
Giulio Ferroni / Ulisse non viaggia più qui
Pulp Magazine - Tuesday, September 1, 2026Può accadere con i film, come pure con le canzoni popolari; molto avviene con i libri, la storia e la letteratura, che i luoghi e le immagini del mondo si rianimino, anche a distanza di tempo, e diventino vive ai nostri occhi. Scilla e Cariddi, con la forza del loro mito, sono oggi per noi proprio questo. Dobbiamo riconoscere la forza di questa operazione a un bel libro pubblicato da Laterza il cui autore Giulio Ferroni è un critico letterario e storico della letteratura di chiara fama. Già professore presso l’Università di Calabria e poi, per quarant’anni, docente presso l’università la Sapienza di Roma, oggi Ferroni è professore emerito e, per sua esplicita dichiarazione, è stato mosso alla scrittura di questo libro da un forte senso di inquietudine e di irritazione per quello che sta succedendo intorno al progetto di un eventuale ponte sullo stretto di Messina.
Di cosa tratta allora questo Tra Scilla e Cariddi? Parla forse di traffico e di logistica? Di economia e politica? Niente di tutto questo. Non direttamente, almeno. E non potrebbe essere altrimenti. Nonostante Ferroni, per sua stessa ammissione, si sia studiato le carte dei progetti ingegneristici, non si è mai spinto molto avanti su questo terreno di competenza d’altri, ma ha lavorato sul versante delle sue conoscenze per restituirci un’enorme sapienza perduta o anche solo appannata, con molta cura, qualche polemica ben mirata e l’entusiasmo di chi sta trasmettendo saperi preziosi.
Tra Scilla e Cariddi è soprattutto un libro di storia della letteratura, ma non solo. Vi si ripercorre la costruzione e la reinterpretazione del mito, dai testi omerici fino alla letteratura contemporanea. E la “sorpresa” è anche nel vedere quanto a lungo lo “Stretto” sia stato frequentato nel tempo da illustri figure della storia della cultura latina e italiana nel suo complesso. Certamente Omero e il suo capolavoro, ma appena dopo di lui, a seguire, Virgilio, Ovidio, Catullo, Orazio, Seneca. Più tardi Dante (non poteva mancare nelle pagine del maggiore esperto del “sommo poeta”) Petrarca, Boccaccio, anche se marginalmente, per poi attraversare i confini e arrivare nella Spagna di don Chisciotte, e tornare nell’Italia di Manzoni e, prima ancora, di Pietro Bembo.
In particolare, un’opera su cui opportunamente Ferroni attira il nostro interesse è quella di uno scrittore ormai quasi dimenticato, Stefano D’Arrigo che, a metà del Novecento, pubblicò un complesso ma bellissimo e lungo romanzo di oltre mille pagine che ha per titolo Horcynus Orca ed è ambientato nel 1943 nel racconto del viaggio a piedi di un marinaio che da Napoli torna verso lo stretto e la sua Sicilia tra sogni, visioni e miti.
Insieme a D’Arrigo, un’altra menzione particolare meritano i romantici tedeschi. Per loro non c’è bisogno di oltrepassare i nostri confini perché Goethe, Wagner e, più tardi, Schiller dedicarono scritti poetici e riflessioni a Scilla e Cariddi e allo Stretto nel suo complesso. D’altra parte, alcune leggende locali hanno tutte le caratteristiche per sembrare delle favole nordeuropee come quella di Colapesce figlio di pescatori catanesi che riusciva a stare nel mare senza respirare per moltissimo tempo. La formidabile schiera di figure mitiche, poeti, intellettuali, santi come Francesco di Paola, artisti come Antonello da Messina, scrittori come Elio Vittorini e scrittrici come Nadia Terranova che “usa” liberamente lo stretto a volte come luogo per il rifiuto e altre volte come prezioso scrigno dei ricordi, tutti insieme scendono in campo per manifestare contro lo scempio della natura, della cultura, delle tradizioni e della storia che la costruzione del ponte comporterebbe.
Il Giulio Ferroni letterato viene così affiancato dal Giulio Ferroni cittadino di un bellissimo paese, l’Italia, da troppo tempo distrutto e insidiato ancora da speculazioni e da “grandi opere” inutili e dannose. Polemizza allora con i suoi colleghi che hanno tanta difficoltà ad alzare la voce contro quello che sta succedendo e che certamente non è un “volano dello sviluppo” come si sente ripetere. E allora chiama in appoggio un testo dalla Dialettica dell’illuminismo (1947) in cui Horkheimer e Adorno spiegano: «chi crede che nel mondo del XXI Secolo, certi progetti possano essere segno di modernità, non avverte che la sola modernità possibile sarebbe quella di una ragione civile aspirante a recuperare le autentiche ragioni del moderno attraverso la cura dell’ambiente, l’intervento improcrastinabile su un tipo di sviluppo che ci sta portando all’estinzione».
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