Enzo Ciconte / L’Italia ieri e oggi
Enzo Ciconte occupa da tempo una posizione periferica e insieme centrale nella
storiografia italiana sulla criminalità organizzata: periferica perché la sua
formazione politica — deputato del PCI nella X legislatura, poi consulente a
tempo pieno della Commissione parlamentare antimafia per oltre un decennio — lo
colloca fuori dall’accademia in senso stretto; centrale perché proprio quella
prossimità alle carte giudiziarie e parlamentari gli ha permesso di scrivere,
nel 1992, il primo studio storico organico sulla ‘ndrangheta, ‘Ndrangheta
dall’Unità a oggi. Da allora la sua bibliografia si è sviluppata come un
cantiere coerente: Processo alla ‘Ndrangheta (Laterza, 1996), Storia criminale
(Rubbettino, 2008), Banditi e briganti (Rubbettino, 2011), Storia dello stupro e
di donne ribelli (Rubbettino, 2014), Borbonici, patrioti e criminali (Salerno,
2016), La grande mattanza (Laterza, 2018), L’assedio (Carocci, 2021) fino a
Classi pericolose, uscito per Laterza appena l’anno scorso. È una traiettoria
che alterna monografie sulle singole mafie a incursioni più ampie nella storia
sociale del conflitto e della devianza — il brigantaggio, la povertà, la
violenza sulle donne — mantenendo però un asse fisso: la criminalità organizzata
non come patologia isolata, ma come funzione del potere. Storia dell’altra
Italia porta questa linea di ricerca al suo esito più ambizioso e, va detto
subito, più esposto.
La tesi del libro è enunciata con la nettezza propria di chi scrive da storico e
non da saggista in cerca di effetto: esiste una continuità di intenti e in parte
di attori tra le stragi neofasciste e quelle di mafia, entrambe declinazioni di
un unico uso strumentale della violenza contro le conquiste democratiche nate
dalla Resistenza. Ciconte fissa la data fondativa del proprio ragionamento in un
editoriale di Giorgio Almirante sul “Secolo d’Italia” del 1955, in cui il leader
missino certificava, dieci anni dopo la Liberazione, che chi proveniva “dalla
scuola del movimento sociale” non aveva mai riconosciuto il 25 aprile come festa
nazionale. Da questo rifiuto originario, sostiene l’autore, discende un filo che
attraversa un secolo e mezzo di storia unitaria: dalla strage di Portella della
Ginestra, il primo maggio 1947, fino alla stazione di Bologna, e poi a Capaci e
via D’Amelio. È una genealogia lunga, costruita non per accostamento suggestivo
ma cercando, caso per caso, la sovrapposizione di apparati — settori “deviati”
dei servizi segreti, logge massoniche come la P2, frange dello Stato — che
avrebbero condotto quella che il libro definisce una “guerra non ortodossa”
contro la democrazia.
Il passaggio più interessante, sul piano interpretativo, è quello in cui Ciconte
spiega la torsione ideologica del dopoguerra italiano: la collocazione del paese
come frontiera occidentale con il più grande partito comunista d’Europa e con il
Vaticano alle porte produce uno scivolamento rapido dall’antifascismo
all’anticomunismo, che diventa a sua volta “religione di Stato”. È qui che si
gioca, secondo l’autore, la partita decisiva per le sorti della democrazia
repubblicana, ed è qui che il libro individua la matrice comune — funzionale più
che ideologica in senso stretto — tra il terrorismo neofascista e l’uso politico
delle mafie: entrambi strumenti disponibili, nella logica della guerra fredda,
per un’Italia descritta come paese a “sovranità limitata”.
Il merito del libro sta nella capacità di tenere insieme, con apparato
documentario solido, due tradizioni storiografiche che raramente dialogano:
quella sulla strategia della tensione, di impianto giudiziario e giornalistico,
e quella più propriamente criminologica sulle mafie meridionali. Ciconte è
scrittore parco di aggettivi e denso di fatti: la costruzione cronologica, dagli
anni del dopoguerra alla stagione delle stragi di mafia del 1992-93, procede per
accumulo di episodi verificati, non per suggestione. Questo lo distingue da una
parte della pubblicistica dietrologica sulla “strategia della tensione”, genere
in cui l’accostamento tra eventi eterogenei sostituisce spesso la dimostrazione
causale.
Proprio su questo punto, semmai, il libro va oltre l’ipotesi e trova la sua
verifica più convincente: la tenuta della tesi di Ciconte non sta tanto
nell’accostamento delle stragi in sé, quanto nella capacità di seguire i
medesimi nodi — logge coperte, apparati deviati, comitati d’affari a cavallo tra
destra eversiva e mafie — lungo tutto l’arco che dal dopoguerra arriva fino a
oggi, senza che quel filo si interrompa con la fine della stagione stragista del
1992-93. È qui che il libro supera la letteratura più circoscritta sulla
“strategia della tensione” — i lavori di Franco Ferraresi sulla destra eversiva,
le ricostruzioni di Fasanella e Sestieri, quelle di Cucchiarelli su piazza
Fontana — per proporre una lettura di lunghissimo periodo: la P2 di Licio Gelli
non è un episodio circoscritto agli anni Settanta, ma la cerniera organizzativa
che lega l’eversione nera, pezzi di mafia e di ‘ndrangheta e un ceto
affaristico-politico che troverà nella stagione di Silvio Berlusconi la propria
sponda di sistema. Ciconte non lo dice per allusione: lo ricostruisce seguendo
uomini, logge, società, passaggi di potere che dal patto Stato-mafia della
trattativa arrivano fino alla normalizzazione politica di soggetti e culture un
tempo confinati ai margini istituzionali. In questa prospettiva, l’attuale
presenza di una destra di matrice neofascista al governo del paese non è una
degenerazione recente né un’anomalia contingente, ma l’esito coerente —
documentato passo dopo passo — di una continuità di uomini, reti e interessi che
il volume rintraccia con pazienza filologica fin dal rifiuto almirantiano del 25
aprile.
È un impianto che espone l’autore, inevitabilmente, all’accusa di leggere il
presente attraverso una griglia già scritta in partenza; ma è proprio questa
esposizione che rende il libro un testo politico nel senso più alto del termine,
e non un mero esercizio di erudizione: Ciconte non si limita a registrare la
persistenza di un blocco di potere, la mette in relazione con l’oggi, chiedendo
al lettore di riconoscere nella cronaca recente non una rottura ma una conferma.
Storia dell’altra Italia si legge, in questo senso, come il libro più compiuto
di Ciconte: quello in cui la sua lunga pratica di consulente antimafia e la sua
vocazione di storico convergono in una tesi che non ha più bisogno di essere
temperata da cautele interpretative, perché la sua stessa struttura documentaria
— spesa in decenni di lavoro sulle carte — la sostiene fino in fondo.
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