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Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze
Con il termine “love bombing” si intende una tattica manipolatoria attraverso cui una persona cerca di conquistare rapidamente l’attenzione e l’affetto di un’altra, soffocandola con gesti e parole d’amore eccessivi, per poter esercitare su di lei controllo e potere unidirezionale. Si tratta di un fenomeno di cui si è discusso molto, soprattutto negli ultimi anni, nel tentativo di individuare, all’interno di una relazione sentimentale, atteggiamenti abusanti che trasformano una storia d’amore in un gioco di potere distruttivo. Con questo romanzo Passerini sottrae la dinamica del “love bombing” alla classica rappresentazione eterosessuale in cui il soggetto abusato è tipicamente la donna, per trasferirla all’interno di una coppia omosessuale che vive a New York: Jean Luc di origini francesi e Raffaele, italiano. Ricorda così al lettore come certi meccanismi di potere nelle relazioni possono riprodursi ovunque esista uno squilibrio emotivo e/o economico, a prescindere dal sesso. Raffaele – cineasta alle prese con la sua prima sceneggiatura – è la preda ideale per rimanere intrappolato in questo perverso meccanismo: insicuro, sensibile, poco considerato dalla famiglia d’origine e disperatamente bisognoso d’amore. Jean Luc, invece, classico uomo d’affari abituato a decidere e volere tutto e subito, assume il ruolo di maschio dominante della coppia già dal primo appuntamento. Raffaele subisce il fascino del francese lasciandosi travolgere da un corteggiamento intenso e totalizzante che, almeno inizialmente, sembra colmare tutti i suoi vuoti affettivi ma l’uomo premuroso, presente, irresistibile, che studia ogni gesto per farlo sentire speciale, desiderato e indispensabile, dimostra ben presto la sua propensione al possesso mascherato, come spesso accade, da amore: la relazione tra i due protagonisti si sviluppa infatti attraverso piccoli segnali di controllo, inizialmente quasi invisibili, che diventano via via sempre più soffocanti. È Jean Luc a dettare i tempi e i modi della relazione esprimendo giudizi sprezzanti e negativi sul modo di vivere e gestire il quotidiano dell’altro, riprendendolo per ogni minima cosa detta o fatta che lui considera fuori luogo, punendolo con il silenzio per atteggiamenti che reputa sbagliati evitando, così, il confronto. Nonostante Raffaele sia pienamente consapevole che in una relazione amorosa il sacrificarsi e l’aspettare, il sopportare, perdonare e mediare non debba ricadere sempre sulla stessa persona – trasformandola inevitabilmente nell’anello debole della coppia –, non riuscirà mai a trovare le parole né la forza per rompere il meccanismo di prevaricazione messo in atto dal compagno. Quest’ultimo, infatti, arriverà perfino a chiedergli, come prova d’amore, di scegliere tra lui e la propria famiglia, tra lui e gli amici. Raffaele, pur di non farlo arrabbiare, sceglierà sempre e comunque Jean Luc adeguandosi a ogni sua richiesta, ma non solo non riceverà mai in cambio l’amore di cui ha bisogno, subirà continuamente atteggiamenti che non faranno altro che alimentare il suo senso d’inadeguatezza e aumentare la paura di non essere accettato e amato, sensazione che si porta dietro sin da ragazzino quando cercava d’essere come chiunque gli sembrasse felice senza imparare, però, a essere sé stesso: «[…] sin da piccolo, vivendo quello che sentivo di essere come un grande pericolo, ho cercato di essere come chiunque incontrassi che mi sembrava felice – ragazzi, ragazze, cani, gatti – e provavo a immaginare come doveva essere, esser loro, imitandoli in tutto. Dimenticandomi però di imparare ad essere me stesso. Questa mancanza di amore per me stesso, anni dopo, l’avrei pagata cara». L’aspetto più interessante del romanzo di Passerini è nel raccontare persone comuni, soggetti quasi banali, lasciandoci intendere che ognuno di noi può incappare in una relazione tossica; nel mostrare come certe dinamiche distruttive possano nascere dall’incontro tra chi ha un bisogno disperato di essere amato e chi è incapace di amare con sincerità. Non si riesce a essere completamente dalla parte di Raffaele, incapace per lungo tempo di sottrarsi alla manipolazione di Jean Luc, così come non si prova nessuna pena per quest’ultimo, persona totalmente incapace di vivere un sentimento se non attraverso la prevaricazione. Con questa storia, Passerini mostra quanto il confine tra amore e manipolazione possa essere sottile e difficile da riconoscere, soprattutto per chi vive una fragilità emotiva individuando nel bisogno d’amore – cui credo nessuno sia esente –, nella paura della solitudine e nel desiderio di essere considerati, terreno fertile per relazioni tossiche.     L'articolo Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze proviene da Pulp Magazine.
May 28, 2026
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Vittorio Giacopini / Dentro le guerre
Ogni altro tempo è pace è l’ultimo romanzo dello scrittore romano Vittorio Giacopini, edito da Nutrimenti. Credo che il tempo, ma soprattutto il tempismo, non sia casuale, attorno e all’interno di questo libro che presenta tante similitudini con la storia che si snoda attorno a noi. Il libro è stato pubblicato il 6 febbraio, in un momento in cui ci sembrava di esserci lasciati alle spalle una guerra – il conflitto tra Israele e Palestina – solamente per ritrovarci dentro un’altra guerra – il conflitto in Iran; esattamente come, nel romanzo, la violenza – personificata dalla Guerra dei Trent’anni – passa il testimone a un suo simile – un conflitto di trent’anni più moderno, nel 2032 – in un battito di ciglia. Per riprendere le parole di Matthaus Merian, da una lettera all’amico Jacques Callot, nel romanzo, «dovessi dire a cosa mi fa pensare quest’evo che viviamo […] porterei ad esempio quelle scatole cinesi […]. L’una contiene l’altra e l’altra ne contiene un’altra ancora e questa a sua volta un’altra e ad libitum, così, all’infinito». Una moltitudine di personaggi si muove – concitata, spaventata, abituata ormai al concatenarsi di eventi non del tutto gradevoli e propizi – in due punti nel tempo, intervallandosi lo spazio nel romanzo. Nel diciassettesimo secolo si scatena una lunga guerra che interessò l’Europa centrale per la quasi totalità dei primi decenni del Seicento. In questo periodo buio, che ha inizio con tre comete che attraversano il cielo nel 1618, Giacopini ci introduce a dei personaggi opposti tra loro, ma con narrazioni complementari. C’è Iacopo Iacopi, soldato di ventura, che insegue la guerra “come un amante”, sfruttandola per vendere armi e munizioni per l’Europa, addentrandosi nel conflitto e trovandosi dove non avrebbe voluto. Alla sua narrazione, più rocambolesca, si intreccia lo scambio epistolare di un allievo, Matthaus Merian, con il proprio maestro e mentore, Jacques Callot, entrambi incisori rispettivamente a Francoforte e Lorena. L’allievo e il maestro si scrivono per aggiornarsi sull’avanzare del conflitto e per conoscere il rispettivo stato di salute e di lavoro, rappresentando un legame affettivo e umano in mezzo a tanta cenere – il più fertile per parlare universalmente della brutalità della guerra e della distanza che intercorre tra le persone. Dalle loro lettere emerge la visione della Storia come una matrioska, una guerra dentro all’altra, che quindi non scorre in avanti ma è, piuttosto, compresenza costante di ogni conflitto. Anche il protagonista della “nuova” Guerra dei Trent’anni la pensa come loro, ovvero che la storia sia compresenza, di vita e morte, di guerra e pace. Si trova confinato in un “palazzone falansterio” a Roma, denominato Togliattenstrasse, nel 2032, dopo innumerevoli guerre da cui sono scaturite pandemie e alluvioni, rendendo il mondo ostile e chiuso. Un guazzabuglio di personaggi, però, popola la visione di quello che potremmo denominare lo Iacopo Iacopi del ventunesimo secolo: un uomo che cerca di cavarsela quando il mondo sembra sull’orlo del baratro. Giacopini scrive un romanzo che si legge come un messaggio, un’interpretazione della Storia che si mescola al presente, in modi del tutto imprevedibili. Qualunque sia il momento in cui leggerete questo libro, troverete dei pezzi del mondo e del tempo in cui vivete – poiché, riprendendo la citazione di Thomas Hobbes che apre e chiude il romanzo, «la natura della guerra consiste […] nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario. Ogni altro tempo è pace». L'articolo Vittorio Giacopini / Dentro le guerre proviene da Pulp Magazine.
May 18, 2026
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Una fazza una razza? Riflessioni su Le soldatesse, di Ugo Pirro
Un critico letterario che sia anche insegnante nelle scuole secondarie resta perplesso quando vede programmi di italiano delle classi quinte che si fermano a Ossi di seppia. Beninteso, ci sono docenti di italiano che proseguono imperterriti, ma non è infrequente che la narrazione della storia delle patrie lettere si arresti sul limitare della Seconda guerra mondiale. Può darsi che quei colleghi si siano dilungati a spiegare Manzoni Leopardi Verga Carducci Pascoli ecc. finendo così il tempo a disposizione. Un dubbio malizioso però sorge: che, dato il numero di studenti (e genitori) fascistelli che ci si ritrova in classe, si preferisca evitare di presentare Fenoglio, Meneghello, Revelli, Viganò et similia per evitare polemiche, discussioni, e-mail di denuncia ai dirigenti scolastici e quant’altro. Se poi è il docente ad avere nostalgie del ventennio o a identificarsi coi camerati di oggi, gli andrà di presentare quegli scrittori che scelsero di combattere contro invasori nazisti e collaborazionisti fascisti? Insomma, la Seconda guerra mondiale è ancora un oggetto problematico che alcuni preferiscono aggirare, così negano agli studenti la conoscenza di una parte importante della nostra letteratura. Inoltre – e qui si apre un’altra questione, ancor più problematica, che ci avvicina all’argomento di oggi – quando si parla di letteratura della Seconda guerra mondiale in Italia, gli autori precedentemente citati sono sempre visti nella prospettiva della Resistenza. Ma quest’ultima – sia esaltata acriticamente stile vecchio PCI che vituperata stile Pansa e seguaci – è solo il secondo atto della tragedia, quello che va dal 1943 al 1945. Le narrazioni resistenziali hanno avuto più spazio e più attenzione, certo non senza merito: nel mazzo ci sono autentici capolavori della letteratura italiana, come I piccoli maestri di Meneghello e Una questione privata di Fenoglio. Ma il primo atto, quello che va dal 1940 al 1945, ce lo siamo perso? Se si va a vedere cosa si è scritto sugli anni in cui l’Italia (anzi, il Regno d’Italia) combatteva contro gli Alleati a fianco dell’alleato germanico, si esce dal novero dei titoli che conoscono tutti (anche chi li ha solo sentiti nominare), e si entra in una zona meno illuminata. L’unico titolo che gode di una certa notorietà è Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern (1953); mentre non sono certo capisaldi della nostra storia letteraria opere come Il deserto della Libia (1952) di Mario Tobino, Primavera di bellezza (1959) di Fenoglio, Centomila gavette di ghiaccio (1963) di Giulio Bedeschi, o Guerra in camicia nera (1955) di Giuseppe Berto. A parte Bedeschi (il cui memoriale è anche dubbio dal punto di vista letterario), si tratta di autori di spicco del secondo Novecento (pur se meno, ma i titoli sopra riportati non sono certo i più considerati. Figuriamoci poi se andiamo a leggere un romanzo di un personaggio noto sì, ma non come scrittore: Ugo Pirro. Per gli appassionati della settima arte, questo è uno pseudonimo prestigioso (si chiamava Ugo Mattone): è lo sceneggiatore di pietre miliari del cinema italiano quali Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Il giardino dei Finzi-Contini, A ciascuno il suo, Ogro, Metello. Meno nota è la sua attività di scrittore, che annovera quattordici titoli pubblicati tra il 1956 e il 2001; di questi ci interessa disseppellire l’opera di esordio, Le soldatesse – esordio, beninteso, letterario, perché come sceneggiatore Pirro aveva cominciato già nel 1951, all’età di trentun anni, lavorando con altri al soggetto di Achtung! Banditi! diretto da Carlo Lizzani. La lettura dell’opera prima di Pirro romanziere rivela subito come mai questo romanzo sia finito nella soffitta della memoria letteraria nazionale (una sola ristampa risalente al 2000, per i tipi di Sellerio, con postfazione di Andrea Camilleri; fortunatamente ancora disponibile online). La Seconda guerra mondiale fu una vergognosa sconfitta; non mancò solo la fortuna, come recita un menzognero monumento in Africa, ma quasi tutto il resto; dopo vent’anni di retorica nazionalista, guerrafondaia, militarista, l’Italia del fascio arrivò al conflitto male attrezzata, senza una vera strategia complessiva, mal comandata, poco motivata, senza risorse, con un apparato industriale poco sviluppato. A chi ancora si sforza di trovare le cose buone fatte dal fascismo, bisogna ricordare, sempre sia in grado di capire, che la preparazione militare del paese era l’obiettivo principale sbandierato da Mussolini, e che al momento in cui sarebbe servita semplicemente non c’era. Questo lo ammette persino uno scrittore che restò fascista anche dopo la resa e dopo il 25 aprile, come Bedeschi. Nel dopoguerra si cercò di compensare la vergogna della disfatta nazionale, e di quel che seguì l’otto settembre con l’epopea della Resistenza. Di qui la maggiore importanza attribuita alla letteratura resistenziale, vista come guerra di popolo e riscatto nazionale: le narrazioni della guerra fascista finivano così col diventare storie di un’altra Italia, non quella nata dalla Resistenza. La guerra fino all’otto settembre era quindi una sorta di appendice del Ventennio, come se nel 1943 il paese avesse subito una sorta di palingenesi, come se gli italiani del 1940 non fossero quelli del 1945. Mentre Fenoglio, più lucido di tanti altri, aveva originariamente concepito il suo grande romanzo sulla Resistenza, come si vede nella ricostruzione operata da Gabriele Pedullà, seguendo un percorso che parte da prima della dichiarazione di guerra, con i giorni di scuola e universitari di Johnny, poi passa per il suo addestramento nel Regio Esercito (la parte che poi sarebbe diventata Primavera di bellezza), infine narra lo sfascio del regime e la guerra civile. Soprattutto, Fenoglio mette in chiaro che non si spiegherà mai quel che succede dopo l’otto settembre se non si tiene conto di quel che è accaduto prima (in questo è assolutamente in sintonia con Meneghello, che a I piccoli maestri ha fornito un indispensabile prequel, Fiori italiani, e un altrettanto necessario sequel, Bau-sète). Per questo è dunque il caso di riscoprire le narrazioni, memorialistiche e finzionali, della guerra fascista, come appunto Le soldatesse, un testo, riletto oggi, senz’altro imbarazzante, e per due motivi. Siamo in Grecia durante l’occupazione italiana: regna la fame, il pane sembra introvabile per i greci; gli occupanti invece la farina e il pane bene o male ce l’hanno, e questo dà loro un potere di fatto sugli elleni occupati. Ci si sposta tra città e villaggi dai nomi altisonanti che richiamano la tragedia classica, ma non ne resta molto: “Intanto ci avvicinavamo a Tebe. Poche case lungo la camionabile ed in fondo all’abitato un pezzo di muro antico dimenticato e troppo anonimo per sbalordirci”. Ed è proprio nella città di Edipo che il protagonista e io narrante del romanzo deve prendere in carico una squadra di ragazze greche affamate, destinate a prostituirsi ai soldati italiani per avere di che mangiare tutti i giorni. L’imbarazzo provato da chi si trova a leggere queste pagine è, come dicevo, duplice: vedere gli italiani come tutt’altro che “brava gente”, bensì come invasori che approfittano del loro potere (derivante in realtà dall’intervento dei tedeschi che piegarono la Grecia, dopo che noi non ne fummo stati capaci); ma anche vedere all’opera il vero maschilismo, la vera cultura patriarcale, incarnati nell’idea che i conquistatori (noi) abbiano diritto a godersi le donne dei conquistati. Ripetutamente Pirro ci presenta i soldati e gli ufficiali italiani che cercano di comprarsi il sesso con un tozzo di pane – letteralmente. Ma il destino delle “soldatesse” è per certi versi ancor più disumanizzante, e lo spiega sinteticamente un tenente dei Carabinieri: “Le prostitute servono a tener su il morale delle truppe, fanno parte dell’armamento morale del soldato”. La prostituta come parte della macchina bellica del regime: è un’idea che predata il fascismo, perché i bordelli per soldati e ufficiali (rigorosamente separati) erano stati già gestiti efficientemente dal Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale. Le ragazze greche, insomma, vengono prese per fame diventando ingranaggi spersonalizzati dell’apparato militare italiano che opprime il loro stesso paese, uccidendo quei greci che osano resistere. Nel romanzo Pirro inserisce anche una storia d’amore, che a tutta prima sembra un tentativo di trovare qualcosa di gratificante in una situazione che non lo è affatto: il narratore è fortemente attratto da Eftichia, la più scontrosa e taciturna delle ragazze. Man mano che l’ufficialetto si strugge per l’aspirante meretrice, chi legge viene colto dal timore che la storia sfocerà in qualche finale alla volemose bene, anticipando lo zuccheroso Mediterraneo di Salvatores (quanto a rappresentazione della Seconda guerra mondiale, più fasullo di quello soltanto La vita è bella di Benigni). Pirro però evita di precipitare nella melassa, insinuando il dubbio che Eftichia sia in realtà una partigiana infiltrata tra le future prostitute, e che l’agguato nel quale perde la vita Elenitza sia stato innescato dalle informazioni che Eftichia ha passato alla resistenza – una tragedia greca nella commedia all’italiana. Verso la fine del romanzo la passione tra l’ufficiale italiano e la prostituta greca si consuma, ma il rapporto sessuale non aggiusta niente, e una battuta del narratore mette tutta la vicenda sotto una luce inquietante: “Vorrei sapere se io sono stato il tuo primo uomo o il tuo primo cliente”. Era passione autentica, quella di Eftichia, o simulata? L’esternazione del narratore, del resto, si può leggere in più modi: anche come espressione dell’amara consapevolezza di essere stato usato dalla ragazza, di aver pagato il sesso con informazioni utili per i partigiani greci che l’ufficiale si è fatto sfuggire. In un contesto di guerra, non ci sono passioni “pure”, l’amore non vince su tutto, e non è mai del tutto chiaro chi conduca veramente il gioco. Forse, in ultima analisi, sono tutti vittime del meccanismo inesorabile del conflitto, e solo in questo senso si può citare la vecchia formula “una fazza una razza”. Nella chiusa del romanzo il narratore, tornato alla base, si trova a tavola con gli altri ufficiali nella mensa a loro riservata: il menù è ricco, perché c’è un generale in visita, e l’ospite d’onore va trattato bene. L’abboffata degli ufficiali contrasta nettamente con la fame che attanaglia la Grecia, e nel raffigurarla Pirro esprime implicitamente un giudizio morale. Ed è significativa la scelta del narratore di non sedersi al tavolo degli ufficiali suoi superiori, ma di accomodarsi con altri due tenenti, due pecore nere che “facevano di tutto per lasciar capire a chiunque osasse avvicinarli che non credevano ad una parola di quanto era scritto nei nostri bollettini di guerra”. La radio, a questo punto, annuncia la presa di Tobruk da parte delle truppe italo-tedesche al comando del feldmaresciallo Rommel; scoppiano gli applausi, si inneggia alla vittoria, ma il narratore è consapevole “che non era una vittoria, perché qualcosa crollava intorno a noi anche in quel giorno, senza nostra colpa, senza che potessimo impedirlo, senza che fosse giusto impedirlo”. La catastrofe finale viene solamente accennata, e forse per questo fa ancor più colpo; nonostante l’esultanza obbligata degli ufficiali che ancora credono – o fingono di credere per convenienza – alla guerra del fascio, alla fine “tutti sentivano rabbia, come se il nostro scetticismo li defraudasse della ingenua speranza di un felice e vittorioso ritorno”. Indubbiamente un libro da recuperare, questo di Pirro; da recuperare e da meditare. In questa istantanea impietosa degli italiani in guerra, ci trovi già qualcosa dei tanti puttanieri di oggi – letterali e, ancor peggio, metaforici. L'articolo Una fazza una razza? Riflessioni su Le soldatesse, di Ugo Pirro proviene da Pulp Magazine.
April 25, 2026
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Luigi Nacci / Il libro del figlio
«Come si fa? Ho chiesto a mamma al pranzo del loro ultimo anniversario. A fare cosa? A essere come voi. Come siamo? Una cosa sola. Sacrificio». Si scrive per dimenticare, per elaborare, si scrive per ricordare, affinché ogni cosa del nostro essere non sia del tutto perduta. Il tempo dei semplici del triestino Luigi Nacci, secondo romanzo dell’autore, è questo, una costellazione di momenti, una preziosa corolla di ricordi, un “libro del figlio” che celebra con passione e tenerezza la vita dei genitori e il suo rapporto con essi. Nacci è un viandante, un cercatore di tutte quelle semplicità che si annidano nella moltitudine di attimi che formano un’esistenza, delle semplicità di valore e sostanza che impreziosiscono, donano spessore e profondità a un modo di vivere pressoché dimenticato. In questo romanzo un figlio racconta i suoi genitori con gli occhi dell’infanzia, dell’adolescenza e del suo essere adulto; narra la stima, l’affetto, la tenerezza, i sacrifici, le premure, le gioie e i dolori, con sincerità e con costante e mai immutata ammirazione.«Lei è così, sboccia clamorosa come una peonia selvatica e sbocciando saluta tutto e tutti». La made e il padre, per lui nel romanzo mamma e papà, sono sempre una cosa sola, due esistenze che da sempre si completano. Il ruolo della famiglia è centrale, la strada, la risposta al grande viaggio che è la vita, ma la famiglia cresce, invecchia, il figlio vede il lento e ineluttabile declino fisico, la paura della perdita e l’incognita del futuro diventano paura strisciante, presenza fastidiosa che si insinua nel legame, che si riflette negli oggetti della casa, negli odori, in ogni attimo della quotidianità. Il figlio, mamma e papà, una quarta persona da ricordare e celebrare, tutti i parenti di Trieste, quelli di “giù”, quelli sparsi nel mondo, sono i protagonisti di questo libro dei ricordi, ma vi è un altro personaggio, quello che più spaventa, quello che per la maggior parte delle persone è anche solo difficile nominare: la morte. La morte è un personaggio che diventa “vivo”, è ovunque, un orizzonte sempre presente, visibile, tangibile, con connotazioni reali, talvolta positive, perché la morte è come la vita, fa parte della nostra esistenza e i vivi si relazionano con i propri morti. In questo romanzo la morte è rispettata, celebrata e attesa. Nacci ambienta il suo romanzo a Trieste, dandole un ruolo duale, adottando scenografie poco conosciute e poco narrate. Il mosaico architettonico composto dalle linee pulite dei palazzi asburgici, da quelle eleganti in stile liberty, da quelle rigide a austere del razionalismo e del moderno brutalismo, viene abbandonato; la Trieste di Nacci è verde come le selve che custodiscono le osmize, blu come il mare nel porto, grigia come i palazzoni della periferia abitata da ogni tipo di etnia, dai triestini ma anche dagli italiani immigrati dal sud. «Si vede anche un pezzo di mare, con le banchine in cui attraccano le petroliere. Non ha niente a che fare con il mare di piazza Unità, è un mare operaio il nostro, di amianto e catrame». Il romanzo, scritto con una prosa apparentemente semplice, come a riflettere il senso e la vita dei suoi personaggi, nasconde una chiave intima e poetica, frasi brevi, precise, incisive che donano al testo profondità e musicalità. I capitoli brevi formano un album dei ricordi, sono polaroid di fotografie nitide in cui il lettore, con un gesto semplice e lento come quello dello sfogliare, respira nel suono del fruscio delle pagine la pura e dolce genuinità dei valori e degli affetti che non devono essere dimenticati. L'articolo Luigi Nacci / Il libro del figlio proviene da Pulp Magazine.
April 22, 2026
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Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming
Triscina è una frazione nel sud più sperduto della Sicilia, settecento quaranta anime, la malavita e la mafia che controllano la vita di tutti, ritmi lenti, segreti custoditi con il massimo riserbo, la famiglia prima di tutto. Ed è qui che vive Nilo, un ragazzino di tredici anni, insieme alla madre Agata e alla zia Rosi. Le due donne gestiscono un laboratorio di marmi, una copertura che nasconde ben altro. Il ragazzino non fa una vita come quella degli altri adolescenti, non è libero di giocare e frequentare troppe amicizie: la sera la madre gli dà delle gocce per farlo dormire senza sentire i rumori e i lamenti che provengono da un bagno in cui è rinchiuso un segreto di cui lui dovrà essere custode in futuro, ma che ancora non conosce. Questo è sempre stato il destino della sua famiglia. In paese tutti sanno dell’esistenza di questa entità malvagia, tanto che a volte richiedono l’aiuto di Agata per far scomparire testimoni e persone scomode. La vita sembra scorrere senza troppe scosse, senza alcuna novità, con un ritmo che il caldo rende lento e prevedibile. Ma a un certo punto arrivano in paese Arianna e Saskia, una madre che si mantiene con Onlyfans e una figlia di dieci anni che è dovuta crescere più velocemente del previsto a causa di una vita non adatta a lei. L’incontro di Nilo con le due è dirompente: per la prima volta il ragazzo si rende conto che esiste qualcosa al di fuori di Triscina e della famiglia, anche se la madre gli ha sempre detto che il suo mondo sarà quello. Nilo fa amicizia con la bambina ma prova un desiderio irrefrenabile verso Arianna, una donna diametralmente opposta come carattere ed abitudini alla madre e alla zia. Agata gli intima più volte di non vederle più, ma lui trova sempre il modo di incontrarle. E l’amore, la scoperta dei sentimenti è il primo passo per passare attraverso l’adolescenza. Come spesso accade, il protagonista di Ammaniti è un adolescente e in questo romanzo l’autore indaga sul desiderio come forza trainante della vita. Con il suo stile essenziale, direi a volte scarno, mostra scenari inquietanti e apertissimi senza, per scelta, approfondirli troppo. Il non detto che funziona come e forse più dell’espresso, spingendo il lettore a riflessioni che sfidano le nostre convinzioni e le nostre idee. Il realismo che convive con il surrealismo, Ammaniti rende credibili anche situazioni assolutamente assurde facendo entrare il lettore in mondi magici con estrema facilità: il mito di Medusa tra mitologia e attualità, realtà e leggenda giocando con una serie di sentimenti che vanno dalla disumanità alla tenerezza, dall’amore all’ostilità in un crescendo di avvenimenti che si concludono con un colpo di scena inaspettato. Le chiavi di lettura e di riflessione sono molteplici come solo uno scrittore della maestria di Ammaniti può indurre al lettore in un testo abbastanza breve, che qualcuno ha definito più un racconto lungo che un romanzo. Ma questo, di fronte a tutto il resto, non è che un dettaglio superfluo.   L'articolo Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming proviene da Pulp Magazine.
April 21, 2026
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Valentina Maini / John Berger in laguna
Romanzo lagunare e sull’arte, Alaska promette a ogni pagina di essere anche qualcosa di più, per una sorta di impulso trascendente, sostenuto quasi unicamente dalla forza della scrittura. Ed è un proposito spesso mantenuto; d’altra parte, Valentina Maini si era già segnalata all’esordio, La mischia (2020, Bollati Boringhieri), per una lingua assai viva e rigogliosa, e al tempo stesso controllata e flessibile rispetto alle esigenze architettoniche della forma-romanzo. In quel caso, Maini aveva proposto una sorta di “storia europea della violenza contemporanea” attraverso il prisma della storia basca nel primo scorcio di ventunesimo secolo; Alaska è una narrazione apparentemente più localizzata nel microcosmo veneziano, eppure, com’è già stato anticipato, presenta altrettante tendenze allo sconfinamento, sia tematico che formale. Non ci si limita, infatti, alla narrazione della relazione adulterina tra Maia, giovane artista iscritta all’Accademia di Belle Arti, e Sergio, pescatore di barena – relazione che si intreccia ad altre amicizie e frequentazioni sessuali, senza per questo impigliarsi nelle reti di quel ménage à trois che ha una tradizione tutto sommato borghese (e, quindi, di una narrazione che potrebbe risultare infine monocorde, se non anche stucchevole). Se nella prima parte del romanzo, molte pagine sono effettivamente dedicate ai dettagli psicologici ed esistenziali del rapporto tra Sergio e Maia – con affondi notevoli, ad esempio, sull’amore come “indietreggiamento” – è pur vero, d’altra parte, che Alaska sembra costruito per smentire i truismi sull’arte, e dunque anche sulla letteratura, delle lezioni dell’Accademia seguite da Maia, dove «quasi tutti i discorsi […] avevano a che fare con la passione erotica tra un uomo e una donna». Dopo l’esplosione nella prima parte, infatti, la relazione tra Sergio e Maia regredisce gradualmente sullo sfondo nella seconda sezione, lasciando spazio a un “ritratto dell’artista da giovane” che, a differenza del testo joyciano, è giocato principalmente sul filo dell’annichilimento e della sparizione, sia nella dimensione psichica che in quella corporale. Non di rado si toccano i territori, altrettanto precari e in continua ridefinizione, della memoria e del sogno (come si legge, ad esempio: «Accadeva a tutti gli artisti? Per riuscire a comunicare al mondo bucavano la superficie di un sogno»), mentre si fa largo un soggetto in prima persona plurale vagamente weird, ossia dall’incerta collocazione ontologica, che guarda alla storia di Maia in una chiave che è anche metaletteraria. La terza e ultima parte procede ancora più scopertamente in quest’ultima direzione, con uno scritto di un amico di Maia, Louis, su una delle prime opere di richiamo dell’artista, un’installazione intitolata “Stanza con sconosciuti”. La scelta metaletteraria duplica il romanzo nel romanzo scritto dal personaggio di Dominique Luque nella Mischia; stavolta, però, il percorso sottostante non sembra riguardare tanto l’intreccio tra letteratura e realtà in un contesto di trauma, quanto un approccio all’arte che sia obliquo rispetto a quello – forse più frontale, e in realtà più sterile – della critica d’arte. Quest’ultima viene parodiata in alcuni luoghi del testo con apparente velocità, ma con più intenzionalità, forse, rispetto a un semplice vezzo autoriale, per consentire anche a chi legge una libertà di sguardo, verso il fatto artistico, che si liberi da lacci e lacciuoli ora disciplinari, ora ideologici. Metaletterarietà non significa nemmeno citazionismo, diversamente da quanto accadeva nella scrittura postmoderna propriamente detta: tra i riferimenti artistici e critici, sia finzionali che reali, che costellano il testo – con una certa discrezione, evitando il puro e semplice name dropping – ne spicca con ogni probabilità uno, almeno nella mia lettura. Si tratta di quel Cesco Pizzigani, scalpellino della Scuola Grande di San Marco, nel Cinquecento, che vendette la propria bottega per la malattia e morte della moglie, ritrovandosi quindi, in miseria, a mendicare davanti alla propria opera. Gli si attribuisce anche il cosiddetto “graffito del levantino con il cuore in mano”, altra narrazione dai tratti leggendari di un giovane matricida poi suicidatosi nella laguna davanti agli occhi di Pizzigani. Maia ribalta questa storia, appropriandosi dello sguardo dell’artista in una condizione di estrema disperazione, annichilimento e sparizione, facendone spinta produttiva e artistica e infine consolidando la propria carriera anziché terminarla. Una riscossa del female gaze, o sguardo femminile, sull’arte, si potrebbe dire, che si unisce all’anti-accademismo della parodia della critica d’arte, lasciando forse intravvedere in filigrana accenti della scrittura d’arte e romanzesca di John Berger in quella di Maini – senz’alcuna derivazione o epigonismo, anzi accrescendo ulteriormente l’intensità dei singoli passaggi e la qualità palinsestuale dell’insieme.     L'articolo Valentina Maini / John Berger in laguna proviene da Pulp Magazine.
April 11, 2026
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Giorgia Tribuiani / La gente fa del suo meglio, eppure…
Nel nostro panorama editoriale, l’appena quarantenne Giorgia Tribuiani è una delle massime esperte delle tematiche, delle strategie e delle tecniche del cosiddetto “perturbante” in letteratura. Il “perturbante” non è l’orrifico, ma è quella sensazione di ansia e di paura che emerge improvvisamente quando accade qualcosa di inaspettato nelle situazioni o negli oggetti per noi assolutamente familiari. Il perturbante è un tema psicoanalitico, per come ce lo consegna Freud nei suoi studi, ma è anche un tema letterario per come invece lo usa un grandissimo del genere come Stephen King che in Italia conta molti estimatori, ma non molti veramente esperti come, ad esempio, sono Luca Briasco e certamente la Tribuiani stessa. Giunta ormai al suo quarto libro che ne ha segnato nel tempo un profilo coerente nella ricerca tematica e in una instancabile innovazione stilistica, Tribuiani propone in questi giorni un’intensa e avvincente favola nera: Pezzi. La struttura del racconto è da subito chiara: il villaggio di G dovrà risolvere un macabro gioco a premi di cui non si immaginava minimamente l’esistenza. Non ci sono alternative. Il regolamento è chiaro: si perdono penalità se si sbaglia, se si rubano gli indizi, se si coinvolge qualcuno di esterno al villaggio. La posta in gioco è molto alta: la vita di un uomo a cui, ogni giorno, un piccolo pezzo del corpo viene amputato e consegnato agli abitanti per l’identificazione. I tramiti di questa operazione sono diciassette merli che improvvisamente, il primo giorno, si presentano alla vista degli abitanti del paese di G. Immediatamente, viene alla mente la riuscita serie televisiva coreana Squid Game ma il riferimento dell’autrice del libro va direttamente a Lars von Trier e al film Dogville che suscitò reazioni entusiaste come critiche feroci (ancorché minoritarie). In comune con Dogville c’è anche una mappa del Paese di G che, al centro del libro, si presenta curiosamente come composto da due sfere poco comunicanti tra loro. Ma è inutile cercare veramente lo spazio e il tempo in una vicenda che potrebbe essere ambientata in un passato non definito, durante un inverno qualsiasi, verosimilmente in centro Italia, su una collina che sembra “il groppone di un placido animale dal folto pelo bianco” raccontato da un narratore onnisciente in un italiano antico più vicino a un dialetto (ma molto comprensibile) che alle asciutte prose contemporanee. In verità tutto questo sarebbe anche inutile perché ciò che interessa a chi scrive sono le persone, gli abitanti del villaggio presi nelle loro dimensioni individuali, familiari e sociali. Ogni capitolo è dedicato a ciascuno di essi. Vi sono il Sindaco e il Sarto, la Panettiera e il Lustrascarpe, il Becchino e il Dottore, il Lustrascarpe e l’Artigiano, il Droghiere, il Cantante, il Droghiere, il Possidente e il Taverniere. Ma anche il Cacciatore, la Cuoca, il Macellaio, la Verduraia, l’Ottico e la Pazza. E non finisce qui, molti di loro hanno famiglia… ma in questo momento non conta. Sono di fatto persone comuni con i loro difetti e le loro piccole virtù che conducono una vita sociale abbastanza soddisfacente in cui si si riconoscono l’uno con l’altro e, se del caso, si aiutano e si sostengono reciprocamente. Quando nella loro vita collettiva fa irruzione il “gioco dei pezzi” progressivamente tutto finisce e dalla dimensione sociale si passa a far prevalere un forte individualismo fondato sulla paura dell’altro e sulla necessità di prevaricare. Emergono fatti e comportamenti assai meschini, a volte terribili. Le congetture, le furbizie e gli espedienti, le alleanze e le discriminazioni crescono e si consumano nell’arco di sei giorni. Il paese di G ricorda certi villaggi ottocenteschi dell’America rurale raccontati magistralmente da Mark Twain con in più un pizzico di ironia che Tribuiani non disdegna ma che, in molti casi, sostituisce, con un sarcasmo morale tutto ben rappresentato da Lars von Trier in esergo: «La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze». «Ma questo meglio è abbastanza buono?» L'articolo Giorgia Tribuiani / La gente fa del suo meglio, eppure… proviene da Pulp Magazine.
April 9, 2026
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Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti
L’ International Booker Prize è un premio estremamente interessante. Figlio degnissimo del Man Booker, sicuramente il più prestigioso tra tutti i premi europei, direi l’unico che riesce a scegliere non solo libri belli e importanti ma anche autori capaci di continuare a produrre libri belli e importanti. Da dieci anni l’International Booker Prize premia il miglior libro tradotto in inglese da qualsiasi lingua. Il premio è generoso e diviso equamente tra autore e traduttore, e quindi tiene insieme uno sguardo ampio sulla letteratura di tutti i paesi – anche quelli emergenti – purchè resa accessibile attraverso la traduzione, e il riconoscimento dell’importanza dei traduttori, in un momento storico in cui la professione rischia di essere soppiantata dall’intelligenza artificiale. All’inizio di marzo era stata pubblicata la Long List e il 31 marzo è stata resa nota la Short List. Nella Long List, composta di tredici libri tradotti da undici lingue, c’era un solo libro italiano, The duke, Il duca, di Matteo Melchiorre. Un libro che qui in Italia è passato sostanzialmente inosservato, pur essendo pubblicato da Einaudi nel 2022 e tradotto in quasi tutte le lingue europee: Un autore con molti riconoscimenti ma uno scarso seguito di pubblico. Purtroppo The duke non è entrato nella short list. Intanto però si è creato un interesse intorno al romanzo e al suo autore, che non può che fare del bene al libro e a noi lettori. E certo il libro è del tutto particolare nel panorama italiano. Innanzitutto per la scrittura, quasi d’altri tempi, eppure così bella e convincente che è un peccato staccarsene a libro finito e non trovarla in nessun altro libro, se non negli altri dello stesso autore, in una versione però a mio parere meno raffinata e compiuta. Questa lingua dal sapore colto e passato ci porta in un racconto senza tempo, seppure perfettamente circostanziato e concreto. Il duca è in realtà un giovane conte, unico erede di una ricca e blasonata famiglia di possidenti, che si ritrova solo e va a vivere nella villa di famiglia, una volta solo casa di vacanze, in un borgo montano dal nome inventato e dalla geografia non riconoscibile. Il duca si dedica ai lavori pratici di manutenzione della casa e del giardino, alla gestione delle terre ereditate, soprattutto boschi, e allo studio delle carte che i suoi antenati gli hanno lasciato in abbondanza. Pur di indole pacifica e tranquilla, si lascia trascinare in una paradossale diatriba con un personaggio del paese, un allevatore in espansione, da cui tutti i compaesani sembrano dipendere in un modo o in un altro; la diatriba, partita dai confini di un bosco, evolve in un crescendo di dispetti e contese. Senza volerlo, il duca sente dentro di sè il richiamo del sangue e dell’appartenenza famigliare, il potere degli avi che avevano spadroneggiato nelle terre che lui ora abita. Fa delle cose di cui sa che si pentirà e scava sempre più indietro e più a fondo nell’oscurità delle origini. L’antichità della sua famiglia gli garantisce infatti la ricchezza, ma non di certo un passato limpido e sereno. Che anzi più si approfondisce la conoscenza degli antenati, più emergono figure oscure, scandali, bruttezze. Sullo sfondo, o meglio come coprotagonista, c’è la montagna. Minacciosa e potente. I pascoli abbandonati e invasi dal bosco, che sembra scendere a grandi passi in paese per appropriarsi anche di quello spazio. Una montagna sempre meno frequentata. Mentre il paese è ancora abitato da poche persone che sono lì da sempre, che si sentono isolate, che non sanno immaginare una vita diversa da quella che gli è toccata. Qualcuno è più saggio e qualcuno più scriteriato, qualcuno si beve via la vita, qualcuno se ne va o se ne è andato. Restano leggende e storie la cui verità non è mai stata verificata. Restano misteri e segreti da nascondere. Finché un giorno una tempesta di vento di proporzioni mai viste attraversa la montagna e il paese, abbattendo gli alberi come fossero fiammiferi, scoperchiando le case, distruggendo in modo irreparabile tutto quello che trova sul suo percorso. La tempesta è però una sorta di liberazione, crea quella scansione del tempo in “prima” e “dopo” che facilita la riflessione, i bilanci e poi le scelte. Per il duca è una liberazione anche in senso letterale: dalla devastazione della villa alla sparizione dei boschi di sua proprietà e oggetto di contesa, arriva anche un disvelamento del passato e la chiarezza che dovrà scegliere dove vivere e dove stare. Il romanzo ha un passo lento e solenne, e ogni scena, raccontata in prima persona, ha una consistenza e una densità quasi solida. Ed è un romanzo sulla montagna che non la idealizza, non la mitizza. Anzi ne rende la realtà di luogo particolare che impone uno sguardo cauto sulle cose del mondo, e un sentire pacato per quanto intenso. Impone anche un contenersi, un darsi dei limiti interiori. La lingua così strutturata, ricercata e precisa sostiene questa necessità di contenimento e sobrietà. Nel mondo sbracato e chiassoso nel quale quotidianamente abitiamo, sembra quasi un miracolo. Fa pensare ma allora quando vogliamo siamo ancora capaci di darci un freno, di contenerci, di cercare delle parole che non siano le prime che ci vengono in mente, di parlare non direttamente dalla pancia ma passando prima dalla mente che ha assorbito conoscenze, principi, storia, cultura. Fa pensare anche al detto latino “nemo profeta in patria”, per capire come mai un libro di tale valore e di tale originalità abbia avuto bisogno della segnalazione di un premio internazionale perché la stampa, gli influencer e i lettori se ne accorgessero. Ma non lamentiamoci e ringraziamo l’esistenza e l’attenzione dell’International Booker Prize per averci fatto questo regalo. L'articolo Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti proviene da Pulp Magazine.
April 8, 2026
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Gabriella Ambrosio / Dalla mia riva
La complessità del mondo comprende abitanti che seguono la geografia ferendosi lungo i confini – nonostante questo, da migliaia di anni gli umani circolano per contrade selvagge e sentieri tracciati tra villaggi e province coltivando e distruggendo, con la scusa di miti leggeri o mostruosi, di leggende e invenzioni. Storie d’insondabile grandezza che sempre rasentano questioni private o pubbliche d’amore e di sesso, di bellezze suggerite e magari esplosive. La geografia muta come mutano le persone, rispecchia le residenze in cui si addentrano donne e uomini che, le une negli altri, disdegnano convenzioni e psicologie mediche. Sessualità duplici si ritrovano su rive straniere, ma anche in una Genova dove le infanzie sono seppellite come quella di Nina, anima a cui Gabriella Ambrosio, napoletana di nascita, dedica il suo libro. Con la propria scrittura l’autrice accarezza il protagonista del racconto, cineasta nomade che si lascia sciogliere nella geografia attraversata e nelle anime amate per un tratto del Novecento italiano, notturno e diurno, tragico e sacro negli atti quotidiani. I confini si sfilacciano perché nessuno li vuole, nessuno dei personaggi incontrati dal protagonista “orfano di sé stesso” secondo il suo sentire, nemmeno il gatto Nostromo, compagno di barca, assunto come marinaio a quattro zampe, sempre in formidabile attesa durante i lunghi allontanamenti dell’umano bipede nei territori dei propri viaggi terrestri, amorosi, e sessuali. Tutto ruota all’interno di un Mediterraneo che conosce fin dalla classicità vicissitudini e gesti mirabili di uomini e donne uniti nel ruolo di semidei, immersi in atti appassionati non di rado deleteri. Ogni sorriso contiene materia violenta, Ambrosio ne conosce mitologie e scatenamenti rabbiosi, e privilegi di vedute: il suo romanzo ha momenti di luminosa meditazione sul senso dell’esistenza che nell’aprile strano e “crudele” (come ci ha informato Eliot nel Novecento di The Waste Land) trova l’apice dell’essere femminile e maschile in raro – nel senso di prezioso – connubio. L’acqua del mare sa come placare la terra che sarà pure “Waste” ma è pur sempre capace d’instillare ironie nella mente umana, poetica o meno. Che sia sale genovese o napoletano, o francese, sarà immancabilmente “straniera” la riva (D’ä mê riva, cantava De Andrè) su cui si assaggia il suo sapore. Ora su una riva, ora sull’altra, nessuna concessione all’atto di scegliere. Il protagonista alla fine sa come allontanarsi dalle memorie con bracciate precise una dietro l’altra per liberarsi di voci troppo invadenti. Ambrosio lo riconosce, abitante nato di fronte al mare, mai sua la scelta a quale genere di umanità appartenere, maschile o femminile. E gli fa dire: “Correre il rischio di soffrire. Nella mia millesima vita ne rivendico finalmente il diritto”. L'articolo Gabriella Ambrosio / Dalla mia riva proviene da Pulp Magazine.
April 5, 2026
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«Una perla nascosta» di Lino Cascioli
A girar per bancarelle, a prestare ascolto a lettori avvertiti, a gettare sguardi predatori a biblioteche altrui, ci si può imbattere in autentiche gemme letterarie. È il caso di un breve romanzo, in otto capitoletti, dal titolo evocativo che promette quel che il testo poi mantiene: L’isola nel mare del tempo (Edizioni Il Parnaso, pp. 99, Euro 10 a stampa). Ne è autore Lino Cascioli (1935-2011), brillante giornalista sportivo, firma di punta del quotidiano «Il Messaggero», prima ancora della «Gazzetta dello sport» e di altre testate. Ne ricordo le apparizioni agli albori della popolarissima trasmissione televisiva «Il processo del lunedì», che allora – primi anni ’80 del secolo passato – attirava come mosche gli invasati dello sport nazionale. Di quel giornalista dalla fronte stempiata mi colpiva l’eloquio colto, la posa rilassata, che contrastavano con gli accesi interventi degli iracondi suoi colleghi dalle lingue al vetriolo. Prima di approdare al giornalismo, Cascioli insegnava italiano greco e latino ai licei e a scorrerne la bibliografia si mette a fuoco un intellettuale dall’estesa varietà di interessi: pubblicazioni sul calcio (notevole la Storia fotografica del calcio italiano edita da Newton Compton) e su altri sport (il tennis, per il quale ideò dei premi, l’automobilismo), ma anche di storia, arte, pittura, tradizioni culturali e linguistiche capitoline, cinema, vinificazione, paesaggistica, e così via, libri pubblicati in solitaria o in collaborazione con affermati studiosi, per lo più con la casa editrice da lui fondata, dall’eloquente nome «Il Parnaso», attiva dal 1990 – una delle numerose realtà messe in piedi nell’inesausta attività di animatore culturale. Orbene, proprio al Parnaso affidò il volumetto in esame, apparso nel 2009. Difficile conchiuderlo in un genere preciso: giallo metafisico? romanzo ecologista? d’ambiente? Vale la pena dilungarci nella sua lettura. La trama procede su un doppio registro: da una parte si narra con impetuosa plasticità la vita dell’isola di Giannutri – gli abitanti, i traffici, la flora e gli animali, le stagioni –, dall’altra si procede con andamento giallo, in una sequela di morti violente che paiono chiamare in causa la natura stessa, violata e distrutta dalla speculazione edilizia, simboleggiata dai perturbanti gabbiani reali. La scena si apre in un’atmosfera pregna di presagi, con un mare livido e un vento gelido che recano la bettolina del primo, memorabile personaggio, l’acquaiolo Raimondo, detto Omar, «zingaro del mare» dispensatore di acqua potabile e merci, col suo carico di insulti e bestemmie. Figlio di una donna di Talamone e di un pescatore tunisino di passaggio, ha ereditato «lo spirito di avventura» e una «tremenda voglia di vendetta» per le umiliazioni patite dalla madre: questo il primo tema, l’emarginazione, rappresentata più che narrata, secondo la prescrizione show, don’t tell. Figura liminare tra mare e terra, tra commercio e contrabbando, vitalismo e disperazione, è protagonista di aneddoti sanguinosi e grotteschi (una murena attaccata allo scroto d’un pescatore di Orbetello da lui liberato), e con fisicità esuberante attraversa il romanzo come un controcanto comico e osceno all’ipocrita rispettabilità dei borghesi di terraferma. Il rito collettivo del suo arrivo a Cala Maestra introduce alla quotidianità aspra dell’isola, con i radi abitanti in fila con otri e damigiane, i contratti improvvisati, le zanzariere vendute come ancore di salvezza. Intorno, personaggi come il ciarliero «maremmano» (ma «forse era nato in Abruzzo o in Umbria»), anni prima lì approdato «per sfuggire alle carestie e alla podagra»; il saggio e silenzioso Giuseppe, guardiano dell’isola, e su tutti, Emanuele Filiberto Falcone, il baricentro morale e narrativo del racconto, «un vecchio magro e vigoroso che portava da sessant’anni quel nome ingombrante con una naturalezza priva di imbarazzo, che sconfinava nell’ironia». In questo incipit realistico giunge il primo dei flashback strutturanti il testo, che sa di epica, quella di uomini che di fronte alle avversità della vita non si piegano, ma anzi rinvigoriscono. Nel nuovo capitolo s’introduce un’altra figura cardine, dal nome pirandelliano, quel Famiano Pirri sprezzantemente soprannominato «la Cozza» per indossare sempre lo stesso vestito. Ex segretario comunale, licenziato per traffico di foto pornografiche, giunge a Giannutri in qualità di assistente del sindaco di Porto Santo Stefano, maleodorante «come un topo morto». Simbolo di una burocrazia meschina e provinciale, è il personaggio più satirico del libro: recita la parte dell’uomo d’ordine ma dispensa permessi falsi, favorisce cacciatori di frodo, ed è il primo a temere e alimentare il panico collettivo che prende gli isolani quando la tranquillità del luogo viene turbata dal cadavere di una donna rinvenuto da alcuni pescatori tra gli scogli, col volto divorato da topi e gabbiani, la mammella squarciata, il corpo sfregiato da morsi e beccate. Novello Watson, il funzionario corrotto insinua una violenza sessuale e ne accusa i pescatori, ma il saggio Emanuele Filiberto, Sherlock Holmes dell’isola, sa interpretare gli indizi: l’ipotesi, inquietante ma plausibile, è quella di una morte provocata da un gabbiano reale incattivito, a difesa del nido. In pochi, sapidi tocchi, con uso sapiente del dialogo, il fraseggio lungo e ondoso che mima il movimento del pensiero e del mare, lo scorrere del tempo (presenze pervasive sin dal titolo, con l’insularità), la voce narrante costruisce la giusta tensione, le relazioni tra i personaggi, i loro caratteri e il loro passato: in meno di dieci pagine è già lampante l’abilità dell’autore. Dal terzo capitolo, la struttura corale del testo piega sul protagonista, del quale, con mirate analessi, viene resa la vicenda: un sacerdote che ha smesso la tonaca per amore di una popolana del quartiere romano di San Lorenzo, Matilde (con la quale «gli era capitato di trovarsi faccia a faccia con l’Assoluto»), che vive la musica come una fede (in particolare quella del venerato Rossini, i cui dischi avventurosamente raccolti ascolta su un vecchio grammofono a manovella «che rappresentava la sua ricchezza più grande»); un uomo confinatosi a Giannutri in una «strana casa» che è poco più d’una capanna, luogo di esilio e di rinascita dopo una dolorosa esistenza trascorsa tra studi ecclesiastici, il matrimonio consumato in estrema miseria e nella vana speranza d’un figlio, cocenti disillusioni umane e politiche – siamo al tempo del fascismo e nel dopoguerra –, «uno spretato che non poteva piacere ai cattolici, un cattolico che non poteva piacere ai marxisti, un antifascista convinto che non poteva piacere alla destra»: ancora una volta, un individuo condannato all’emarginazione. Intanto la scena si popola: ecco la vedova Marietta, donna «indurita dal sole e dal vento» e «pesantemente ingannata dalla vita», che incarna la femminilità ferita, incartocciata nel rancore, ma ancora aperta al desiderio e capace di una forma carnale di tenerezza. E ancora, una galleria di figure minori ben scolpite: il guardiano del faro Firmino, figlio illegittimo di una nobildonna senese, abbandonato in fasce sul molo di Porto Ercole, che aveva accolto e istruito sui misteri dell’isola Emanuele, poi arrestato per aver sparato ai pescatori di frodo che devastano il mare; il contadino Felice detto «Idrolitina», i muratori sopravvissuti alla ritirata di Russia, i «fondaroli» a caccia di antichità romane, i burocrati regionali portatori di un tardivo e fumoso progetto di parco naturale, turisti, speculatori; pennellate che fanno dell’isola un microcosmo sociale complesso, mai ridotto a idillio naturalistico, per quanto la natura sia essa stessa un formidabile personaggio, resa con precisione botanica e sensoriale. A metà romanzo irrompe il mutamento: «L’isola stava cambiando». La modernità è ormai sbarcata a infrangere stagioni uguali da millenni. La società «Sole d’Oro» lottizza Giannutri, gettate di cemento, mine nella roccia basaltica, villette abusive spuntate come funghi, un progettato aeroporto a Punta San Francesco, l’arrivo di facoltosi attirati come cavallette dallo slogan Compratevi una casa, vi regaleremo un’isola. E l’isola diviene teatro di una violenza radicale: gli animali si rifugiano nella macchia, i gabbiani abbandonano le antiche zone di nidificazione, i topi proliferano nutrendosi di rifiuti organici interrati nelle forre. In questo scenario, le morti si susseguono, la dimensione “gialla” guadagna terreno, sempre però sapientemente fusa con l’andamento meditativo del protagonista, costretto suo malgrado a trasformarsi in detective per svelare con ragionata interpretazione degli indizi la «misteriosa minaccia mortale che gravava sopra la testa di tutti». L’agognata solitudine, la pace interiore che credeva finalmente raggiunta svaniscono: Emanuele Filiberto si aggrappa alla musica come ad un Santo Graal, costretto a fronteggiare il cambiamento. Finché, all’ennesimo cadavere scarnificato, dopo una notte di verità e di lutto condiviso da parte della comunità radunata nella taverna dell’isola, decide «di affrontare l’incubo» inoltrandosi armato d’una vecchia doppietta e d’un coltello nella macchia a caccia del responsabile delle morti. Siamo al cuore della vicenda, una rimarchevole sequenza narrativa di lotta con le forze arcane della natura. Braccato da uno stormo impazzito di gabbiani reali, ferito, trova rifugio in una garitta abbandonata di cacciatori. E nella pece della notte interminabile, scosso da una paura ancestrale alternata a momenti di lucidità, il vecchio fronteggia «rivelazioni inquietanti». La chiusa giunge improvvisa a sciogliere la tensione narrativa, ma latrice di una sconfitta interiore. Emanuele comprende infine che «il gioco della vita gli era sfuggito nuovamente di mano», e quanto distante fosse stato dall’afferrare la verità – su se stesso, sullo spirito dell’uomo, sulla natura, sul mistero di quelle morti. A ben vedere, la struttura pseudo-poliziesca – i cadaveri orrendamente mutilati, il sospetto di un «gabbiano mannaro», l’ansia della comunità, l’arrivo del magistrato – organizza una riflessione sul male che sfugge alle semplificazioni. Tutti cercano il colpevole, ed Emanuele Filiberto si fa guerriero di una crociata immaginaria. Il «giallo» è un intelligente pretesto, a interessare l’autore è la discesa nei meandri della memoria e della colpa (la moglie deceduta di stenti con lui nascosto per sfuggire alle retate dei tedeschi, la morte di un giovane pescatore), della scoperta di sé, con la Storia – quella con la S maiuscola – a tirare le fila. E quando la verità emerge impietosa, la sua sconfitta interiore è tremenda: «Aveva combattuto per tutta la vita i pregiudizi e lui stesso se ne era fatto latore». Se nell’«isola nel mare del tempo» aveva trovato rifugio, l’irruzione del reale lo sconfigge due volte, rivelando l’impossibilità di una solitudine assoluta: anche chi ha scelto di «morire al mondo» come un eremita prima o poi rientra, suo malgrado, nel gioco sociale, con le sue responsabilità e i suoi abbagli. Con questo folgorante racconto Cascioli si può ben inserirsi in una precisa linea narrativa, quella che da Cassola a Bianciardi, da Volponi a Meneghello, ha interrogato i margini – geografici e sociali – come luoghi privilegiati per misurare la violenza della modernizzazione, la corruzione del potere, il consumarsi delle utopie. Come i tanti reduci sconfitti del miracolo economico raccontati da Bianciardi, Emanuele è un intellettuale che ha attraversato la storia (fascismo, guerra, dopoguerra, lotte di potere) e ne è uscito con un giudizio di irrimediabile ostilità verso la società organizzata, «che gli era e gli sarebbe stata sempre nemica». Anche lui, come il protagonista de La vita agra, ha conosciuto il lavoro editoriale e tipografico (correttore di bozze a cottimo), il precariato, l’umiliazione salariale, la migrazione interna, e si porta addosso un feroce disincanto verso la politica. Ma a differenza delle figure bianciardiane schiacciate dal rancore sociale in contesti urbani, Cascioli sposta la sua in un paesaggio isolano, distillando quell’astio in una forma di ascetismo, in una teologia personale della natura, in un culto della musica che sostituisce la militanza. E come i protagonisti di Cassola, Emanuele è legato alla terra, alla concretezza dei lavori umili, alla ciclicità delle stagioni, subisce il lento logorarsi del tessuto contadino, pur con uno sguardo che, vista la natura del personaggio, tende al metafisico. Vi è poi una componente pasoliniana nel modo in cui egli guarda al mondo moderno: un’accesa nostalgia per forme di vita pre‑industriali (il paese pugliese dell’infanzia, la neve sul maiale scannato, la piazza dell’Assunta con la banda che suona Bellini e Verdi), un acre disgusto per la «civiltà dei consumi» che trasforma tutto in merce, una mutazione antropologica che cancella saperi, legami, tradizioni, e sostituisce all’esperienza l’immagine e il consumo. Il suo radicalismo è tuttavia meno politico, più intimamente spirituale, centrato sull’idea che «ogni progresso tecnologico è un regresso ai fini della vera natura delle cose». Volendo poi scavallare la tradizione italiana, il romanzo sembra dialogare anche con altri mondi letterari: innanzitutto, con la matrice narrativa dell’uomo civilizzato che si ritrova su un’isola sperduta, moderno Robinson Crusoe; e poi la figura del «mostro» che non si rivela tale, nel rovente epilogo, della comunità isolana in cerca di un capro espiatorio, nella lunga sequenza della caccia ai gabbiani, con la nebbia che sale dal mare, lo stormo aggressivo che si compatta nel cielo, il rifugio nella garitta: tutte suggestioni del viaggio nel «cuore di tenebra» di conradiana memoria, non in una giungla africana ma nel folto della macchia mediterranea. Come in Conrad, l’isolamento, la paura e la solitudine producono una distorsione interpretativa: il protagonista è convinto di leggere «i segni della natura» ma proietta su di essi le sue angosce e il bisogno di un nemico esterno. Quando infine scopre il proprio errore, la «vergogna» che prova è la presa d’atto che la tenebra non è al di fuori ma dentro di lui. Ancora, il tema del vecchio cacciatore all’inseguimento di un nemico che coincide con i propri fantasmi, quello della lotta metafisica tra Bene e Male, rimandano all’ineludibile Moby Dick melvilliano. Detto ciò, la forza narrativa risiede anche nella costruzione di un piccolo pantheon di figure che, pur sbozzate nel realismo dell’osservazione minuta, assurgono ad un rilievo quasi mitico. Personaggi resi con un lessico concreto e sensoriale basato sull’intreccio di registri diversi, spesso nella stessa frase: il basso/plebeo/osceno, il medio-colto, l’alto, liturgico e poetico, così da produrre un effetto di attrito ironico, fra i tratti più originali del romanzo. Una prosa che alterna in scioltezza il tono filosofico al realistico, il formulaico al dialogico. Temi e motivi, si sarà capito, s’accavallano in una fitta rete che tiene insieme cronaca, ecologia, metafisica, eros, politica, nell’alveo della grande dicotomia natura/modernizzazione, di cui l’invasione del cemento è il simbolo più appariscente. Cascioli tuttavia non indulge in un ambientalismo di maniera, com’è evidente nello scontro tra Emanuele e i funzionari regionali che vogliono «ridare il primato alla Natura» asserendo che essa «è più giusta dell’uomo». Il vecchio liquida quelle idee come «balle filosofiche»; per lui «la Natura è profondamente ingiusta perché permette sempre che il più forte uccida il più debole»: non va «lasciata sola», ma «insegnata» agli uomini perché la rispettino. Non è affatto «buona», ma feroce, gerarchica, indifferente; eppure, paradossalmente, proprio nell’indifferenza risiede una forma di giustizia superiore al cinismo umano. È un punto di vista radicalmente anti-idilliaco; sul tema ecologico, il romanzo propone quindi una duplice critica: alla retorica del «ritorno alla natura» e alla violenza della speculazione edilizia. Molto ancora ci sarebbe da dire, come sull’uso del motivo della musica, e in particolare di Rossini, che attraversa il romanzo con una coerenza che trascende la mera suggestione. L’ex prete approda a Giannutri come a un «eremo laico»: cerca Dio nella natura, e finisce per trovarlo nella musica del Cigno di Pesaro, vissuta come un sacramento: sostituisce la messa, lo supporta nella solitudine delle notti d’inverno, mette ordine nella memoria, tiene a freno la paura. La capanna allestita con cura, il grammofono a manovella sullo sgabello, poi il mangianastri a pile, sono il suo altare, l’unione con una dimensione più alta dello spirito. Qui Cascioli dimostra competenza musicale, il protagonista ascolta e commenta con sapienza le opere (L’Italiana in Algeri, La Cenerentola, Il barbiere di Siviglia, lo Stabat Mater), distingue tra «musica che crea estasi» e musica leggera consumabile, detesta i dischi di Claudio Villa, difende l’allegria rossiniana come forma di sapienza mediterranea. Lo stesso uso della paratassi conferisce alla prosa un andamento cantabile, richiama il fraseggio rossiniano, con l’introduzione lenta, l’accumulo, il crescendo, la chiusa rapida e tagliente – soprattutto nelle scene dove l’osservazione meditativa si interrompe per una battuta volgare di Raimondo o della Cozza. Ma quando il vecchio scopre di essersi ingannato, dopo la tremenda epifania, Rossini non è più un solido appiglio, i balli dell’Otello e della Vestale gli risultano insopportabilmente festosi: la musica che aveva medicato la ferita esistenziale non lenisce più. L’arte, pur necessaria, non basta a garantire quella «rettitudine» tanto ricercata dal protagonista: possiamo rammemorare i tanti libri letti, ascoltare capolavori operistici eppure cedere al pregiudizio, votarci alla salvezza di un’isola sacrificando degli innocenti. L’isola nel mare del tempo non è dunque soltanto il racconto di un mistero risolto, di una violenza ambientale, ma la cronaca di un naufragio dell’anima, lo scacco di un uomo che aveva creduto di poter trovare una forma di redenzione personale e civile, e che si scopre invece vulnerabile alle paure e agli abbagli che giudicava negli altri. L’autore ne fa il tramite per una meditazione sulla condizione umana, stretta tra il desiderio di purezza e l’irrimediabile impudicizia del mondo. Nella sua solitudine, nell’esilio che è insieme espiazione e ricerca sempre frustrata di un brandello di verità, nella disfatta, Emanuele Filiberto è personaggio di densità tragica, che non sfigura accanto alle maggiori creazioni letterarie della nostra narrativa. Un’ultima notazione: il testo è “cinematografico”, sicuramente adatto a una trasposizione su grande schermo, e in effetti si è tentato di ricavarne un film, progetto naufragato per difficoltà produttive. Con gli attori giusti, un regista di livello, uno sceneggiatore abile, un direttore delle luci che sappia il fatto suo, ne verrebbe fuori un capolavoro. Be’, attendiamo fiduciosi: che una tale perla rimanga nascosta, mi pare un vero delitto. L'articolo «Una perla nascosta» di Lino Cascioli proviene da Pulp Magazine.
April 2, 2026
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