Enzo Ciconte / L’Italia ieri e oggi

Pulp Magazine - Tuesday, August 25, 2026

Enzo Ciconte occupa da tempo una posizione periferica e insieme centrale nella storiografia italiana sulla criminalità organizzata: periferica perché la sua formazione politica — deputato del PCI nella X legislatura, poi consulente a tempo pieno della Commissione parlamentare antimafia per oltre un decennio — lo colloca fuori dall’accademia in senso stretto; centrale perché proprio quella prossimità alle carte giudiziarie e parlamentari gli ha permesso di scrivere, nel 1992, il primo studio storico organico sulla ‘ndrangheta, ‘Ndrangheta dall’Unità a oggi. Da allora la sua bibliografia si è sviluppata come un cantiere coerente: Processo alla ‘Ndrangheta (Laterza, 1996), Storia criminale (Rubbettino, 2008), Banditi e briganti (Rubbettino, 2011), Storia dello stupro e di donne ribelli (Rubbettino, 2014), Borbonici, patrioti e criminali (Salerno, 2016), La grande mattanza (Laterza, 2018), L’assedio (Carocci, 2021) fino a Classi pericolose, uscito per Laterza appena l’anno scorso. È una traiettoria che alterna monografie sulle singole mafie a incursioni più ampie nella storia sociale del conflitto e della devianza — il brigantaggio, la povertà, la violenza sulle donne — mantenendo però un asse fisso: la criminalità organizzata non come patologia isolata, ma come funzione del potere. Storia dell’altra Italia porta questa linea di ricerca al suo esito più ambizioso e, va detto subito, più esposto.

La tesi del libro è enunciata con la nettezza propria di chi scrive da storico e non da saggista in cerca di effetto: esiste una continuità di intenti e in parte di attori tra le stragi neofasciste e quelle di mafia, entrambe declinazioni di un unico uso strumentale della violenza contro le conquiste democratiche nate dalla Resistenza. Ciconte fissa la data fondativa del proprio ragionamento in un editoriale di Giorgio Almirante sul “Secolo d’Italia” del 1955, in cui il leader missino certificava, dieci anni dopo la Liberazione, che chi proveniva “dalla scuola del movimento sociale” non aveva mai riconosciuto il 25 aprile come festa nazionale. Da questo rifiuto originario, sostiene l’autore, discende un filo che attraversa un secolo e mezzo di storia unitaria: dalla strage di Portella della Ginestra, il primo maggio 1947, fino alla stazione di Bologna, e poi a Capaci e via D’Amelio. È una genealogia lunga, costruita non per accostamento suggestivo ma cercando, caso per caso, la sovrapposizione di apparati — settori “deviati” dei servizi segreti, logge massoniche come la P2, frange dello Stato — che avrebbero condotto quella che il libro definisce una “guerra non ortodossa” contro la democrazia.

Il passaggio più interessante, sul piano interpretativo, è quello in cui Ciconte spiega la torsione ideologica del dopoguerra italiano: la collocazione del paese come frontiera occidentale con il più grande partito comunista d’Europa e con il Vaticano alle porte produce uno scivolamento rapido dall’antifascismo all’anticomunismo, che diventa a sua volta “religione di Stato”. È qui che si gioca, secondo l’autore, la partita decisiva per le sorti della democrazia repubblicana, ed è qui che il libro individua la matrice comune — funzionale più che ideologica in senso stretto — tra il terrorismo neofascista e l’uso politico delle mafie: entrambi strumenti disponibili, nella logica della guerra fredda, per un’Italia descritta come paese a “sovranità limitata”.

Il merito del libro sta nella capacità di tenere insieme, con apparato documentario solido, due tradizioni storiografiche che raramente dialogano: quella sulla strategia della tensione, di impianto giudiziario e giornalistico, e quella più propriamente criminologica sulle mafie meridionali. Ciconte è scrittore parco di aggettivi e denso di fatti: la costruzione cronologica, dagli anni del dopoguerra alla stagione delle stragi di mafia del 1992-93, procede per accumulo di episodi verificati, non per suggestione. Questo lo distingue da una parte della pubblicistica dietrologica sulla “strategia della tensione”, genere in cui l’accostamento tra eventi eterogenei sostituisce spesso la dimostrazione causale.

Proprio su questo punto, semmai, il libro va oltre l’ipotesi e trova la sua verifica più convincente: la tenuta della tesi di Ciconte non sta tanto nell’accostamento delle stragi in sé, quanto nella capacità di seguire i medesimi nodi — logge coperte, apparati deviati, comitati d’affari a cavallo tra destra eversiva e mafie — lungo tutto l’arco che dal dopoguerra arriva fino a oggi, senza che quel filo si interrompa con la fine della stagione stragista del 1992-93. È qui che il libro supera la letteratura più circoscritta sulla “strategia della tensione” — i lavori di Franco Ferraresi sulla destra eversiva, le ricostruzioni di Fasanella e Sestieri, quelle di Cucchiarelli su piazza Fontana — per proporre una lettura di lunghissimo periodo: la P2 di Licio Gelli non è un episodio circoscritto agli anni Settanta, ma la cerniera organizzativa che lega l’eversione nera, pezzi di mafia e di ‘ndrangheta e un ceto affaristico-politico che troverà nella stagione di Silvio Berlusconi la propria sponda di sistema. Ciconte non lo dice per allusione: lo ricostruisce seguendo uomini, logge, società, passaggi di potere che dal patto Stato-mafia della trattativa arrivano fino alla normalizzazione politica di soggetti e culture un tempo confinati ai margini istituzionali. In questa prospettiva, l’attuale presenza di una destra di matrice neofascista al governo del paese non è una degenerazione recente né un’anomalia contingente, ma l’esito coerente — documentato passo dopo passo — di una continuità di uomini, reti e interessi che il volume rintraccia con pazienza filologica fin dal rifiuto almirantiano del 25 aprile.

È un impianto che espone l’autore, inevitabilmente, all’accusa di leggere il presente attraverso una griglia già scritta in partenza; ma è proprio questa esposizione che rende il libro un testo politico nel senso più alto del termine, e non un mero esercizio di erudizione: Ciconte non si limita a registrare la persistenza di un blocco di potere, la mette in relazione con l’oggi, chiedendo al lettore di riconoscere nella cronaca recente non una rottura ma una conferma. Storia dell’altra Italia si legge, in questo senso, come il libro più compiuto di Ciconte: quello in cui la sua lunga pratica di consulente antimafia e la sua vocazione di storico convergono in una tesi che non ha più bisogno di essere temperata da cautele interpretative, perché la sua stessa struttura documentaria — spesa in decenni di lavoro sulle carte — la sostiene fino in fondo.

 

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