Violetta Bellocchio e la memoria traumaticaVolevo parlare un po’ di Violetta Bellocchio, la mia scrittrice italiana
preferita insieme a Melania Mazzucco ed ‘Elena Ferrante’, e del fatto che mi
piaccia malgrado il suo genere d’eccellenza sia probabilmente quello che
apprezzo di meno fra quelli correnti, il ‘memoir traumatico’ (un termine usato
dalla stessa Bellocchio). Dato che non ho le qualifiche necessarie per fare il
critico letterario propriamente detto faccio il, come dire, lettore critico e
quindi passo attraverso i miei gusti personali, per quel che valgono, per
cercare di dire qualcosa di utile.
Intanto, qual è il ruolo del ‘memoir traumatico’ nell’ecosistema letterario
italiano e occidentale in genere oggi? Tanto per cominciare ecco un fattoide
incredibilmente minore, di quelli che conosco solo io.
Posseggo un tascabile senza pretese pubblicato nel 1952 da Pocket Books.
L’autore è il giornalista Donald B. Robinson e si intitola The 100 most
important people in the world today: brevi ritratti dei cento più importanti
leader politici, scientifici, artistici etc del mondo a metà secolo. Ci sono
Stalin, Truman, Churchill, Mao, Nehru, Eisenhower, etc. Gli italiani sono tre:
il Papa, Pio XII, Arturo Toscanini ed Enrico Fermi. C’è, stranamente, anche
Albert Speer.
Fra gli artisti spicca il muralista messicano Diego Rivera e nel suo capitolo ci
viene presentata di sfuggita sua moglie, la ‘pittrice surrealista’ Frida Kahlo.
Solo che oggi quella davvero famosa, dei due, è lei, mentre Rivera, una delle
100 persone più importanti del mondo nel 1952, ora è noto solo come il marito
(infedele) di Frida Kahlo.
Il motivo, mi pare, è semplice e non riguarda il talento: i vasti affreschi di
Rivera, affollati di simboli e personaggi, coprono temi vasti, a volte anche
troppo, come la storia del Messico, la società industriale o il destino
dell’Uomo; gli autoritratti di Kahlo sono, essenzialmente, dei selfie, e noi
viviamo nell’epoca dei social, dove chiunque può essere il giornale o
telegiornale di sé stesso. La ‘fame di realtà’, che qualcuno ritiene la
caratteristica principale del nostro momento letterario (non è vero ma facciamo
finta che), sembra garantita solo dall’impegno personale dell’autore. A volte
dietro il selfie si distingue distintamente il mondo; a volte il volto copre
praticamente tutto.
Nel mondo editoriale la situazione, un po’ rozzamente, si può riassumere così:
da un lato ci sono i romanzi (soprattutto) di ‘genere’, cioè i libri fatti
esclusivamente di altri libri e che non prevedono l’esperienza individuale, se
non in forma molto ridotta (cioè, puoi ambientare un giallo o un horror nella
tua città e quindi utilizzare la tua esperienza di vita, ma solo entro una
rigida cornice degli eventi e dei personaggi); dall’altro ci sono i libri su sé
stessi, divisi fra memoir, autobiografie e autofiction. I perdenti sono i
romanzi che potremmo definire ‘ottocenteschi’, cioè le storie ambientate nel
mondo reale e contemporaneo con personaggi sostanzialmente inventati (e dove i
referenti reali sono accuratamente mascherati). Le eccezioni, sia chiaro, sono
abbastanza numerose ma le due strade sono chiare. Il ‘genere’ ne può fare a meno
(cosa sapete di Dan Brown o James Patterson?), ma la letteratura ‘seria’ è
costretta a fare riferimento alla personalità dell’autore, che devi farsi brand
per il ‘ceto medio riflessivo’.
I tre generi ‘personali’ hanno delle regole interne, più o meno chiare.
L’autobiografia è il più rigido, vanno impiegati solo fatti ‘veri’ come nella
storia, e non ci devono essere personaggi immaginari o conversazioni ricostruite
a memoria. Si possono saltare passaggi o nascondere nomi per motivi legali ma
non oltre.
Nell’autofiction, entrata nel discorso letterario italiano con Troppi paradisi
di Walter Siti’ (2006) e il suo famoso incipit: “Mi chiamo Walter Siti, come
tutti”, il protagonista è l’autore, con dati biografici reali, a cui però
capitano avventure largamente immaginarie, a volte, come in Troppi paradisi,
sostanzialmente realistiche, e a volte, come il Lunar Park di Brett Easton
Ellis, nettamente fantastiche.
I confini del memoir sono meno definiti: i fatti devono essere ‘veri’ e
percepiti come tali ma la scelta, il montaggio, il tono sono decisamente
romanzeschi. I nomi e i luoghi possono essere cambiati e nascosti, le
conversazioni immaginate, i tempi modificati ma tutto dev’essere al servizio di
un’esperienza vera, ‘sincera’, che però non può essere verificata con gli stessi
strumenti dell’autobiografia.
Come dicevo, un genere di moda, anche alta: in anni recenti libri come quelli di
Jonathan Bazzi. Daniele Mencarelli, Teresa Ciabatti e Alcide Pierantozzi sono
stati presi decisamente sul serio, anche in area Strega e Campiello.
Inserto personale: a me questo tipo di letteratura piace poco (con l’eccezione
dei libri di viaggio, uno dei sottogeneri che prevedono l’io narrante ‘reale’)
e tendo a non leggerne. Piace poco anche perché troverei intollerabile
scriverla: passare mesi o anni, il tempo che mi ci vorrebbe a scrivere un
memoir, chiuso nella mia testa con me stesso sarebbe un inferno. Per non parlare
della possibilità di offendere persone care. No, grazie, non fa per me.
Questo rende perciò più curioso, almeno per me, il fatto che mi piaccia da
morire leggere Violetta Bellocchio.
> Mi chiamo Violetta Bellocchio. Ho trentaquattro anni. Sono nata a Milano il
> quattro nove settantasette, carta d’identità scaduta, vado in giro col
> passaporto. Non sono mai stata sposata, non sono mai stata incinta, e non
> riesco più ad abitare da sola.
>
> Fino allo scorso autunno vivevo in una piccola città vicino al mare. Non ci
> torno da ottobre, e lì ci stanno tutti i miei vestiti. Il 90 percento, almeno.
> Quelli buoni.
>
> Gli avanzi, nell’armadio della mia vecchia stanza, mi stanno male. Tutti. Devo
> tirare indietro le maniche, raccogliere l’orlo della gonna.
>
> Ho smesso di lavarmi i denti.
>
> Lasciavo già la posta in arrivo si accumulasse, senza aprirla; da qualche
> mese, non mi ricordo da quando, ho cominciato a farla scivolare sotto il
> divano con la punta del piede.
>
> Ho perso la memoria.
>
> Gli anni peggiori, dai venticinque ai ventotto: tre anni – non ci sono più.
> Non è una bugia e non sto cercando di ricostruire una sola notte.
>
> Tre anni, click. Andati.
>
> Della persona che sono stata, a un certo punto, io non ho più nulla.
Violetta Bellocchio è figlia della psicanalista Lella Ravasi. Fra i suoi zii ci
sono il regista Marco Bellocchio e il critico Piergiorgio Bellocchio, uno dei
miei punti di riferimento intellettuali. Insomma, nasce bene. Oltre a diverse
centinaia di schede per il Mereghetti, un must nelle librerie colte a cavallo
del secolo, ha scritto diverse cose, fra cui voglio segnalare un brillante
romanzo distopico, La festa nera (2018).
Ormai però è stata identificata (e lei stessa si autoidentifica) col genere del
memoir: Il corpo non dimentica (2014), da cui è tratto il brano qui sopra e su
cui vorrei concentrarmi, grazie anche alla riedizione di quest’anno per
66thand2nd, Electra (2024) e Studio privato (2025). Nessuno di questi libri è
stato preso in considerazione per lo Strega o il Campiello, cosa che me li rende
ancor più simpatici. Ma c’è ben altro.
In breve: ne Il corpo non dimentica Bellocchio racconta i suoi tre anni perduti,
dal 2002 al 2005, all’alcolismo cronico. La struttura non è cronologica e tutto
il libro è il racconto di un recupero di ricordi perduti e un tentativo di dare
ordine. Bellocchio è uscita dall’alcolismo grazie al meno trendy e più
affidabile dei metodi, gli Alcolisti Anonimi e a un semplice imperativo: “Cura:
smettere”. Anni dopo, sobria ma anche abbastanza in crisi, Bellocchio si affida
a una psicoterapeuta, Meredith, e a un solitario ritiro in campagna per
descrivere la sua esperienza con un tema diverso ogni giorno: Inizio, Metodo,
Motel, Amore, Immagine, Invidia… Non c’è quindi una trama, o meglio c’è ma, per
citare Godard, ci sono un inizio, una parte centrale e una fine, ma non
necessariamente in quest’ordine: com’è andata a finire lo sappiamo fin da
subito. Caso mai è più incerto l’inizio: non c’è un perché puro e semplice.
Bellocchio è di buona famiglia, una famiglia colta e progressista, una famiglia,
inoltre, che chiaramente la ama e sostiene, può studiare e porsi degli
obbiettivi e, a parte le ovvie maggiori resistenze che devono affrontare le
donne (ci sono pagine piuttosto acute sulla differenza nella percezione
dell’alcolizzato uomo e dell’alcolizzata donna), non si può nemmeno dare la
colpa alla società e difatti Bellocchio non lo fa. C’è il trauma di
un’operazione in giovane età ma a parte questo tutte le umiliazioni e
degradazioni e vergogne e vomito e cadute per strada che Bellocchio subisce un
po’ dappertutto, dall’Italia a New York a Londra (è un libro molto
internazionale), sono strettamente individuali, come individuale è la decisione
di smettere e guarire, sia pure con l’aiuto degli Alcolisti Anonimi e dei loro
12 passi.
A un certo punto, e non te lo aspetti, e soprattutto non te lo aspetti da un
autore così apparentemente inserito in dinamiche stilistiche (ci torneremo) e
comportamentali così anni Novanta-Zero, per non dire Gen X, così dichiaratamente
global e post-whatever, e soprattutto non te lo aspetti da un libro italiano di
questi tempi, pubblicato pure da Einaudi Stile Libero, spunta fuori Dio e più in
generale il ruolo della fede nella ricerca della salvezza, sia pure terrena.
> È una coperta morbida, camminare nella luce di Dio. Può tentare molto una come
> me. Ti permette di pensare, e di dire: Non sono morta perché Dio mi ha
> protetto.
>
> Se non lui, qualcuno. Un sacro fantasma, magari.
>
> C’è solo un piccolo problema, qui.
>
> Io sono protestante, e noi non ci crediamo, ai santi e ai miracoli.
Anche qui è chiarissimo che il grosso del lavoro lo devi fare te e non ci sono
scorciatoie né outsourcing, ma è anche vero che sapere di essere accompagnati
lungo la strada, sia dai volontari degli Alcolisti Anonimi, che hanno fatto la
stessa strada, sia da Dio in persona, aiuta tantissimo.
Ma se questo aspetto mi entusiasma o almeno riscalda il cuore, non è il vero
motivo per cui Violetta Bellocchio mi piace così tanto e mi pare diversa da
altri fornitori di memoir traumatici. E nemmeno l’assunzione in responsabilità
in sé, la cui sincerità è in qualche modo confermata per negazione nel
successivo memoir, Electra, dove il male entra interamente dall’esterno, da un
aggressione sessuale per strada a Milano, che innesca una crisi paranoica la
quale culmina nella decisione, all’epoca del Covid, di sparire interamente dalla
circolazione e diventare una scrittrice anglofona con lo pseudonimo di Barbara
Genova (e questo è niente, davvero: è una storia incredibile e credibilissima,
oggi).
Il vero motivo è, ovviamente, lo stile o, meglio ancora, il tono.
Un tono estremamente RECITATO. Un ritmo sostenuto e sincopato, molto parlato, ma
non nel senso di una confidenza o confessione, ma nel senso del teatro. I
momenti più intimi sembrano ‘sussurri di scena’, quando un segreto sussurrato
all’orecchio di qualcuno deve sentirsi fino alle ultime file. Confessione, ma
nel senso dei primi cristiani, quando la confessione era pubblica, di fronte
alla comunità dei fedeli e come in effetti si fa di fronte al piccolo gruppo di
pari durante le riunioni degli Alcolisti Anonimi.
Il modello è quello del monologo. In Italia si potrebbero citare Marco Paolini o
Ascanio Celestini, ma mi pare chiaro che il modello è più americano, qualcosa
tipo Spalding Gray o, più indietro ancora, Ruth Draper. Ci sono anche momenti di
pura stand up comedy in cui si ride seriamente ma il contesto de ‘Il corpo non
dimentica’ è troppo cupo per la comicità sostenuta ed è giusto così.
Ora, personalmente sono convinto che nulla abbia fatto male alla narrativa
italiana che l’aver scambiato la tradizione letteraria italiana con quella
americana in traduzione. Anni fa Bellocchio aveva scritto per il Post un
articolo sul ‘doppiese’, cioè la lingua artificiale dei traduttori e, peggio,
dei doppiatori (perché la vera influenza nefasta sui nostri giovani narratori
degli ultimi cinquant’anni non è nemmeno la letteratura americana ma il cinema e
le serie), la lingua dell’”Escono dalle fottute pareti!!!” o il famigerato ‘non
girare intorno al cespuglio’ di Faletti, e degli stereotipi della vita americana
applicati senza mediazione alla realtà italiana. In Violetta Bellocchio che,
come avevamo detto, è bilingue al punto di poter passare credibilmente per una
poetessa americana, l’inglese e i suoi ritmi entrano perfettamente dentro
l’italiano e non abbiamo mai l’impressione del ‘doppiaggio’.
Quindi, armata di una lingua che si rifà alla nostra autentica cultura, cioè
quella americana dei media, ma che la italianizza a fondo in un parlato teatrale
italiano, Bellocchio finisce per fare quello che tutti le storie ‘personali’
dovrebbero fare: dire la verità attraverso il massimo dell’artificio possibile
pur restando essenzialmente la verità.
Secondo me, ma quello, lo ammetto, potrei essere solo io, il film per un libro
come Il corpo non dimentica dovrebbe essere un musical o un cartone animato,
cioè i due generi artificiali per eccellenza e che in quanto tali possono
davvero dirci qualcosa sulla Realtà. Per rimanere nel realistico, citiamo giusto
un romanzo recente molto più considerato nei giri letterari italiani, tanto da
essere candidato allo Strega, cosa che a Bellocchio sono sicuro non accadrà mai
(scusa, Violetta), e cioè Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, una storia di
malattia mentale. La prosa di Pierantozzi è ovviamente elaborata con cura ma per
ottenere un effetto di scabro e autentico, un cri de coeur commovente dove non
si ride né si deve ridere mai. Soprattutto, non dobbiamo mai perdere di vista
l’eroe che combatte a forza di palestra e psicofarmaci per la sua salute mentale
e per la sua arte, di cui Lo sbilico è il trionfale risultato. Invece ‘Il corpo
non dimentica’, che pure non risparmia affatto la soggettività di Violetta
Bellocchio, che si mette in scena anche lei con cura ‘teatrale’, ha uno scopo
diverso dalla semplice autoglorificazione personale, ha lo scopo di lanciare un
messaggio utile e necessario: “Cura: smettere”.
L'articolo Violetta Bellocchio e la memoria traumatica proviene da Pulp
Magazine.