La parola come verdetto, la parola come soglia

Comune-info - Saturday, July 4, 2026
Dipinto su tela, realizzato da Giulia Crastolla durante un concerto, a Roma, della cantautrice Alice Caronna, come accompagnamento a una serata di musica, teatro e danza (foto agnese_ru)

C’è una strana e pericolosa forma di seduzione nelle parole che chiudono il mondo. È la seduzione della chiarezza assoluta, quella che non ammette repliche, che non conosce penombre, che divide la realtà con la precisione chirurgica di una lama.

“Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione”. Così scrive il generale Roberto Vannacci nel suo libro, spiegando che la natura riserva la riproduzione ai “sani” e che chi si sposa “ostentando la propria anormalità” non fa che confermare, con lo stupore che suscita, di superare i canoni dell’usuale. Non è un insulto isolato, è un’operazione grammaticale: una persona — con un nome, un volto, una storia d’amore — viene fatta scomparire dentro un aggettivo. “Anormale” non descrive più nessuno in particolare: descrive una categoria, e le categorie non hanno bisogno di essere guardate negli occhi.

Il recente successo di retoriche pubbliche improntate alla radicale semplificazione — di cui il fenomeno Vannacci è stato una declinazione lampante nel nostro panorama culturale — non nasce dal nulla, né si spiega soltanto con la provocazione. Risponde, piuttosto, a una domanda profonda e rassicurante: il bisogno di un linguaggio che esoneri dalla fatica della complessità e dell’attenzione. In questo tipo di discorso, la parola smette di essere un luogo di incontro e diventa un muro di separazione. Non evoca, classifica; non interroga, sentenzia. L’altro non è mai una biografia, un volto da scoprire, ma viene immediatamente ricondotto a una categoria rigida, prefabbricata: il “normale” contro l’”anormale”, l’identità contro la minaccia, il noi contro il loro. È una lingua che funziona come un verdetto. Chi la usa si sente al sicuro perché ha l’impressione di possedere la realtà, di averla finalmente ordinata e sottomessa.

Una volta che l’altro è stato catalogato ed etichettato, diventa invisibile. E ciò che non si vede più, come ci ricorda la storia, diventa infinitamente più sacrificabile. Quando il linguaggio si irrigidisce in questo modo, il mondo intero si fa più freddo, più stretto, più violento.

È esattamente contro questa postura predatrice che si leva la voce di María Zambrano. Per la filosofa spagnola, la crisi della parola non è un dettaglio accademico, ma il sintomo di una malattia dell’anima occidentale: l’illusione che pensare significhi dominare.

Per opporsi a questa deriva, occorre un gesto di rottura radicale, un vero e proprio atto di coraggio: scegliere la via di una lingua ospitale. Ma l’ospitalità della parola non è un esercizio di buona educazione o di moderazione verbale; è un’esposizione vulnerabile. Significa rinunciare alla pretesa di avere l’ultima parola, accettare il rischio di non controllare l’esito del discorso e fare spazio all’inaspettato.

Una lingua ospitale non si colloca al di sopra della realtà per giudicarla, ma vi abita dentro. Ha la forza di sostare nel limite, di accogliere il silenzio dell’altro e di sussurrare: non posso esaurirti in una definizione, ma posso farti spazio. È prima di tutto in questo rifiuto della semplificazione strategica che la parola ritrova la sua funzione originaria di giustizia: non quella di cancellare il volto dell’altro, ma di restituirglielo intero.

Il meccanismo della riduzione: l’anatomia del verdetto

La violenza della lingua del verdetto non si manifesta quasi mai all’improvviso. Procede per gradi, attraverso un’opera silenziosa e quotidiana di erosione del linguaggio. Il primo passo è sempre la sostituzione del nome con la categoria. Quando una persona cessa di essere un individuo e diventa, nel discorso pubblico, “il clandestino”, “il nemico”, o persino “la massa”, accade una sottile metamorfosi: la parola smette di vedere. La categoria funziona come uno schermo protettivo per chi la usa. Elimina l’imbarazzo di dover guardare l’altro negli occhi, di dover fare i conti con la sua unicità, con la sua sofferenza o con la sua storia.

Se l’altro è ridotto a un’etichetta prefabbricata, non è più necessario ascoltarlo; basta applicargli il protocollo, il giudizio, l’esclusione. È qui che si consuma la prima e più radicale forma di ingiustizia: una persona viene privata del diritto di esistere nella sua complessità.

Diventa un concetto astratto, un bersaglio retorico. E la storia ci insegna che quando una lingua ha terminato di disumanizzare l’altro attraverso le parole, la violenza fisica non è che l’ultimo, inevitabile atto di un processo già compiuto. Ciò che è stato linguisticamente cancellato diventa, infine, sacrificabile nella realtà.

La resistenza della parola ospitale: il coraggio del limite

È precisamente a questo punto di rottura che la lingua ospitale cessa di essere una scelta estetica e diventa un atto di resistenza etica.

Se la lingua del dominio ha bisogno di certezze assolute e di confini rigidi per non crollare, la lingua ospitale trae la sua forza proprio dal riconoscimento del proprio limite.

Abitare una lingua ospitale significa avere il coraggio di fare un passo indietro. Significa rinunciare alla tentazione di “spiegare l’altro”, di incasellarlo per poterlo controllare.

Per María Zambrano, la parola autentica non cattura la realtà, ma la lascia emergere; non si colloca al di sopra delle cose, ma si espone alla loro risposta. Questo richiede una postura che oggi appare quasi rivoluzionaria: la capacità di sostare nella penombra, di accettare che esistano zone dell’esperienza umana — il dolore, la fragilità, la speranza — che non possono essere ridotte a uno schema o a uno slogan.

La parola ospitale è una parola che accetta di non essere l’ultima, che lascia sempre lo spazio per la replica dell’altro. È una lingua che non consuma il mondo, ma lo custodisce, salvando la singolarità del volto dall’anonimato della categoria.

La parola che nasce

Forse, allora, il compito più urgente non è inventare parole nuove, ma restituire alle parole la possibilità di nascere. Di nascere dall’esperienza e non dalla ripetizione. Dal sentire e non dalla strategia. Dall’incontro e non dalla contrapposizione.

Una parola che non pretende di concludere, ma che accetta di accompagnare. Una parola che non domina il mondo, ma lo lascia accadere. Una parola che, invece di chiudere il senso, lo custodisce.

In questa direzione, la riflessione di María Zambrano non è soltanto filosofia. È una proposta di trasformazione del nostro modo di abitare il linguaggio. E, forse, anche del nostro modo di abitare il mondo.

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