Alberto Sebastiani / Investigazioni italiane
Ci sono libri che arrivano al momento giusto. Quello di Alberto Sebastiani,
italianista dell’Università di Bologna e dell’Università IULM noto per i suoi
studi sulle intersezioni tra forme narrative, media e cultura contemporanea, è
uno di questi. Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, appena
uscito per i tipi di Carocci, risponde a un’esigenza critica reale: fare
chiarezza, con strumenti filologici e teorici rigorosi, su un fenomeno che da
decenni caratterizza il panorama letterario italiano, eppure ha faticato a
trovare trattazioni sistematiche all’altezza della sua complessità. Il
risultato, stando al percorso teorico, storico e stilistico che il volume
dichiara di delineare, è un contributo che si candida a diventare un punto di
riferimento per chiunque voglia capire cosa è davvero accaduto alla narrativa
italiana quando ha deciso di indossare i panni del giallo.
La domanda da cui muove il saggio è, in fondo, semplice ma insidiosa: che cosa
ha significato, per la letteratura italiana del secondo Novecento e dei primi
decenni del Duemila, l’incontro con il genere poliziesco? Non si tratta soltanto
di contare le vendite dei noir, né di stilare classifiche di autori. Si tratta
di capire in che misura le strutture del racconto investigativo — la logica
deduttiva, la figura dell’investigatore, il delitto come motore narrativo, la
tensione tra ordine e disordine sociale — abbiano modificato il modo in cui gli
scrittori italiani concepiscono la trama, il personaggio, la lingua, il rapporto
con il lettore e con la realtà storica e civile del paese.
Sebastiani affronta il problema con la competenza di chi ha dedicato anni allo
studio delle forme narrative italiane e dei loro rapporti con i media e la
cultura di massa. Il suo approccio è triplice: teorico, storico, stilistico. Sul
piano teorico, il volume non si limita a richiamare i classici della
narratologia o i padri fondatori della semiotica del giallo — da Todorov a Eco
—, ma si confronta con le acquisizioni più recenti degli studi di genere e con
le specificità del contesto italiano, dove il poliziesco ha seguito traiettorie
peculiari rispetto ai modelli anglosassoni e francesi. L’Italia, paese in cui la
detective fiction ottocentesca non aveva messo radici profonde, ha sviluppato il
proprio rapporto con il genere soprattutto a partire dagli anni Settanta, in un
intreccio inestricabile con la storia politica e sociale — le stragi, il
terrorismo, la corruzione, la mafia — che ha dato al poliziesco italiano una
fisionomia civile e memoriale difficilmente riducibile alle formule dei
best-seller internazionali.
Sul piano storico, il percorso ricostruito da Sebastiani tocca le tappe
essenziali di questa evoluzione: dagli esperimenti degli anni Sessanta e
Settanta — in cui autori come Scerbanenco aprono la strada a un noir
metropolitano duro e disilluso — fino alle scritture più recenti di Andrea
Camilleri, Carlo Lucarelli, Gianrico Carofiglio, Massimo Carlotto e molti altri,
che hanno saputo coniugare il patto di lettura tipico del poliziesco con
un’attenzione profonda alla lingua, alla storia, alle contraddizioni dell’Italia
contemporanea. Non è un percorso lineare, e Sebastiani sembra ben consapevole
delle sue fratture e delle sue derive: il rischio di scivolamento nel consumismo
letterario, la tentazione del folklore regionale come sfondo pittoresco, ma
anche le possibilità di resistenza e di critica che il genere continua a
offrire.
La terza dimensione, quella stilistica, è forse quella più originale e più
preziosa del volume. Raramente la critica letteraria italiana si è fermata ad
analizzare il poliziesco come oggetto di studio linguistico e stilistico,
prestando attenzione alla costruzione della voce narrante, al ritmo della frase,
alle scelte lessicali che distinguono un romanzo letterariamente ambizioso da
uno di puro consumo. Sebastiani lo fa, e lo fa con gli strumenti
dell’italianistica più avvertita, mostrando come certi autori abbiano usato le
strutture del giallo non come gabbia ma come spazio di sperimentazione e libertà
espressiva.
Il volume è edito nella collana “Lingue e letterature Carocci”, che da anni
offre al pubblico accademico e non studi di qualità solida e accessibile.
L’impostazione è rigorosa ma non ostica: Sebastiani scrive in modo chiaro,
evitando il tecnicismo fine a se stesso, e costruisce un libro che può essere
letto con profitto sia dagli specialisti che dai lettori semplicemente curiosi
di capire perché il giallo italiano è diventato quello che è. Non mancano,
prevedibilmente, le discussioni su autori e opere specifiche, le analisi
ravvicinate di testi, i confronti con tradizioni europee e americane.
Se c’è un merito principale di questo lavoro, al di là della competenza e della
cura documentaria, è quello di trattare il poliziesco come letteratura, senza
complessi di inferiorità e senza entusiasmi acritici. Né snobismo né
celebrazione incondizionata: solo lettura critica attenta, storicizzata,
consapevole che i confini tra alto e basso, tra letteratura e paralitteratura,
sono stati uno dei campi di battaglia più fecondi della cultura italiana degli
ultimi cinquant’anni. Un libro, insomma, necessario.
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