privilegio del dollaro, come lo chiamò Valery Giscard D’Estaing allora presidente francese, nel 1960 consente agli Stati Uniti di finanziare il suo debito con i dollari che arrivano dagli altri paesi che utilizzano la valuta americana per gli scambi commerciali ,ma questo privilegio si sta esaurendo sepolto dalla montagna del debito. I tassi del Treasury decennale sono ormai quasi al 5% ,quindi il servizio del debito aumenta mentre la quota in mano agli investitori pubblici e privati esteri diminuisce ,essendo inferiore al 25% .Questi dati indicano una mancanza progressiva di fiducia nella sostenibilità del debito federale ,inoltre altro indicatore che fa tremare i polsi ai possessori di Treasury ,il valore del CDS su debito americano (i Credit Default Swap ,assicurazioni sulla mancata restituzione del debito) è sempre più alto . A sostenere il debito americano contribuiscono le agenzie di rating che continuano a dare valutazioni positive nonostante i segnali di deterioramento, anche perché sono controllate dagli stessi fondi d’investimento che hanno i loro portafogli imbottiti di debito federale. L’aumento dei tassi per rendere allettante l’acquisto del debito in dollari trascina al rialzo tutto il mercato obbligazionario mondiale costringendo ad una rincorsa dei tassi che non tutti i paesi debitori possono permettersi . L’ipertrofica capitalizzazione degli indici di borsa segnala il limite della disponibilità di liquidità del mercato, il rapporto elevato tra la capitalizzazione di borsa e il pil americano dimostra che l’eccezione americana si regge sul mercato azionario che a sua volta si concentra solo su 7 titoli dallo smisurato valore azionario che spesso non corrisponde a quello reale con un eccesso di concentrazione e sovrainvestimento che fa presagire il rischio di una bolla speculativa. SpaceX, Anthropic e OpenAI saranno le prossime IPO (Offerta Pubblica Iniziale ) che avranno una valutazione collettiva che supera i quattromila miliardi di dollari . Il prossimo governatore della Fed (la banca centrale statunitense) Kevin Walsh dovrà deludere le aspettative di Trump di taglio dei tassi, perché si svaluterebbe ulteriormente il debito ,con ricadute pesantissime sull’americano medio fortemente indebitato e poco propenso al risparmio. Il processo di finanziarizzazione dell’economia e l’immissione scriteriata di liquidità sono stati alcuni dei fattori che hanno portato all’aumento del debito oltre alle liberalizzazioni del mercato finanziario condotte in primis dai democratici con l’abolizione di leggi come la Glass-Steagall act del 1933 che separava le banche commerciali da quelle d’affari, le cui restrizioni principali furono abrogate nel 1999 proprio durante l’amministrazione di Bill Clinton (con il Gramm-Leach-Bliley Act) . Il recente viaggio a Pechino di Trump non solo aveva lo scopo di trovare una via d’uscita all’impasse iraniano ma anche di chiedere a Pechino di non accelerare la sostituzione del dollaro con lo yuan nelle transazioni petrolifere . I cinesi ,che coltivano l’immagine di potenza affidabile e stabile,non hanno interesse ad accelerare la crisi americana, perché le due economie sono ancora interconnesse nonostante la competizione in corso .La delegazione americana era difatti guidata da Larry Fink il ceo di Blackrock , la più grande società di gestione del denaro al mondo, con oltre 10 trilioni di dollari di asset in gestione ,alla ricerca d’investimenti e del risparmio dei cinesi nel disperato tentativo di soddisfare la domanda di liquidità necessaria ad alimentare la bolla speculativa . I grandi fondi come Blackrock,State street et similia posseggono buona parte del debito americano verso cui indirizzano i risparmi che gestiscono ma al contempo devono sostenere la sovracapitalizzazione di borsa ,mentre la possibilità di stampare altri dollari in soccorso non è più praticabile. Il processo di dedollarizzazione pur non essendo ancora maturo è in corso e le prospettive per l’economia americana sono poco rassicuranti. https://www.spreaker.com/episode/l-insostenibile-pesantezza-del-debito-u-s-a-e-lo-spettro-della-dedollarizzazione–72247608 -------------------------------------------------------------------------------- MOVIMENTO SERBO NELLE URNE MA VIVO Torniamo in Serbia con Giorgio Fruscione, ricercatore presso l’Ispi e collaboratore di East Journal, a tentare di capire la trasformazione e la vitalità del Movimento contro il sistema di potere di Vučić. Non più soltanto studentesco, dopo 18 mesi di lotte è divenuto uno spaccato della società serba che raccoglie tutte le posizioni politiche e ogni strato sociale, non più soltanto tra gli abitanti delle grandi città, ma anche nella campagna profonda. Questa composizione può essere una spiegazione della scelta di partecipare alla competizione elettorale, di cui la giornata di mobilitazione del 23 maggio è stato il primo lancio della campagna elettorale, dimostrando che è ancora vivace l’opposizione dopo la prima tornata amministrativa di marzo, dove i “blokaderi” hanno incalzato il Partito di Vučić, senza però ottenere alcun municipio. Quanto sia in piena salute il Movimento è dimostrato dalla battaglia mediatica sulle cifre della partecipazione: si oscilla dai 190.000 manifestanti dichiarati dai promotori ai 34.000 del regime. L’essenziale è la ripresa e l’evidenza della mobilitazione attorno a tutte le questioni che si trova a dibattere la società serba: dall’ingresso in Europa ai molti accordi internazionali che il regime riesce a coltivare, intessendo una trama di appoggi esterni che vanno da Israele – con cui Belgrado intrattiene stretti legami e rapporti commerciali e d’intelligence; al viaggio in Cina – primo partner commerciale della Serbia – dove Vučić ha accresciuto la partnership, portando molti investimenti da Shanghai (e posti di lavoro da sbandierare in campagna elettorale); alla tradizionale alleanza con il grande fratello russo, che assicura al regime un appoggio concreto anche sul piano militare. Questo non è comunque motivo del contendere, perché gli studenti non hanno ancora preso posizione sulla politica estera, così tanto da causare endorsement stranieri a sostegno del regime, nonostante gli affari.  Il Movimento è nato con una forte componente antinazionalista, ma ora alligna tra le sue fila anche la presenza di rivendicazioni per la gestione del dossier annoso del Kosovo, le persegue cercando di affrontare l’argomento con un approccio il meno intriso di nazionalismo possibile, ma la trappola è difficile da aggirarsi, soprattutto a Belgrado, dove ci sono frange di sinistra e di destra in entrambi i campi in cui storicamente si divide la comunità in europeisti e nazionalisti. Ma l’intento, suppone Fruscione, è proprio quello di sottrarre a Vučić un argomento che ha cavalcato fin da quando era il delfino di Vojislav Šešelj, usando il nazionalismo come leva per compattare l’elettorato del Partito progressista, ereditando i sostenitori del suo mentore, pur fingendosi moderato in consessi internazionali. L’intento del Movimento è quello di ottenere un sistema diverso in cui le regole democratiche possano dare vita a un nuovo corso che superi la mafia corrotta del potere attuale.  Certo che già al suo interno si trova ora nelle condizioni di individuare criteri attraverso i quali operare una scelta della propria classe dirigente e della propria linea, oltre all’esclusione di tutti i politici “vecchi” che siano collusi con il regime, ma anche quelli dell’opposizione, quindi l’orientamento è su figure particolarmente in vista della società civile, in particolare accademica. Ma comunque si sta evitando di far emergere figure politiche di riferimento, proprio perché l’intento non è di prendere il potere per sostituire un regime inviso con qualche altra forma di potere. https://www.spreaker.com/episode/il-movimento-serbo-e-diventato-specchio-dello-spettro-politico-sociale–72253609 -------------------------------------------------------------------------------- ERTZAINTZA, DIVISE NATE NELL’INTERNAZIONALISMO E FINITE A REPRIMERE COME OGNI POLIZIA «Perché meravigliarsi se l’Ertzaintza ha manganellato gli attivisti della Flottilla? I precedenti non mancano», così inizia il suo pezzo Gianni Sartori, prendendo spunto dall’accoglienza riservata ai sopravvissuti della Sumud Flottilla rientrati in Euskadi. A suon di manganelli: quello che non è stato distribuito ai militanti baschi in termini di tortura dai criminali del Mossad lo hanno ricevuto dalla polizia regionale di Bilbao, che è addestrata dagli israeliani stessi. L’Ertzaintza dipende dal Governo della Comunità Autonoma Vasca, come i Mossos de squadra da quella catalana (e ricordiamo i metodi brutali durante il tentativo di dichiarare l’autonomia di Barcelona durato 39 secondi). Ma le loro origini sono molto più nobili, per quanto ogni sorta di militarismo, qualsiasi divisa, qualunque inquadramento poliziesco non può che avere un declino di questo tipo. E allora abbiamo sentito l’esigenza di fare un minimo di chiarezza, almeno in ambito Vasco, ripercorrendo le tappe storiche insieme a una memoria spesso diretta dei fatti, come quella di Giani Sartori.
Il baratro sul debito Usa si spalanca; la sfida degli studenti serbi a Vučić; Ertzaintza, polizia basca
L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL DEBITO U.S.A. E L’INCUBO DEDOLLARIZZAZIONE In questa puntata continuiamo la nostra riflessione sulle dinamiche economiche che condizionano le scelte belliche dell’amministrazione americana in questa fase d’instabilità globale. Ci aiuta il professore Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea e autore di varie pubblicazioni. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico che si avvicina alla cifra “monstre” di 40.000 miliardi di dollari corrispondenti a quasi la metà del debito globale. La circostanza che un paese che rappresenta circa il 15% del PIL mondiale sia così indebitato e che la sua valuta venga utilizzata per quasi la totalità delle transazioni internazionali ,costituisce quella che nel 2019 l’allora governatore della Bank of England, Mark Carney ora premier canadese, definì un’asimmetria destabilizzante nel cuore dell’economia finanziaria mondiale. L’esorbitante privilegio del dollaro, come lo chiamò Valery Giscard D’Estaing allora presidente francese, nel 1960 consente agli Stati Uniti di finanziare il suo debito con i dollari che arrivano dagli altri paesi che utilizzano la valuta americana per gli scambi commerciali ,ma questo privilegio si sta esaurendo sepolto dalla montagna del debito. I tassi del Treasury decennale sono ormai quasi al 5% ,quindi il servizio del debito aumenta mentre la quota in mano agli investitori pubblici e privati esteri diminuisce ,essendo inferiore al 25% .Questi dati indicano una mancanza progressiva di fiducia nella sostenibilità del debito federale ,inoltre altro indicatore che fa tremare i polsi ai possessori di Treasury ,il valore del CDS su debito americano (i Credit Default Swap ,assicurazioni sulla mancata restituzione del debito) è sempre più alto . A sostenere il debito americano contribuiscono le agenzie di rating che continuano a dare valutazioni positive nonostante i segnali di deterioramento, anche perché sono controllate dagli stessi fondi d’investimento che hanno i loro portafogli imbottiti di debito federale. L’aumento dei tassi per rendere allettante l’acquisto del debito in dollari trascina al rialzo tutto il mercato obbligazionario mondiale costringendo ad una rincorsa dei tassi che non tutti i paesi debitori possono permettersi . L’ipertrofica capitalizzazione degli indici di borsa segnala il limite della disponibilità di liquidità del mercato, il rapporto elevato tra la capitalizzazione di borsa e il pil americano dimostra che l’eccezione americana si regge sul mercato azionario che a sua volta si concentra solo su 7 titoli dallo smisurato valore azionario che spesso non corrisponde a quello reale con un eccesso di concentrazione e sovrainvestimento che fa presagire il rischio di una bolla speculativa. SpaceX, Anthropic e OpenAI saranno le prossime IPO (Offerta Pubblica Iniziale ) che avranno una valutazione collettiva che supera i quattromila miliardi di dollari . Il prossimo governatore della Fed (la banca centrale statunitense) Kevin Walsh dovrà deludere le aspettative di Trump di taglio dei tassi, perché si svaluterebbe ulteriormente il debito ,con ricadute pesantissime sull’americano medio fortemente indebitato e poco propenso al risparmio. Il processo di finanziarizzazione dell’economia e l’immissione scriteriata di liquidità sono stati alcuni dei fattori che hanno portato all’aumento del debito oltre alle liberalizzazioni del mercato finanziario condotte in primis dai democratici con l’abolizione di leggi come la Glass-Steagall act del 1933 che separava le banche commerciali da quelle d’affari, le cui restrizioni principali furono abrogate nel 1999 proprio durante l’amministrazione di Bill Clinton (con il Gramm-Leach-Bliley Act) . Il recente viaggio a Pechino di Trump non solo aveva lo scopo di trovare una via d’uscita all’impasse iraniano ma anche di chiedere a Pechino di non accelerare la sostituzione del dollaro con lo yuan nelle transazioni petrolifere . I cinesi ,che coltivano l’immagine di potenza affidabile e stabile,non hanno interesse ad accelerare la crisi americana, perché le due economie sono ancora interconnesse nonostante la competizione in corso .La delegazione americana era difatti guidata da Larry Fink il ceo di Blackrock , la più grande società di gestione del denaro al mondo, con oltre 10 trilioni di dollari di asset in gestione ,alla ricerca d’investimenti e del risparmio dei cinesi nel disperato tentativo di soddisfare la domanda di liquidità necessaria ad alimentare la bolla speculativa . I grandi fondi come Blackrock,State street et similia posseggono buona parte del debito americano verso cui indirizzano i risparmi che gestiscono ma al contempo devono sostenere la sovracapitalizzazione di borsa ,mentre la possibilità di stampare altri dollari in soccorso non è più praticabile. Il processo di dedollarizzazione pur non essendo ancora maturo è in corso e le prospettive per l’economia americana sono poco rassicuranti. https://www.spreaker.com/episode/l-insostenibile-pesantezza-del-debito-u-s-a-e-lo-spettro-della-dedollarizzazione–72247608 -------------------------------------------------------------------------------- MOVIMENTO SERBO NELLE URNE MA VIVO Torniamo in Serbia con Giorgio Fruscione, ricercatore presso l’Ispi e collaboratore di East Journal, a tentare di capire la trasformazione e la vitalità del Movimento contro il sistema di potere di Vučić. Non più soltanto studentesco, dopo 18 mesi di lotte è divenuto uno spaccato della società serba che raccoglie tutte le posizioni politiche e ogni strato sociale, non più soltanto tra gli abitanti delle grandi città, ma anche nella campagna profonda. Questa composizione può essere una spiegazione della scelta di partecipare alla competizione elettorale, di cui la giornata di mobilitazione del 23 maggio è stato il primo lancio della campagna elettorale, dimostrando che è ancora vivace l’opposizione dopo la prima tornata amministrativa di marzo, dove i “blokaderi” hanno incalzato il Partito di Vučić, senza però ottenere alcun municipio. Quanto sia in piena salute il Movimento è dimostrato dalla battaglia mediatica sulle cifre della partecipazione: si oscilla dai 190.000 manifestanti dichiarati dai promotori ai 34.000 del regime. L’essenziale è la ripresa e l’evidenza della mobilitazione attorno a tutte le questioni che si trova a dibattere la società serba: dall’ingresso in Europa ai molti accordi internazionali che il regime riesce a coltivare, intessendo una trama di appoggi esterni che vanno da Israele – con cui Belgrado intrattiene stretti legami e rapporti commerciali e d’intelligence; al viaggio in Cina – primo partner commerciale della Serbia – dove Vučić ha accresciuto la partnership, portando molti investimenti da Shanghai (e posti di lavoro da sbandierare in campagna elettorale); alla tradizionale alleanza con il grande fratello russo, che assicura al regime un appoggio concreto anche sul piano militare. Questo non è comunque motivo del contendere, perché gli studenti non hanno ancora preso posizione sulla politica estera, così tanto da causare endorsement stranieri a sostegno del regime, nonostante gli affari.  Il Movimento è nato con una forte componente antinazionalista, ma ora alligna tra le sue fila anche la presenza di rivendicazioni per la gestione del dossier annoso del Kosovo, le persegue cercando di affrontare l’argomento con un approccio il meno intriso di nazionalismo possibile, ma la trappola è difficile da aggirarsi, soprattutto a Belgrado, dove ci sono frange di sinistra e di destra in entrambi i campi in cui storicamente si divide la comunità in europeisti e nazionalisti. Ma l’intento, suppone Fruscione, è proprio quello di sottrarre a Vučić un argomento che ha cavalcato fin da quando era il delfino di Vojislav Šešelj, usando il nazionalismo come leva per compattare l’elettorato del Partito progressista, ereditando i sostenitori del suo mentore, pur fingendosi moderato in consessi internazionali. L’intento del Movimento è quello di ottenere un sistema diverso in cui le regole democratiche possano dare vita a un nuovo corso che superi la mafia corrotta del potere attuale.  Certo che già al suo interno si trova ora nelle condizioni di individuare criteri attraverso i quali operare una scelta della propria classe dirigente e della propria linea, oltre all’esclusione di tutti i politici “vecchi” che siano collusi con il regime, ma anche quelli dell’opposizione, quindi l’orientamento è su figure particolarmente in vista della società civile, in particolare accademica. Ma comunque si sta evitando di far emergere figure politiche di riferimento, proprio perché l’intento non è di prendere il potere per sostituire un regime inviso con qualche altra forma di potere. https://www.spreaker.com/episode/il-movimento-serbo-e-diventato-specchio-dello-spettro-politico-sociale–72253609 -------------------------------------------------------------------------------- ERTZAINTZA, DIVISE NATE NELL’INTERNAZIONALISMO E FINITE A REPRIMERE COME OGNI POLIZIA «Perché meravigliarsi se l’Ertzaintza ha manganellato gli attivisti della Flottilla? I precedenti non mancano», così inizia il suo pezzo Gianni Sartori, prendendo spunto dall’accoglienza riservata ai sopravvissuti della Sumud Flottilla rientrati in Euskadi. A suon di manganelli: quello che non è stato distribuito ai militanti baschi in termini di tortura dai criminali del Mossad lo hanno ricevuto dalla polizia regionale di Bilbao, che è addestrata dagli israeliani stessi. L’Ertzaintza dipende dal Governo della Comunità Autonoma Vasca, come i Mossos de squadra da quella catalana (e ricordiamo i metodi brutali durante il tentativo di dichiarare l’autonomia di Barcelona durato 39 secondi). Ma le loro origini sono molto più nobili, per quanto ogni sorta di militarismo, qualsiasi divisa, qualunque inquadramento poliziesco non può che avere un declino di questo tipo. E allora abbiamo sentito l’esigenza di fare un minimo di chiarezza, almeno in ambito Vasco, ripercorrendo le tappe storiche insieme a una memoria spesso diretta dei fatti, come quella di Giani Sartori.
Il baratro sul debito Usa si spalanca; la sfida degli studenti serbi a Vučić; Ertzaintza, polizia basca
L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL DEBITO U.S.A. E L’INCUBO DEDOLLARIZZAZIONE In questa puntata continuiamo la nostra riflessione sulle dinamiche economiche che condizionano le scelte belliche dell’amministrazione americana in questa fase d’instabilità globale. Ci aiuta il professore Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea e autore di varie pubblicazioni. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico che si avvicina alla cifra “monstre” di 40.000 miliardi di dollari corrispondenti a quasi la metà del debito globale. La circostanza che un paese che rappresenta circa il 15% del PIL mondiale sia così indebitato e che la sua valuta venga utilizzata per quasi la totalità delle transazioni internazionali ,costituisce quella che nel 2019 l’allora governatore della Bank of England, Mark Carney ora premier canadese, definì un’asimmetria destabilizzante nel cuore dell’economia finanziaria mondiale. L’esorbitante privilegio del dollaro, come lo chiamò Valery Giscard D’Estaing allora presidente francese, nel 1960 consente agli Stati Uniti di finanziare il suo debito con i dollari che arrivano dagli altri paesi che utilizzano la valuta americana per gli scambi commerciali ,ma questo privilegio si sta esaurendo sepolto dalla montagna del debito. I tassi del Treasury decennale sono ormai quasi al 5% ,quindi il servizio del debito aumenta mentre la quota in mano agli investitori pubblici e privati esteri diminuisce ,essendo inferiore al 25% .Questi dati indicano una mancanza progressiva di fiducia nella sostenibilità del debito federale ,inoltre altro indicatore che fa tremare i polsi ai possessori di Treasury ,il valore del CDS su debito americano (i Credit Default Swap ,assicurazioni sulla mancata restituzione del debito) è sempre più alto . A sostenere il debito americano contribuiscono le agenzie di rating che continuano a dare valutazioni positive nonostante i segnali di deterioramento, anche perché sono controllate dagli stessi fondi d’investimento che hanno i loro portafogli imbottiti di debito federale. L’aumento dei tassi per rendere allettante l’acquisto del debito in dollari trascina al rialzo tutto il mercato obbligazionario mondiale costringendo ad una rincorsa dei tassi che non tutti i paesi debitori possono permettersi . L’ipertrofica capitalizzazione degli indici di borsa segnala il limite della disponibilità di liquidità del mercato, il rapporto elevato tra la capitalizzazione di borsa e il pil americano dimostra che l’eccezione americana si regge sul mercato azionario che a sua volta si concentra solo su 7 titoli dallo smisurato valore azionario che spesso non corrisponde a quello reale con un eccesso di concentrazione e sovrainvestimento che fa presagire il rischio di una bolla speculativa. SpaceX, Anthropic e OpenAI saranno le prossime IPO (Offerta Pubblica Iniziale ) che avranno una valutazione collettiva che supera i quattromila miliardi di dollari . Il prossimo governatore della Fed (la banca centrale statunitense) Kevin Walsh dovrà deludere le aspettative di Trump di taglio dei tassi, perché si svaluterebbe ulteriormente il debito ,con ricadute pesantissime sull’americano medio fortemente indebitato e poco propenso al risparmio. Il processo di finanziarizzazione dell’economia e l’immissione scriteriata di liquidità sono stati alcuni dei fattori che hanno portato all’aumento del debito oltre alle liberalizzazioni del mercato finanziario condotte in primis dai democratici con l’abolizione di leggi come la Glass-Steagall act del 1933 che separava le banche commerciali da quelle d’affari, le cui restrizioni principali furono abrogate nel 1999 proprio durante l’amministrazione di Bill Clinton (con il Gramm-Leach-Bliley Act) . Il recente viaggio a Pechino di Trump non solo aveva lo scopo di trovare una via d’uscita all’impasse iraniano ma anche di chiedere a Pechino di non accelerare la sostituzione del dollaro con lo yuan nelle transazioni petrolifere . I cinesi ,che coltivano l’immagine di potenza affidabile e stabile,non hanno interesse ad accelerare la crisi americana, perché le due economie sono ancora interconnesse nonostante la competizione in corso .La delegazione americana era difatti guidata da Larry Fink il ceo di Blackrock , la più grande società di gestione del denaro al mondo, con oltre 10 trilioni di dollari di asset in gestione ,alla ricerca d’investimenti e del risparmio dei cinesi nel disperato tentativo di soddisfare la domanda di liquidità necessaria ad alimentare la bolla speculativa . I grandi fondi come Blackrock,State street et similia posseggono buona parte del debito americano verso cui indirizzano i risparmi che gestiscono ma al contempo devono sostenere la sovracapitalizzazione di borsa ,mentre la possibilità di stampare altri dollari in soccorso non è più praticabile. Il processo di dedollarizzazione pur non essendo ancora maturo è in corso e le prospettive per l’economia americana sono poco rassicuranti. https://www.spreaker.com/episode/l-insostenibile-pesantezza-del-debito-u-s-a-e-lo-spettro-della-dedollarizzazione–72247608 -------------------------------------------------------------------------------- MOVIMENTO SERBO NELLE URNE MA VIVO Torniamo in Serbia con Giorgio Fruscione, ricercatore presso l’Ispi e collaboratore di East Journal, a tentare di capire la trasformazione e la vitalità del Movimento contro il sistema di potere di Vučić. Non più soltanto studentesco, dopo 18 mesi di lotte è divenuto uno spaccato della società serba che raccoglie tutte le posizioni politiche e ogni strato sociale, non più soltanto tra gli abitanti delle grandi città, ma anche nella campagna profonda. Questa composizione può essere una spiegazione della scelta di partecipare alla competizione elettorale, di cui la giornata di mobilitazione del 23 maggio è stato il primo lancio della campagna elettorale, dimostrando che è ancora vivace l’opposizione dopo la prima tornata amministrativa di marzo, dove i “blokaderi” hanno incalzato il Partito di Vučić, senza però ottenere alcun municipio. Quanto sia in piena salute il Movimento è dimostrato dalla battaglia mediatica sulle cifre della partecipazione: si oscilla dai 190.000 manifestanti dichiarati dai promotori ai 34.000 del regime. L’essenziale è la ripresa e l’evidenza della mobilitazione attorno a tutte le questioni che si trova a dibattere la società serba: dall’ingresso in Europa ai molti accordi internazionali che il regime riesce a coltivare, intessendo una trama di appoggi esterni che vanno da Israele – con cui Belgrado intrattiene stretti legami e rapporti commerciali e d’intelligence; al viaggio in Cina – primo partner commerciale della Serbia – dove Vučić ha accresciuto la partnership, portando molti investimenti da Shanghai (e posti di lavoro da sbandierare in campagna elettorale); alla tradizionale alleanza con il grande fratello russo, che assicura al regime un appoggio concreto anche sul piano militare. Questo non è comunque motivo del contendere, perché gli studenti non hanno ancora preso posizione sulla politica estera, così tanto da causare endorsement stranieri a sostegno del regime, nonostante gli affari.  Il Movimento è nato con una forte componente antinazionalista, ma ora alligna tra le sue fila anche la presenza di rivendicazioni per la gestione del dossier annoso del Kosovo, le persegue cercando di affrontare l’argomento con un approccio il meno intriso di nazionalismo possibile, ma la trappola è difficile da aggirarsi, soprattutto a Belgrado, dove ci sono frange di sinistra e di destra in entrambi i campi in cui storicamente si divide la comunità in europeisti e nazionalisti. Ma l’intento, suppone Fruscione, è proprio quello di sottrarre a Vučić un argomento che ha cavalcato fin da quando era il delfino di Vojislav Šešelj, usando il nazionalismo come leva per compattare l’elettorato del Partito progressista, ereditando i sostenitori del suo mentore, pur fingendosi moderato in consessi internazionali. L’intento del Movimento è quello di ottenere un sistema diverso in cui le regole democratiche possano dare vita a un nuovo corso che superi la mafia corrotta del potere attuale.  Certo che già al suo interno si trova ora nelle condizioni di individuare criteri attraverso i quali operare una scelta della propria classe dirigente e della propria linea, oltre all’esclusione di tutti i politici “vecchi” che siano collusi con il regime, ma anche quelli dell’opposizione, quindi l’orientamento è su figure particolarmente in vista della società civile, in particolare accademica. Ma comunque si sta evitando di far emergere figure politiche di riferimento, proprio perché l’intento non è di prendere il potere per sostituire un regime inviso con qualche altra forma di potere. https://www.spreaker.com/episode/il-movimento-serbo-e-diventato-specchio-dello-spettro-politico-sociale–72253609 -------------------------------------------------------------------------------- ERTZAINTZA, DIVISE NATE NELL’INTERNAZIONALISMO E FINITE A REPRIMERE COME OGNI POLIZIA «Perché meravigliarsi se l’Ertzaintza ha manganellato gli attivisti della Flottilla? I precedenti non mancano», così inizia il suo pezzo Gianni Sartori, prendendo spunto dall’accoglienza riservata ai sopravvissuti della Sumud Flottilla rientrati in Euskadi. A suon di manganelli: quello che non è stato distribuito ai militanti baschi in termini di tortura dai criminali del Mossad lo hanno ricevuto dalla polizia regionale di Bilbao, che è addestrata dagli israeliani stessi. L’Ertzaintza dipende dal Governo della Comunità Autonoma Vasca, come i Mossos de squadra da quella catalana (e ricordiamo i metodi brutali durante il tentativo di dichiarare l’autonomia di Barcelona durato 39 secondi). Ma le loro origini sono molto più nobili, per quanto ogni sorta di militarismo, qualsiasi divisa, qualunque inquadramento poliziesco non può che avere un declino di questo tipo. E allora abbiamo sentito l’esigenza di fare un minimo di chiarezza, almeno in ambito Vasco, ripercorrendo le tappe storiche insieme a una memoria spesso diretta dei fatti, come quella di Giani Sartori.
May 30, 2026
Radio Blackout
La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana .Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo ( 200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap) valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra. Ne parliamo con Alessandro Volpi economista
March 23, 2026
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