Gli orecchini di Zendaya e il prezzo della Storia

Jacobin Italia - Monday, August 24, 2026

Barron London è un’attività di antiquariato e gioielleria situata a Mayfair, uno dei quartieri più ricchi di Londra. A un primo sguardo, la sua vetrina appare discreta: se ci si passa davanti in fretta, è probabile che non si noti nulla di particolare. Ma dietro questa facciata dimessa si nasconde uno showroom privato che custodisce una collezione mozzafiato di gioielli preziosi, antichità e reperti, molti dei quali risalgono a diversi millenni fa.

Barron è solo uno dei numerosi commercianti londinesi che alimentano il fiorente mercato dei reperti rari e delle antichità. Tuttavia, questo mese la galleria è finita sotto i riflettori a causa di un paio di antichi orecchini persiani prestati all’attrice Zendaya per la sua apparizione alla prima londinese di The Odyssey di Christopher Nolan.

Secondo la descrizione ufficiale, gli orecchini furono rinvenuti nel 1946 nei pressi del castello di Ziwiyeh, nell’Iran nord-occidentale, e si ritiene risalgano al 700 a.C. circa. Data questa provenienza eccezionale, gli storici hanno criticato con prontezza la decisione di Zendaya di indossare questi preziosi sul tappeto rosso. Molti hanno anche sottolineato la particolare ironia del fatto che un’attrice americana indossasse oggetti appartenuti a una civiltà che il presidente del suo paese – solo pochi mesi prima – aveva minacciato di bombardare fino a ricacciarla all’età della pietra.

Naturalmente, non c’è nulla di nuovo nella mercificazione dei reperti storici. Né Zendaya è l’unica responsabile. Sullo stesso tappeto rosso, la coprotagonista Anne Hathaway è stata fotografata con un orologio tempestato di diamanti costruito attorno a un’antica moneta romana. Quattro mesi prima, Margot Robbie aveva partecipato alla prima di Wuthering Heights indossando la collana di diamanti Taj Mahal di Cartier, che presenta una pietra a forma di cuore appartenuta nel XVII secolo al quarto imperatore moghul, Jahangir.

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Lontano da Hollywood, molti altri reperti storici sono stati trasformati in beni di lusso. Poco distante da Barron London, gallerie come Charles Ede e Barakat acquistano e vendono regolarmente frammenti tessili, rilievi scolpiti, statue e decorazioni architettoniche come oggetti d’arte decorativa destinati a clienti ultraricchi desiderosi di accrescere le proprie collezioni. Tra gli oggetti attualmente pubblicizzati online figurano un’autentica maschera funeraria egizia risalente al 664 a.C., un idolo dell’età del Bronzo databile al 2100 a.C. e una tavoletta cuneiforme ancora non tradotta risalente al 2027 a.C.

Per giustificare lo spostamento di questi reperti dal loro contesto culturale naturale, le gallerie private ricorrono spesso a un linguaggio eufemistico: antiche statue persiane o preziosi gioielli indiani non verrebbero sottratti al pubblico, bensì «affidati» alle mani sicure di coloro che sono maggiormente in grado di prendersene cura. È una strategia difensiva efficace. Ma non cambia il fatto che questo processo di «affidamento/adozione» finisce generalmente per collocare tali oggetti in appartamenti di lusso, dove non possono più essere adeguatamente studiati, conservati o resi accessibili al semplice curioso.

È davvero preferibile che oggetti di tale valore giacciano accanto alle vecchie copie del New Yorker sui tavolini da caffè degli ultraricchi, invece di essere conservati in istituzioni pubbliche come la National Gallery?

Grazie a un mercato dell’antiquariato in piena espansione, alimentato da una giovane generazione di acquirenti che ha recentemente ereditato grandi patrimoni, la redistribuzione antidemocratica dei reperti antichi a favore dei più ricchi si è ulteriormente intensificata negli ultimi anni. L’impennata dei prezzi di acquisto rende ormai quasi impossibile ai musei finanziati con fondi pubblici restare competitivi, soprattutto in un momento in cui queste istituzioni sono oggetto di attacchi ai loro finanziamenti e alla loro stessa legittimità. Il risultato è che un numero crescente di oggetti di importanza scientifica e storica finisce nelle mani di collezionisti privati.

Forse l’esempio più eclatante di questa tendenza è la vendita di Gus, il dinosauro. Gus è il nome dato allo scheletro di un Tyrannosaurus rex, portato alla luce nel South Dakota nel 2021. Considerato il più grande e il più completo mai rinvenuto, il suo scheletro era stato oggetto di numerosi studi paleontologici prima di essere venduto da Sotheby’s a New York per 50,1 milioni di dollari. In seguito alla vendita, Gus non farà più parte di alcuna collezione museale riconosciuta e, di conseguenza, gli scienziati non avranno più accesso al suo scheletro, precludendo la possibilità di molte importanti scoperte scientifiche. Quanto al pubblico, i resti del dinosauro saranno accessibili solo qualora vengano concessi temporaneamente in prestito a un’istituzione pubblica: una soluzione precaria, temporanea e gravata da proprie dinamiche politiche.

Nel capitalismo è evidente che la Storia, come ogni altra cosa, è in vendita e, in assenza di regolamentazione, le tendenze attuali rischiano di riportarci al XVIII secolo, quando tali oggetti potevano essere ammirati soltanto nelle collezioni private dei ricchi.

Fu proprio in risposta a questo sistema antidemocratico che nacquero i musei nazionali, fondati sull’idea – diciamo la verità: piuttosto radicale – che il patrimonio fosse proprietà condivisa di tutti, un bene comune. Oggi, tuttavia, sembra che questa visione sia stata sacrificata a favore di una concezione più orientata al mercato del valore degli oggetti storici.

Negli ultimi quindici anni, i musei di tutta Europa e degli Stati uniti sono stati oggetto di dure critiche. Molti studiosi di orientamento progressista hanno cercato di mettere in luce quanto queste istituzioni siano intrecciate con la violenza del colonialismo, del suo estrattivismo materiale e culturale; i modi in cui tale violenza si è riprodotta ha prodotto narrazioni dannose sulle civiltà non occidentali. Si tratta certamente di critiche fondate.

Tuttavia, le controversie relative agli orecchini di Ziwiyeh o a Gus il dinosauro indicano una strada se si vuole ancora più inquietante. Il mercato dei reperti sta infatti trasformando rapidamente gli oggetti storici in merci da esibire a discrezione del singolo proprietario. Questo processo costituisce esso stesso una forma di estrazione e, se lasciato senza controllo, finirà per separare il pubblico dalla propria storia. In questo nuovo mondo non vi sarà più alcun dibattito su chi siano i legittimi proprietari dei reperti storici, ma soltanto la brutale legge del mercato, secondo cui tutto può essere aggiudicato al miglior offerente.


*John Livesey è un dottorando presso l’University College di Londra, specializzato nell’opera di James Baldwin. I suoi scritti sono apparsi sul Guardian, Little White Lies e sulla Oxford Review of Books. Questo articolo è uscito su JaocbinMag. La traduzione è di Antonio Montefusco.


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