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Quando l’antisemitismo lo fa chi pretende di combatterlo
Lion Udler, cogestore del canale Telegram «Israele senza filtri», nel quale quotidianamente vengono pubblicati contenuti violentemente ostili ai musulmani e difese del genocidio compiuto da Israele, ha recentemente pubblicato il post riprodotto nell’immagine. Udler ha fatto parte di un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito israeliano, ed oggi è attivo come commentatore e analista sui temi della sicurezza, dell’antiterrorismo e della strategia militare israeliana; Shalom, la testata della Comunità ebraica di Roma, lo ha inoltre presentato come esperto di intelligence e controinformazione. Gestisce un proprio canale Telegram in italiano dedicato a Israele e al mondo arabo-islamico, seguito da decine di migliaia di persone.¹ E questo suo post è particolarmente interessante, perché mostra uno dei cortocircuiti più grotteschi ai quali può condurre la pretesa di sovrapporre 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙞, 𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 e 𝙎𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙙’𝙄𝙨𝙧𝙖𝙚𝙡𝙚 fino a renderli sostanzialmente sinonimi. Udler, rivolgendosi ad alcuni ebrei che hanno espresso solidarietà ad Alessandro Di Battista, dice loro che – non sono «in grado di identificare il nemico»; – sono «deboli»; – devono «alzarsi e difendersi»; E, soprattutto: «𝗖𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗲𝗿𝗲𝘁𝗲 𝗮 𝘀𝘂𝗯𝗶𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝘀𝗶𝗲𝘁𝗲 𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶». Vale la pena soffermarsi sulla mostruosità di questa frase. Delle persone ebree vengono insultate perché hanno espresso una posizione politica che Udler non condivide e viene spiegato loro che, qualora subissero antisemitismo, in qualche modo se lo sarebbero cercato: perché non avrebbero saputo riconoscere «il nemico», perché sarebbero state troppo deboli, troppo dialoganti, troppo poco inclini all’«attacco». In pratica: 𝙨𝙚 𝙨𝙚𝙞 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙤, 𝙙𝙚𝙫𝙞 𝙥𝙚𝙣𝙨𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙖 𝙚𝙗𝙧𝙚𝙤. E cosa debba pensare un ebreo lo decide, evidentemente, Lion Udler. Ed è qui che si manifesta il paradosso. Perché una delle caratteristiche storiche dell’antisemitismo consiste precisamente nel trattare gli ebrei non come individui, ciascuno dotato delle proprie idee politiche, morali e religiose, ma come una collettività omogenea, alla quale attribuire interessi, comportamenti e responsabilità comuni. E non è una mia personale definizione. Persino la controversa definizione operativa dell’𝗜𝗛𝗥𝗔 – quella che viene frequentemente utilizzata proprio per sostenere che certe forme di antisionismo possano diventare antisemitismo – indica tra gli esempi di antisemitismo il «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele». La stessa IHRA precisa inoltre esplicitamente che criticare Israele come si critica qualsiasi altro paese non costituisce, di per sé, antisemitismo.² La 𝗝𝗲𝗿𝘂𝘀𝗮𝗹𝗲𝗺 𝗗𝗲𝗰𝗹𝗮𝗿𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻 𝗼𝗻 𝗔𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺, elaborata da studiosi dell’antisemitismo, dell’Olocausto e degli studi ebraici, è ancora più esplicita: è antisemita «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele».³ E il 𝗡𝗲𝘅𝘂𝘀 𝗗𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁 arriva a contemplare quasi esattamente il fenomeno che vediamo qui: considera antisemita anche denigrare o negare l’identità ebraica di determinati ebrei perché assumono la posizione “sbagliata” su Israele.⁴ Non è quindi necessario inventarsi una nuova definizione di antisemitismo per vedere il problema. 𝗕𝗮𝘀𝘁𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝘀𝘂𝗹 𝘀𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼. Ed ecco il gigantesco cortocircuito. Per combattere quello che considera antisemitismo, Udler finisce per adottare proprio una concezione essenzialista dell’ebreo: l’ebreo dovrebbe riconoscere determinati nemici, sostenere determinate politiche, schierarsi con Israele e considerare chi denuncia i crimini israeliani non un interlocutore politico ma «𝗶𝗹 𝗻𝗲𝗺𝗶𝗰𝗼». Se non lo fa, diventa un ebreo «fesso», «debole», incapace persino di comprendere quale debba essere il proprio interesse. L’antisemitismo non è qualcosa che un ebreo subisce perché non è stato sufficientemente aggressivo. Non è la conseguenza dell’avere solidarizzato con Di Battista, con Francesca Albanese, con i palestinesi o con chiunque altro. La responsabilità dell’antisemitismo appartiene a chi pratica l’antisemitismo, non all’ebreo che non si è comportato come qualche nazionalista pretendeva che si comportasse. Il 𝙫𝙞𝙘𝙩𝙞𝙢 𝙗𝙡𝙖𝙢𝙞𝙣𝙜 del generico ebreo in quanto non “ebreo” secondo canoni prestabiliti di ebraismo è dunque una delle più ripugnanti forme di antisemitismo. C’è infine nel post un altro piccolo capolavoro retorico: Udler parla del «genocidio del 7 ottobre» e, poche parole dopo, del «inventato genocidio» di Gaza. Ora, sui crimini del 7 ottobre non c’è alcuna necessità di edulcorare alcunché: Hamas e altri gruppi armati palestinesi sono responsabili di crimini di diritto internazionale. La Corte Penale Internazionale aveva emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mohammed Deif, mentre il procuratore aveva richiesto mandati anche per Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh; le loro successive uccisioni extragiudiziali da parte di Israele hanno impedito che quei procedimenti potessero giungere a compimento. Ma chiamare quegli attacchi «genocidio» mentre si liquida come «inventato» quello di Gaza significa curiosamente pretendere per la prima qualificazione giuridica una certezza che si nega alla seconda, nonostante sul genocidio di Gaza esista ormai una vastissima documentazione. Amnesty International, dopo un’indagine che ha preso in esame uccisioni, distruzione delle infrastrutture civili, sfollamento forzato, ostacoli agli aiuti umanitari e dichiarazioni dei vertici politici e militari israeliani, ha concluso nel dicembre 2024 che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi di Gaza.⁵ Ad Amnesty si accompagnano una commissione ONU, i rapporti di Francesca Albanese e molteplici altre ONG e esperti di genocidio e olocausto, anche israliani, come B’Tselem e Omer Bartov. Si può naturalmente contestare quella conclusione giuridica, ma definire il genocidio di Gaza semplicemente «inventato» significa far sparire non una qualche fantasia dei social network, bensì conclusioni argomentate e documentate di importanti organizzazioni internazionali per i diritti umani. Ed è forse proprio questo il punto più importante. 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝗲𝗺𝗶𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝗯𝗿𝗲𝗶, 𝗻𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼. Perché gli ebrei non sono un blocco politico monolitico al quale qualcuno possa impartire istruzioni su chi debba essere considerato «il nemico». Pretendere il contrario non è combattere l’antisemitismo, è precisamente riprodurre quella riduzione dell’individuo ebreo a membro di una collettività politica indistinta sulla quale l’antisemitismo ha prosperato per secoli. E farlo mentre si accusa un ebreo dell’antisemitismo che potrebbe subire rende il tutto, se possibile, ancora più osceno. ——— ¹ Shalom, «30 minuti con Lion Udler: Israele, il conflitto e la guerra mediatica», 26 novembre 2023. Udler viene presentato come ex appartenente a un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito israeliano ed esperto di intelligence e controinformazione. https://www.shalom.it/…/30-minuti-con-lion-udler…/ ² International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), «Working Definition of Antisemitism», adottata nel 2016. Tra gli esempi indicati figura esplicitamente il «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele»; la stessa definizione precisa che una critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro paese non può essere considerata antisemita. https://holocaustremembrance.com/…/working-definition… ³ Jerusalem Declaration on Antisemitism, «Guidelines», 2021. La linea guida n. 7 considera antisemita «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché ebrei, come agenti di Israele». https://jerusalemdeclaration.org/ ⁴ Nexus Task Force, «The Nexus Document: Understanding Antisemitism at Its Nexus with Israel and Zionism». Il documento include tra le manifestazioni di antisemitismo il «denigrare o negare l’identità ebraica di determinati ebrei perché sono percepiti come sostenitori della posizione “sbagliata” – troppo critica o troppo favorevole – su Israele». È un passaggio particolarmente pertinente al post di Udler. https://nexusproject.us/nexus-resources/the-nexus-document/ ⁵ Amnesty International, «“You Feel Like You Are Subhuman”: Israel’s Genocide Against Palestinians in Gaza», 5 dicembre 2024. Dopo aver esaminato uccisioni, gravi danni fisici e mentali, distruzione delle infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza, sfollamenti, ostacoli agli aiuti e dichiarazioni di esponenti politici e militari israeliani, Amnesty conclude di avere elementi sufficienti per ritenere che Israele abbia commesso e continui a commettere genocidio contro i palestinesi della Striscia di Gaza. https://www.amnesty.org/…/amnesty-international…/ Fabio Alemagna  · Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
La definizione di “antisemitismo” dell’IHRA e l’attacco alle libertà accademiche nel panorama internazionale
Il dibattito sul disegno di legge Romeo contro l’antisemitismo si è concentrato sulla definizione operativa dell’antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che il testo legislativo adotta e di cui costituisce l’ossatura portante. La dichiarazione, la cui stessa approvazione, da parte dell’assemblea plenaria dell’IHRA tenutasi a Bucarest nel 2016, è avvenuta in circostanze non del tutto limpide, è stata criticata soprattutto per gli esempi di antisemitismo contemporaneo che propone, e che includono varie forme di critica allo Stato di Israele. Un folto numero di studiosi, anche ebraici, ha proposto di rigettarla e di sostituirla con un altro testo, la Dichiarazione di Gerusalemme del 2021, più attento a distinguere la condanna della politica israeliana dall’odio antiebraico. Sul versante opposto, i sostenitori della dichiarazione di Bucarest (e delle varie proposte legislative sul tema presentate al Parlamento) negano che essa possa produrre la penalizzazione delle critiche allo Stato ebraico, e adducono l’esempio dei molti paesi in cui essa è stata già recepita. Vale quindi la pena di verificare quali risultati abbia effettivamente prodotto l’adozione di quella definizione negli stati e nelle istituzioni che l’hanno assunta come riferimento. Ci concentreremo su uno dei campi in cui tali risultati si sono mostrati con maggiore evidenza, ossia le restrizioni alla libertà accademiche, di insegnamento e di ricerca (per approfondimenti e per l’indicazione delle fonti rimandiamo al numero speciale del 2025, War on Knowledge, della rivista ISPF-LAB – www.ispf-lab.cnr.it). È innanzitutto l’esperienza degli Stati Uniti a mostrare la rilevanza del problema. Durante il primo mandato Trump, un ordine esecutivo del 2019 aveva disposto che, nell’applicazione del Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, le autorità federali tenessero conto della definizione dell’IHRA. Essa veniva così inserita, pur senza diventare una legge, nel quadro amministrativo attraverso il quale le autorità federali possono indagare sulle università e condizionare l’erogazione dei fondi. La questione è diventata più evidente con la seconda presidenza Trump.  All’indomani del suo insediamento, il governo federale ha avviato indagini su numerose università e ha minacciato o sospeso finanziamenti in relazione, tra l’altro, alla gestione di presunti episodi di antisemitismo nei campus e delle proteste a sostegno del popolo palestinese. La Columbia University, di fronte alla minaccia di un taglio di circa 400 milioni di dollari, ha accettato una serie di richieste governative, intraprendendo provvedimenti disciplinari, fino in alcuni casi all’espulsione, nei confronti degli studenti implicati nelle manifestazioni contro il genocidio a Gaza, e disponendo il commissariamento di alcuni dipartimenti, tra cui quello di studi sul Medio Oriente; viceversa Harvard ha scelto inizialmente di resistere e ha subito il congelamento di miliardi di dollari di finanziamenti federali, oltre alla minaccia di revoca delle esenzioni fiscali. Mentre le minacce di tagli si estendevano, nel corso del 2025, a decine di altre università, il Department of Homeland Security inaugurava un giro di vite sulla concessione di visti agli studenti stranieri, numerosi leader delle proteste studentesche a favore della Palestina venivano arrestati e alcuni espulsi dagli USA. L’insieme delle misure adottate nei confronti delle istituzioni educative – di cui la strumentalizzazione dell’antisemitismo è stato il perno centrale – ha spinto la storica Ellen Schrecker a giudicare la politica del governo Trump “molto peggiore” della crociata maccartista del secondo dopoguerra. Un fondamento giuridico di questa serie di provvedimenti è rappresentato proprio dal Titolo VI del Civil Right Act integrato con la dichiarazione dell’IHRA. Essa ha costituito un potente strumento amministrativo per colpire le Università, molte delle quali hanno finito per inserirla nelle loro linee guida al fine di soddisfare le richieste del governo. Se l’attacco alle istituzioni accademiche figurava nel programma MAGA a prescindere dalle implicazioni connesse al conflitto in Palestina, è sulla base della dichiarazione di Bucarest che le proteste e le iniziative antisioniste sono cadute sotto la definizione di antisemitismo, giustificando l’applicazione di provvedimenti restrittivi e punitivi nei confronti delle Università, dei docenti e degli studenti. Il caso tedesco offre un esempio diverso, ma non meno significativo. Nel 2019 la Conferenza dei rettori delle università tedesche ha adottato la definizione dell’IHRA come riferimento per le università al fine dell’identificazione degli episodi di antisemitismo. Negli anni successivi essa è stata incorporata in programmi di formazione, linee guida e pratiche delle istituzioni pubbliche. Anche il Bundestag e diversi parlamenti regionali l’hanno richiamata per indirizzare i finanziamenti pubblici e il supporto istituzionale, condizionandoli al rispetto dei suoi principi. In questo contesto si sono moltiplicati gli interventi volti a impedire iniziative accademiche riguardanti il genocidio in Palestina e le politiche di Israele. Nel novembre 2025, per esempio, la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco ha cancellato il workshop «The Targeting of Palestinian Academia», organizzato dalla cattedra di studi arabi e islamici con la partecipazione di studiosi palestinesi e israeliani. Poco prima era stato annullato all’Università Leibniz di Hannover un workshop organizzato da Udi Raz, colpendo in questo caso una voce del mondo ebraico critica nei confronti dello Stato di Israele. Il susseguirsi di episodi di questo genere ha alimentato in Germania un dibattito sui limiti imposti alla libertà di ricerca e di discussione da quella che si va definendo come l’“eccezione palestinese”. In molti paesi, così come in Germania, la definizione dell’IHRA è stata impiegata per realizzare uno strumento generale di controllo e repressione, spesso su spinta esplicita di gruppi interessati alla strumentalizzazione della lotta contro l’antisemitismo per impedire le critiche alle politiche criminali del governo israeliano, comprimendo gli spazi di libertà di ricerca, di insegnamento e di espressione. Nonostante le critiche ricevute, la dichiarazione di Bucarest è stata adottata o approvata in 43 stati. Nella maggior parte dei casi la sua influenza si esercita non tanto attraverso divieti legislativi espliciti e sanzioni penali, quanto piuttosto attraverso la diffusione capillare di un quadro normativo la cui autorità si afferma attraverso le aspettative istituzionali, le prassi amministrative e i meccanismi di finanziamento; nonché, in molti casi, attraverso la nomina all’interno delle istituzioni educative di soggetti specificamente incaricati di censurare le iniziative che ricadono sotto la sua definizione di antisemitismo, una prescrizione che torna anche nel d.d.l. proposto in Italia. Come ha mostrato uno studio di S. Doğan, D. Della Porta e F. Alagnain recentemente pubblicato in Perspectives on Politics (DOI: 10.1017/S1537592726105672), basato sull’analisi di oltre 120 episodi di repressione nelle università americane e tedesche, tale definizione concorre alla costruzione di un meccanismo di “panico morale” che giustifica a sua volta la sospensione delle garanzie di libertà di ricerca e di espressione nei confronti dei soggetti additati strumentalmente come “antisemiti”. In nome di una pretesa “neutralità” della scienza quella che si va affermando è una criminalizzazione programmatica della critica e del dissenso, che oltre a giustificare provvedimenti punitivi e censori alimenta una tendenza al conformismo e all’autocensura. Alla luce di questi precedenti si evidenzia chiaramente il rischio ben concreto che l’adozione della dichiarazione dell’IHRA prevista dal d.d.l. Romeo possa rafforzare una tendenza alla compressione della libertà di espressione già avviata nel nostro paese da provvedimenti come i decreti sicurezza. *Gli autori sono dirigenti di ricerca presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
In Libano, a Gaza e in Cisgiordania, in Iran… e in Italia, Germania, Marocco e Spagna
Oggi, 4 agosto, è l’anniversario della strage del porto di Beirut, avvenuta nel 2020. Ieri in Libano sono continuati i sorvoli di droni di spionaggio sulla capitale e gli attacchi su città e villaggi, mentre a Gaza sotto il fuoco incessante veniva conclamata la carestia e in Cisgiordania proseguivano le annessioni. Intanto sull’Iran incombe l’ultimatum di Trump e in Marocco e Spagna, e in Germania e in Italia… BEIRUT, 4 AGOSTO 2020 – L’esplosione nel porto ha ucciso più di 220 persone e ferito oltre 6˙000. Le autorità ne hanno attribuito le cause a un incendio di origine sconosciuta e allo stoccaggio non sicuro di ingenti quantità di nitrato di ammonio. In seguito dalle indagini condotte dalle autorità giudiziarie è emerso che politici e funzionari a vari livelli erano a conoscenza dei pericoli derivanti dallo stoccaggio della sostanza, ma non avevano preso alcun provvedimento. Ma nessuno di loro è stato citato in giudizio, i politici si sono rifiutati di presentarsi ai magistrati per essere interrogati e ben due giudici sono stati rimossi dagli incarichi perché avevano emesso ordini di comparizione rivolti al primo ministro di allora e ad alcuni alti responsabili della sicurezza. ITALIA / ROMA – Il negoziato tra Libano e Israele si aggira attorno ad un equivoco. L’accordo quadro in realtà non definisce nulla dei punti contesi. Il governo libanese spera in un processo di continui ritiri israeliani dalle città e villaggi occupati, ma il governo Netanyahu condiziona altri ritiri all’accertamento che l’esercito libanese abbia disamato Hezbollah. E pretende di aver un ruolo nel determinare questo giudizio. Ad ogni caso, i politici israeliani sostengono ripetutamente che non si ritireranno mai dal sud Libano e permarrà una fascia di separazione di 10 km, sotto il loro controllo. Cioè tutto il sud Libano. “Il doppio di Gaza”, si era vantato il ministro della guerra israeliano Katz. Quell’area è stata completamente rasa al suolo. GERMANIA – Antisionismo non è antisemitismo: lo certifica un’alta corte regionale tedesca. Un tribunale regionale tedesco ha assolto un’utente di una piattaforma social che aveva pubblicato contenuti che paragonavano le operazioni di genocidio israeliano nella Striscia di Gaza alle pratiche del regime nazista. L’alta corte regionale ha sottolineato nella sentenza che tali confronti rientrano nel quadro della libertà di opinione e di espressione e non sono considerati un crimine punibile dalla legge. L’alta corte regionale della città di Zweibrücken, nello stato tedesco della Renania-Palatinato, ha annullato una precedente sentenza del tribunale di primo grado di Ludwigshafen che aveva condannato l’imputata per aver utilizzato simboli di organizzazioni che violano la costituzione, e le aveva inflitto una multa pari a 2˙400 euro. Secondo il merito della sentenza, i post contestati includevano immagini e simboli nazisti, inclusa la svastica, nonché materiali che paragonavano le politiche e le operazioni militari israeliane alle pratiche della Germania nazista, accompagnati da hashtag a sostegno dei palestinesi, tra cui #FREEPALESTINE e #GAZAUNDERATTACK. La corte ha confermato che lo scopo della pubblicazione di questi simboli non era quello di promuovere o far rivivere l’ideologia nazista, ma piuttosto di utilizzarli nel contesto di un’aspra critica politica alle azioni militari genocidarie israeliane, con una chiara e franca condanna del nazismo e dei suoi crimini. MAROCCO e SPAGNA – Oggi è il giorno del confronto online tra i ministri dell’Interno dell’UE. Vedremo come Piantedosi spiegherà lo sciacallaggio del governo Meloni, che ha cancellato gli accordi di Schengen, che non c’entrano nulla con Ceuta, semplicemente non applicato già da prima. Adesso si scopre che la polizia marocchina non solo ha chiuso un occhio sull’ondata di migranti in corsa verso Ceuta e Melilla. Diversi migranti lo hanno dichiarato alla stampa di Madrid. Non solo, i servizi spagnoli hanno rivelato che tra i migranti c’erano degli agenti marocchini che guidavano e indirizzavano la sommossa, una manovra politica che ha affiancato i trafficanti di esseri umani, che il governo di Rabat accusa senza specificare che cosa ha fatto per ridurre il loro ruolo, minimizzando sui numeri dei migranti e su quello delle vittime. Diventa sempre più chiaro il ruolo della monarchia nel piano Trump-Netanyahu contro la Spagna e il suo governo socialista, che ha sostenuto la causa palestinese e introdotto leggi di sanatoria per i migranti senza permesso di soggiorno: propaganda politica razzista sulla pelle delle vittime. IRAN – Un’altra notte è trascorsa senza bombardamenti Usa. Trump però torna alle minacce: “entro 24 ore, se non sarà aperto Hormuz, andremo a fare quello che doveva essere fatto da tempo”. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha negato qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti, chiarendo che il suo Paese al momento non ha intenzione di ricevere alcuna delegazione e non sarà ospite di nessuno. Inoltre ha rivelato intensi contatti diplomatici con partner regionali e internazionali, tra cui Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Oman, e che una proposta iraniano-omanita per l’apertura di una nuova rotta marittima temporanea attraverso lo Stretto di Hormuz, a tutela degli interessi e della sovranità nazionale di entrambe le parti, è giunta alle fasi finali. GAZA – Fonti mediche hanno annunciato che il numero delle vittime dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza iniziata nel 2023 è salito a 73˙375 morti e 174˙220 feriti. Ieri sera, due palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un raid aereo israeliano a sud-ovest di Gaza City. Nostri contatti in loco hanno riferito che un drone israeliano ha lanciato un missile contro un veicolo civile sulla strada costiera nel quartiere di Sheikh Ajlin, a sud-ovest di Gaza City, uccidendo due palestinesi e ferendone diversi altri, che sono stati trasportati all’ospedale al-Shifa. Intanto, lunedì 3 agosto Justin Brady, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) nei territori palestinesi, ha avvertito che Gaza sta affrontando un’emergenza alimentare che rischia di raggiungere la Fase 5 dell’Indice Internazionale di Sicurezza Alimentare (FISI), la fase che dichiara ufficialmente la carestia. Ha sottolineato che il 67% della popolazione della Striscia di Gaza soffre di insicurezza alimentare, mentre il 10% è sull’orlo della carestia. Durante una conferenza stampa a Ramallah, dove ha presentato i risultati dell’ultima valutazione della situazione alimentare nella Striscia di Gaza, Brady ha affermato che lo studio si basa su un lavoro tecnico che ha coinvolto oltre 60 esperti di 20 diverse organizzazioni. Ha incluso una valutazione scientifica del contesto circostante, insieme a indagini sul campo specificamente incentrate sulla sicurezza alimentare. Ha descritto i risultati come basati su una rigorosa metodologia scientifica. CISGIORDANIA – Fonti locali hanno riferito che gruppi organizzati di coloni, sotto la protezione dei soldati israeliani, hanno attaccato la città di Beita e appiccato il fuoco a terreni di proprietà palestinese nella zona di “Al-Hara’iq”, bruciando diversi alberi. In un altro attacco, i coloni hanno lanciato pietre e sparato proiettili contro veicoli palestinesi sulla strada di circonvallazione vicino al villaggio di Burin, a sud di Nablus, mettendo in pericolo la vita dei residenti palestinesi. I dati di fonte palestinese indicano un’escalation quantitativa e qualitativa nella portata delle violazioni israeliane in Cisgiordania, in particolare quelle perpetrate dai coloni, nell’ambito di un sistema unitario volto a smantellare la capacità dei palestinesi di rimanere sulle proprie terre. Intanto tre rapporti ufficiali e un quarto rapporto di un ente per la difesa dei diritti umani, pubblicati dalla Commissione per la Resistenza al Muro, dal Ministero dei Beni Religiosi, dal Governatorato di Gerusalemme e dal Centro di Informazione Palestinese (un’organizzazione non governativa), documentano l’intera gamma delle violazioni, tra cui uccisioni, sfollamenti, molestie, distruzioni, espansione degli insediamenti e attacchi a luoghi sacri. Secondo il Centro d’Informazione Palestinese, nel mese di luglio 16 palestinesi sono stati uccisi e altri 237 feriti da colpi d’arma da fuoco e attacchi perpetrati dai coloni e dall’esercito israeliano in Cisgiordania. Un rapporto del Governatorato di Gerusalemme ha indicato che tre palestinesi sono stati uccisi in città, mentre 15 sono rimasti feriti e 115 sono stati arrestati. Sono stati emessi diciassette ordini di espulsione, 11 dei quali vietavano ai palestinesi l’accesso al complesso della moschea di Al-Aqsa, mentre i restanti vietavano loro l’accesso ad altre zone di Gerusalemme. Secondo la Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti, l’esercito israeliano e i coloni hanno compiuto 2˙256 attacchi contro cittadini palestinesi, le loro terre e le loro proprietà nel corso dell’ultimo mese, “a testimonianza della persistenza della violenza coloniale come politica sistematica quotidiana volta a colpire la presenza palestinese e la sua capacità di rimanere sulla propria terra”. ITALIA / BOLOGNA – È nato il gruppo PD Bologna per Gaza, costituito “per promuovere iniziative di solidarietà concreta, informazione e mobilitazione politica a sostegno della popolazione civile di Gaza e per contribuire, anche dal territorio bolognese, alla richiesta di pace, giustizia, tutela dei diritti umani e rispetto del diritto internazionale” e che, divulgando le notizie online, raccoglie informazioni su “i progetti, le iniziative pubbliche, i materiali informativi e i canali attraverso cui cittadine, cittadini, circoli e realtà associative possono partecipare e dare il proprio contributo”. Tra i progetti elencati c’è il sostegno ai bambini di Gaza tramite l’associazione Al-Najdah, a cui ANBAMED ha trasferito le donazioni raccolte da gennaio a maggio: 39˙291 € e cominciato a inviare per email le schede delle adozioni a distanza, a affidatari e affidatarie, secondo l’ordine di prenotazione, di cui presto fornirà la documentazione (una foto + un certificato di nascita in arabo e una breve scheda sociale in italiano), scusandosi per il ritardo che è causato dalle difficoltà di trasferire i documenti da Gaza e dalla mole di lavoro di traduzioni. ANBAMED
August 4, 2026
Pressenza
Le polemiche su antisionismo e antisemitismo servono a deviare l’attenzione dal genocidio palestinese
Payday men’s network segnala un testo, di critica radicale della definizione dell’antisemitismo da parte dell’IHRA, scritto da medico in pensione che appartiene alla Rete Internazionale Ebraica Anti-Sionista (IJAN). “L’ha scritta nel Regno Unito – precisa il comunicato – e rispecchia la sua attività di organizzatore tra il personale sanitario dell’NHS (Servizio Sanitario Nazionale) e prima degli attacchi di Trump/Netanhyau su Venezuela, Cuba e Iran, ma riteniamo sia utile anche per la situazione in Italia”.   La definizione di anti-semitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è profondamente viziata e non adatta allo scopo, perché:   * È ampiamente contestata da organizzazioni palestinesi, accademici, esperti di diritti umani ed esperti ebrei di anti-semitismo.¹   * Nel 2023 oltre un centinaio di organizzazioni della società civile israeliane e internazionale hanno invitato l’ONU a respingere la definizione, affermando che «è stata spesso usata per etichettare erroneamente come anti-semita la critica a Israele e, di conseguenza, per raffreddare e talvolta sopprimere proteste, attivismo e discorsi non violenti critici verso Israele e/o il Sionismo».²   * L’estensore originario della definizione IHRA, Ken Stern, ha dichiarato: «gli Ebrei di destra la stanno trasformando in un’arma… viene usata come uno strumento grossolano per etichettare chiunque come anti-semita».³˒⁴ * La definizione equipara l’anti-sionismo (ad esempio l’opposizione all’idea di uno Stato ebraico) all’anti-semitismo (odio verso gli Ebrei come individui o come gruppo). Ciò viola anche la legge: l’anti-sionismo è ormai una convinzione protetta nel Regno Unito ai sensi dell’Equality Act.⁵ * L’IHRA afferma che criticare lo Stato di Israele definendolo un’impresa razzista sia anti-semitico. Eppure la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel luglio 2024 ⁶ che Israele è colpevole del crimine di apartheid, e sono in vigore decine di leggi, come la legge sullo Stato-nazione del popolo ebraico ⁷, che garantiscono la supremazia ebraica e discriminano i Palestinesi.⁸ * Le origini della definizione IHRA risalgono al 2004 e alle preoccupazioni per il cosiddetto «nuovo anti-semitismo», cioè quello legato alla critica di Israele.⁹ Sette degli undici «esempi» di anti-semitismo contenuti nella definizione riguardano critiche a Israele, a dimostrazione che lo scopo principale della definizione è proteggere lo Stato di Israele, non gli Ebrei. * La definizione promuove uno stereotipo razzista degli Ebrei come filo-israeliani, facendo riferimento allo “Stato ebraico” e al “diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione”. Ciò alimenta l’anti-semitismo, associando le azioni dello Stato israeliano a tutti gli Ebrei, quando molti Ebrei affermano che ciò che Israele sta facendo «non è a nome nostro». * La definizione IHRA non ha valore giuridico: essa stessa afferma di essere «non giuridicamente vincolante». * Una recente sentenza dell’Alta Corte del Regno Unito ⁹ ha stabilito che diversi esempi contenuti nella definizione non sono anti-semiti e che le convinzioni anti-sioniste non sono anti-semite e sono protette dalle leggi sulla libertà di espressione. Ciò indebolisce in modo sostanziale la base giuridica di eventuali procedimenti disciplinari avviati dai datori di lavoro sulla base della definizione. * L’imposizione della definizione IHRA va contro il sentimento di una larga parte dei medici britannici. Alla conferenza annuale della BMA [il sindacato dei medici nel Regno Unito] nel giugno 2025 è stata approvata a larghissima maggioranza (84% a favore, 7% contrari) una mozione che affermava che criticare le azioni dello Stato di Israele non è intrinsecamente anti-semita.¹⁰ * È quindi probabile una diffusa opposizione da parte del personale del NHS [Servizio Sanitario Nazionale nel Regno Unito] all’adozione della definizione IHRA, nonché ricorsi legali contro la sua applicazione, anche in ambito lavorativo e disciplinare. * Qualsiasi corso di formazione sull’anti-semitismo basato sulla definizione IHRA risulterà necessariamente anch’esso profondamente viziato, sia dal punto di vista della libertà di espressione sia da quello giuridico. * La definizione IHRA distoglie inoltre dalla discussione legittima su ciò che sta accadendo in Palestina, spostando l’attenzione su dibattiti su cosa sia o non sia l’anti-semitismo, quando la gente vuole parlare dei crimini di guerra, della pulizia etnica e del genocidio che stanno avvenendo in Palestina.   Riferimenti (in inglese) 1. https://www.instagram.com/reel/DImNpgYBzCV/?igsh=bHVhZHkybWJrZjRq 2. https://www.theguardian.com/news/2023/apr/24/un-ihra-antisemitism-definition-israel-criticism 3. https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/13/antisemitism-executive-order-trump-chilling-effect 4. https://www.hrw.org/news/2023/04/04/human-rights-and-other-civil-society-groups-urge-united-nations-respect-human 5. https://www.gov.uk/employment-tribunal-decisions/dr-d-miller-v-university-of-bristol-1400780-slash-2022 6. https://www.icj-cij.org/node/204176 7. https://www.theguardian.com/world/2018/jul/19/israel-adopts-controversial-jewish-nation-state-law 8. https://www.adalah.org/en/content/view/7771 9. https://en.wikipedia.org/wiki/IHRA_definition_of_antisemitism#:~:text=In%20May%202004%2C%20this%20was,and%20compare%20incidents%20across%20countries 10. https://www.judiciary.uk/wp-content/uploads/2025/05/Husain-v-SRA-Approved-Judgment.pdf https://paydaymensnetwork.net/ Maddalena Brunasti
March 17, 2026
Pressenza
Epstein Fury e pedomachia
Pedomachia è il nome dello sterminio dei bambini che Israele sta compiendo a Gaza. Mi dicono che la parola “pedomachia” sarà perseguibile quando l’onorevolissimo Gasparri sarà riuscito a far passare la sua legge che accusa di antisemitismo chiunque denunci la spietatezza propriamente nazista di uno stato che sembra nato dalla fantasia di Josep Mengele, e si chiama Israele. Mi dicono che il parlamento italiano stia votando una legge che vieta di scrivere che Israele è uno stato colonialista, fondato sull’apartheid ed intrinsecamente genocidario, e dunque non ha diritto all’esistenza. Poiché io l’ho scritto nel libro Pensare dopo Gaza che torna in libreria fra qualche giorno, avrei qualche ragione di preoccuparmi. Sequestreranno il libro, le autorità italiane, mentre inizia la più pericolosa delle guerre, quella in cui si scontrano i cristiano-sionisti dell’apocalisse Israelo-americana e i fanatici sciiti duodecimani che attendono il ritorno del Mahdi in premio del sacrificio finale? Sequestreranno il libro mentre nel Mediterraneo petroliere gigantesche sanguinano il loro liquido nero davanti alle coste libiche e a quelle kuwaitiane? Sequestreranno il libro mentre cadaveri galleggiano sulle acque che costeggiano il mar Mediterraneo? Saprei come rispondere. Risponderei che l’odio per gli ebrei che da millenni cova nel mondo cristiano sta riemergendo, ma non ha niente a che vedere con le parole contro cui legiferano gli eredi meloniani delle leggi razziali di Benito Mussolini. Non odia gli ebrei chi denuncia Israele come stato genocida. L’odio per gli ebrei risorge tra i nazionalisti bianchi, nelle file dei cappellini rossi con su scritto Make America Great Again, risorge nella destra cristiana degli Stati Uniti d’America. I padroni del mondo si sono serviti del finanziere sionista Jeffrey Epstein per le loro orge a base di bambine tredicenni. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che per i cristiani del Ku Klux Klan questa è la prova di una voce che circola da millenni: gli assassini di Cristo mangiano bambini. Questo è l’antisemitismo che sta risorgendo, mentre esplode la resa dei conti, la guerra che oppone cristiano-sionisti e islamico-sciiti sullo sfondo delle fiamme che incendiano il mare e la terra. In questa guerra c’è un mistero che non riesco a spiegarmi: perché Trump ha deciso di imbarcarsi in questa guerra apocalittica invisa alla sua base e destinata a provocare conseguenze imprevedibili? All’infame Frederick Merz, Trump ha detto: “Stavamo trattando con questi lunatici, e mi son convinto che avrebbero attaccato per prima. Forse abbiamo forzato la mano di Israele…”. La domanda è: “Chi ha forzato la mano a chi?”. Il miracolo di Trump è stato mettere insieme nel MAGA due anime: quella dei cristiano sionisti, e quella dei cristiani antisemiti di ispirazione apertamente nazista. Trump ha vinto le elezioni perché Tucker Carlson, Nick Fuentes, e Marjorie Taylor Green hanno accettato di votare insieme ai sionisti e ai frequentatori dell’isola di Epstein. Ma adesso l’attacco all’Iran sta provocando la rottura fra queste due anime: Marjorie Taylor Green ha detto che il gruppo trumpista è un bunch of sick fucking liars (mucchio di fottuti malati bugiardi). Nick Fuentes, influencer nazionalista bianco ha scritto: “Trump said on Friday, ‘Soldiers are going to die.’ Okay, but who are they dying for? Who’s telling them to die? For what? Who’s decision is that? Is it the President elected by the people of the United States of America? Or is it the Prime minister of Israel?” (Ha detto Trump venerdì: I soldati sono pronti a morire. Va bene, ma per chi vanno a morire? Chi gli sta dicendo di morire? Per che cosa? Di chi è quella decisione? E’ del presidente eletto dal popolo degli USA? O del primo ministro di Israele? ndR) Tucker Carlson, ispiratore di milioni di razzisti trumpisti ha dichiarato che l’attacco all’Iran: “Is “absolutely disgusting and evil” (assolutamente disgustoso e malefico, ndR) e ha suggerito che questa guerra avrà un effetto devastante sul movimento che sostiene Trump. Era prevedibile che la guerra avrebbe spaccato il fronte MAGA. Trump non poteva non saperlo. Allora perché ha deciso di seguire Israele nella missione apocalittica denominata Epic Fury che i nazi-americani hanno già ribattezzato Epstein Fury? Di quali informazioni dispone Israele per ricattare Donald Trump? Non è difficile immaginarlo. La rete Epstein non si limitava a fornire carne fresca agli orchi della finanza e della politica occidentale, ma accumulava informazioni utili per ricattare e costringere il presidente statunitense a partecipare a una guerra che, se non mi sbaglio, è destinata a trascinare il pianeta nella guerra terminale. Ma c’è ancora qualcuno che crede che Epstein si sia suicidato? Il medico legale che fece l’autopsia disse che le fratture alla base del collo non suffragavano l’ipotesi del suicidio. E allora: chi ha ucciso Jeffrey Epstein?   Comune-info
March 8, 2026
Pressenza
Segnale importante dall’Università Statale di Milano contro l’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo
Arriva in un momento cruciale il segnale di pochi giorni fa con cui il Senato Accademico dell’Università Statale di Milano apre uno squarcio nel soffitto di carta della narrazione governativa (e oramai bipartisan) sul tema dell’antisionismo. Un segnale che non arriva dal nulla, bensì dalla costante e preziosa attività svolta dalla componente studentesca. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci eravamo già espressi qui sul tema in un articolo su ddl Gasparri, al quale rimandiamo in questo link. Ebbene, nella seduta di martedì 10 febbraio del Senato Accademico di UniMi è stata discussa una mozione presentata dagli studenti e dalle studentesse che, pur se non approvata col testo originariamente proposto, fa passare un messaggio chiaro: una forte perplessità rispetto al contenuto normativo dei disegni di legge in discussione al Parlamento, soprattutto sul punto dell’equiparazione fra antisionismo e antisemitismo. Per i dettagli rimandiamo al sito di Unimi, che fornisce dettagli sulla mozione approvata: https://lastatalenews.unimi.it/ddl-romeo-ddl-gasparri-effetti-sulluniversita-allattenzione-senato-accademico. Pur non entrando troppo nel merito, visto che l’iter legislativo è ancora in corso, si tratta di un segnale di dissenso che proviene da una prestigiosa istituzione universitaria dello Stato ed emerso nella vita democratica della comunità accademica. Adesso non resta che diffondere e replicare questa buona pratica anche in altri Atenei e far germogliare una discussione libera e aperta sul tema in questione, che rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento di censura di guerra e di criminalizzazione del dissenso. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non può che ringraziare e congratularsi con gli studenti e le studentesse che hanno dato vita a tutto ciò e naturalmente ci impegniamo a diffondere la notizia per agevolare la condivisione in altri contesti per rilanciare la lotta antisionista e denunciare il genocidio ancora in corso in Palestina. Di seguito il testo originario della mozione presentata dagli studenti MOZIONE DDLDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
February 13, 2026
Pressenza