Sandro Campani / Il lavoro e la casa d’altri
Sandro Campani, nato nel 1974, racconta l’Appennino tosco-emiliano senza
idealizzarlo e senza farne un mondo al riparo dalla modernità. La casa del
dormiveglia, il suo quarto libro pubblicato da Einaudi, è un romanzo notevole e
vale certamente la lettura. Tutto comincia nel 1997, quando Massimiliano Toschi
visita con la moglie Federica e il piccolo Giulio una villetta bifamiliare
sull’Appennino. Una metà è in vendita, l’altra è disabitata: due parti
perfettamente speculari, divise da un muro e, nel giardino, da una siepe. Toschi
acquista la casa pensando di trasferirvisi con la famiglia, ma Federica non lo
seguirà. Negli anni quel luogo diventerà seconda casa, rifugio per amori
provvisori, dimora solitaria e infine lo scenario di una vita che sembra già
vissuta da qualcun altro. Il precedente inquilino era un imprenditore arrivato
lì con una compagna molto più giovane. Abbandonato da lei e travolto dal
fallimento, si era ritirato al pianterreno, chiudendo l’accesso al piano
superiore. Toschi ne ritrova le fotografie, sente rumori oltre il muro,
intravede presenze nel giardino vicino. Durante una festa alcuni ragazzi,
guardando le immagini dell’altro uomo, lo scambiano per lui. “Non sono io”,
protesta Toschi. Ma da quel momento proprio questa certezza comincia a
vacillare.
Il richiamo più immediato è il film L’inquilino del terzo piano (1976) di Roman
Polanski: una casa conserva la rovina di chi l’ha abitata e sembra spingere il
nuovo inquilino a ripercorrerne la vita. Viene in mente anche Casa d’altri di
Silvio D’Arzo. Quella di Toschi è infatti una casa propria addossata alla casa
di un altro. La bravura di Campani sta nel fermarsi sulla soglia del
perturbante, senza chiarire mai se qualcosa si nasconda davvero oltre il muro o
se tutto accada nella mente di Toschi.
La casa del dormiveglia è anche un grande romanzo del lavoro. Non un romanzo
working class: Toschi non è un operaio, ma il padrone della Sarcem, azienda del
distretto ceramico di Sassuolo. Il conflitto di classe non è al centro del
romanzo. Eppure poche narrazioni recenti sono entrate con tanta precisione nella
materia della produzione industriale e nei suoi cambiamenti. Sono magnifiche le
pagine dedicate all’argilla, agli smalti, ai rulli serigrafici, ai forni, alla
stampa digitale, ai problemi di viscosità e di cottura, alla riproduzione del
marmo e alle grandi lastre. Campani trasforma il linguaggio tecnico in lingua
narrativa. Toschi guarda anche una siepe, una pietra o una superficie domestica
con l’occhio formato dalla ceramica. Il lavoro è diventato il modo attraverso il
quale percepisce il mondo. Dentro questa precisione tecnica Campani racconta
anche il passaggio fra due epoche. Mezzo, il direttore dello stabilimento,
riconosce la qualità dello smalto immergendovi una mano e valuta l’umidità
dell’argilla stringendola; con la stampa digitale arrivano invece file,
software, grafici e tecnici specializzati. Cambia il rapporto fra il lavoro, il
sapere e le persone che lo possiedono.
Toschi non è però il grande industriale né il manager che governa la fabbrica da
lontano. Appartiene a una figura tipica dei distretti italiani: l’imprenditore
cresciuto nello stesso ambiente dei suoi operai, arrivato alla proprietà
attraverso il mestiere, il risparmio e la conoscenza diretta della produzione.
La Sarcem porta l’impronta dei rapporti personali, dei favori concessi e delle
fedeltà richieste. La vicinanza ai dipendenti non cancella la gerarchia: Toschi
rimane il padrone e il carattere quasi familiare di quei rapporti è anche una
forma di potere paternalistico. Eppure il protagonista non coincide mai del
tutto con il tipo umano che la sua posizione sembrerebbe imporgli. Non possiede
la sicurezza aggressiva, il decisionismo e il dominio di sé tradizionalmente
associati all’imprenditore maschio. Anche con le donne resta lontano dalla parte
del conquistatore: aspetta, si lascia scegliere o abbandonare. Campani non ne fa
un personaggio esemplare o apertamente anticonformista. Toschi esita, osserva,
si lascia toccare dalle cose e non riesce mai a identificarsi completamente con
il potere che possiede. È padrone, ma continua a pensarsi come uno che lavora;
organizza il lavoro altrui, ma fatica a governare la propria vita e conserva una
disponibilità all’imprevisto. Questo scarto poco vistoso è uno degli aspetti più
belli e sorprendenti del romanzo. Campani lo ferma sulla soglia: fra la
ripetizione della vita dell’altro e la possibilità, ancora incerta, di
sottrarsi; fra ciò che il lavoro ha fatto di lui e ciò che potrebbe restarne.
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