Filippo Tuena / Imperi e sepolture

Pulp Magazine - Wednesday, September 2, 2026

Premessa metodologica: vale la pena di recensire quel che pubblica Filippo Tuena, anche opere per così dire minori, perché se non altro è un autore che non propone niente di scontato: ogni nuova uscita va in una diversa direzione, e questo volumetto non fa eccezione. Certo mi avrebbe fatto piacere che lo scrittore romano trapiantato in quel di Milano fosse tornato alla narrativa, ma mi accontento di questo suo ennesimo saggio nel quale la formazione da storico dell’arte e l’esperienza professionale di antiquario si combinano alla capacità di disegnare originali architetture testuali (addirittura un prosimetro, mix di prosa e “quasi versi”) e interessanti derive stilistiche.

Al centro del testo, lo dice già il titolo, una pietra – ma non una pietra qualsiasi. Tuena è affascinato, e forse un po’ intimorito, dall’andesite porfirica, comunemente chiamata porfido rosso antico. Caso vuole che questo minerale di origine vulcanica, cavato in un’unica miniera nel massiccio egiziano del Gebel Dokhan, fosse di un meraviglioso color porpora, come la tinta delle toghe dei senatori romani (da cui uno dei due colori della città eterna, l’altro essendo l’oro); proprio per questo gli altrettanto romani imperatori la scelsero per i propri sarcofaghi. Il porfido quindi, come spiega Tuena, diviene indissolubilmente legato all’idea stessa dell’Impero con la I maiuscola (almeno, nella sua versione europea); non sorprenderà quindi che Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, sia stato inumato in un sarcofago di porfido ricavato da una colonna romana; e le spoglie di Napoleone riposano agli Invalidi in una tomba di quarzite rossa assai simile alla pietra imperiale, a imitazione dei Cesari che furono.

Tuena illustra vari esempi di impiego della prestigiosa pietra purpurea, e rileva come la bellezza del suo colore e della sua tessitura abbiano fatto sì che i manufatti realizzati in quel materiale siano stati spesso riutilizzati nei modi più disparati. A Roma i Cosmati tagliavano le lastre strappate dai templi pagani per produrre tessere con cui comporre gli straordinari mosaici che pavimentano le chiese più antiche dell’Urbe, come Santa Prassede immortalata da Browning o Santa Maria in Cosmedin (in quest’epoca di barbari nota solo per ospitare la Bocca della Verità). Il porfido assume quindi nel corso dei secoli nuove forme e adorna nuovi edifici, trafugato da un luogo all’altro, compiendo strani e avventurosi viaggi. Colonne romane finiscono a Palermo, e quelle che i pisani saccheggiarono a Majorca nel 1117 vengono poi donate ai fiorentini.

Talvolta anche i manufatti in pietra fanno una brutta fine: come le titaniche colonne in porfido della basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma (un tempo effettivamente fuori Roma…), calcinate nell’incendio che devastò la chiesa nel 1823 – neanche questa durissima pietra vulcanica è insomma immortale, nonostante il suo impiego in illustri sepolture voglia suggerire l’eternità garantita ai defunti dalla gloria. Questo perdurare della fama però non è affatto certo, come nel caso dell’imponente sarcofago davanti al quale Tuena si è fatto fotografare (ebbene sì, ci sono prosa e versi ma anche immagini in questo libro), ubicato a Costantinopoli (o, come dice il turco, Istanbul), del quale si sa che vi venne adagiato il corpo di un imperator cristiano (c’è la croce), ma chi fosse esattamente si ignora (manca qualsivoglia dato anagrafico, nome e cognome in testa).

Che l’autore di Cimitero dei porfidi sia voluto comparire in una delle illustrazioni mi pare alludere a una valenza autobiografica dello scritto: le peregrinazioni dei manufatti nella solenne pietra purpurea corrono in parallelo ai suoi viaggi, alle sue visite a questi relitti di imperi e dominazioni scomparse nel flusso del tempo. Ma c’è un ulteriore strato di senso nella vicenda del porfido, nel suo sparire e riapparire nei marosi della storia: Tuena ha in mente “le memorie erratiche, quelle che compaiono all’improvviso e ci scuotono per poi tornare al letargo a cui sono destinate”. I sepolcri che furono colonne, i mosaici fatti di tessere ritagliate da antichi rivestimenti, nel loro vagare da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, talvolta secondo tragitti che non riusciremo mai a ricostruire, somigliano ai ricordi che riaffiorano inattesi dagli abissi della nostra mente; e nel tornare ai porfidi da lui visitati, lo scrittore torna a momenti della propria vita. E dato che spesso sono le sepolture a essere nobilitate dalla pietra purpurea, è inevitabile leggere Cimitero dei porfidi anche come meditazione sulla morte che tutto porta via, e si manifesta nell’onirica chiusa quando la voce narrante si ritrova nel buio di un sarcofago, a sprofondare in “queste tenebre senza fine che mi accompagneranno d’ora in avanti”.

 

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