Nadia Massella: “Vogliamo dare voce a storie sconosciute al grande pubblico”

Pressenza - Tuesday, September 1, 2026

Bosco Chiesanuova (VR), 31 agosto 2026 – A conclusione del Film Festival della Lessinia proponiamo un’intervista con la sua presidente, che ci parla di come avviene la selezione dei film per il concorso e dell’attenzione che l’organizzazione del festival ha sempre avuto verso le tematiche ambientali e sociali. A seguire, le trame di tre dei film in concorso, scelti fra quelli che più si avvicinano ai valori di Pressenza.

Come viene fatta la selezione dei film? A quali temi si pone più attenzione?

«Ogni membro del comitato di selezione visiona i film e poi ci ritroviamo periodicamente tutti insieme per discutere di quelli che abbiamo visionato e, se abbiamo pareri discordanti, li riguardiamo insieme. I film devono essere coerenti con il tema del festival: vita, storia e tradizioni delle genti di montagna. Nella scelta abbiamo anche un occhio di riguardo per la qualità delle opere presentate. Per il Festival è importante dare voce e volti a persone e popoli le cui storie sono sconosciute al grande pubblico»

Ho notato nel corso degli anni una presenza crescente di tematiche legate alla crisi ecologica e climatica. La scelta è legata alla più ampia disponibilità di film che si occupano di ambiente e clima oppure è frutto di una vostra precisa volontà di divulgazione?

«Da anni il Festival ha creato la sezione FFDLgreen dedicata ai problemi dell’ambiente e del pianeta: dall’inquinamento al riscaldamento globale, alla scarsità dell’acqua, alla deforestazione. Questi temi sono stati trattati non solo nei film ma anche nelle conferenze, come in quella di Mauro Varotto e Giovanni Baccolo che hanno parlato dei ghiacciai, quella di Giannandrea Mencini sulle dinamiche distorte presenti oggi nel mercato delle sementi, affiancata dalla presenza di piccole realtà contadine nella piazza del Festival. Questa è una scelta della rassegna per far conoscere e sensibilizzare il pubblico sulle tematiche ambientali e sulle scelte che possono favorire comportamenti corretti nella vita di tutti i giorni. A questi temi purtroppo da qualche anno si è aggiunto quello dell’inquinamento creato dalle guerre, di cui ha parlato il climatologo Luca Mercalli e testimoniato nella piazza del festival anche dalla presenza delle Donne in nero per la Pace che dagli anni ‘90 manifestano contro le guerre».

PRESSENZA è un’agenzia stampa si occupa di nonviolenza, pace e disarmo, diritti umani e inclusione sociale. Quali tre film fra quelli in concorso sono più vicini a questi temi (uno di questi è sicuramente Il ragazzo della Drina, finora in assoluto il lavoro migliore che ho visto quest’anno)?

«Tra i film presentati, oltre a Il ragazzo della Drina, penso a La voix du troupeau, dove il protagonista Didier, sordo dalla nascita e analfabeta, inventa un’originale lingua dei segni per comunicare sia con gli animali che alleva che con i familiari e la sua comunità. E poi il film Il primo suono, dove la musica e la vita di Giancarlo Murranca superano qualsiasi barriera e commuovono e coinvolgono il pubblico».

Il ragazzo della Drina (The boy from the river Drina), di Zijad Ibrahimovic, Svizzera, 2025 – Si può guarire da un genocidio? Irvin, sopravvissuto da bambino alla strage di Srebrenica, torna alla casa paterna dopo trent’anni, nella Valle della Drina. Negli stessi prati e boschi in cui le persone allora si rifugiarono, decide di costruire con le sue mani un piccolo villaggio. Dal suo racconto in prima persona emergono le ferite che porta dentro di sé, strascico doloroso della guerra. Lavorare e raccontare è per lui un modo di elaborare il suo passato personale e quello dei morti, a cui tenta di ridare dignità. Il regista lo segue da vicino, lasciandogli completamente la scena in un ritratto senza retorica. Il ragazzo della Drina è il racconto toccante di un bambino, poi cresciuto in Italia, che ha deciso di tornare al suo villaggio natale per “ridare vita” alle vittime del genocidio. “Penso che si parli tanto del genocidio di Srebrenica, ma si parla poco dei sopravvissuti e del ritorno a Srebrenica. Noi tramite il nostro ritorno diamo nuova vita alle persone che non ci sono più, qualsiasi cosa facciamo. Dall’arare la terra, dal coltivarla, dal fare la legna per l’inverno, dall’accendere un fuoco, dal bere l’acqua da un torrente, dal camminare su questa terra. In quel momento ridiamo di nuovo vita alle persone che non ci sono più”, dice Irvin, camminando per il suo villaggio in cui sono rimasti soltanto quattro abitanti. Durante il film mostra anche i boschi in cui gli abitanti di Srebrenica cercarono rifugio durante la guerra: “La natura si impadronisce di noi e ci salva. Lo ha fatto durante la guerra. Noi che siamo sopravvissuti dobbiamo tutto alla natura”.

Il primo suono, di Andrea Mura, Italia, 2026 – Giancarlo Murranca è un percussionista e costruttore di strumenti musicali. Invita il regista nel suo “rifugio” sulle montagne della Sardegna, dove intende costruire un m’bira che sarà forse l’ultima. Malato fin dalla nascita di spina bifida che gli provoca dolori atroci, non usa la morfina ma la marijuana, lottando per il suo uso terapeutico. «Se suono sono in paradiso, come smetto sono all’inferno», confessa. Il lavoro di costruzione dello strumento è accompagnato dai suoi racconti: «Il suono deve essere come quello dell’acqua», dice. E quando lo vediamo suonare nel bosco, troviamo il senso profondo della sua filosofia: «La musica è imitazione e l’Uomo, fin dalle origini, cerca di imitare quello che sente in Natura». Il film alterna l’indagine documentaristica all’animazione, in un dialogo che si fa intimo e che arriva a toccare i gangli sensibili della vita di Giancarlo e dell’esistenza umana: «Amplificare il bello e te ne vai libero: si chiama morte».

La voce del gregge (La voix du troupeau), di Matthias Joulaud e Lucien Roux, Svizzera, 2026 – Per comunicare con i suoi familiari e con i suoi compaesani, Didier, sordo dalla nascita e analfabeta, ha inventato una propria e originale lingua dei segni. Non gli è necessario utilizzarla, tuttavia, per comunicare con le mucche della famiglia Maury, animali che alleva con amore, in una fattoria dell’Alvernia. Nel lavoro e nel rapporto con le bestie Didier ha trovato conforto dopo la morte di Claude, l’amato fratello. Il vuoto, da allora, è colmato dall’affetto della famiglia presso cui lavora, in particolare dal tenero e giocoso rapporto con la giovane figlia. Quando le difficoltà che mettono in crisi il mondo dell’allevamento costringono i Maury a vendere le bestie, Didier sarà messo a dura prova, dovrà confrontarsi con le proprie paure e reinventare i rapporti con gli altri. I registi, mescolando immagini ad animazioni, ci accompagnano nella sua quotidianità, affidano il racconto alla sua lingua dei segni, senza tradurla e sottotitolarla, tanto risulta universale nella sua unicità. Senza  indugiare in retorica, raccontano Didier non come persona disabile ma come uomo.

 

 

Mara Zanella