Ripensare l’agricoltura in chiave ecosocialista

Jacobin Italia - Saturday, July 11, 2026

8 luglio, 7 di mattina, T. è a due o tre metri dal terreno – rosso, pietroso – e danza, al ritmo sincopato della motosega che ha in mano, misto alle cicale che si sgolano, tra i rami enormi di un ulivo secolare. È qui dalle 5. Io ed M. siamo giù nella pioggia di segatura e spostiamo rami, facendo lunghi serpentoni pronti per la trincia – se riusciamo a trovare chi ce l’ha. Il campo è un mare di fascine. Questi cinquanta alberi sono abbandonati da almeno vent’anni, ovvero da quando è morto mio nonno, che di mestiere faceva il contadino, qui in Puglia, nell’entroterra barese, dove si alternano uliveti, vigneti, ciliegeti e mandorleti, più qualche nuova aggiunta che gli agricoltori s’inventano per sopravvivere seguendo le tendenze del mercato, come le albicocche piantate di fretta qualche anno fa che già puntellano d’arancio i campi tra i muretti a secco. I figli di mio nonno, mio padre e mio zio, sono scappati da una vita di fatica e sacrifici. E non sono gli unici.

Luglio, per l’occhio attento, non è il periodo ideale per potare gli ulivi. Gli ulivi si potano in primavera, dopo le gelate. Ma se c’è una cosa che sanno benissimo gli agricoltori del sud, è che non c’è manodopera. Il mio potatore di fiducia, che gestisce la sua azienda da solo con sua moglie, si è liberato solo adesso: e allora adesso potiamo. «Zapp e pot quann pot», zappa e pota quando puoi, ha detto T. stamattina da dentro l’ulivo di cui non si vedeva nemmeno il tronco, tanti erano i polloni che lo accerchiavano nel tentativo disperato dell’albero bicentenario di ritornare cespuglio. T. è uno dei pochissimi agricoltori della sua generazione – gen X a occhio e croce – se non l’unico, in questa zona. Anche volendo assumere manodopera, è difficilissimo trovarla. Perfino i contoterzisti scarseggiano: trovare qualcuno che trinci le fascine si sta rivelando particolarmente difficile. E lo stesso vale per potatori, aratori e trattoristi in generale: sono tutti pieni, tutti in ritardo, tutti in balia delle stagioni che impazziscono (quest’anno ha piovuto per due settimane di fila nel momento clou delle lavorazioni del suolo, e tutto in ritardo a catena). 

Una crisi agraria sistemica

Ciò non sorprende in un contesto in cui meno del 4% della forza lavoro nazionale è impiegata in agricoltura in Italia, solo il 12% degli agricoltori europei ha meno di quarant’anni, e in cui la «migrantizzazione» dell’agricoltura dilaga nel cavalcare la necessità di lavoro flessibile, sfruttabile, e ricattabile in un settore strutturalmente in crisi. Con i sussidi della Politica Agricola Comunitaria (Pac) che continuano a basarsi sulla quantità di ettari posseduti, favorendo la concentrazione terriera che vede le aziende diminuire in numero ma aumentare di superficie, le piccole imprese stentano a sopravvivere, e molte, infatti, non sopravvivono. «È un mestiere che non vuole fare più nessuno» e hanno anche ragione, quando un chilo di ciliegie all’ingrosso viene pagato 0,35€ e conviene di più lasciarle sugli alberi che pagare manodopera per la raccolta – cosa che accade regolarmente. È facile dare la colpa alla concorrenza, ai compratori, al clima, al prezzo della benzina: ma tutte le crisi dell’agricoltura vengono dalla sussunzione della stessa alle logiche del capitale, il cui obiettivo non è mai stato la produzione di cibo sano e la (ri)produzione dei territori, ma solo profitto e crescita (da esportare altrove). Ed è tempo di riorganizzare il settore agro-alimentare – colonna portante del soddisfacimento dei bisogni delle persone – in modo da sganciarlo alla radice dalle logiche estrattive dell’accumulazione e del mercato globale, piuttosto che continuare a provare ad assorbirlo meglio, da un lato, o a trattarlo come appendice della rivoluzione, dall’altro.

Il messaggio è relativamente semplice: l’agricoltura – per quanto sussunta, industrializzata, modernizzata, meccanizzata, digitalizzata – appartiene, ancora, e per fortuna, al regno della vita. Non al regno del capitale. Inevitabilmente, e ostinatamente, non funziona sotto le regole del mercato globale e sotto gli imperativi della crescita prometeica in cui è stata comunque inglobata – in un «food system» che fa finta di esistere come entità a sé stante, ma in verità è completamente imbricato in tutti gli altri settori dell’economia. E questo nonostante la dipendenza del settore da sussidi pubblici (si pensi al quarto di fondi Ue che finiscono nella Pac) che rende di fatto imprese private finanziate pubblicamente, fatto rileggibile, con un po’ di audacia, come interessante precedente di pianificazione centralizzata. Il risultato del tentativo di fare agricoltura sotto il capitalismo (fallimentare, dato che la famigerata «fame nel mondo» aumenta) è la devastazione ambientale (con i sistemi del cibo globali che si qualificano come prima causa del superamento di 6 limiti planetari su 9), l’abbandono dilagante delle zone rurali, la precarietà economica di chi ci vive, la perdita di presidio ecologico dei territori. Sì, anche la perdita di presidio ecologico dei territori, perché il fatto che l’Italia sia tornata ad avere più superficie boschiva che campi coltivati (cosa che non succedeva dal medioevo) non è una buona notizia: non si tratta di un ritorno alla natura, ma di abbandono di territori che sono stati co-prodotti dalle persone per secoli. L’agricoltura contadina è l’originaria forma di controllo e gestione del territorio, di prevenzione di frane, erosione, alluvioni, inondazioni, incendi e di gestione di tutti gli eventi estremi che puntellano la nostra contemporaneità sempre più densamente; una contemporaneità in cui non c’è più nessuno a svuotare cunette o ad arare il perimetro dei campi.

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Che fine ha fatto la questione agraria?

Prima di catapultarmi in uliveto, il 29 giugno, in una sala gremita dell’Università di Barcellona, nell’ambito della conferenza internazionale di ecologia politica (Pollen26), dibattevamo accesamente tra intellettuali, agricoltori e attiviste da tutti gli angoli d’Europa l’urgente necessità di ritornare alla questione agraria nel Nord Globale. Ovvero: il bisogno di rileggere criticamente la crisi agraria e rurale nei paesi del Nord Globale come frutto dell’economia capitalista neoliberista globalizzata e, al contempo, di ripensare un progetto ecosocialista che metta al centro la terra. E non per velleità escapiste di ritorno a inesistenti età dell’oro, ma per garantire la nostra sopravvivenza stessa, in un contesto di collasso climatico e di crescente precarietà delle catene di approvvigionamento globali – sia questa a causa delle guerre imperialiste o della fragilità infrastrutturale che inizia a trasparire tra una heatwave e l’altra.

La questione agraria, che interroga da decenni studiosi sul cambiamento agrario, sul capitalismo nelle campagne, sulla differenziazione di classe dei contadini, sulle economie delle piantagioni e molto altro, non è affatto un discorso astratto o di nicchia; ci tange anzi in prima persona. Eppure, sembra che nei paesi (post)industrializzati la sinistra abbia del tutto abbandonato (figurativamente oltre che fisicamente) la campagna, le zone rurali, i paesi agricoli, come fossero un vestigio di un passato andato, uno spazio intrinsecamente conservatore, o una serie di attività economiche obsolete – come se mangiare e gestire i territori non ci riguardasse più. Mentre ci affrettiamo a riattualizzare lotte operaie e a brandire piani di reindustrializzazione per la giustizia sociale, ci dimentichiamo della stragrande maggioranza della superficie che abitiamo: quella da cui provengono le risorse, l’acqua, il cibo, l’energia; nonché quell’interfaccia col mondo non umano che dobbiamo urgentemente rigenerare se vogliamo sopravvivere. 

Nonostante l’aggiunta prepotente dell’«eco» al pensiero marxista – che ci ha aperto gli occhi sulle questioni metaboliche, la frattura sempre più profonda che il capitalismo industriale e urbano porta nei cicli dei nutrienti planetari, e la centralità della dimensione agraria nel risanare la suddetta frattura – restiamo ancora lontanissimi dal concepire, visualizzare, e pianificare una transizione socio-ecologica che prenda sul serio la riproduzione, nel senso ecofemminista: quella di tutto il vivente, e quindi anche della nostra specie. L’aver obliterato la questione agraria dalle analisi materialiste contemporanee e dalle proposte (eco)socialiste lascia le campagne e le aree interne alla mercé del populismo di destra, dello sviluppismo rurale che turistifica e mercifica qualsiasi residuo di economia non-capitalista, e del progettismo del terzo settore che ha reso anche l’attivismo una professione – che termina quando terminano i soldi del progetto. Se vogliamo prendere sul serio la giustizia eco-climatica, il soddisfacimento dei bisogni delle persone, e la giustizia sociale (di genere, anti-imperialista, di classe, spaziale), dobbiamo avere un piano per le nostre campagne, uno che parli a chi le abita, le cura, le rigenera, e a chi vorrebbe (ri)cominciare a farlo. Un piano, forse, di reagrarianizzazione. 

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Verso ruralità collettive emancipatorie

Mi guardano tutti come fossi pazza quando racconto che sto recuperando l’uliveto secolare di famiglia, e un po’ pazza mi sento: reperire informazioni su come fare agricoltura oggi sembra impossibile – soprattutto nella pratica del trovare attrezzi, persone che sanno fare i lavori e hanno disponibilità a farli sul territorio, per non parlare di qualcuno che possa insegnarti le cose; azzardare opzioni di gestione collettiva o non orientata al profitto sembra illegale o per lo meno un insulto, e districarsi tra tradizioni, ossessioni imprenditoriali, ingarbugli ereditari ed esuberanti costi di gestione non è affatto scontato. Nella migliore delle interpretazioni, per l’occhio più generoso (o più nostalgico), sarò un’altra di quelle eroine che «tornano» o che rilanciano l’asset di famiglia che hanno il privilegio di ereditare, in chiave Tradizione & Innovazione Chic Inc. Ma questa non è la storia di cui mi interessa far parte.

Come può il «ritorno alla terra» – che si fa urgente dal punto di vista di approvvigionamento giusto e sostenibile, e di rigenerazione socialmente giusta della natura – diventare progetto collettivo, emancipatorio, ambientale e di giustizia sociale, al di fuori dei cliché dell’eroismo, dell’escapismo da ecovillaggio, e dell’imprenditoria gentrificatrice? Quale forma specifica prende oggi la lotta operaia nelle campagne, dove la frammentazione e la diversificazione confondono e dividono? Che tipo di riforma fondiaria, che contrasti l’accentramento e l’abbandono, e garantisca un rinnovato accesso alla terra, è appropriato per il nostro secolo? Quali infrastrutture pubbliche possono incentivare il recupero e la gestione collettiva della terra, l’uso comune di attrezzi agricoli, e il preservare e reinventare quelle tracce di economie agrarie non-capitaliste che persistono tra le nostre colline? Come può la sinistra (eco)socialista tornare a parlare (d)alle campagne, (d)ai territori, (d)ai paesi, per portare proposte e visioni che rispondano ai bisogni reali delle persone e degli ecosistemi che le sostengono, unendo un necessario grado di pianificazione a una rinnovata autodeterminazione territoriale? 

Queste e molte altre sono le domande che la questione agraria attuale rende urgenti per le lotte anticapitaliste, ambientaliste e di giustizia sociale a cui l’ecosocialismo deve rispondere. E queste e molte altre sono le domande che competono per la mia attenzione tra le cicale, la motosega e un mare di fascine che spero qualcuno possa trinciare a breve.

*Donatella Gasparro è dottoranda in Scienze Politiche e Sociologia presso la Scuola Normale Superiore e ricercatrice affiliata presso l’Università Autonoma di Barcellona, nel progetto Real – A Post-Growth Deal. Ricerca, insegna e divulga ecologia politica, studi agrari critici ed economie post-crescita. È co-fondatrice del Collettivo Numega e membro del comitato scientifico della Londa School of Economics.

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L'articolo E se invece di reindustrializzarci ci reagrarianizzassimo? proviene da Jacobin Italia.