Sandro Campani / Il lavoro e la casa d’altri

Pulp Magazine - Saturday, August 29, 2026

Sandro Campani, nato nel 1974, racconta l’Appennino tosco-emiliano senza idealizzarlo e senza farne un mondo al riparo dalla modernità. La casa del dormiveglia, il suo quarto libro pubblicato da Einaudi, è un romanzo notevole e vale certamente la lettura. Tutto comincia nel 1997, quando Massimiliano Toschi visita con la moglie Federica e il piccolo Giulio una villetta bifamiliare sull’Appennino. Una metà è in vendita, l’altra è disabitata: due parti perfettamente speculari, divise da un muro e, nel giardino, da una siepe. Toschi acquista la casa pensando di trasferirvisi con la famiglia, ma Federica non lo seguirà. Negli anni quel luogo diventerà seconda casa, rifugio per amori provvisori, dimora solitaria e infine lo scenario di una vita che sembra già vissuta da qualcun altro. Il precedente inquilino era un imprenditore arrivato lì con una compagna molto più giovane. Abbandonato da lei e travolto dal fallimento, si era ritirato al pianterreno, chiudendo l’accesso al piano superiore. Toschi ne ritrova le fotografie, sente rumori oltre il muro, intravede presenze nel giardino vicino. Durante una festa alcuni ragazzi, guardando le immagini dell’altro uomo, lo scambiano per lui. “Non sono io”, protesta Toschi. Ma da quel momento proprio questa certezza comincia a vacillare.

Il richiamo più immediato è il film L’inquilino del terzo piano (1976) di Roman Polanski: una casa conserva la rovina di chi l’ha abitata e sembra spingere il nuovo inquilino a ripercorrerne la vita. Viene in mente anche Casa d’altri di Silvio D’Arzo. Quella di Toschi è infatti una casa propria addossata alla casa di un altro. La bravura di Campani sta nel fermarsi sulla soglia del perturbante, senza chiarire mai se qualcosa si nasconda davvero oltre il muro o se tutto accada nella mente di Toschi.

La casa del dormiveglia è anche un grande romanzo del lavoro. Non un romanzo working class: Toschi non è un operaio, ma il padrone della Sarcem, azienda del distretto ceramico di Sassuolo. Il conflitto di classe non è al centro del romanzo. Eppure poche narrazioni recenti sono entrate con tanta precisione nella materia della produzione industriale e nei suoi cambiamenti. Sono magnifiche le pagine dedicate all’argilla, agli smalti, ai rulli serigrafici, ai forni, alla stampa digitale, ai problemi di viscosità e di cottura, alla riproduzione del marmo e alle grandi lastre. Campani trasforma il linguaggio tecnico in lingua narrativa. Toschi guarda anche una siepe, una pietra o una superficie domestica con l’occhio formato dalla ceramica. Il lavoro è diventato il modo attraverso il quale percepisce il mondo. Dentro questa precisione tecnica Campani racconta anche il passaggio fra due epoche. Mezzo, il direttore dello stabilimento, riconosce la qualità dello smalto immergendovi una mano e valuta l’umidità dell’argilla stringendola; con la stampa digitale arrivano invece file, software, grafici e tecnici specializzati. Cambia il rapporto fra il lavoro, il sapere e le persone che lo possiedono.

Toschi non è però il grande industriale né il manager che governa la fabbrica da lontano. Appartiene a una figura tipica dei distretti italiani: l’imprenditore cresciuto nello stesso ambiente dei suoi operai, arrivato alla proprietà attraverso il mestiere, il risparmio e la conoscenza diretta della produzione. La Sarcem porta l’impronta dei rapporti personali, dei favori concessi e delle fedeltà richieste. La vicinanza ai dipendenti non cancella la gerarchia: Toschi rimane il padrone e il carattere quasi familiare di quei rapporti è anche una forma di potere paternalistico. Eppure il protagonista non coincide mai del tutto con il tipo umano che la sua posizione sembrerebbe imporgli. Non possiede la sicurezza aggressiva, il decisionismo e il dominio di sé tradizionalmente associati all’imprenditore maschio. Anche con le donne resta lontano dalla parte del conquistatore: aspetta, si lascia scegliere o abbandonare. Campani non ne fa un personaggio esemplare o apertamente anticonformista. Toschi esita, osserva, si lascia toccare dalle cose e non riesce mai a identificarsi completamente con il potere che possiede. È padrone, ma continua a pensarsi come uno che lavora; organizza il lavoro altrui, ma fatica a governare la propria vita e conserva una disponibilità all’imprevisto. Questo scarto poco vistoso è uno degli aspetti più belli e sorprendenti del romanzo. Campani lo ferma sulla soglia: fra la ripetizione della vita dell’altro e la possibilità, ancora incerta, di sottrarsi; fra ciò che il lavoro ha fatto di lui e ciò che potrebbe restarne.

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