Filippo Tuena / Imperi e sepolture
Premessa metodologica: vale la pena di recensire quel che pubblica Filippo
Tuena, anche opere per così dire minori, perché se non altro è un autore che non
propone niente di scontato: ogni nuova uscita va in una diversa direzione, e
questo volumetto non fa eccezione. Certo mi avrebbe fatto piacere che lo
scrittore romano trapiantato in quel di Milano fosse tornato alla narrativa, ma
mi accontento di questo suo ennesimo saggio nel quale la formazione da storico
dell’arte e l’esperienza professionale di antiquario si combinano alla capacità
di disegnare originali architetture testuali (addirittura un prosimetro, mix di
prosa e “quasi versi”) e interessanti derive stilistiche.
Al centro del testo, lo dice già il titolo, una pietra – ma non una pietra
qualsiasi. Tuena è affascinato, e forse un po’ intimorito, dall’andesite
porfirica, comunemente chiamata porfido rosso antico. Caso vuole che questo
minerale di origine vulcanica, cavato in un’unica miniera nel massiccio egiziano
del Gebel Dokhan, fosse di un meraviglioso color porpora, come la tinta delle
toghe dei senatori romani (da cui uno dei due colori della città eterna, l’altro
essendo l’oro); proprio per questo gli altrettanto romani imperatori la scelsero
per i propri sarcofaghi. Il porfido quindi, come spiega Tuena, diviene
indissolubilmente legato all’idea stessa dell’Impero con la I maiuscola (almeno,
nella sua versione europea); non sorprenderà quindi che Federico II di Svevia,
lo Stupor Mundi, sia stato inumato in un sarcofago di porfido ricavato da una
colonna romana; e le spoglie di Napoleone riposano agli Invalidi in una tomba di
quarzite rossa assai simile alla pietra imperiale, a imitazione dei Cesari che
furono.
Tuena illustra vari esempi di impiego della prestigiosa pietra purpurea, e
rileva come la bellezza del suo colore e della sua tessitura abbiano fatto sì
che i manufatti realizzati in quel materiale siano stati spesso riutilizzati nei
modi più disparati. A Roma i Cosmati tagliavano le lastre strappate dai templi
pagani per produrre tessere con cui comporre gli straordinari mosaici che
pavimentano le chiese più antiche dell’Urbe, come Santa Prassede immortalata da
Browning o Santa Maria in Cosmedin (in quest’epoca di barbari nota solo per
ospitare la Bocca della Verità). Il porfido assume quindi nel corso dei secoli
nuove forme e adorna nuovi edifici, trafugato da un luogo all’altro, compiendo
strani e avventurosi viaggi. Colonne romane finiscono a Palermo, e quelle che i
pisani saccheggiarono a Majorca nel 1117 vengono poi donate ai fiorentini.
Talvolta anche i manufatti in pietra fanno una brutta fine: come le titaniche
colonne in porfido della basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma (un tempo
effettivamente fuori Roma…), calcinate nell’incendio che devastò la chiesa nel
1823 – neanche questa durissima pietra vulcanica è insomma immortale, nonostante
il suo impiego in illustri sepolture voglia suggerire l’eternità garantita ai
defunti dalla gloria. Questo perdurare della fama però non è affatto certo, come
nel caso dell’imponente sarcofago davanti al quale Tuena si è fatto fotografare
(ebbene sì, ci sono prosa e versi ma anche immagini in questo libro), ubicato a
Costantinopoli (o, come dice il turco, Istanbul), del quale si sa che vi venne
adagiato il corpo di un imperator cristiano (c’è la croce), ma chi fosse
esattamente si ignora (manca qualsivoglia dato anagrafico, nome e cognome in
testa).
Che l’autore di Cimitero dei porfidi sia voluto comparire in una delle
illustrazioni mi pare alludere a una valenza autobiografica dello scritto: le
peregrinazioni dei manufatti nella solenne pietra purpurea corrono in parallelo
ai suoi viaggi, alle sue visite a questi relitti di imperi e dominazioni
scomparse nel flusso del tempo. Ma c’è un ulteriore strato di senso nella
vicenda del porfido, nel suo sparire e riapparire nei marosi della storia: Tuena
ha in mente “le memorie erratiche, quelle che compaiono all’improvviso e ci
scuotono per poi tornare al letargo a cui sono destinate”. I sepolcri che furono
colonne, i mosaici fatti di tessere ritagliate da antichi rivestimenti, nel loro
vagare da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, talvolta secondo tragitti
che non riusciremo mai a ricostruire, somigliano ai ricordi che riaffiorano
inattesi dagli abissi della nostra mente; e nel tornare ai porfidi da lui
visitati, lo scrittore torna a momenti della propria vita. E dato che spesso
sono le sepolture a essere nobilitate dalla pietra purpurea, è inevitabile
leggere Cimitero dei porfidi anche come meditazione sulla morte che tutto porta
via, e si manifesta nell’onirica chiusa quando la voce narrante si ritrova nel
buio di un sarcofago, a sprofondare in “queste tenebre senza fine che mi
accompagneranno d’ora in avanti”.
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