Elvira Seminara / La stirpe dei nottambuli
Una protagonista che si chiama Iris, ma si vuole far chiamare con un altro nome,
Ariel. La tensione di una ricerca con un certo patema d’animo che però sembra un
po’ sproporzionato per l’importanza del caso. Oggetti, comportamenti, forse
persone che sembrano non avere la giusta dimensione e la giusta collocazione nel
mondo, pur non essendo presenti per caso. Questo lo scenario di apertura del
nuovo libro di Elvira Seminara, valente e originale scrittrice romano-catanese
giunta ormai al suo quinto romanzo.
Iris vive in una condizione più utile a raccontare un thriller che un romanzo
dolente e un po’ intimista come questo Lunario dei giorni insonni. Con lei,
separata dal marito, vive un amico, bioarchitetto di nome Jacopo che,
esplicitamente, la aiuta a evitare “corpi umani”. Perché Iris non ama la luce
del giorno e si muove, vive, solo di notte, per giunta “vestendo” un altro nome:
Ariel, appunto. Iris ama la notte perché meno antropizzata. Con un’andatura che
può sembrare addirittura trasandata, passeggia sul lungomare abbandonando il suo
sguardo fluttuante intorno al mondo che la circonda e che vive (poco) di altre
scene con altri protagonisti. Annusa odori che di giorno sembrano non esserci.
Trova che, di notte, la vita sia “più essenziale”. Ma non è solo così. Di notte,
anime di persone apparentemente lontane e addirittura “sconosciute” le vengono
incontro. Entrano anche nel residence che, non per caso prende il nome di
“ignoto marinaio”. È il caso di Aida, anziana gattara vicina di casa che, di
giorno appare come una donna fiera e sicura di sé, mentre di notte si trasfigura
fino a far trapelare un lato di follia quasi inquietante che la porta a
considerare Ariel coma sua figlia scomparsa tempo addietro.
In generale, di notte si incontrano anime dolenti, ma a loro modo serene,
immerse in pensieri e in attività che in altri momenti della giornata non
possono o non vogliono fare. Il tutto avviene in un interminabile mese di
settembre composto da quasi cento giorni di calendario che ben riesce a
conferire alla narrazione quel tono di sospensione e di lentezza che solo la
notte può dare. È vero però che questa condizione non è per nulla facile: “stare
svegli e inoperosi la notte, quando i giusti dormono e si ricaricano per il
giorno, fa sentire colpevoli e inadatti. Vergognosi”. La vita non è esente di
paradossi e capovolgimenti logici come il lavoro nelle attività di comunicazione
di una persona fondamentalmente triste e depressa. Oppure come la considerazione
che “di notte i buoni lanciano coltelli e i cattivi scrivono poesie”.
Nel procedere in queste riflessioni Iris-Ariel sembra voler raggiungere il punto
di sintesi più alto nella famosa frase di Jean Paul Sartre “l’inferno sono gli
altri”. Ma, mentre per uno dei grandi padri dell’esistenzialismo, questa frase
riguarda la vita di ciascun essere umano, l’esistenza di ogni essere umano nel
proprio bisogno di entrare in relazione con gli altri e non riuscirci, per Iris
e per Seminara il discorso prende una direzione completamente diversa. La scelta
di vivere di notte infatti è una vera e proprio alternativa salvifica alla vita
con gli altri, alla vita “degli altri”. Nella notte, progressivamente Iris-Ariel
trova e ritrova l’Umanità, prima nelle poche persone che incontra, poi in sé
stessa.
Lentamente, si scopre che anche l’indifferenza di cui ciascuno si dota in realtà
è una maschera che si può sollevare. Nei percorsi notturni, si fanno strada i
temi dell’amore e del desiderio come pure, fatalmente, le questioni legate alla
vita e alla morte. La poesia e la letteratura prendono il sopravvento e,
attraverso di loro, si afferma un modo fantastico che aiuta a rappresentare il
ricchissimo mondo interiore di Iris, una donna che ha la passione, forse
l’ossessione delle mappe, per cercare sempre di orientarsi in un modo che fatica
a percepire come accogliente. Come accogliente le sembra dover essere invece la
minuscola cittadina di Alert nella zona settentrionale del Canada vicino al Polo
Nord, semidisabitata. Alert che le potrebbe garantire quel “vuoto” che la
cultura occidentale sembra disprezzare e che invece ha un suo preciso motivo di
esistere.
Nel romanzo di Seminara un ruolo preciso di continua presenza, ma anche di
monito, ce l’ha sicuramente la natura: animali, piante e paesaggi. E lei, questa
donna insonne che ha paura della felicità, riesce a “salvarsi” grazie a
un’azione, faticosa e coraggiosa al tempo stesso, “prendendosi cura della
propria tristezza”. Una gentile presa in carico che suona come un gesto
rivoluzionario ed eversivo in una società che tende a demonizzare e a
medicalizzare la tristezza perché non è produttiva, perché dà fastidio.
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