Ascoltare le aree interne

Jacobin Italia - Thursday, July 9, 2026

Le aree interne sono spesso caratterizzate da peculiarità territoriali o dalla scarsità d’infrastrutture che ne rendono difficile la percorrenza o il raggiungimento: per questo, anche alcuni capoluoghi di provincia sono stati classificati come area interna, così come alcune periferie urbane caratterizzate dalla scarsa – se non nulla – accessibilità ai servizi.

Che cosa sono i margini?

Le aree interne sono ai margini. Margini visivi, perché si vede quel che vi accade solo quando si può fare sciacallaggio mediatico-politico su un fatto di cronaca (keyword: Caivano). Margini geografici, perché spesso le aree interne sono chiuse da barriere come montagne, mari o laghi, oppure hanno scarsi collegamenti col territorio circostante o i centri maggiori. Margini psicologici, perché l’assenza o la scarsità di servizi, lo spopolamento e le poche opportunità offerte da molti (ma non tutti!) luoghi al margine influenzano la qualità della vita.

In sanità essere ai margini significa rinunciare a essere seguiti dal giusto professionista o di chiedere aiuto, oppure accettare enormi compromessi per avere quello che è un diritto garantito, ovvero l’accesso a cure o prevenzione. Ne è un esempio questo stralcio d’intervista a una 18enne di un paesino di montagna, avvenuta all’interno di un progetto rivolto alle aree interne:

Il mio psicologo è a 45 km da qui, devo uscire prima da scuola, e la prof di matematica storce sempre il naso anche se sa che da quando è morta mia sorella io sto malissimo, poi ogni volta sono due ore di viaggio.

Per un adolescente, la rapidità d’intervento all’insorgere di disturbi del comportamento, dell’umore o alimentari incidono sul decorso del disturbo. Di conseguenza un margine sociale diventa politico perché la consapevolezza di essere ininfluenti in un’agenda politica condiziona la partecipazione, le iniziative dal basso e la possibilità di riunirsi e abitare i luoghi con i corpi e le idee. 

Lungi dal romanticizzare questioni sociali, essere ai margini non è necessariamente un male: spesso vi sono meno rigidità burocratiche e istituzionalizzazione dei processi, più possibilità di problem solving creativo e collaborativo e in alcuni casi un maggior senso di comunità si traduce in una percezione più positiva dei servizi sanitari.

Chi meglio di tutti ha parlato di questa discrasia è la filosofa e attivista bell hooks che descrive i margini come uno spazio ambivalente: da un lato messo da parte fisicamente e socio-politicamente, dall’altro capace di osservare e mettere in discussione il centro.

Proprio grazie alla sua posizione defilata, un cittadino o cittadina al margine riesce a dare una prospettiva – politica, sociale e culturale – diversa da chi vive al centro, dà voce e assume le posizioni di chi non ha privilegi strutturali e da lì costruisce consapevolezze, iniziative, azioni politiche, sociali e culturali diverse, a volte ostinate e contrarie. Infine, la scarsità di risorse, nelle giuste condizioni e con le giuste possibilità costringe a un boost di creatività nonché rafforza la coesione sociale. Come afferma un professore di un Istituto professionale di un’area interna intervistato: 

50 minuti di andata e 50 di ritorno da casa mia, ma nessuno mi schioda: qui posso permettermi di sperimentare cose per cui in un’altra scuola avrei dovuto firmare 30 carte. E a maggio faccio lezione sul prato.

Ezio Manzini, professore onorario al Polimi e auctoritas in materia di design per la sostenibilità, sottolinea come nei contesti marginali nascano spesso soluzioni più flessibili e collaborative, proprio usando la scarsità di risorse come punto di partenza se non punto di forza. Se la scarcity non diventa una strategia con cui le istituzioni delegano ai cittadini il loro dovere.

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Redazione Jacobin Italia

Oggi questa spinta parte da comunità che vogliono o devono reinventare il proprio modo di vivere in seguito (o in previsione) a crisi economiche, fenomeni socio-demografici dirompenti come migrazione o decrescita, e disastri ambientali ridisegnando l’idea stessa di benessere, lavoro, socialità e partecipazione pubblica. Le soluzioni non possono arrivare solo dall’alto né dai vecchi modelli economici: ecco perché laddove ci sono dei margini c’è una potenziale fucina d’innovazione sociale.

Una marginalità meno evidente, invece, è quella nei dati: se un’area interna non è nell’agenda politica, essa continua a esistere – fisicamente – e potrebbe creare anche grande innovazione sociale, ma i suoi dati saranno assenti. Andando a scavare ulteriormente, vi saranno dati in questo contesto ancora più inaccessibili di altri. Ad esempio quelli sui braccianti stranieri sfruttati dai proprietari terrieri, quelli su chi abbandona gli studi prima del diploma, sui lavoratori del sesso ma anche sulle categorie che in altri contesti sarebbero al centro delle politiche pubbliche. Miranda Fricker parla di ingiustizia epistemica per indicare quando alcune esperienze non vengono riconosciute o ascoltate, vuoi per mancanza di focus, vuoi per una fallacia nei mezzi investigativi, vuoi, infine, per un bias sociale.

In Italia le aree marginalizzate sono caratterizzate da un andamento a spirale dove perdita di popolazione tra invecchiamento e migrazione verso i centri maggiori, aumento dell’età media, riduzione dei servizi e/o difficoltà di accesso, si alimentano reciprocamente.

In questo contesto, i giovani non solo non sono il target delle risorse pubbliche – essendo una popolazione minoritaria – ma sono soggetti a un bias che li vede come esseri che non necessitano o addirittura rifiutano le attenzioni. 

Quando si parla di giovani, bisogna distinguere tra adolescenti (10-19 anni) e giovani adulti (fino ai 24 o 29 anni). Per lungo tempo l’adolescenza è stata considerata l’età più sana in quanto – nei contesti occidentalizzati – meno caratterizzata da mortalità: per questo, è stata spesso trascurata nelle politiche sanitarie ma anche da una ricerca accademica in grado di andare oltre la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Oggi quest’idea di adolescenza è sempre meno convincente.

È vero che alcune patologie insorgono tipicamente in età avanzata e spesso vengono messe sotto attenzione anche a causa del loro elevato costo per il Ssn. Tuttavia, se si entra nell’ottica della prevenzione – quindi screening, buona alimentazione, attività fisica costante, eliminazione di sostanze nocive alla salute – la prospettiva cambia: per costruire stili di vita sani occorre partire presto.

Occorre inoltre aggiungere che molti disturbi sono tipici dell’adolescenza o degli young adults: Dca, dipendenze (incluso il gioco d’azzardo), Sdt e disturbi dell’umore ne sono un esempio. Qui le politiche pubbliche risentono del pregiudizio secondo il quale un tumore si cura dall’oncologo mentre l’anoressia si cura mangiando di più, senza professionisti.

In Toscana per esempio, il questionario Edit mostra che, a fronte di un aumento dell’età del primo rapporto cresce anche la quota di rapporti non protetti arrivando al 40,4%, fino al 65,3% nelle aree interne, spesso vissuti solo come prevenzione della gravidanza e non anche come prevenzione da malattie sessualmente trasmissibili (Sdt). A questo si aggiungono la leggera ma costante diminuzione dei rapporti amicali soprattutto da parte dei maschi, più episodi di violenza relazionale (14,1%), e di atti di bullismo subiti in un anno (15,2% nelle aree remote) con un’incidenza significativamente maggiore per i giovani che vivono un’incongruenza di genere. L’innalzamento dell’età media del primo rapporto – a prima vista un dato positivo – non sembra dovuto alla presenza di una buona educazione sessuoaffettiva tra gli adolescenti. La novità riguarda la diffusione significativa del gioco d’azzardo, che tocca oltre il 30% degli adolescenti, con un picco di più del 40% nelle aree interne.

Dalle interviste svolte con adolescenti di questi territori è inoltre emerso che cercare o chiedere aiuto, informarsi su sanità fisica, mentale e sessuale o semplicemente parlare di sé e della propria salute alla persona giusta può essere molto complicato. Un elemento difficile da misurare ma ricorrente nelle testimonianze è proprio la vergogna, declinata in diverse accezioni: dalla timidezza alla fobia sociale fino al pregiudizio verso alcuni luoghi atti alla prevenzione o alla cura. L’esempio più eclatante sono i consultori, che stando a una ginecologa intervistata, sono visti come dei veri e propri marchi di degrado sociale. Come sintetizza magistralmente G, 18 anni: 

Sì, c’era uno psicologo a scuola, il mercoledì, in biblioteca, che neanche aveva la chiave. Tanto che se il mercoledì stavi in bagno per troppo tempo tutti credevano che stavi dallo psicologo. 

Perfettamente in linea con quello che accade quando le istituzioni non supportano la crescita dei giovani cittadini, G aggiunge: «Io ho dei genitori fantastici, parlo di tutto con loro, per cui non vado dallo psicologo».

Che ne è di chi non ha genitori fantastici? Cosa fare se invece proprio quel genitore fantastico non sa rispondere a domande ed esigenze che competono a un professionista?


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Fragilità delle istituzioni

Nelle aree marginalizzate, le scuole sono spesso piccoli presidi che fanno i conti con pochi studenti e risorse limitate. In alcuni casi, la loro sopravvivenza dipende da numeri minimi difficili da raggiungere. Come testimoniato da una preside intervistata, nel 2022 una scuola elementare di un’area periferica ha evitato la chiusura grazie all’arrivo di una famiglia migrante: i due figli hanno permesso di raggiungere il numero minimo di iscritti.

Anche i servizi sanitari risentono della distanza e dell’isolamento incidendo sulla prevenzione e sul benessere mentale dei giovani. Le professioniste del consultorio intervistate hanno confermato una difficoltà da parte dei giovani, e – soprattutto – dei non automuniti a raggiungere i due consultori disponibili nel raggio di 40 km, sia a causa di problemi infrastrutturali e di trasporti sia per le lunghe distanze.Inoltre la connettività – anch’essa carente – è fondamentale laddove il problema logistico è effettivo.

Secondo un medico di base intervistato, la poca disponibilità di risorse è una delle difficoltà più complesse da affrontare: in alcuni territori, per esempio, è più difficile intercettare precocemente fattori di rischio o condizioni che, se trattate in tempo, potrebbero essere gestite meglio. La prevenzione, soprattutto tra i giovani, richiede presenza sul territorio e continuità, due elementi che nelle aree interne non sono sempre garantiti.

Chi resta ai margini?

Le fragilità di un territorio tendono a colpire di più chi è già in una posizione fragile. In un contesto dove i servizi devono essere rivolti in primis agli anziani, in quanto popolazione maggioritaria, i giovani restano doppiamente marginalizzati: per età e per contesto.

A ciò si aggiunge quella fetta di popolazione che sfugge alla rappresentazione statistica e alla raccolta dati: che ne è dei giovani provenienti da contesti migratori o carcerari, dei minori non accompagnati, o quelli soggetti alla dispersione scolastica? Ricerca e istituzioni hanno sempre usato le scuole (secondarie di secondo grado) come mezzo per intercettare i giovani, ma non tutti sono (o si fermano) lì: bisogna guardare anche altrove, occuparsi anche degli ultimi tra gli ultimi.

Per molto tempo, la voce dei giovani è stata filtrata lasciando genitori o insegnanti parlare per loro o è stata interpretata attraverso categorie esterne. I loro linguaggi sono stati spesso letti come segnali di rottura più che come tentativi di comunicazione, dimenticando tuttavia che quando una voce non viene riconosciuta come credibile, si crea una forma di ingiustizia.

Essere ai margini non è per forza sinonimo di svantaggio bensì di apertura radicale. Richiamando bell hooks, i margini sono spazi da cui partono cambiamenti. Il punto è se si è disposti ad ascoltare chi li abita.

*Veronica Cruciani è una ricercatrice (precaria) alla Scuola Superiore Sant’Anna dove si è dottorata in economia comportamentale al laboratorio di Management and healthcare, con una tesi sui carichi amministrativi in sanità. Le persone intervistate hanno acconsentito al trattamento sui dati, tuttavia alcuni dettagli delle interviste ai giovani sono stati modificati per rendere il dato meno riconoscibile possibile

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