
La definizione di “antisemitismo” dell’IHRA e l’attacco alle libertà accademiche nel panorama internazionale
Pressenza - Sunday, September 6, 2026Il dibattito sul disegno di legge Romeo contro l’antisemitismo si è concentrato sulla definizione operativa dell’antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che il testo legislativo adotta e di cui costituisce l’ossatura portante. La dichiarazione, la cui stessa approvazione, da parte dell’assemblea plenaria dell’IHRA tenutasi a Bucarest nel 2016, è avvenuta in circostanze non del tutto limpide, è stata criticata soprattutto per gli esempi di antisemitismo contemporaneo che propone, e che includono varie forme di critica allo Stato di Israele.
Un folto numero di studiosi, anche ebraici, ha proposto di rigettarla e di sostituirla con un altro testo, la Dichiarazione di Gerusalemme del 2021, più attento a distinguere la condanna della politica israeliana dall’odio antiebraico. Sul versante opposto, i sostenitori della dichiarazione di Bucarest (e delle varie proposte legislative sul tema presentate al Parlamento) negano che essa possa produrre la penalizzazione delle critiche allo Stato ebraico, e adducono l’esempio dei molti paesi in cui essa è stata già recepita.
Vale quindi la pena di verificare quali risultati abbia effettivamente prodotto l’adozione di quella definizione negli stati e nelle istituzioni che l’hanno assunta come riferimento. Ci concentreremo su uno dei campi in cui tali risultati si sono mostrati con maggiore evidenza, ossia le restrizioni alla libertà accademiche, di insegnamento e di ricerca (per approfondimenti e per l’indicazione delle fonti rimandiamo al numero speciale del 2025, War on Knowledge, della rivista ISPF-LAB – www.ispf-lab.cnr.it).
È innanzitutto l’esperienza degli Stati Uniti a mostrare la rilevanza del problema. Durante il primo mandato Trump, un ordine esecutivo del 2019 aveva disposto che, nell’applicazione del Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, le autorità federali tenessero conto della definizione dell’IHRA. Essa veniva così inserita, pur senza diventare una legge, nel quadro amministrativo attraverso il quale le autorità federali possono indagare sulle università e condizionare l’erogazione dei fondi.
La questione è diventata più evidente con la seconda presidenza Trump. All’indomani del suo insediamento, il governo federale ha avviato indagini su numerose università e ha minacciato o sospeso finanziamenti in relazione, tra l’altro, alla gestione di presunti episodi di antisemitismo nei campus e delle proteste a sostegno del popolo palestinese.
La Columbia University, di fronte alla minaccia di un taglio di circa 400 milioni di dollari, ha accettato una serie di richieste governative, intraprendendo provvedimenti disciplinari, fino in alcuni casi all’espulsione, nei confronti degli studenti implicati nelle manifestazioni contro il genocidio a Gaza, e disponendo il commissariamento di alcuni dipartimenti, tra cui quello di studi sul Medio Oriente; viceversa Harvard ha scelto inizialmente di resistere e ha subito il congelamento di miliardi di dollari di finanziamenti federali, oltre alla minaccia di revoca delle esenzioni fiscali.
Mentre le minacce di tagli si estendevano, nel corso del 2025, a decine di altre università, il Department of Homeland Security inaugurava un giro di vite sulla concessione di visti agli studenti stranieri, numerosi leader delle proteste studentesche a favore della Palestina venivano arrestati e alcuni espulsi dagli USA. L’insieme delle misure adottate nei confronti delle istituzioni educative – di cui la strumentalizzazione dell’antisemitismo è stato il perno centrale – ha spinto la storica Ellen Schrecker a giudicare la politica del governo Trump “molto peggiore” della crociata maccartista del secondo dopoguerra.
Un fondamento giuridico di questa serie di provvedimenti è rappresentato proprio dal Titolo VI del Civil Right Act integrato con la dichiarazione dell’IHRA. Essa ha costituito un potente strumento amministrativo per colpire le Università, molte delle quali hanno finito per inserirla nelle loro linee guida al fine di soddisfare le richieste del governo. Se l’attacco alle istituzioni accademiche figurava nel programma MAGA a prescindere dalle implicazioni connesse al conflitto in Palestina, è sulla base della dichiarazione di Bucarest che le proteste e le iniziative antisioniste sono cadute sotto la definizione di antisemitismo, giustificando l’applicazione di provvedimenti restrittivi e punitivi nei confronti delle Università, dei docenti e degli studenti.
Il caso tedesco offre un esempio diverso, ma non meno significativo. Nel 2019 la Conferenza dei rettori delle università tedesche ha adottato la definizione dell’IHRA come riferimento per le università al fine dell’identificazione degli episodi di antisemitismo. Negli anni successivi essa è stata incorporata in programmi di formazione, linee guida e pratiche delle istituzioni pubbliche. Anche il Bundestag e diversi parlamenti regionali l’hanno richiamata per indirizzare i finanziamenti pubblici e il supporto istituzionale, condizionandoli al rispetto dei suoi principi.
In questo contesto si sono moltiplicati gli interventi volti a impedire iniziative accademiche riguardanti il genocidio in Palestina e le politiche di Israele. Nel novembre 2025, per esempio, la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco ha cancellato il workshop «The Targeting of Palestinian Academia», organizzato dalla cattedra di studi arabi e islamici con la partecipazione di studiosi palestinesi e israeliani. Poco prima era stato annullato all’Università Leibniz di Hannover un workshop organizzato da Udi Raz, colpendo in questo caso una voce del mondo ebraico critica nei confronti dello Stato di Israele. Il susseguirsi di episodi di questo genere ha alimentato in Germania un dibattito sui limiti imposti alla libertà di ricerca e di discussione da quella che si va definendo come l’“eccezione palestinese”.
In molti paesi, così come in Germania, la definizione dell’IHRA è stata impiegata per realizzare uno strumento generale di controllo e repressione, spesso su spinta esplicita di gruppi interessati alla strumentalizzazione della lotta contro l’antisemitismo per impedire le critiche alle politiche criminali del governo israeliano, comprimendo gli spazi di libertà di ricerca, di insegnamento e di espressione.
Nonostante le critiche ricevute, la dichiarazione di Bucarest è stata adottata o approvata in 43 stati. Nella maggior parte dei casi la sua influenza si esercita non tanto attraverso divieti legislativi espliciti e sanzioni penali, quanto piuttosto attraverso la diffusione capillare di un quadro normativo la cui autorità si afferma attraverso le aspettative istituzionali, le prassi amministrative e i meccanismi di finanziamento; nonché, in molti casi, attraverso la nomina all’interno delle istituzioni educative di soggetti specificamente incaricati di censurare le iniziative che ricadono sotto la sua definizione di antisemitismo, una prescrizione che torna anche nel d.d.l. proposto in Italia.
Come ha mostrato uno studio di S. Doğan, D. Della Porta e F. Alagnain recentemente pubblicato in Perspectives on Politics (DOI: 10.1017/S1537592726105672), basato sull’analisi di oltre 120 episodi di repressione nelle università americane e tedesche, tale definizione concorre alla costruzione di un meccanismo di “panico morale” che giustifica a sua volta la sospensione delle garanzie di libertà di ricerca e di espressione nei confronti dei soggetti additati strumentalmente come “antisemiti”.
In nome di una pretesa “neutralità” della scienza quella che si va affermando è una criminalizzazione programmatica della critica e del dissenso, che oltre a giustificare provvedimenti punitivi e censori alimenta una tendenza al conformismo e all’autocensura. Alla luce di questi precedenti si evidenzia chiaramente il rischio ben concreto che l’adozione della dichiarazione dell’IHRA prevista dal d.d.l. Romeo possa rafforzare una tendenza alla compressione della libertà di espressione già avviata nel nostro paese da provvedimenti come i decreti sicurezza.