Giulio Ferroni / Ulisse non viaggia più qui
Può accadere con i film, come pure con le canzoni popolari; molto avviene con i
libri, la storia e la letteratura, che i luoghi e le immagini del mondo si
rianimino, anche a distanza di tempo, e diventino vive ai nostri occhi. Scilla e
Cariddi, con la forza del loro mito, sono oggi per noi proprio questo. Dobbiamo
riconoscere la forza di questa operazione a un bel libro pubblicato da Laterza
il cui autore Giulio Ferroni è un critico letterario e storico della letteratura
di chiara fama. Già professore presso l’Università di Calabria e poi, per
quarant’anni, docente presso l’università la Sapienza di Roma, oggi Ferroni è
professore emerito e, per sua esplicita dichiarazione, è stato mosso alla
scrittura di questo libro da un forte senso di inquietudine e di irritazione per
quello che sta succedendo intorno al progetto di un eventuale ponte sullo
stretto di Messina.
Di cosa tratta allora questo Tra Scilla e Cariddi? Parla forse di traffico e di
logistica? Di economia e politica? Niente di tutto questo. Non direttamente,
almeno. E non potrebbe essere altrimenti. Nonostante Ferroni, per sua stessa
ammissione, si sia studiato le carte dei progetti ingegneristici, non si è mai
spinto molto avanti su questo terreno di competenza d’altri, ma ha lavorato sul
versante delle sue conoscenze per restituirci un’enorme sapienza perduta o anche
solo appannata, con molta cura, qualche polemica ben mirata e l’entusiasmo di
chi sta trasmettendo saperi preziosi.
Tra Scilla e Cariddi è soprattutto un libro di storia della letteratura, ma non
solo. Vi si ripercorre la costruzione e la reinterpretazione del mito, dai testi
omerici fino alla letteratura contemporanea. E la “sorpresa” è anche nel vedere
quanto a lungo lo “Stretto” sia stato frequentato nel tempo da illustri figure
della storia della cultura latina e italiana nel suo complesso. Certamente Omero
e il suo capolavoro, ma appena dopo di lui, a seguire, Virgilio, Ovidio,
Catullo, Orazio, Seneca. Più tardi Dante (non poteva mancare nelle pagine del
maggiore esperto del “sommo poeta”) Petrarca, Boccaccio, anche se marginalmente,
per poi attraversare i confini e arrivare nella Spagna di don Chisciotte, e
tornare nell’Italia di Manzoni e, prima ancora, di Pietro Bembo.
In particolare, un’opera su cui opportunamente Ferroni attira il nostro
interesse è quella di uno scrittore ormai quasi dimenticato, Stefano D’Arrigo
che, a metà del Novecento, pubblicò un complesso ma bellissimo e lungo romanzo
di oltre mille pagine che ha per titolo Horcynus Orca ed è ambientato nel 1943
nel racconto del viaggio a piedi di un marinaio che da Napoli torna verso lo
stretto e la sua Sicilia tra sogni, visioni e miti.
Insieme a D’Arrigo, un’altra menzione particolare meritano i romantici tedeschi.
Per loro non c’è bisogno di oltrepassare i nostri confini perché Goethe, Wagner
e, più tardi, Schiller dedicarono scritti poetici e riflessioni a Scilla e
Cariddi e allo Stretto nel suo complesso. D’altra parte, alcune leggende locali
hanno tutte le caratteristiche per sembrare delle favole nordeuropee come quella
di Colapesce figlio di pescatori catanesi che riusciva a stare nel mare senza
respirare per moltissimo tempo. La formidabile schiera di figure mitiche, poeti,
intellettuali, santi come Francesco di Paola, artisti come Antonello da Messina,
scrittori come Elio Vittorini e scrittrici come Nadia Terranova che “usa”
liberamente lo stretto a volte come luogo per il rifiuto e altre volte come
prezioso scrigno dei ricordi, tutti insieme scendono in campo per manifestare
contro lo scempio della natura, della cultura, delle tradizioni e della storia
che la costruzione del ponte comporterebbe.
Il Giulio Ferroni letterato viene così affiancato dal Giulio Ferroni cittadino
di un bellissimo paese, l’Italia, da troppo tempo distrutto e insidiato ancora
da speculazioni e da “grandi opere” inutili e dannose. Polemizza allora con i
suoi colleghi che hanno tanta difficoltà ad alzare la voce contro quello che sta
succedendo e che certamente non è un “volano dello sviluppo” come si sente
ripetere. E allora chiama in appoggio un testo dalla Dialettica dell’illuminismo
(1947) in cui Horkheimer e Adorno spiegano: «chi crede che nel mondo del XXI
Secolo, certi progetti possano essere segno di modernità, non avverte che la
sola modernità possibile sarebbe quella di una ragione civile aspirante a
recuperare le autentiche ragioni del moderno attraverso la cura dell’ambiente,
l’intervento improcrastinabile su un tipo di sviluppo che ci sta portando
all’estinzione».
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