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Stefano Vicario / A Roma, meglio di un film americano
La scrittura brillante di Stefano Vicario introduce bruscamente nell’ambiente losco e violento di una palestra clandestina governata col pugno di ferro da Tenerezza, mafioso su sedia a rotelle che gestisce un ricco giro di scommesse illegali. Poveracci che menano e soprattutto si fanno menare per racimolare pochi spicci, che useranno per loro e per le loro povere famiglie, in caso di sopravvivenza. Non ci sono regole. Si combatte di notte: calci, pugni, morsi, colpi bassi. Esattamente come nella vita quotidiana delle persone che vivono ai margini della società che sa tutto e che non vuol vedere nulla. Ed è questo il tema costante dei gialli di Stefano Vicario, giunto con Essere o non essere al terzo titolo (ultimo forse) di una fortunata serie. Tutto ruota sempre intorno alla figura retorica del “re degli stracci” l’avvocato Andrea Massimi, figura tormentata dai sensi di colpa, indirizzati in gran parte verso la propria famiglia, la propria moglie e i propri cari, un po’ meno verso la società che pure riesce a disprezzare per il senso di ingiustizia che gli procura. Insieme a lui, alle sue vicende di clochard che si autopunisce, c’è sempre, opportunamente, una figura rappresentativa della sofferenza che attraversa il genere umano nei nostri tempi. Nel primo libro, che battezza l’avvocato Andrea con il nomignolo del “re degli stracci”, ci fu l’incontro con un trans alla stazione Termini. Nel secondo, Acqua di fiume, quello con uno zingaro bambino scomparso. Ognuno di questi personaggi fornisce una sorta di lasciapassare per un mondo che pure il “re degli stracci” conosce benissimo ma che, antropologicamente, non gli appartiene. Come non gli appartiene la vita che conduce Micio, omone moldavo che cerca disperatamente il suo compagno pugile Maskim. Essere o non essere è il libro, appena uscito, che racconta proprio questa vicenda, questa ricerca in un tipico viaggio negli inferi di un pezzo di città nella città, la più grande, autentica e controversa metropoli italiana: Roma. Perché “a Roma succede qualsiasi cosa, meglio di un film americano”. E infatti Andrea non si perita, non si spaventa e inizia il suo viaggio di eccentrico detective. Talmente eccentrico che, nonostante meni una vita da clochard riesce a condurre una relazione amorosa, per quanto traballante, con il magistrato Anna Ungaro. In questo troviamo già uno dei primi punti di interesse di una trama costruita in spazi non separati nettamente tra loro: si passa agilmente dalle baracche ai quartieri borghesi, dalla Procura ai binari morti e ai vagoni abbandonati delle stazioni ferroviarie, dal profumo degli abiti borghesi alla puzza degli stracci. Intorno ai personaggi principali, Vicario fa muovere delle altre figure che si caratterizzano in modo interessante e originale non tanto per essere degli “ultimi” nel senso più banale e più ovvio del termine, ma per rappresentare dei veri e propri “sconfitti” e “perdenti” – come Aldo, ex direttore d’orchestra. Persone che, nei fatti sono state espulse da una società iperselettiva e molto escludente. Esattamente come l’ingiusta e crudele follia del ring e degli incontri suicidi di kickboxing. Come è noto, Vicario è affermato regista televisivo e sceneggiatore, debuttando nel 1973 come aiuto regista del padre Marco Vicario. Nei suoi libri la scrittura risente favorevolmente di questa esperienza artistica. Il ritmo è reso frenetico – ottimo per un giallo – dall’uso generoso dei dialoghi e dal tratteggio rapido e espressivo dei profili dei protagonisti. Il lettore non troverà pagine dedicate a contesti o a particolari, ma leggerà di volti e linguaggi. Guarderà negli occhi i personaggi o li vedrà comunque molto da vicino, soffrire, amare, disperarsi, pieni di lividi, sanguinare e piangere ma non sempre per dolore.     L'articolo Stefano Vicario / A Roma, meglio di un film americano proviene da Pulp Magazine.
July 3, 2026
Pulp Magazine
Giuseppe Genna / Hyper kaos
Guido Lopez è uscito dal coma? Nel 2009, colpito da un proiettile nel corso dell’indagine definita “Occidente” riguardante il centro dell’intelligence a Milano, l’ispettore viene rimosso dalle scene di un mondo in cui il kaos ha verificato le sue strutture e geometrie e la storia è avanzata alla velocità di una bomba atomica. Tempestivamente, personaggi di cupa disinvoltura, costumi politici deviati e disturbi mentali in attesa di diagnosi mondana, si sono impadroniti dei poteri. Tutti i poteri. La pandemia mondiale ha reso patogena l’atmosfera avanzando col suo microscopico agente freddo e privo d’intelligenza, perciò in grado di dilagare come una nube radioattiva. Quest’infezione non è bastata. Nei continenti alle luci artificiali si sono sommate vampate di missili e droni, il nuovo secolo ha mostrato la propria ostilità attraverso “Zio Vlad” nelle stanze del Cremlino e “Donald il Grande” nello Studio Ovale. La soglia nucleare lì, a un passo. E l’IA sul punto d’impadronirsi d’ogni linguaggio. Prima di Lopez è Giuseppe Genna a tornare, nato per scandagliare l’irritazione epocale ormai da qualche decennio, esordendo negli anni Novanta proprio in quel luogo dove si compiva l’analisi della poesia del Novecento, quel cenacolo milanese progettato e realizzato da Nicola Crocetti. A dimostrazione di quanto sia vero – e ahimé impopolare – che la poesia giunge sempre per prima sul luogo dei fatti, anzi ne è il più delle volte l’epicentro. Genna, con Catrame, diede il via ai grandi racconti che documentano gli spazi e gli iperspazi del tempo “devastato e vile”. Era il 1999. Devoto anno. Le fisionomie dei personaggi s’integrano alla Storia, mentre volti subalterni scorrono in ogni tipo di scoscesa centralità e periferia monumentale. È l’Italia dei pensieri selvaggi e delle azioni multiple. Talmente complesse, quest’ultime, da far apparire labirinti fantastici i rapporti scritti a gran falcate dallo scrittore che – come nessuno – genera poesia (ma attenzione: tutt’altro che “poetica”) all’interno di una prosa che narra, tenendo in vista Kubrick (soprattutto) e Nolan, Černobyl’, Homeland, e il poeta friulano Mario Benedetti. Ora abbiamo L’uomo che non doveva tornare, ma che è tornato – al netto di una realtà che strappa e caccia dentro nubi nere e rossosangue (soffermarsi sulla copertina, sono questi i colori dominanti) –, dentro esplosioni e gesti tanto occulti quanto precisi nel dilaniare carni e pensieri. Fra accelerazioni incongrue dei Servizi, orrori del disordine, con Milano centro della “portaerei” nel Mediterraneo che sempre più fa gola a tutti, soprattutto ai Russi. Ora Lopez consente giri infraturistici in questa Milano, lisciandone la mappa rotabile e tranviaria, vagando con le sue membra marchiate e ammaccate. Altrove, a Est e a Ovest, alcuni eseguono istruzioni, e sbagliano. Oppure mostrano le cosche calabresi mentre trattano come Stati, e i dossier esplodono in una specie di apocalisse eterna. L’architrave delle modalità usate negli ultimi decenni del secolo scorso deflagra, nessuno sa bene come slanciarsi oltre le esplosioni, e forse salvarsi la pelle non è nemmeno l’opzione migliore. Genna in quest’ultimo romanzo fa della sua scrittura una macchina capace di seguire le storie con meccanismi iper-geometrici che niente hanno a che fare con l’attuale invenzione tecnologica, ma che s’incuneano negli spazi allucinati della specie mammifera. Cioè l’inferno. La schiera dei potenti high-tech, a fianco di neofascismi, ha mutato guardie e ladri, la favoletta Trumpty Dumpty non avrà un lieto fine, ma la raffica di lampi elettrici presente in ogni pagina di questo libro ci fionda nelle profezie di Burroughs – bene ribadirlo in quest’epoca di polluzione totale, di ozoni e metalli e carne umana in un cocktail finale. L’uomo che non doveva tornare sembra essere il server contenente l’ultima storia a cui ci si potrà rivolgere un attimo prima che i tempi finiscano. Genna lo sa o lo immagina? Lopez è sveglio o ancora nell’altra dimensione del coma? Il futuro remoto ci ha raggiunto, sopravanzando il presente – presi nel ritmo sincopato-ansimante dei fatti sapremo non far prevalere la disperazione, essere meno ignoranti di un universo che potrebbe includere un frammento di salvezza?   L'articolo Giuseppe Genna / Hyper kaos proviene da Pulp Magazine.
June 28, 2026
Pulp Magazine
Violetta Bellocchio e la memoria traumatica
Volevo parlare un po’ di Violetta Bellocchio, la mia scrittrice italiana preferita insieme a Melania Mazzucco ed ‘Elena Ferrante’, e del fatto che mi piaccia malgrado il suo genere d’eccellenza sia probabilmente quello che apprezzo di meno fra quelli correnti, il ‘memoir traumatico’ (un termine usato dalla stessa Bellocchio). Dato che non ho le qualifiche necessarie per fare il critico letterario propriamente detto faccio il, come dire, lettore critico e quindi passo attraverso i miei gusti personali, per quel che valgono, per cercare di dire qualcosa di utile. Intanto, qual è il ruolo del ‘memoir traumatico’ nell’ecosistema letterario italiano e occidentale in genere oggi? Tanto per cominciare ecco un fattoide incredibilmente minore, di quelli che conosco solo io. Posseggo un tascabile senza pretese pubblicato nel 1952 da Pocket Books. L’autore è il giornalista Donald B. Robinson e si intitola The 100 most important people in the world today: brevi ritratti dei cento più importanti leader politici, scientifici, artistici etc del mondo a metà secolo. Ci sono Stalin, Truman, Churchill, Mao, Nehru, Eisenhower, etc. Gli italiani sono tre: il Papa, Pio XII, Arturo Toscanini ed Enrico Fermi. C’è, stranamente, anche Albert Speer. Fra gli artisti spicca il muralista messicano Diego Rivera e nel suo capitolo ci viene presentata di sfuggita sua moglie, la ‘pittrice surrealista’ Frida Kahlo. Solo che oggi quella davvero famosa, dei due, è lei, mentre Rivera, una delle 100 persone più importanti del mondo nel 1952, ora è noto solo come il marito (infedele) di Frida Kahlo. Il motivo, mi pare, è semplice e non riguarda il talento: i vasti affreschi di Rivera, affollati di simboli e personaggi, coprono temi vasti, a volte anche troppo, come la storia del Messico, la società industriale o il destino dell’Uomo; gli autoritratti di Kahlo sono, essenzialmente, dei selfie, e noi viviamo nell’epoca dei social, dove chiunque può essere il giornale o telegiornale di sé stesso. La ‘fame di realtà’, che qualcuno ritiene la caratteristica principale del nostro momento letterario (non è vero ma facciamo finta che), sembra garantita solo dall’impegno personale dell’autore. A volte dietro il selfie si distingue distintamente il mondo; a volte il volto copre praticamente tutto. Nel mondo editoriale la situazione, un po’ rozzamente, si può riassumere così: da un lato ci sono i romanzi (soprattutto) di ‘genere’, cioè i libri fatti esclusivamente di altri libri e che non prevedono l’esperienza individuale, se non in forma molto ridotta (cioè, puoi ambientare un giallo o un horror nella tua città e quindi utilizzare la tua esperienza di vita, ma solo entro una rigida cornice degli eventi e dei personaggi); dall’altro ci sono i libri su sé stessi, divisi fra memoir, autobiografie e autofiction. I perdenti sono i romanzi che potremmo definire ‘ottocenteschi’, cioè le storie ambientate nel mondo reale e contemporaneo con personaggi sostanzialmente inventati (e dove i referenti reali sono accuratamente mascherati). Le eccezioni, sia chiaro, sono abbastanza numerose ma le due strade sono chiare. Il ‘genere’ ne può fare a meno (cosa sapete di Dan Brown o James Patterson?), ma la letteratura ‘seria’ è costretta a fare riferimento alla personalità dell’autore, che devi farsi brand per il ‘ceto medio riflessivo’. I tre generi ‘personali’ hanno delle regole interne, più o meno chiare. L’autobiografia è il più rigido, vanno impiegati solo fatti ‘veri’ come nella storia, e non ci devono essere personaggi immaginari o conversazioni ricostruite a memoria. Si possono saltare passaggi o nascondere nomi per motivi legali ma non oltre. Nell’autofiction, entrata nel discorso letterario italiano con Troppi paradisi di Walter Siti’ (2006) e il suo famoso incipit: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, il protagonista è l’autore, con dati biografici reali, a cui però capitano avventure largamente immaginarie, a volte, come in Troppi paradisi, sostanzialmente realistiche, e a volte, come il Lunar Park di Brett Easton Ellis, nettamente fantastiche. I confini del memoir sono meno definiti: i fatti devono essere ‘veri’ e percepiti come tali ma la scelta, il montaggio, il tono sono decisamente romanzeschi. I nomi e i luoghi possono essere cambiati e nascosti, le conversazioni immaginate, i tempi modificati ma tutto dev’essere al servizio di un’esperienza vera, ‘sincera’, che però non può essere verificata con gli stessi strumenti dell’autobiografia. Come dicevo, un genere di moda, anche alta: in anni recenti libri come quelli di Jonathan Bazzi. Daniele Mencarelli, Teresa Ciabatti e Alcide Pierantozzi sono stati presi decisamente sul serio, anche in area Strega e Campiello. Inserto personale: a me questo tipo di letteratura piace poco (con l’eccezione dei libri di viaggio, uno dei sottogeneri che prevedono l’io  narrante ‘reale’) e tendo a non leggerne. Piace poco anche perché troverei intollerabile scriverla: passare mesi o anni, il tempo che mi ci vorrebbe a scrivere un memoir, chiuso nella mia testa con me stesso sarebbe un inferno. Per non parlare della possibilità di offendere persone care. No, grazie, non fa per me. Questo rende perciò più curioso, almeno per me, il fatto che mi piaccia da morire leggere Violetta Bellocchio. > Mi chiamo Violetta Bellocchio. Ho trentaquattro anni. Sono nata a Milano il > quattro nove settantasette, carta d’identità scaduta, vado in giro col > passaporto. Non sono mai stata sposata, non sono mai stata incinta, e non > riesco più ad abitare da sola. > > Fino allo scorso autunno vivevo in una piccola città vicino al mare. Non ci > torno da ottobre, e lì ci stanno tutti i miei vestiti. Il 90 percento, almeno. > Quelli buoni. > > Gli avanzi, nell’armadio della mia vecchia stanza, mi stanno male. Tutti. Devo > tirare indietro le maniche, raccogliere l’orlo della gonna. > > Ho smesso di lavarmi i denti. > > Lasciavo già la posta in arrivo si accumulasse, senza aprirla; da qualche > mese, non mi ricordo da quando, ho cominciato a farla scivolare sotto il > divano con la punta del piede. > > Ho perso la memoria. > > Gli anni peggiori, dai venticinque ai ventotto: tre anni – non ci sono più. > Non è una bugia e non sto cercando di ricostruire una sola notte. > > Tre anni, click. Andati. > > Della persona che sono stata, a un certo punto, io non ho più nulla. Violetta Bellocchio è figlia della psicanalista Lella Ravasi. Fra i suoi zii ci sono il regista Marco Bellocchio e il critico Piergiorgio Bellocchio, uno dei miei punti di riferimento intellettuali. Insomma, nasce bene. Oltre a diverse centinaia di schede per il Mereghetti, un must nelle librerie colte a cavallo del secolo, ha scritto diverse cose, fra cui voglio segnalare un brillante romanzo distopico, La festa nera (2018). Ormai però è stata identificata (e lei stessa si autoidentifica) col genere del memoir: Il corpo non dimentica (2014), da cui è tratto il brano qui sopra e su cui vorrei concentrarmi, grazie anche alla riedizione di quest’anno per 66thand2nd, Electra (2024) e Studio privato (2025). Nessuno di questi libri è stato preso in considerazione per lo Strega o il Campiello, cosa che me li rende ancor più simpatici. Ma c’è ben altro. In breve: ne Il corpo non dimentica Bellocchio racconta i suoi tre anni perduti, dal 2002 al 2005, all’alcolismo cronico. La struttura non è cronologica e tutto il libro è il racconto di un recupero di ricordi perduti e un tentativo di dare ordine. Bellocchio è uscita dall’alcolismo grazie al meno trendy e più affidabile dei metodi, gli Alcolisti Anonimi e a un semplice imperativo: “Cura: smettere”. Anni dopo, sobria ma anche abbastanza in crisi, Bellocchio si affida a una psicoterapeuta, Meredith, e a un solitario ritiro in campagna per descrivere la sua esperienza con un tema diverso ogni giorno: Inizio, Metodo, Motel, Amore, Immagine, Invidia… Non c’è quindi una trama, o meglio c’è ma, per citare Godard, ci sono un inizio, una parte centrale e una fine, ma non necessariamente in quest’ordine: com’è andata a finire lo sappiamo fin da subito. Caso mai è più incerto l’inizio: non c’è un perché puro e semplice. Bellocchio è di buona famiglia, una famiglia colta e progressista, una famiglia, inoltre, che chiaramente la ama e sostiene, può studiare e porsi degli obbiettivi e, a parte le ovvie maggiori resistenze che devono affrontare le donne (ci sono pagine piuttosto acute sulla differenza nella percezione dell’alcolizzato uomo e dell’alcolizzata donna), non si può nemmeno dare la colpa alla società e difatti Bellocchio non lo fa. C’è il trauma di un’operazione in giovane età ma a parte questo tutte le umiliazioni e degradazioni e vergogne e vomito e cadute per strada che Bellocchio subisce un po’ dappertutto, dall’Italia a New York a Londra (è un libro molto internazionale), sono strettamente individuali, come individuale è la decisione di smettere e guarire, sia pure con l’aiuto degli Alcolisti Anonimi e dei loro 12 passi. A un certo punto, e non te lo aspetti, e soprattutto non te lo aspetti da un autore così apparentemente inserito in dinamiche stilistiche (ci torneremo) e comportamentali così anni Novanta-Zero, per non dire Gen X, così dichiaratamente global e post-whatever, e soprattutto non te lo aspetti da un libro italiano di questi tempi, pubblicato pure da Einaudi Stile Libero, spunta fuori Dio e più in generale il ruolo della fede nella ricerca della salvezza, sia pure terrena. > È una coperta morbida, camminare nella luce di Dio. Può tentare molto una come > me. Ti permette di pensare, e di dire: Non sono morta perché Dio mi ha > protetto. > > Se non lui, qualcuno. Un sacro fantasma, magari. > > C’è solo un piccolo problema, qui. > > Io sono protestante, e noi non ci crediamo, ai santi e ai miracoli.  Anche qui è chiarissimo che il grosso del lavoro lo devi fare te e non ci sono scorciatoie né outsourcing, ma è anche vero che sapere di essere accompagnati lungo la strada, sia dai volontari degli Alcolisti Anonimi, che hanno fatto la stessa strada, sia da Dio in persona, aiuta tantissimo. Ma se questo aspetto mi entusiasma o almeno riscalda il cuore, non è il vero motivo per cui Violetta Bellocchio mi piace così tanto e mi pare diversa da altri fornitori di memoir traumatici. E nemmeno l’assunzione in responsabilità in sé, la cui sincerità è in qualche modo confermata per negazione nel successivo memoir, Electra, dove il male entra interamente dall’esterno, da un aggressione sessuale per strada a Milano, che innesca una crisi paranoica la quale culmina nella decisione, all’epoca del Covid, di sparire interamente dalla circolazione e diventare una scrittrice anglofona con lo pseudonimo di Barbara Genova (e questo è niente, davvero: è una storia incredibile e credibilissima, oggi). Il vero motivo è, ovviamente, lo stile o, meglio ancora, il tono. Un tono estremamente RECITATO. Un ritmo sostenuto e sincopato, molto parlato, ma non nel senso di una confidenza o confessione, ma nel senso del teatro. I momenti più intimi sembrano ‘sussurri di scena’, quando un segreto sussurrato all’orecchio di qualcuno deve sentirsi fino alle ultime file. Confessione, ma nel senso dei primi cristiani, quando la confessione era pubblica, di fronte alla comunità dei fedeli e come in effetti si fa di fronte al piccolo gruppo di pari durante le riunioni degli Alcolisti Anonimi. Il modello è quello del monologo. In Italia si potrebbero citare Marco Paolini o Ascanio Celestini, ma mi pare chiaro che il modello è più americano, qualcosa tipo Spalding Gray o, più indietro ancora, Ruth Draper. Ci sono anche momenti di pura stand up comedy in cui si ride seriamente ma il contesto de ‘Il corpo non dimentica’ è troppo cupo per la comicità sostenuta ed è giusto così. Ora, personalmente sono convinto che nulla abbia fatto male alla narrativa italiana che l’aver scambiato la tradizione letteraria italiana con quella americana in traduzione. Anni fa Bellocchio aveva scritto per il Post un articolo sul ‘doppiese’, cioè la lingua artificiale dei traduttori e, peggio, dei doppiatori (perché la vera influenza nefasta sui nostri giovani narratori degli ultimi cinquant’anni non è nemmeno la letteratura americana ma il cinema e le serie), la lingua dell’”Escono dalle fottute pareti!!!” o il famigerato ‘non girare intorno al cespuglio’ di Faletti, e degli stereotipi della vita americana applicati senza mediazione alla realtà italiana. In Violetta Bellocchio che, come avevamo detto, è bilingue al punto di poter passare credibilmente per una poetessa americana, l’inglese e i suoi ritmi entrano perfettamente dentro l’italiano e non abbiamo mai l’impressione del ‘doppiaggio’. Quindi, armata di una lingua che si rifà alla nostra autentica cultura, cioè quella americana dei media, ma che la italianizza a fondo in un parlato teatrale italiano, Bellocchio finisce per fare quello che tutti le storie ‘personali’ dovrebbero fare: dire la verità attraverso il massimo dell’artificio possibile pur restando essenzialmente la verità. Secondo me, ma quello, lo ammetto, potrei essere solo io, il film per un libro come Il corpo non dimentica dovrebbe essere un musical o un cartone animato, cioè i due generi artificiali per eccellenza e che in quanto tali possono davvero dirci qualcosa sulla Realtà. Per rimanere nel realistico, citiamo giusto un romanzo recente molto più considerato nei giri letterari italiani, tanto da essere candidato allo Strega, cosa che a Bellocchio sono sicuro non accadrà mai (scusa, Violetta), e cioè Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, una storia di malattia mentale. La prosa di Pierantozzi è ovviamente elaborata con cura ma per ottenere un effetto di scabro e autentico, un cri de coeur commovente dove non si ride né si deve ridere mai. Soprattutto, non dobbiamo mai perdere di vista l’eroe che combatte a forza di palestra e psicofarmaci per la sua salute mentale e per la sua arte, di cui Lo sbilico è il trionfale risultato. Invece ‘Il corpo non dimentica’, che pure non risparmia affatto la soggettività di Violetta Bellocchio, che si mette in scena anche lei con cura ‘teatrale’, ha uno scopo diverso dalla semplice autoglorificazione personale, ha lo scopo di lanciare un messaggio utile e necessario: “Cura: smettere”. L'articolo Violetta Bellocchio e la memoria traumatica proviene da Pulp Magazine.
June 23, 2026
Pulp Magazine
Matteo Paoloni / Variazioni musicali, variazioni di vita
Sembra un gesto banale quello che si appresta a compiere il protagonista del libro di Matteo Paoloni, Le impercettibili oscillazioni, ma non è così. Lui stesso se ne accorge, gradatamente. Deve e vuole partire. Andare lontano da casa, dalle persone con cui ha condiviso la sua giovane vita fino a quel momento. Volare fino alle Canarie. Perché? “Perché no?” Risponde lui stesso in una delle tantissime conversazioni che innervano il libro e che più tardi articolerà meglio dicendo che partirà, più precisamente per Fuerteventura, “per lavorare”. Ma questo non è il punto. Il punto è che fino a quel giorno, fino a quel momento, egli ha vissuto come in un’isola. Quasi imprigionato in una zona fisica ed emotiva costituita da affetti anche gratificanti, da legami amicali e, naturalmente, da qualche “nemico”. Ha molto amato Marta, corrisposto. Non appena però il movimento della partenza, della separazione si fa concreto, affiora in lui un forte dolore. Si presentano le occasioni per fare bilanci, affiorano rancori e rimpianti, emergono gelosie. I volti, i corpi e le caratteristiche salienti degli stessi genitori (separati) vengono visti sotto una nuova luce. A raccontare in modo particolarmente efficace i sentimenti e la condizione del protagonista senza nome di questa storia, concorrono due scelte stilistiche dell’autore. In primo luogo, la scelta della narrazione in seconda persona, non molto diffusa nella narrativa italiana contemporanea, che permette anche al lettore di stabile una sorta di “distanza partecipata” nei confronti del personaggio che gli permette di capirlo al meglio nelle diverse sfumature. In secondo luogo, la scelta narrativa di Paoloni di affidarsi quasi esclusivamente alla tecnica del dialogo per profilare al meglio la qualità delle relazioni che nel libro intercorrono tra il protagonista e le varie persone che, man mano vuole incontrare: per salutare o per dirimere questioni passate. In questo modo, caratteri e comportamenti dei vari personaggi, quasi tutti giovani, vengono alla luce senza alcun bisogno di essere presentati o introdotti. Le impercettibili oscillazioni, inoltre, ci offrono al loro interno dei contrappunti, delle brevi frasi in corsivo: delle annotazioni in un’agenda immaginaria dove, come su un pentagramma, si collocano le note della piccola sinfonia degli affetti con le pause, le note dominanti, sensibili, toniche e le diverse “dissonanze”. Perché il giovane protagonista è anche un musicista. Con altri amici, da ragazzo è riuscito a fondare una rock band e soprattutto, oggi, compone canzoni che fa ascoltare al padre, quando sono in via di definizione, e alla madre solo quando sono “perfette”. Nelle ore in cui il romanzo di Paoloni racconta la dimensione interiore del suo personaggio che cerca di elaborare o piuttosto di vivere una separazione dalle cose e dagli affetti, tra desiderio di restare e necessità di scomparire, si susseguono e si accavallano sentimenti di angoscia, di malinconia, di rabbia e di paura. All’ossessione per il tempo si accosta anche una percezione della morte. Il vuoto sembra vincere sul pieno. Molte cose e molte relazioni sembrano essere state troppo superficiali: sono come “una ragnatela disegnata sul nulla”. Gli addii a cui pervicacemente si è puntato per tutto il libro non sembrano mai risolutivi. C’è frustrazione per una situazione della quale almeno in parte si è anche responsabili. Solo Marta, capace di tenerezza nei sui confronti, ma anche di grande lucidità e di una certa fermezza, riesce a presentare ed affermare un sano principio di realtà che lo mette di fronte alle responsabilità delle sue decisioni, alla scelta della “fuga”. Lontano da ogni predica moralista, il racconto non arriva a facili conclusioni o a sintesi affrettate e lascia che il lettore respiri a pieni polmoni l’aria di un’età che dalla piena adolescenza si affaccia all’età adulta, seppur con qualche legittimo timore.     L'articolo Matteo Paoloni / Variazioni musicali, variazioni di vita proviene da Pulp Magazine.
June 18, 2026
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Pino Cacucci / I tempi bellici del 1940
È lo stesso Pino Cacucci a raccontare, nella Nota dell’autore a chiusura del libro, la genesi di questo corposo romanzo. Nel 2013 – invitato all’Università di Tepic, nello stato messicano del Nayarit – assiste alla presentazione di El viaje inesperado, un libro che raccoglie fotografie e documenti dedicati alla memoria degli oltre trecento marinai italiani rimasti, loro malgrado, bloccati nei porti di Tampico e Veracruz, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia a Gran Bretagna e Francia nel 1940. Dieci navi italiane, tra petroliere e mercantili, vennero infatti requisite dal governo messicano con tutte le maestranze nel giugno del 1940, e il volume in cui si è imbattuto lo scrittore alessandrino, ormai messicano di adozione, è stato realizzato dai figli e dai nipoti di quei navigatori. Da questo episodio storico prende avvio Riparare i torti in cui il protagonista, il livornese Furio – nostromo antifascista imbarcato sul mercantile Lucifero – si ritrova inaspettatamente coinvolto in una vicenda dove spionaggio, avventura, rivolta, amore e desiderio di giustizia sociale si intrecciano sullo sfondo del Chiapas. Cacucci naviga in acque sicure, raccontando storie che da sempre gli appartengono: il Messico, i sovversivi, i ribelli, gli anarchici, i perdenti, gli anticonformisti e tutta un‘umanità lasciata spesso ai margini della storia. Le 450 pagine del libro trovano la loro ragion d’essere in questa ricchezza di personaggi, vicende e traiettorie narrative. Oltre alla missione nel Chiapas che porterà Furio a indagare su una ricca piantagione di caffè di proprietà della famiglia Braun – legata storicamente a Eva Braun, compagna di Adolf Hitler – dove i sinarchisti membri del movimento di estrema destra messicano e alcuni coloni tedeschi stanno complottando per un colpo di stato, si sviluppano numerose altre storie e digressioni. Ci sono le vicende dei marinai italiani che, costretti all’immobilità forzata, raccontano lo sradicamento dalla loro nave che per loro è mestiere e “casa”, c’è la noia del confino, la necessità di reinventarsi una nuova vita e degli altri affetti, il disconoscimento di un’Italia fascista percepita come estranea e in cui nessuno vuole tornare, la storia degli ultranazionalisti messicani che tramano nell’ombra per favorire un colpo di Stato filonazista sfruttando il caos della Seconda guerra mondiale, una storia d’amore, una di violenza sessuale e più d’una di schiavismo. Ci sono interessanti parentesi sull’esoterismo nazista, sull’uso del Pervitin – farmaco a base di metanfetamina per aumentare il rendimento dei soldati annullando la percezione di paura e fatica –, alcuni accenni agli Aztechi e altre storie che non hanno il sapore della curiosità fine a sé stessa, ma costruiscono un’atmosfera inquieta, popolata da ossessioni ideologiche, deliri di onnipotenza e lati oscuri delle persone che non appesantiscono la narrazione, ma danno una dimensione politica e sociale allo scritto. Per esempio, veniamo a scoprire che Lázaro Cárdenas – Presidente del Messico dal 1934 al 1940 – durante il suo mandato aprì a Città del Messico «sei cliniche dedicate alla distribuzione sotto controllo medico di stupefacenti “di Stato” ai tossicodipendenti. Nasceva così il monopolio statale sulle droghe, di buona qualità e a basso costo, che toglieva proventi agli spacciatori e garantiva un minor impatto sociale delle tossicodipendenze». Ci sono, a popolare lo sfondo del romanzo, figure singolari e strane come Aurelio, compagno di traversata di Furio, che si muove in maniera ambigua all’interno della storia; affascinanti come la bella Amalia in cerca di vendetta per i soprusi subiti da ragazza; lo smargiasso marinaio Govoni convinto difensore degli ideali fascisti; il funzionario delle autorità messicane Aguirre che cerca di contrastare le attività filonaziste presenti nel paese. E poi c’è il suggestivo titolo Riparare i torti, che suona come un programma quasi impossibile da portare a termine, un desiderio irrealizzabile: in queste pagine, traspare la consapevolezza che i torti non si riparano mai davvero, al massimo si tramandano, si raccontano, si nominano per non dimenticarli. È così, dietro un impianto avventuroso e corale, il libro custodisce l’idea ostinata e contraria della letteratura di Cacucci: dare voce ai sommersi quando il mondo ha già deciso di non salvarli e di dimenticarli.                                                 L'articolo Pino Cacucci / I tempi bellici del 1940 proviene da Pulp Magazine.
June 12, 2026
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Rosa Matteucci / “Non dimenticateci”
Ma chi pensa più alle anime del Purgatorio? In un mondo di estremismi e schieramenti assoluti, quelle povere creature provvisorie, né dannate né salve, ferme in una zona intermedia dell’aldilà, non interessano proprio a nessuno. Per fortuna ci pensa Rosa Matteucci, con la consueta serietà, a sprezzo del pericolo e del ridicolo: ci istruisce sul tema e, soprattutto, su ciò che lei stessa fa in merito e sulle sue relazioni con le medesime. Il risultato è un piccolo librino, manuale di preghiera, trattatello comico-devozionale e cronaca privata di una persecuzione ultraterrena. Si legge in una sera e funziona davvero come un balsamo che fa assai ridere. La questione nasce da una preghiera recitata quasi per caso, il “Ti adoro, o Croce Santa”, con cui la narratrice pensa di liberare un certo numero di anime purganti che potranno così accedere al Paradiso. Ma l’operazione, invece di chiudersi con la soddisfazione discreta di aver compiuto un’opera buona, apre una falla. Le anime, evidentemente passatesi la voce, cominciano a manifestarsi: prima come un brusio nell’orecchio sinistro, poi come voci sempre più insistenti, fino a trasformare la vita quotidiana in una centrale di richieste, suffragi, rosari, messe, notifiche e piccole estorsioni spirituali. Il loro motto è semplice e terribile: «Non dimenticateci!». Matteucci non usa il Purgatorio come un fondale bizzarro. Lo prende sul serio, dentro le sue regole: indulgenze, messe, preghiere, liste di anime da riscattare, calcoli più o meno affidabili, occasioni speciali in cui il numero dei salvati aumenta. La comicità nasce da questa precisione, dal fatto che l’aldilà non viene inventato ma amministrato, come una pratica da seguire fino all’ultima clausola. Men che meno le viene in mente di suggerire ironicamente al lettore che il brusio all’orecchio potrebbe essere risolto da una visita dall’otorino. La protagonista, che ha pregato con devozione insieme distratta e caparbia, si ritrova così investita di una missione sproporzionata. Prima pensa ai suoi morti: l’adorato papà che sempre compare nei suoi romanzi e che – poverino – essendo installato nel piano più basso del Purgatorio ha il deretano lambito dalle fiamme dell’Inferno, la madre, i nonni, il primo editore. Poi l’elenco si allarga, come sempre accade quando si comincia a fare i conti con i defunti. Arrivano conoscenti, vicini di casa, figure riaffiorate dalla memoria, santi, mistici, preti negligenti, anime dimenticate da secoli e perfino morti illustri: Schubert, Bolaño, Marcel Proust, Paul Auster, Tina Turner. Il Purgatorio di Matteucci è un luogo di pena, ma anche un ufficio reclami, una dogana dell’aldilà, una sala d’attesa mal gestita. Tutti aspettano una messa, una preghiera, una raccomandazione, un intervento da fuori per ascendere al Paradiso. Le anime ascoltano i discorsi dei vivi, protestano, si offendono, ringraziano. E quando ringraziano lo fanno come possono: soldi trovati per strada, guanti, sciarpe, foulard, libretti d’opera, oggetti disparati, perfino carne di vitella, forse per interessamento ultraterreno del signor Liebig. La grazia non ha affatto l’aspetto dell’estasi, ma quello di un mercatino dell’usato attraversato da qualche infiltrazione soprannaturale. A complicare tutto arriva la “Lotteria del Purgatorio”, una pagina social dove si possono scegliere categorie di anime per cui pregare: anime che pregarono distrattamente, anime che persero tempo in cose inutili, anime che fecero scherzi poco convenienti, anime che cantarono canzoni disoneste. La burocrazia celeste si salda con quella digitale, e il telefono diventa il nuovo messale e il nuovo tormento. Dopo aver letto Rosa Matteucci si può dire di sapere quasi tutto sul Purgatorio, ma una domanda resta inevasa. A leggere il libretto, le anime o vengono riscattate e salgono in Paradiso, o restano lì, in attesa di suffragio. Ma è mai successo che un’anima cada nell’Inferno? La dottrina, in realtà, rassicura: dal Purgatorio non si precipita, perché chi vi si trova è già salvo, anche se non ancora purificato. Matteucci stessa non forza questo limite e non inventa un aldilà alternativo: abita quello cattolico, con le sue regole, i suoi conteggi e tabelle comparative (un giorno in Purgatorio vale 40 anni nel mondo), le sue messe, le sue pene, le sue burocrazie celesti. Salvo una deroga: il cagnetto Charlie Maria, per cui la narratrice decide di pregare anche se la Chiesa non riconosce agli animali un’anima come quella degli uomini. La disciplina dottrinale si incrina, non per gusto di invenzione, ma per pietà e amore. L'articolo Rosa Matteucci / “Non dimenticateci” proviene da Pulp Magazine.
June 10, 2026
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Bernardo Notargiacomo / Libri e amori
Poche cose come la letteratura riescono a rappresentare efficacemente la nostra inadeguata condizione esistenziale – e culturale – nei confronti della morte. Tutti abbiamo una consapevolezza generica della sua esistenza e della sua ineluttabilità, ma solo quando questa “scadenza” arriva a riguardarci da vicino, per le persone che amiamo, allora la “cosa nota” diventa un evento incomprensibile, che sembra esploderci tra le mani e ci lascia soli e disorientati. A maggior ragione se questo avviene quando siamo in tenera età e l’evento riguarda un’altra persona giovane sebbene di molti anni più grande di noi: nostro fratello maggiore. È quello che ci racconta Bernardo Notargiacomo nel suo libro Il fratello leggendario che ci ripropone il percorso dolente, ironico, ma anche salvifico e formativo del piccolo Adriano, decenne, che, all’improvviso, viene a sapere della morte di suo fratello Giorgio, avvenuta nella lontana Scozia. Nella casa natale, dove venne alla luce suo fratello Giorgio quando il padre farmacista e la bella madre erano molto giovani, una delle prime reazioni è quella di continuare a vivere la vita quotidiana come se Giorgio fosse ancora vivo, in arrivo dalla Scozia da un momento all’altro, con la tavola apparecchiata in previsione della sua presenza. Il piccolo fratello però non si “accontenta” di tutto questo e dopo i primi momenti di forte smarrimento inizia il suo malinconico percorso fantastico che ha come punto di partenza l’emozione dei giochi maschili da bambino condivisi almeno in parte con il fratello maggiore: cavalcate, duelli e sparatorie. In questo modo il fratello maggiore, più grande di Adriano di ben diciassette anni, si colloca in una dimensione eroica che riesce anche a “dialogare” con il fratello più piccolo. Egli si afferma come una figura che assume i tratti del mito ma che è anche capace di calda protezione. Quasi più paterna che fraterna. Tra dialoghi e apparizioni, mai veramente sorprendenti ma sempre appropriate, nella vita del giovane Adriano fa progressivamente irruzione la letteratura di cui Giorgio era appassionato fruitore e che Adriano pensa di conoscere pur non avendo letto ancora nulla ma tutto immaginato. Proprio per questo, forse, l’autore del libro si appella all’intervento del grande Cervantes che attraverso don Chisciotte e Sancho Panza determina con discrezione un contrappunto perfetto tra illusione e realtà. Adriano ritrova lo scudo e la spada di Giorgio – il guerriero – che il padre aveva ricavato da una tavola di legno e che Giorgio usò minacciosamente con un’improvvisa sortita fuori di casa contro i ragazzi cattivi che, con fionde e pistole a aria compressa, davano la caccia ai gatti randagi del quartiere. Naturalmente, ritrovare il proprio fratello maggiore non basta. Il ricordo può non bastare. La necessità più forte può diventare tenerlo accanto a sé e la storia di Adriano allora subisce un cambiamento nella direzione di una dimensione mistica, magica e divinatoria. Tra indovine e chiromanti, sogni e presagi la figura di Giorgio, però, sempre appare e sempre sfugge. Tra il tragico, il comico e il grottesco si compie in definitiva un cammino di formazione durante il quale si corrono rischi e si ottengono soddisfazioni. A tutto questo parteciperanno anche l’intervento di uno psicoanalista e i libri della biblioteca di Giorgio, alleati nel disvelare e far conoscere il mondo interiore del fratello più piccolo progressivamente sempre più maturo e sempre più vivo. La scrittura rimane lieve per tutto lo sviluppo della narrazione e il punto di vista si fa forte di una buona dose di tenerezza che accompagna con cura l’elaborazione del lutto in una convincente soluzione per la quale vale una sorta di massima: “le persone più care, quando moriranno saranno simili a libri solo che saranno dentro di te”.   L'articolo Bernardo Notargiacomo / Libri e amori proviene da Pulp Magazine.
June 4, 2026
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Sandro Veronesi / Le dimore delle perdite
I viaggi e la “caducità” di Freud. La scrittura per gli scrittori che viaggiano da viaggiatori o errabondi. Poco sublime o evocazioni allucinate, danze intorno a chi si ama (molto) e a chi si odia (poco). Spesso il racconto, orale o scritto, diventa una digressione sul nostro stare al mondo, seduti allo studio, o sulla groppa di un cammello in Africa. In quest’epoca terrificante si fanno ipotesi strane sulla realtà cosmica, con l’impressione che il missile definitivo arrivi sul nostro quartiere o che il vicino di casa incida sulla porta d’ingresso una svastica. Era Beckett a dire: si fa quel che non si dovrebbe fare. E Beckett a Sandro Veronesi piace. Senza trasformarlo in mitologia spera che ai giovani piaccia tanto da potersene allontanare. Come lui stesso attuò. Ed ecco la propria ricchezza narrativa la mette tutta insieme, in questo volume contenente tutti i racconti – significa, in definitiva, mettersi a nudo poggiando tutto quanto nella pianura sterminata di quella strana entità umana, tanto virtuale da essere inesistente, che è il tempo. Nelle quasi 400 pagine del volume si capisce quanto l’autore fosse in buona forma mentre digitava questi scritti, tenendo fede alla verità di come sia importante la salute mentre si compone. Ogni racconto è un centro emozionale, non emotivo, diretto alla fronte di quel lettore che potrebbe forse essere il giovane poeta a cui si rivolge Rilke in un testo famoso (e citato da Freud), o più semplicemente a coloro che soffrono da professionisti e sanno come venirne fuori. Veronesi ne viene fuori a ogni racconto. Oltre quattro decenni di prove d’esistenza, alle prese con madri, amori, amicizie, incontro casuali. Una drammaturgia delle dimore e degli spazi cercati o perduti. E l’effetto del tempo è sempre lì, diamine, sacro segno sempre sul punto di diventare mitico. Volendo, si sa, anche scendere per le sigarette o un mesto panino, ha l’acre sapore del viaggetto mitico e, appunto, mistificatorio. Un’intensità di cui godiamo a ogni pagina, perché – diciamolo – i racconti di Caducità hanno l’effetto di farci sperimentare azioni e conseguenze come fossero nostre, reali o sognate, scoperte e naufragi e presagi di tempeste. In fondo lo scrittore insegna a destreggiarsi con le misere tribù attuali, e le inquietanti azioni psicotiche che ogni giorno invadono la realtà. Questa realtà mondiale di cui da molto tempo, si crede, Veronesi intuisse l’arrivo inopinato. Night & Day annuncia già in copertina (di Janusz Haka, artista polacco residente a Los Angeles) come astutamente lo zeitgeist scontorna gli umani – in questo caso una ragazza nel pieno della propria vitalità come fosse su un litorale atlantico – di quanto sta loro intorno. Accorgendosene, fuggono immersi in un’esplosione di luce bianca accecante. Dentro queste follie per niente esotiche (“quanta luce c’era nel buio?”), ogni protagonista del libro deve imparare a guardare in faccia il male distribuito, più di quello ricevuto. Mal detto precede e segue il mal fatto. In questo crogiolo si collocano le storie di Caducità, per trentadue volte (tanti sono i racconti) ci rendiamo conto che i punti di vista del viaggiatore sono i nostri, e non ci possiamo fare niente.       L'articolo Sandro Veronesi / Le dimore delle perdite proviene da Pulp Magazine.
May 31, 2026
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Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze
Con il termine “love bombing” si intende una tattica manipolatoria attraverso cui una persona cerca di conquistare rapidamente l’attenzione e l’affetto di un’altra, soffocandola con gesti e parole d’amore eccessivi, per poter esercitare su di lei controllo e potere unidirezionale. Si tratta di un fenomeno di cui si è discusso molto, soprattutto negli ultimi anni, nel tentativo di individuare, all’interno di una relazione sentimentale, atteggiamenti abusanti che trasformano una storia d’amore in un gioco di potere distruttivo. Con questo romanzo Passerini sottrae la dinamica del “love bombing” alla classica rappresentazione eterosessuale in cui il soggetto abusato è tipicamente la donna, per trasferirla all’interno di una coppia omosessuale che vive a New York: Jean Luc di origini francesi e Raffaele, italiano. Ricorda così al lettore come certi meccanismi di potere nelle relazioni possono riprodursi ovunque esista uno squilibrio emotivo e/o economico, a prescindere dal sesso. Raffaele – cineasta alle prese con la sua prima sceneggiatura – è la preda ideale per rimanere intrappolato in questo perverso meccanismo: insicuro, sensibile, poco considerato dalla famiglia d’origine e disperatamente bisognoso d’amore. Jean Luc, invece, classico uomo d’affari abituato a decidere e volere tutto e subito, assume il ruolo di maschio dominante della coppia già dal primo appuntamento. Raffaele subisce il fascino del francese lasciandosi travolgere da un corteggiamento intenso e totalizzante che, almeno inizialmente, sembra colmare tutti i suoi vuoti affettivi ma l’uomo premuroso, presente, irresistibile, che studia ogni gesto per farlo sentire speciale, desiderato e indispensabile, dimostra ben presto la sua propensione al possesso mascherato, come spesso accade, da amore: la relazione tra i due protagonisti si sviluppa infatti attraverso piccoli segnali di controllo, inizialmente quasi invisibili, che diventano via via sempre più soffocanti. È Jean Luc a dettare i tempi e i modi della relazione esprimendo giudizi sprezzanti e negativi sul modo di vivere e gestire il quotidiano dell’altro, riprendendolo per ogni minima cosa detta o fatta che lui considera fuori luogo, punendolo con il silenzio per atteggiamenti che reputa sbagliati evitando, così, il confronto. Nonostante Raffaele sia pienamente consapevole che in una relazione amorosa il sacrificarsi e l’aspettare, il sopportare, perdonare e mediare non debba ricadere sempre sulla stessa persona – trasformandola inevitabilmente nell’anello debole della coppia –, non riuscirà mai a trovare le parole né la forza per rompere il meccanismo di prevaricazione messo in atto dal compagno. Quest’ultimo, infatti, arriverà perfino a chiedergli, come prova d’amore, di scegliere tra lui e la propria famiglia, tra lui e gli amici. Raffaele, pur di non farlo arrabbiare, sceglierà sempre e comunque Jean Luc adeguandosi a ogni sua richiesta, ma non solo non riceverà mai in cambio l’amore di cui ha bisogno, subirà continuamente atteggiamenti che non faranno altro che alimentare il suo senso d’inadeguatezza e aumentare la paura di non essere accettato e amato, sensazione che si porta dietro sin da ragazzino quando cercava d’essere come chiunque gli sembrasse felice senza imparare, però, a essere sé stesso: «[…] sin da piccolo, vivendo quello che sentivo di essere come un grande pericolo, ho cercato di essere come chiunque incontrassi che mi sembrava felice – ragazzi, ragazze, cani, gatti – e provavo a immaginare come doveva essere, esser loro, imitandoli in tutto. Dimenticandomi però di imparare ad essere me stesso. Questa mancanza di amore per me stesso, anni dopo, l’avrei pagata cara». L’aspetto più interessante del romanzo di Passerini è nel raccontare persone comuni, soggetti quasi banali, lasciandoci intendere che ognuno di noi può incappare in una relazione tossica; nel mostrare come certe dinamiche distruttive possano nascere dall’incontro tra chi ha un bisogno disperato di essere amato e chi è incapace di amare con sincerità. Non si riesce a essere completamente dalla parte di Raffaele, incapace per lungo tempo di sottrarsi alla manipolazione di Jean Luc, così come non si prova nessuna pena per quest’ultimo, persona totalmente incapace di vivere un sentimento se non attraverso la prevaricazione. Con questa storia, Passerini mostra quanto il confine tra amore e manipolazione possa essere sottile e difficile da riconoscere, soprattutto per chi vive una fragilità emotiva individuando nel bisogno d’amore – cui credo nessuno sia esente –, nella paura della solitudine e nel desiderio di essere considerati, terreno fertile per relazioni tossiche.     L'articolo Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze proviene da Pulp Magazine.
May 28, 2026
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Vittorio Giacopini / Dentro le guerre
Ogni altro tempo è pace è l’ultimo romanzo dello scrittore romano Vittorio Giacopini, edito da Nutrimenti. Credo che il tempo, ma soprattutto il tempismo, non sia casuale, attorno e all’interno di questo libro che presenta tante similitudini con la storia che si snoda attorno a noi. Il libro è stato pubblicato il 6 febbraio, in un momento in cui ci sembrava di esserci lasciati alle spalle una guerra – il conflitto tra Israele e Palestina – solamente per ritrovarci dentro un’altra guerra – il conflitto in Iran; esattamente come, nel romanzo, la violenza – personificata dalla Guerra dei Trent’anni – passa il testimone a un suo simile – un conflitto di trent’anni più moderno, nel 2032 – in un battito di ciglia. Per riprendere le parole di Matthaus Merian, da una lettera all’amico Jacques Callot, nel romanzo, «dovessi dire a cosa mi fa pensare quest’evo che viviamo […] porterei ad esempio quelle scatole cinesi […]. L’una contiene l’altra e l’altra ne contiene un’altra ancora e questa a sua volta un’altra e ad libitum, così, all’infinito». Una moltitudine di personaggi si muove – concitata, spaventata, abituata ormai al concatenarsi di eventi non del tutto gradevoli e propizi – in due punti nel tempo, intervallandosi lo spazio nel romanzo. Nel diciassettesimo secolo si scatena una lunga guerra che interessò l’Europa centrale per la quasi totalità dei primi decenni del Seicento. In questo periodo buio, che ha inizio con tre comete che attraversano il cielo nel 1618, Giacopini ci introduce a dei personaggi opposti tra loro, ma con narrazioni complementari. C’è Iacopo Iacopi, soldato di ventura, che insegue la guerra “come un amante”, sfruttandola per vendere armi e munizioni per l’Europa, addentrandosi nel conflitto e trovandosi dove non avrebbe voluto. Alla sua narrazione, più rocambolesca, si intreccia lo scambio epistolare di un allievo, Matthaus Merian, con il proprio maestro e mentore, Jacques Callot, entrambi incisori rispettivamente a Francoforte e Lorena. L’allievo e il maestro si scrivono per aggiornarsi sull’avanzare del conflitto e per conoscere il rispettivo stato di salute e di lavoro, rappresentando un legame affettivo e umano in mezzo a tanta cenere – il più fertile per parlare universalmente della brutalità della guerra e della distanza che intercorre tra le persone. Dalle loro lettere emerge la visione della Storia come una matrioska, una guerra dentro all’altra, che quindi non scorre in avanti ma è, piuttosto, compresenza costante di ogni conflitto. Anche il protagonista della “nuova” Guerra dei Trent’anni la pensa come loro, ovvero che la storia sia compresenza, di vita e morte, di guerra e pace. Si trova confinato in un “palazzone falansterio” a Roma, denominato Togliattenstrasse, nel 2032, dopo innumerevoli guerre da cui sono scaturite pandemie e alluvioni, rendendo il mondo ostile e chiuso. Un guazzabuglio di personaggi, però, popola la visione di quello che potremmo denominare lo Iacopo Iacopi del ventunesimo secolo: un uomo che cerca di cavarsela quando il mondo sembra sull’orlo del baratro. Giacopini scrive un romanzo che si legge come un messaggio, un’interpretazione della Storia che si mescola al presente, in modi del tutto imprevedibili. Qualunque sia il momento in cui leggerete questo libro, troverete dei pezzi del mondo e del tempo in cui vivete – poiché, riprendendo la citazione di Thomas Hobbes che apre e chiude il romanzo, «la natura della guerra consiste […] nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario. Ogni altro tempo è pace». L'articolo Vittorio Giacopini / Dentro le guerre proviene da Pulp Magazine.
May 18, 2026
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