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Filippo Tuena / Imperi e sepolture
Premessa metodologica: vale la pena di recensire quel che pubblica Filippo Tuena, anche opere per così dire minori, perché se non altro è un autore che non propone niente di scontato: ogni nuova uscita va in una diversa direzione, e questo volumetto non fa eccezione. Certo mi avrebbe fatto piacere che lo scrittore romano trapiantato in quel di Milano fosse tornato alla narrativa, ma mi accontento di questo suo ennesimo saggio nel quale la formazione da storico dell’arte e l’esperienza professionale di antiquario si combinano alla capacità di disegnare originali architetture testuali (addirittura un prosimetro, mix di prosa e “quasi versi”) e interessanti derive stilistiche. Al centro del testo, lo dice già il titolo, una pietra – ma non una pietra qualsiasi. Tuena è affascinato, e forse un po’ intimorito, dall’andesite porfirica, comunemente chiamata porfido rosso antico. Caso vuole che questo minerale di origine vulcanica, cavato in un’unica miniera nel massiccio egiziano del Gebel Dokhan, fosse di un meraviglioso color porpora, come la tinta delle toghe dei senatori romani (da cui uno dei due colori della città eterna, l’altro essendo l’oro); proprio per questo gli altrettanto romani imperatori la scelsero per i propri sarcofaghi. Il porfido quindi, come spiega Tuena, diviene indissolubilmente legato all’idea stessa dell’Impero con la I maiuscola (almeno, nella sua versione europea); non sorprenderà quindi che Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, sia stato inumato in un sarcofago di porfido ricavato da una colonna romana; e le spoglie di Napoleone riposano agli Invalidi in una tomba di quarzite rossa assai simile alla pietra imperiale, a imitazione dei Cesari che furono. Tuena illustra vari esempi di impiego della prestigiosa pietra purpurea, e rileva come la bellezza del suo colore e della sua tessitura abbiano fatto sì che i manufatti realizzati in quel materiale siano stati spesso riutilizzati nei modi più disparati. A Roma i Cosmati tagliavano le lastre strappate dai templi pagani per produrre tessere con cui comporre gli straordinari mosaici che pavimentano le chiese più antiche dell’Urbe, come Santa Prassede immortalata da Browning o Santa Maria in Cosmedin (in quest’epoca di barbari nota solo per ospitare la Bocca della Verità). Il porfido assume quindi nel corso dei secoli nuove forme e adorna nuovi edifici, trafugato da un luogo all’altro, compiendo strani e avventurosi viaggi. Colonne romane finiscono a Palermo, e quelle che i pisani saccheggiarono a Majorca nel 1117 vengono poi donate ai fiorentini. Talvolta anche i manufatti in pietra fanno una brutta fine: come le titaniche colonne in porfido della basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma (un tempo effettivamente fuori Roma…), calcinate nell’incendio che devastò la chiesa nel 1823 – neanche questa durissima pietra vulcanica è insomma immortale, nonostante il suo impiego in illustri sepolture voglia suggerire l’eternità garantita ai defunti dalla gloria. Questo perdurare della fama però non è affatto certo, come nel caso dell’imponente sarcofago davanti al quale Tuena si è fatto fotografare (ebbene sì, ci sono prosa e versi ma anche immagini in questo libro), ubicato a Costantinopoli (o, come dice il turco, Istanbul), del quale si sa che vi venne adagiato il corpo di un imperator cristiano (c’è la croce), ma chi fosse esattamente si ignora (manca qualsivoglia dato anagrafico, nome e cognome in testa). Che l’autore di Cimitero dei porfidi sia voluto comparire in una delle illustrazioni mi pare alludere a una valenza autobiografica dello scritto: le peregrinazioni dei manufatti nella solenne pietra purpurea corrono in parallelo ai suoi viaggi, alle sue visite a questi relitti di imperi e dominazioni scomparse nel flusso del tempo. Ma c’è un ulteriore strato di senso nella vicenda del porfido, nel suo sparire e riapparire nei marosi della storia: Tuena ha in mente “le memorie erratiche, quelle che compaiono all’improvviso e ci scuotono per poi tornare al letargo a cui sono destinate”. I sepolcri che furono colonne, i mosaici fatti di tessere ritagliate da antichi rivestimenti, nel loro vagare da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, talvolta secondo tragitti che non riusciremo mai a ricostruire, somigliano ai ricordi che riaffiorano inattesi dagli abissi della nostra mente; e nel tornare ai porfidi da lui visitati, lo scrittore torna a momenti della propria vita. E dato che spesso sono le sepolture a essere nobilitate dalla pietra purpurea, è inevitabile leggere Cimitero dei porfidi anche come meditazione sulla morte che tutto porta via, e si manifesta nell’onirica chiusa quando la voce narrante si ritrova nel buio di un sarcofago, a sprofondare in “queste tenebre senza fine che mi accompagneranno d’ora in avanti”.   L'articolo Filippo Tuena / Imperi e sepolture proviene da Pulp Magazine.
September 2, 2026
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Giulio Ferroni / Ulisse non viaggia più qui
Può accadere con i film, come pure con le canzoni popolari; molto avviene con i libri, la storia e la letteratura, che i luoghi e le immagini del mondo si rianimino, anche a distanza di tempo, e diventino vive ai nostri occhi. Scilla e Cariddi, con la forza del loro mito, sono oggi per noi proprio questo. Dobbiamo riconoscere la forza di questa operazione a un bel libro pubblicato da Laterza il cui autore Giulio Ferroni è un critico letterario e storico della letteratura di chiara fama. Già professore presso l’Università di Calabria e poi, per quarant’anni, docente presso l’università la Sapienza di Roma, oggi Ferroni è professore emerito e, per sua esplicita dichiarazione, è stato mosso alla scrittura di questo libro da un forte senso di inquietudine e di irritazione per quello che sta succedendo intorno al progetto di un eventuale ponte sullo stretto di Messina. Di cosa tratta allora questo Tra Scilla e Cariddi? Parla forse di traffico e di logistica? Di economia e politica? Niente di tutto questo. Non direttamente, almeno. E non potrebbe essere altrimenti. Nonostante Ferroni, per sua stessa ammissione, si sia studiato le carte dei progetti ingegneristici, non si è mai spinto molto avanti su questo terreno di competenza d’altri, ma ha lavorato sul versante delle sue conoscenze per restituirci un’enorme sapienza perduta o anche solo appannata, con molta cura, qualche polemica ben mirata e l’entusiasmo di chi sta trasmettendo saperi preziosi. Tra Scilla e Cariddi è soprattutto un libro di storia della letteratura, ma non solo. Vi si ripercorre la costruzione e la reinterpretazione del mito, dai testi omerici fino alla letteratura contemporanea. E la “sorpresa” è anche nel vedere quanto a lungo lo “Stretto” sia stato frequentato nel tempo da illustri figure della storia della cultura latina e italiana nel suo complesso. Certamente Omero e il suo capolavoro, ma appena dopo di lui, a seguire, Virgilio, Ovidio, Catullo, Orazio, Seneca. Più tardi Dante (non poteva mancare nelle pagine del maggiore esperto del “sommo poeta”) Petrarca, Boccaccio, anche se marginalmente, per poi attraversare i confini e arrivare nella Spagna di don Chisciotte, e tornare nell’Italia di Manzoni e, prima ancora, di Pietro Bembo. In particolare, un’opera su cui opportunamente Ferroni attira il nostro interesse è quella di uno scrittore ormai quasi dimenticato, Stefano D’Arrigo che, a metà del Novecento, pubblicò un complesso ma bellissimo e lungo romanzo di oltre mille pagine che ha per titolo Horcynus Orca ed è ambientato nel 1943 nel racconto del viaggio a piedi di un marinaio che da Napoli torna verso lo stretto e la sua Sicilia tra sogni, visioni e miti. Insieme a D’Arrigo, un’altra menzione particolare meritano i romantici tedeschi. Per loro non c’è bisogno di oltrepassare i nostri confini perché Goethe, Wagner e, più tardi, Schiller dedicarono scritti poetici e riflessioni a Scilla e Cariddi e allo Stretto nel suo complesso. D’altra parte, alcune leggende locali hanno tutte le caratteristiche per sembrare delle favole nordeuropee come quella di Colapesce figlio di pescatori catanesi che riusciva a stare nel mare senza respirare per moltissimo tempo. La formidabile schiera di figure mitiche, poeti, intellettuali, santi come Francesco di Paola, artisti come Antonello da Messina, scrittori come Elio Vittorini e scrittrici come Nadia Terranova che “usa” liberamente lo stretto a volte come luogo per il rifiuto e altre volte come prezioso scrigno dei ricordi, tutti insieme scendono in campo per manifestare contro lo scempio della natura, della cultura, delle tradizioni e della storia che la costruzione del ponte comporterebbe. Il Giulio Ferroni letterato viene così affiancato dal Giulio Ferroni cittadino di un bellissimo paese, l’Italia, da troppo tempo distrutto e insidiato ancora da speculazioni e da “grandi opere” inutili e dannose. Polemizza allora con i suoi colleghi che hanno tanta difficoltà ad alzare la voce contro quello che sta succedendo e che certamente non è un “volano dello sviluppo” come si sente ripetere. E allora chiama in appoggio un testo dalla Dialettica dell’illuminismo (1947) in cui Horkheimer e Adorno spiegano: «chi crede che nel mondo del XXI Secolo, certi progetti possano essere segno di modernità, non avverte che la sola modernità possibile sarebbe quella di una ragione civile aspirante a recuperare le autentiche ragioni del moderno attraverso la cura dell’ambiente, l’intervento improcrastinabile su un tipo di sviluppo che ci sta portando all’estinzione».     L'articolo Giulio Ferroni / Ulisse non viaggia più qui proviene da Pulp Magazine.
September 1, 2026
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Enzo Ciconte / L’Italia ieri e oggi
Enzo Ciconte occupa da tempo una posizione periferica e insieme centrale nella storiografia italiana sulla criminalità organizzata: periferica perché la sua formazione politica — deputato del PCI nella X legislatura, poi consulente a tempo pieno della Commissione parlamentare antimafia per oltre un decennio — lo colloca fuori dall’accademia in senso stretto; centrale perché proprio quella prossimità alle carte giudiziarie e parlamentari gli ha permesso di scrivere, nel 1992, il primo studio storico organico sulla ‘ndrangheta, ‘Ndrangheta dall’Unità a oggi. Da allora la sua bibliografia si è sviluppata come un cantiere coerente: Processo alla ‘Ndrangheta (Laterza, 1996), Storia criminale (Rubbettino, 2008), Banditi e briganti (Rubbettino, 2011), Storia dello stupro e di donne ribelli (Rubbettino, 2014), Borbonici, patrioti e criminali (Salerno, 2016), La grande mattanza (Laterza, 2018), L’assedio (Carocci, 2021) fino a Classi pericolose, uscito per Laterza appena l’anno scorso. È una traiettoria che alterna monografie sulle singole mafie a incursioni più ampie nella storia sociale del conflitto e della devianza — il brigantaggio, la povertà, la violenza sulle donne — mantenendo però un asse fisso: la criminalità organizzata non come patologia isolata, ma come funzione del potere. Storia dell’altra Italia porta questa linea di ricerca al suo esito più ambizioso e, va detto subito, più esposto. La tesi del libro è enunciata con la nettezza propria di chi scrive da storico e non da saggista in cerca di effetto: esiste una continuità di intenti e in parte di attori tra le stragi neofasciste e quelle di mafia, entrambe declinazioni di un unico uso strumentale della violenza contro le conquiste democratiche nate dalla Resistenza. Ciconte fissa la data fondativa del proprio ragionamento in un editoriale di Giorgio Almirante sul “Secolo d’Italia” del 1955, in cui il leader missino certificava, dieci anni dopo la Liberazione, che chi proveniva “dalla scuola del movimento sociale” non aveva mai riconosciuto il 25 aprile come festa nazionale. Da questo rifiuto originario, sostiene l’autore, discende un filo che attraversa un secolo e mezzo di storia unitaria: dalla strage di Portella della Ginestra, il primo maggio 1947, fino alla stazione di Bologna, e poi a Capaci e via D’Amelio. È una genealogia lunga, costruita non per accostamento suggestivo ma cercando, caso per caso, la sovrapposizione di apparati — settori “deviati” dei servizi segreti, logge massoniche come la P2, frange dello Stato — che avrebbero condotto quella che il libro definisce una “guerra non ortodossa” contro la democrazia. Il passaggio più interessante, sul piano interpretativo, è quello in cui Ciconte spiega la torsione ideologica del dopoguerra italiano: la collocazione del paese come frontiera occidentale con il più grande partito comunista d’Europa e con il Vaticano alle porte produce uno scivolamento rapido dall’antifascismo all’anticomunismo, che diventa a sua volta “religione di Stato”. È qui che si gioca, secondo l’autore, la partita decisiva per le sorti della democrazia repubblicana, ed è qui che il libro individua la matrice comune — funzionale più che ideologica in senso stretto — tra il terrorismo neofascista e l’uso politico delle mafie: entrambi strumenti disponibili, nella logica della guerra fredda, per un’Italia descritta come paese a “sovranità limitata”. Il merito del libro sta nella capacità di tenere insieme, con apparato documentario solido, due tradizioni storiografiche che raramente dialogano: quella sulla strategia della tensione, di impianto giudiziario e giornalistico, e quella più propriamente criminologica sulle mafie meridionali. Ciconte è scrittore parco di aggettivi e denso di fatti: la costruzione cronologica, dagli anni del dopoguerra alla stagione delle stragi di mafia del 1992-93, procede per accumulo di episodi verificati, non per suggestione. Questo lo distingue da una parte della pubblicistica dietrologica sulla “strategia della tensione”, genere in cui l’accostamento tra eventi eterogenei sostituisce spesso la dimostrazione causale. Proprio su questo punto, semmai, il libro va oltre l’ipotesi e trova la sua verifica più convincente: la tenuta della tesi di Ciconte non sta tanto nell’accostamento delle stragi in sé, quanto nella capacità di seguire i medesimi nodi — logge coperte, apparati deviati, comitati d’affari a cavallo tra destra eversiva e mafie — lungo tutto l’arco che dal dopoguerra arriva fino a oggi, senza che quel filo si interrompa con la fine della stagione stragista del 1992-93. È qui che il libro supera la letteratura più circoscritta sulla “strategia della tensione” — i lavori di Franco Ferraresi sulla destra eversiva, le ricostruzioni di Fasanella e Sestieri, quelle di Cucchiarelli su piazza Fontana — per proporre una lettura di lunghissimo periodo: la P2 di Licio Gelli non è un episodio circoscritto agli anni Settanta, ma la cerniera organizzativa che lega l’eversione nera, pezzi di mafia e di ‘ndrangheta e un ceto affaristico-politico che troverà nella stagione di Silvio Berlusconi la propria sponda di sistema. Ciconte non lo dice per allusione: lo ricostruisce seguendo uomini, logge, società, passaggi di potere che dal patto Stato-mafia della trattativa arrivano fino alla normalizzazione politica di soggetti e culture un tempo confinati ai margini istituzionali. In questa prospettiva, l’attuale presenza di una destra di matrice neofascista al governo del paese non è una degenerazione recente né un’anomalia contingente, ma l’esito coerente — documentato passo dopo passo — di una continuità di uomini, reti e interessi che il volume rintraccia con pazienza filologica fin dal rifiuto almirantiano del 25 aprile. È un impianto che espone l’autore, inevitabilmente, all’accusa di leggere il presente attraverso una griglia già scritta in partenza; ma è proprio questa esposizione che rende il libro un testo politico nel senso più alto del termine, e non un mero esercizio di erudizione: Ciconte non si limita a registrare la persistenza di un blocco di potere, la mette in relazione con l’oggi, chiedendo al lettore di riconoscere nella cronaca recente non una rottura ma una conferma. Storia dell’altra Italia si legge, in questo senso, come il libro più compiuto di Ciconte: quello in cui la sua lunga pratica di consulente antimafia e la sua vocazione di storico convergono in una tesi che non ha più bisogno di essere temperata da cautele interpretative, perché la sua stessa struttura documentaria — spesa in decenni di lavoro sulle carte — la sostiene fino in fondo.   L'articolo Enzo Ciconte / L’Italia ieri e oggi proviene da Pulp Magazine.
August 25, 2026
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Marco Beck / L’eclettismo della critica
Ciottoli e conchiglie: così, con il caratteristico understatement che è da sempre la cifra stilistica ed etica dell’autore, si intitola la raccolta di saggi che Marco Beck ha pubblicato per l’editore milanese Àncora. Si tratta di un ponderoso volume che raccoglie riflessioni, interventi e recensioni (Pagine scelte di saggistica letteraria, recita il sottotitolo) prodotte nell’ultimo decennio, che si innestano sul corpo del precedente Le mani e le sere (2015). I saggi esplorano e illuminano diversi campi della produzione letteraria, dalla prosa (con i lavori su Italo A. Chiusano, Luigi Santucci, Gianni Rodari, Giuseppe Pontiggia e altri) alla poesia, odierna e no: Dante, Rebora, Sbarbaro, Orazio, Garzonio: autori ora notissimi ora meno, a volte anche poco conosciuti e da (ri)scoprire, perché il lavoro di un critico deve giustamente concentrarsi anche sul farsi della letteratura e avanzare proposte, avendo il coraggio di formulare giudizi. Questo fa Beck, sulla scorta di una preparazione culturale che ha pochi uguali e che gli permette fertili collegamenti e prospettive illuminanti. Ma, soprattutto, questi “ciottoli” mostrano il lato umano del critico, la sua capacità di coniugare l’aspetto tecnico – che è irrinunciabile in una seria disamina – con un discorso sempre improntato al registro piano di una conversazione affabile e, soprattutto, mai arrogante. La critica di Beck è intrisa di passione, e porta il lettore a contatto anche con l’aspetto umano degli autori e dei libri. Questo emerge da ogni pagina di questo saggista (ma anche poeta, narratore, editor, traduttore e direttore di grandi collane) che ha attraversato vari decenni della vita letteraria a contatto con “quelli che furono davvero grandi”, nelle parole di Stephen Spender, e che quindi può collegare i libri alla figura degli autori e al loro retroterra culturale e umano, persino indulgendo in ricordi, aneddoti e digressioni (gustosissimo, da questo punto di vista, il saggio su Santucci). La scrittura di Beck mostra quella profondità e solidità di pensiero che ci si attende da un critico che, attraverso una attenta selezione di saggi, recensioni e riflessioni, riesce a non dare mai l’idea di occasionalità: ciò che emerge è anzi una coerenza di giudizio imperniata su due assi: la profonda formazione classica che uniforma il suo gusto, anche di fronte alla contemporaneità, e un afflato dichiaratamente religioso che ha spesso guidato le scelte ma non ha intaccato un notevole eclettismo di fondo e una visione mai banalmente dogmatica. Ciottoli e conchiglie è un lavoro di grande valore formativo per la sua ampiezza di visione critica, ma soprattutto ha il pregio di comunicare al lettore una vivificante passione per la letteratura.   L'articolo Marco Beck / L’eclettismo della critica proviene da Pulp Magazine.
August 24, 2026
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Damiana De Gennaro, Marta Fanasca / Tokyo fluttuante
Gli europei, si dice, possono essere “vicini e irreparabilmente lontani” dai giapponesi – ma quanto capiscono del loro territorio, delle loro città-cantiere, quanto sanno addentrarsi nelle loro qualità distintive, prima fra tutte la discrezione? Ben poco, si teme, a meno che non ci si imbatta in studiose e poetesse il cui studio comprende lunghi stazionamenti nei luoghi dove la sollecitazione visiva e intellettuale governa passione, interesse, e sensibilità ai dolori di quest’epoca tragica. I capitoli di Spettro urbano, agile libretto impostato con scritti e immagini da Damiana De Gennaro e Marta Fanasca, conducono per mano nei quartieri di un’immensa Tokyo dove l’architettura sembra scatenare la propria mitologia dentro secoli e decenni affastellati l’uno dentro l’altro. Alle due autrici interessano mutamenti e rielaborazioni mentali dei cittadini, del tutto corrispondenti a quanto accade a antiche dimore e luoghi rimasti simbolo per secoli e poi abbattuti nel corso di una sola notte. Vale presentarle: Damiana, poetessa e traduttrice di poesia dal giapponese – pubblicata da Interno poesia e Raffaelli, dottorato all’università di Stoccolma. Marta, ricercatrice all’università di Bologna e studiosa di genere, sessualità e sottoculture urbane con articoli scientifici e saggi. Tre quartieri di Tokyo – Capitale dell’Est – a testa, microcosmi dove siamo trasportati da una visione cauta e mai invasiva, e molto attenta a non lasciarsi influenzare dai cliché falsi e deleteri dell’occidente. Troviamo sentimenti di nostalgia nella descrizione di locali dove le note sono quelle del jazz classico che risuona fra pareti di legno annerite di fumo e le somme bevande sono caffè e whisky. Uomini anziani in piena condivisione, in solitudine ma per niente isolati. Comportamento diffuso in tutta Tokyo che costruisce comunità di coesistenza, dal sorseggiare caffè al ritrovarsi in bagni pubblici dove nessuno nasconde e tutti stanno nello stesso posto: lo spazio del “ba”, spazio fisico mentale virtuale. Questo il passo che coesiste nella vita “che sfreccia senza fermarsi sotto luci sempre troppo accese”. Ogni capitolo contiene folate di esistenze “fluttuanti” a cui la nostra mente non è abituata, ma intravede passaggi in cui case e donne dispiegano la loro storia se soltanto avvertono una premura femminile, un ascolto capace di spiegare sia il degrado sia la vitalità mai doma. Per questo l’attraversamento compiuto dalle autrici porta nelle nostre dimore la lingua originaria con parole che narrano storie già con il loro tracciato sulla carta. Ordine precedente e ordine attuale hanno sempre qualcosa da custodire, fra le campanelle dei luoghi di culto e il ronzio continuo dei condizionatori. Fra i due estremi, De Gennaro e Fanasca passeggiano e sostano, trasparenti e attente in un connubio strettissimo di archeologia e attualità.   L'articolo Damiana De Gennaro, Marta Fanasca / Tokyo fluttuante proviene da Pulp Magazine.
August 23, 2026
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Michele Kettmajer / Il tempo ha cambiato consistenza
Come suggerisce Luca De Biase nell’introduzione, «l’intelligenza artificiale oggi mostra tante prospettive quanti sono i punti di vista di quel miliardo e 200 milioni di persone che vi si addentrano in cerca di risposte» con specifico riguardo a «intellettuali, economisti, imprenditori, politici che non cessano di dibatterne». Michele Kettmajer, autore, consulente, e docente universitario per i processi di innovazione digitale, nel panorama italiano si inserisce in questa conversazione, affidando le sue riflessioni a questo agile volumetto per Sossella. Il saggio focalizza come altrettante stazioni di un percorso intellettuale necessariamente provvisorio e non lineare, i nuclei tematici che in questa fase associamo all’automazione cognitiva e alla sua introduzione nelle filiere delle società industriali. Il primo di questi, avvolto in una nebbia di ansie e di paure, riguarda il futuro del lavoro. Quattro, secondo l’autore, le faglie problematiche: la concentrazione del potere e delle infrastrutture; la questione del reddito, come pilastro di stabilità sistemica non premiale o retributivo; terzo, gli adattamenti che sul territorio accompagneranno una transizione per fasi conflittuale per necessità. Infine, la questione forse più scomoda, e non solo per l’orizzonte politico delle nostre post democrazie: immaginare una società dove la premessa della cittadinanza non coincide più con la partecipazione all’attività economica. Kettmajer, che nello spettro della conversazione sulle AI collocherei decisamente agli estremi della fazione umanista, ma non certo tra i conservatori, prova a mettere a fuoco la missione degli umani dentro al nuovo paradigma cognitivo. Il rischio, per la specie, non  è l’estinzione né la sottomissione a una nuova megamacchina – per usare la celebre definizione di Lewis Mumford – che ci sovrasta per rapidità ed estensione in tutte le connessioni del sapere. Il vero rischio è finire invece alla mercé di quattro oligarchi lasciati a decidere il futuro del mondo. L’AI ci costringe infatti «a guardare ciò che altrimenti rimarrebbe opaco: la concentrazione del potere, le infrastrutture invisibili che ci governano, la dipendenza cognitiva che abbiamo costruito e che ora ci attraversa». Il capitalismo delle piattaforme, emerso nella fase social, nella fase “cognitiva” ha sfondato la sfera psichica per presentarsi nella sua dimensione ontologica e performativa: se esiste una leva per sollevare questo macigno, sicuramente non sono oggi le grandi narrazioni riguardo all’etica della AI «un’operazione di marketing regolamentare», un messaggio rassicurante che non disturba il manovratore e assegna a Big Tech il ruolo di garante “responsabile” di sé stesso. L’orizzonte dell’intelligenza artificiale non coincide infatti con la “nuova Genesi” reclamizzata dai suoi investitori ma – per restare sul piano delle metafore bibliche – dovrebbe semmai adottare la visione dell’Apocalisse e ripensare radicalmente un nuovo inizio. In uno dei passaggi più suggestivi del libro, l’autore rispolvera anche la teoria della mente bicamerale di Julian Jaynes per suggerire che se la coscienza non è una prerogativa innata ma il prodotto storico di un adattamento, qualcosa di analogo potrebbe verificarsi anche con l’affermazione dell’intelligenza artificiale che possiamo immaginare come un rischio o un’opportunità evolutiva a seconda delle configurazioni e degli equilibri destinati a emergere nel prossimo futuro. L’AI non è infatti un’estensione delle nostre capacità né un premuroso servo onnisciente e va vista invece come “un’architettura operativa per una trasformazione più profonda”, al termine della quale la coscienza come oggi la conosciamo potrebbe, nel caso peggiore, finire svuotata o diventare ridondante. Se i modelli linguistici (LLM) hanno fornito a milioni di persone una conoscenza sintetica prima inaccessibile, hanno d’altro canto favorito interrogazioni e risposte oracolari, perpetuando l’equivoco di una coscienza artificiale antropomorfa.  Se non vogliamo arrenderci alla logica senza ritorno dell’ottimizzazione, nei prossimi anni dovrà emergere una diversa ecologia cognitiva che, con rituali propri, alimenti una pratica di senso comunitaria, decentrata e condivisa, che non privilegi esclusivamente il valore predittivo e le metriche dell’automazione. Se per Peter Thiel, che con la sua infrastruttura globale aggira ogni giorno le vetuste barriere nazionali, la minaccia dell’Anticristo coincide con l’affermazione di un ordine politico mondiale, sarebbe un errore negare a nostra volta la crisi delle democrazie per contrapporre il loro vuoto simulacro al disegno tecnocratico. Il profitto del capitale e la burocrazia dello Stato esprimono del resto perimetri e oligarchie oggi del tutto inadeguate a gestire una rivoluzione come quella dell’AI, per quanto il paragone con l’elettricità o le ferrovie dei secoli passati possa risultare suggestivo. Dietro al gran parlare di sovranità tecnologica, il digitale è sceso infatti dalle nuvole riacquistando la sua visibilità materiale, in primo luogo energetica, in un “equilibrio del terrore” industriale dove la politica è solo l’improbabile scenografia di processi economici molto concreti. Il potere dell’intelligenza artificiale e di Big Tech nasce oggi dal vuoto della politica. Negli Stati Uniti e in Occidente, un trentennio di amministrazioni progressiste o bipartisan ha reso la tecnologia digitale abitabile, e quindi pervasiva, fraintendendo tuttavia la sua natura di infrastruttura politica. Il valore dell’AI, al contrario, «non nasce dalla semplice competizione tra modelli ma da un dialogo reale tra tecniche e forme di vita». La seconda parte del volume esplora questa dimensione, attraverso una panoramica di realtà e territori – dalla Rift Valley keniota a Taiwan, dal warfare israeliano nella macelleria di Gaza alle trasformazioni del paesaggio – che nelle geografie emergenti del calcolo e dell’intelligenza artificiale prova a catturare nel concreto alcune strategie economiche, civili, militari, ecc. già oggi operative. In conclusione, un libro che, con un suo carico di idee, spunti e suggestioni, stimola una riflessione a 360° sulla portata e la complessità di una trasformazione oggi soltanto agli inizi. Una partita che l’autore intende ancora aperta, malgrado «la sensazione che il tempo abbia cambiato consistenza (…) con il risultato che molte decisioni vengono prese prima ancora che esiste una narrazione condivisa di ciò che sta accadendo».           L'articolo Michele Kettmajer / Il tempo ha cambiato consistenza proviene da Pulp Magazine.
August 20, 2026
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Kurt Lanthaler, Elvira Mujcic, Sebastiano Mondadori, Marlene Streeruwitz / Topografie dell’esclusione
A marzo del 2005 nel luogo perfetto in cui nascono le idee migliori, ossia una biblioteca, attorno a un tavolo si riuniscono dieci persone – non è la trama di un giallo ispirato ad Agatha Christie ma la genesi di un progetto. Si discute infatti di un format chiamato “Parole del tempo/Zeitworte” voluto dalla casa editrice Alphabeta e dal Centro europeo di Letteratura e Traduzione (ZeLT). Tra il 2019 e il 2021 vengono pubblicate due raccolte di racconti sia in lingua che italiana che in lingua tedesca curate rispettivamente da Giovanni Accardo e Anna Rottensteiner e interamente dedicate a delle parole che gli allora curatori individuarono come rappresentative del nostro tempo. Risentimento e Indifferenza. In quello che dev’essere stato senz’altro un interessante incontro, in cui si è dibattuto sulle tendenze del nostro momento storico, le parole che possono coglierle e le loro sfumature, ci si confronta con attenzione e rispetto alla ricerca della nuova chiave di lettura del nostro oggi fino a giungere a una conclusione che appare a tutti logica: Esclusione/Ausschluss. A questo punto è tempo per gli autori e le autrici di assimilare ed elaborare questa parola dando vita ad un testo in prosa che sia incentrato sulla stessa. Nasce così Esclusione, una raccolta di quattro racconti che vede le firme di Kurt Lanthaler, Elvira Mujčić, Sebastiano Mondadori e Marlene Streeruwitz, che troverete in quest’ordine, un ordine che in realtà rappresenta un percorso sia narrativo che cronologico. Il viaggio vede il suo inizio con una storia ambientata negli anni ’80 che disturba, destabilizza e un linguaggio a cui non siamo propriamente abituati. Le parole disorientano, tagliano, incidono, sono spunti di riflessione che fermentano nel profondo, e al contempo sono nostalgia di momenti vissuti, di un passato che non esiste più. Un giovane sudtirolese che arriva all’istituto psichiatrico di Pergine per svolgere il servizio civile come animatore culturale in un momento in cui la riforma Basaglia è in fase di attuazione. Si prosegue con un racconto dalla forma più contemporanea, più confortevole e morbida che rimanda alla fine della Jugoslavia e alle guerre degli anni ’90, e che si legge come una discesa dolce in auto dopo le perturbazioni del primo racconto. Hava è di origine bosniaca ma anche se si è trasferita in Italia, il legame con le sue radici è forte e ogni anno trascorre le vacanze in Dalmazia, nella sua caletta del cuore, quella scoperta sotto la dittatura di Tito, e frequentata successivamente da profuga con i figli. Dopo una discesa però c’è sempre una salita ed eccola con la terza storia, quella firmata da Sebastiano Mondadori, che con uno stile graffiante e senza indorare la pillola racconta dell’elemento postcoloniale oltre ad un contesto molto attuale per molti aspetti. Muna è un’infermiera figlia di un’eritrea e di un carrarese morto sul lavoro. Lei stessa ha perso il marito in circostanze analoghe e col figlio adolescente si trasferisce a casa di un uomo molto più grande di lei col quale inizia una convivenza. Muovendosi così tra identità ibrida, marginalità sociale e maschilismo sessista, il lettore è messo alla prova sul senso di giustizia generando un desiderio di riscossa. Mondadori ci offre lo spaccato di una società violenta, spesso degradata, dove l’esistenza è una lotta in cui nessuno è davvero disposto ad aiutare l’altro. Si conclude con un richiamo chiaro e attuale alla rielezione di Donald Trump nel racconto di Streeruwitz, caratterizzato da una scrittura asciutta e che superficialmente può apparire respingente ma come per tutta l’antologia anche in questo caso il lettore troverà soddisfazione nell’individuare i vari livelli di lettura. La protagonista si sente rifiutare di accompagnare il compagno in un viaggio di lavoro, un rifiuto che scatena in lei ansie e insicurezze. La scrittura rispecchia in pieno la poetica di una delle scrittrici più impegnate del panorama austriaco, femminista militante e originale innovatrice della prosa di lingua tedesca di cui ad oggi non era stato tradotto nulla in italiano per cui si può considerare la sua presenza in questa raccolta come un’anteprima di cui si invita nella esaustiva e dettagliata introduzione del curatore Stefano Zangrando ad apprezzarne la traduzione. «Portare in un altro spazio linguistico e culturale uno stile tanto frammentato e battente, così indocile rispetto al proprio idioma, è stata tra le sfide più avvincenti di questo progetto». Dimensione privata e storia collettiva si intrecciano in un turbine di impulsi e sospensioni, azione e titubanza, mentre si susseguono i piccoli gesti quotidiani. Streeruwitz ci conduce attraverso il tormento della protagonista sorprendendoci con insospettate ipotesi sul suo dolore e scoperchiando nuove chiavi di lettura. Dopotutto concordiamo con Zangrando nel dire che è soprattutto questo il compito della letteratura, schiudere spazi imprevisti di coscienza critica e cognizione. Un plauso, dunque, ai partecipanti di questo progetto, curatori, autori, autrici, traduttori e traduttrici che hanno scommesso sul valore del bilinguismo, sulla narrativa di confine ma soprattutto sull’importanza delle parole. In attesa di scoprire quali saranno le parole chiave degli anni a venire, si goda il lettore questa gustosa piccola perla.     L'articolo Kurt Lanthaler, Elvira Mujcic, Sebastiano Mondadori, Marlene Streeruwitz / Topografie dell’esclusione proviene da Pulp Magazine.
August 18, 2026
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Guido Barbujani / Reliquie, DNA & affini
Nella postfazione al volume Guido Barbujani rivendica per il proprio libro l’etichetta di Wu Ming 1: UNO, oggetto narrativo non identificato. È una mossa insieme furba e onesta. Furba perché lo sottrae a critiche di genere (“non funziona come saggio”, “non funziona come romanzo” diventano obiezioni fuori bersaglio se il libro dichiara di non voler essere né l’uno né l’altro); onesta perché descrive con precisione ciò che si trova tra le pagine: un ircocervo che mescola memoria scientifica, saggistica di genetica delle popolazioni, romanzo autobiografico, relazione di viaggio e ricostruzione storica. Vale ricordare cosa sia, per Wu Ming 1, un UNO: non un libro genericamente ibrido, ma uno che radicalizza l’ibridazione tra tipi di testo eterogenei — dati hard tecnici e dati soft aneddotici — tenuti insieme da un io narrante-cerniera. Nel 2024 lo stesso Wu Ming 1 ha fatto autocritica sull’uso disinvolto dell’etichetta, diventata passe-partout per qualunque libro sfuggente. Barbujani, va detto a suo merito, è tra i pochi casi in cui l’etichetta non è un vezzo: la disinvoltura con cui passa dal protocollo di laboratorio all’aneddoto umano, senza mai far scricchiolare la struttura, è precisamente il mestiere di chi sa scrivere, non solo di chi sa fare ricerca. Il nucleo fattuale è reale: il 17 settembre 1998 un’équipe interdisciplinare apre a Padova, nella basilica di Santa Giustina, l’urna che tradizione vuole custodisca le reliquie dell’evangelista Luca. Dentro, tra vertebre di serpente, uno scheletro acefalo. Il vescovo commissiona un’indagine multidisciplinare; Barbujani, genetista delle popolazioni, deve confrontare il DNA antico estratto da due denti con quello di popolazioni siriane, greche e turche, per verificare la compatibilità con le origini siriane tramandate del santo. Sulla data della traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Padova, la tradizione agiografica è tutt’altro che unanime: oltre all’ipotesi più accreditata, quella del 361-363 d.C. sotto Giuliano l’Apostata, per sottrarle al rischio di distruzione pagana, altre fonti collocano l’arrivo delle spoglie molto più tardi, nell’VIII secolo, per opera del prete Urio, che le avrebbe portate via da Costantinopoli insieme a quelle di san Mattia per salvarle dalla furia iconoclasta. È qui che l’indagine multidisciplinare fornisce uno dei suoi risultati più eleganti, ed è un dettaglio che il libro valorizza con gusto: l’analisi delle vertebre di serpente trovate nella sepoltura, appartenenti a specie italiane e non mediorientali, indica che il corpo si trovava già a Padova attorno al V secolo — un dato che, da solo, basta a smentire l’ipotesi tardiva dell’VIII secolo e a rendere più solida la tradizione legata a Giuliano l’Apostata. È un piccolo esempio, tra i tanti disseminati nel libro, di come la scienza qui non serva a “provare” nulla in senso assoluto, ma a restringere, per esclusione, il campo delle ipotesi plausibili — esattamente il metodo per falsificazione che Barbujani rivendica come cifra del proprio lavoro. Da questo nucleo il libro si allarga in tre direzioni, e in ciascuna Barbujani dimostra un controllo della materia che pochi scienziati-scrittori italiani possiedono. C’è la relazione di viaggio (la spedizione ad Aleppo nel 1999, il “contrabbando” di sangue in aeroporto, i colonnelli da blandire, la puntata a Palmira), scritta con un understatement ironico che non è mai vezzo letterario fine a sé stesso, ma strumento per rendere leggibile — senza mai impoverirla — una materia tecnicamente ostica. C’è la ricostruzione storica (traslazioni, furti, rivalità tra sedi che si contendono la stessa spoglia — Padova, Venezia, Praga, il Vaticano — fino ad arrivare, attraverso le “convulsioni del Medio Oriente contemporaneo” a un’eco di Lawrence d’Arabia), dosata con una parsimonia funzionale che è indice di mestiere editoriale, non di improvvisazione. E c’è la dimensione epistemologica, dove Barbujani intreccia la propria autobiografia scientifica con una teoria della conoscenza per falsificazione: la scienza “non può dimostrare la verità, ma solo smentire le ipotesi sbagliate”. È la frase-chiave del libro, di impianto rigorosamente popperiano, ed è coerente con l’esito reale dell’indagine (pubblicata su PNAS nel 2001): i dati non dimostrano l’autenticità della reliquia, ma non la escludono. Non un colpo di scena, ma un anticlimax che pochissimi divulgatori avrebbero saputo trasformare in argomento portante senza deludere il lettore — e invece Barbujani ci riesce, con la formula “aprire l’arca di san Luca è stata l’occasione per studiare il suo contenuto, ma la fede segue altri percorsi”, un aforisma che tiene insieme rigore scientifico e rispetto laico senza mai scivolare nella polemica scientista. È esattamente il tipo di equilibrio che rende Barbujani, da vent’anni, uno dei pochissimi scienziati italiani capaci di scrivere per il grande pubblico senza tradire né la scienza né la lingua. Il libro esce dodici anni dopo la sua prima versione, integralmente riscritta secondo la dichiarazione dell’autore in postfazione — non un semplice repackaging, ma un nuovo testo che condivide l’ossatura fattuale rielaborandone il tessuto, alla luce di una decennale rivoluzione dell’archeogenetica (sequenziamento ad alta processività, Nobel a Pääbo nel 2022) e di un Medio Oriente non più sovrapponibile a quello del 1999 — la Siria di Hafez al-Asad raccontata nel libro non è la Siria del dopo guerra civile. Che un autore già affermato scelga di rimettere mano integralmente al proprio testo piuttosto che limitarsi a un repackaging è di per sé un segno di serietà artigianale non scontato nel panorama della saggistica di consumo. Il libro si colloca bene nella traiettoria di un autore che da sempre intreccia due filoni con uguale autorevolezza: la battaglia scientifica contro l’idea biologica di razza — Questione di razza, L’invenzione delle razze, Contro il razzismo, Sono razzista, ma sto cercando di smettere — e la vena più squisitamente narrativa e memorialistica, Soggetti smarriti. Storie di incontri e spaesamenti per Einaudi, che raccoglie ritratti e incontri in forma di racconto breve. Qui i due filoni convergono al meglio: la genetica applicata a un problema storico-identitario, raccontata attraverso un io che si espone con le proprie incertezze e goffaggini, senza mai perdere di vista il lettore non specialista. È un pregio raro, quello di Barbujani: rendere accessibile, senza banalizzarla, la tecnica dell’estrazione di DNA antico, i suoi margini di contaminazione e di incertezza statistica, mantenendo al tempo stesso un ritmo narrativo che si legge con il gusto di un romanzo di viaggio. Resta sotto-esplorato — e nessuna delle recensioni italiane finora uscite lo affronta fino in fondo — il nodo più delicato: uno scienziato che lavora su commissione di un vescovo, per una comunità che venera quelle reliquie da secoli. Barbujani mantiene qui un equilibrio di vera classe intellettuale, senza apologetica né polemica anticlericale, restando nel proprio perimetro professionale con un rigore che è insieme scientifico ed etico. Infine, sull’etichetta stessa di UNO applicata a questo testo: il criterio più rigoroso di Wu Ming 1 — ibridazione tra tipi di testo radicalmente eterogenei — è soddisfatto in modo convincente proprio perché Barbujani non forza mai la sperimentazione formale a scapito della leggibilità. È, se si vuole, la dimostrazione che un vero UNO non ha bisogno di essere criptico o respingente per essere radicale nella propria ibridazione: basta, come fa lui, saper tenere insieme il dato hard e l’aneddoto soft con la mano di chi ha imparato, libro dopo libro, il mestiere di raccontare la scienza senza tradirla. È un libro che fa egregiamente ciò che si propone, e lo fa con una scrittura che confermerebbe, se ancora ce ne fosse bisogno, il posto di Barbujani tra i migliori divulgatori scientifici italiani in attività.   L'articolo Guido Barbujani / Reliquie, DNA & affini proviene da Pulp Magazine.
August 14, 2026
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Harvey Sachs / Il fascismo e la musica, ovvero “restare? combattere? emigrare?”
Nel 1987 uscì lo studio fondamentale sulla musica sotto il fascismo Musica e regime di Harvey Sachs, proposto in Italia dal Saggiatore nel 1995. Assurto a classico dell’americanistica musicale, se ne propone ora una riedizione che, su espressa richiesta dell’autore, riprende il titolo originale, Musica nell’Italia fascista. Il volume si è arricchito di una prefazione, di una puntuale appendice bibliografica, di aggiornamenti testuali ed emendamenti di “qualche piccolo errore”. Nella nuova prefazione Sachs, nativo di Cleveland (1946) e a lungo residente in Italia, situa il proprio testo in un rinnovato contesto di urgenza politica: «Fino ai primi mesi del 2025 criticavo piuttosto duramente quei musicisti che, come Wilhelm Furtwängler in Germania o Beniamino Gigli in Italia, avevano scelto di vivere e lavorare sotto sistemi politici antidemocratici e razzisti pur avendo la possibilità di emigrare e di esercitare il loro mestiere in paesi democratici. Negli ultimi mesi, però, è toccato a me e a molti altri cittadini del mio paese natale, gli Stati Uniti d’America, porci la stessa domanda: che cosa bisogna fare – restare? combattere? emigrare?». Val la pena di citare anche la chiusa amara: «Ho scritto Music in Fascist Italy quarant’anni dopo quella che allora sembrava la fine definitiva del fascismo, ma forse, tra altri quaranta o ottant’anni, qualche giovane storico della musica vorrà scrivere Music in Fascist America e/o in altri paesi ancora. Spero proprio di no». L’autore riconfigura dunque il suo studio: da analisi storiografica condotta con metodo archivistico-documentario a libro intrinsecamente politico – un case study sulla psicologia della sottomissione che oggi assume particolare rilevanza. All’introduzione seguono sei capitoli. Nel primo (“Il terreno”) si ricostruisce l’eredità musicale dell’Italia post-verdiana al momento dell’ascesa di Mussolini: la generazione di Puccini-Mascagni-Leoncavallo-Giordano-Cilea, la nascita della “Generazione dell’Ottanta” (Casella, Malipiero, Pizzetti, Respighi, Alfano, Zandonai), il futurismo musicale di Pratella e Russolo, il sistema dei conservatori e dei teatri lirici. Il secondo (“Le istituzioni”) si sofferma sulla fascistizzazione dell’apparato istituzionale musicale, dai conservatori (con il drammatico episodio del suicidio di Giuseppe Gallignani, direttore del Conservatorio di Milano licenziato nel dicembre 1923) ai teatri d’opera autonomi, dalla Corporazione dei Professionisti e Artisti al Sindacato Nazionale Fascista Musicisti, alle riforme di Casella ai progetti di Mulè e Lualdi, ai festival (Maggio Musicale Fiorentino, Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia) alla radio (EIAR). Per Sachs il fascismo musicale si caratterizza non per un programma estetico definito (come fu per la Reichsmusikkammer nazista) ma per «un quadro fitto di piccoli intrighi e manovre, di molto opportunismo grottesco, di occasionali esempi di ingenua buona fede nel governo, e di scarsissima opposizione politica in senso proprio». La terza sezione (“I compositori”) si occupa «soltanto di alcuni dei musicisti più importanti, scelti perché tra loro diversissimi per capacità intellettuali, tratti caratteriali e origini culturali»: Puccini (morto nel 1924, ma “figlio di un’Italietta boriosa”, nelle parole del musicologo Tintori), Mascagni, Giordano, Pizzetti, Respighi, Casella, Malipiero, Petrassi e Dallapiccola. Pur severo nei giudizi, Sachs evita la facile damnatio: classifica il caso come paradigmatico di un ceto medio professionale italiano che vide in Mussolini l’uomo dell’ordine. Analoga lucidità mostra nei casi di Pizzetti, Respighi e soprattutto di Casella – l’animatore della “Generazione dell’Ottanta”, il modernista che firmò il Manifesto dei musicisti italiani per la tradizione dell’arte romantica dell’Ottocento (1932), fascista convinto ma incappato nella politica discriminatoria che coinvolse anche la sua compagna Yvonne, ebrea, episodio ricostruito con particolare delicatezza. Il quarto capitolo (“Gli esecutori”) è dedicato ai direttori d’orchestra (Gui, Serafin, Molinari, Marinuzzi, e poi Cantelli, Ferrara, Gavazzeni, Giulini, Previtali) e ai cantanti (Gigli, Cobelli, Cigna, Caniglia, Pertile, Lauri Volpi, Tagliavini, Stignani). Nel quinto (“Stranieri, alleanze, razzismo e guerra”) si analizzano le leggi razziali del 1938 e gli effetti sulla vita musicale italiana, la circolazione dei musicisti tedeschi in Italia, l’alleanza con il regime nazista. La sezione conclusiva (“Il caso Toscanini”) dedica ampio spazio al direttore d’orchestra che era stato il primum movens dell’opposizione al fascismo: dall’iniziale candidatura nelle liste mussoliniane del 1919 al rifiuto di dirigere “Giovinezza” nel 1922-1926, al celebre schiaffo di Bologna del 14 maggio 1931, alla rinuncia a Bayreuth e Salisburgo, all’esilio newyorkese. Il Maestro emerge quale figura di intransigenza assoluta, l’ethos puritano del lavoro musicale come unico “faro” della propria coscienza politica. A coronamento del lavoro l’utile apparato bibliografico della musicologa Benedetta Zucconi, che organizza in sezioni tematiche (Generale; Jazz, canzone, musica popolare; Colonialismo; Estetica musicale; Compositori; Esecutori; Istituzioni; Propaganda; Radio; Questione ebraica, ecc.) la fioritura di studi musicologici italiani e stranieri dal 1995 a oggi. Una guida critica e un aggiornamento anche inteso a coprire gli inevitabili vuoti del volume: la popular music, la canzonetta, il jazz, che pure godettero di una circolazione massiccia in Italia durante il regime fino alle soglie della guerra, sono assenti dalla trattazione, che si concentra sulla musica colta (opera, sinfonica, da camera). Il metodo d’indagine è tipico di un giornalista-storico anglosassone: alla formazione da musicista (Sachs è stato direttore d’orchestra e violinista) l’autore unisce il rigoroso studio delle fonti (materiale d’archivio, stampa periodica musicale, testimonianze orali raccolte in prima persona), evitando però il taglio specialistico-musicologico in favore di una saggistica di andamento narrativo, ben reso dalla puntuale traduzione di Luca Fontana. Preziose le tre lunghe interviste: al critico musicale Massimo Mila, che pagò col carcere il proprio antifascismo; al compositore Goffredo Petrassi, che fu attivo «sia pure in modo limitato, nella burocrazia musicale» del regime; a Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra che si era opposto al fascismo «pur seguendone le forme esteriori, ma «senza assumere atteggiamenti eroici», come afferma egli stesso. Scelta filologicamente corretta e non scontata, le interviste sono integrali: «ciò che ciascuno di essi aveva da dire appariva degno di essere ripetuto per intero». Il libro si distanzia dal coevo studio Musica e musicisti nel ventennio fascista di Fiamma Nicolodi (Discanto, 1984), con la quale Sachs ha intessuto un rapporto di leale dialogo: i due, infatti, si erano incontrati prima della pubblicazione per chiarire la diversa traiettoria dei rispettivi lavori. Laddove Nicolodi focalizza l’attenzione sulla musica composta nel periodo (analisi delle correnti compositive, dei linguaggi, delle estetiche), Sachs si sofferma sui protagonisti e sulle istituzioni, privilegiando l’aspetto storico-istituzionale, con lo scopo precipuo di «esaminare e interpretare documenti, non accusare o sedere in giudizio». Ma l’autore non si nasconde dietro un dito, consapevole che «l’atto stesso della selezione, per non dire le decisioni sul modo in cui trattarlo, comporta inevitabilmente un certo grado di tendenziosità e manipolazione».In conclusione, il volume si presenta come un testo imperdibile per chi voglia approfondire un tema delicato e ben ampio, che, considerata la deriva autoritaria delle nostre società, assume oggi un particolare significato.   L'articolo Harvey Sachs / Il fascismo e la musica, ovvero “restare? combattere? emigrare?” proviene da Pulp Magazine.
August 12, 2026
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Domitilla Dardi / Se tessuto, ricamo, maglia, uncinetto, non sono né minori né femminili
Tessitura. Cucito, Ricamo. Uncinetto. Maglia ai ferri. Ricette. Con tutte le loro varianti e i loro mix, le cosiddette arti minori sono tante, sono varie, sono complesse. Perché continuiamo a chiamarle minori? Perché le consideriamo appannaggio delle donne? Perché non applichiamo un criterio di bellezza, come si fa per l’arte, ma invece le differenziamo sulla base della tecnica? Il saggio bello, colto e raffinato di Domitilla Dardi, che spazia nel tempo e nella storia, che prende in esame tutte le discipline artistiche e artigianali e che scava in profondità nel significato di quello che facciamo, ci aiuta a fare luce su questo mondo poco conosciuto, un po’ marginale, eppure ricchissimo di cose fatte e di potenzialità. Lo fa raccontando artisti e architetti, matematici e studiosi di diverse discipline, oltre che artigiani e artigiane. Con l’ambizione non solo e non tanto di far uscire queste forme di artigianato così sapienti e così fondamentali dalla loro condizione ancillare, quanto per dimostrare come ogni disciplina si può arricchire e rinnovare solo se non si chiude a tutte le altre e non si arrocca nella sua torre d’avorio di culto e potere. Le opere più belle, quelle che meglio sanno esprimere il proprio tempo o addirittura anticipare quello che verrà, sono opere interdisciplinari, in cui spesso l’importazione di una tecnica o di un modello da un’arte minore ha creato quella faglia, quella frattura da cui è potuta entrare la luce, l’invenzione, l’innovazione. Usa molto anche le parole, Dardi, osservando proprio all’inizio del suo trattato come abitare e abito abbiano palesemente non solo la stessa radice ma anche lo stesso suono e in fondo lo stesso significato. Ma costruire una casa è considerata, storicamente, una competenza maschile, nobile, complessa. Mentre costruire un abito è una forma di artigianato, femminile e quindi minore. Eppure le somiglianze, anche proprio nella tecnica e nei processi di progettazione, tra questi due tipi di costruzione, sono moltissime. Basta guardare con occhio scevro da pregiudizi. E oggi più che mai la ricerca sui materiali mette in comunicazione queste due discipline e lo fa con profitto e risultati eccellenti. Da appassionata e insegnante di lavoro a maglia e uncinetto mi ha colpito e affascinato anche il racconto della matematica “nascosta” nella lavorazione ai ferri e all’uncinetto, e di come queste due tecniche offrono l’opportunità di rendere rappresentabili alcuni concetti che altrimenti resterebbero astratti. Mentre il lavoro a maglia ha come base due punti, il dritto e il rovescio, e su questi due punti costruisce una varietà difficilmente immaginabile, l’uncinetto, che chiude ogni punto rendendolo libero e autonomo, ben si presta a realizzazioni tridimensionali che possono appunto avvicinare e rendere fruibili concetti che, restando astratti, sfuggirebbero facilmente. E che dire del ricamo, apparentemente pura decorazione e invece spesso un modo usato dalle donne per trasmettere messaggi in codici complessi e comprensibili solo dai diretti interessati. Oppure delle ricette di cucina, che sono la prima forma di codificazione e formalizzazione di un processo per renderlo ripetibile e riproducibile da tutti. Considerare minori queste tecniche e processi di cui l’umanità si è ampiamente servita nella sua evoluzione dipende ovviamente da come le società si sono sviluppate e da come i modelli di genere sono diventati preponderanti. Modelli rigidi e costrittivi per entrambe le parti: se “fare la calza” o l’uncinetto sono prerogative femminili, anche gli uomini che vogliono dedicarcisi sono presi di mira e malvisti. Eppure, considerato che il potere terapeutico di maglia, uncinetto e ricamo è ormai anche scientificamente riconosciuto, è sempre più comune vedere atleti o persone che usano queste tecniche per rilassarsi e concentrarsi: «nella reiterazione del gesto dei punti si crea una sospensione del tempo reale e un accesso in quello parallelo mentale interiore, che non ha più somiglianza con la cronologia ma con la dimensione del mantra». Il nostro bisogno di rappresentazione ed esemplificazione; la nostra necessità di toccare e manipolare; i nostri processi di apprendimento che passano più per l’esperienza che per l’astrazione; il nostro bisogno di stacco dal ritmo folle a cui viviamo e dalla dominanza di quel che è esterno a noi rispetto alla nostra voce interiore; tutto questo rende le pratiche e i processi delle arti minori qualcosa di prezioso e utilissimo. Del resto, diceva il grande Bruno Munari: “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco.” Cucire universi, come dice il titolo, mette insieme una pratica che si è sempre ritenuta minore e di servizio con il nostro massimo riferimento astratto, l’inafferrabile universo. Cucire universi è un messaggio di pace e di accoglienza, di libertà e di coesistenza, di singolare e di collettivo. Sono due estremi che si possono congiungere perché già si sono raggiunti e uniti tante volte, e perché la loro separazione e la loro distanza sono così artificiali che la vita quotidiana, le esperienze di ognuno di noi, l’analisi della nostra produzione come esseri umani le smentiscono continuamente, e definitivamente. L'articolo Domitilla Dardi / Se tessuto, ricamo, maglia, uncinetto, non sono né minori né femminili proviene da Pulp Magazine.
August 8, 2026
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