Le città «identitarie» e la nostalgia del fascismo

Jacobin Italia - Tuesday, June 30, 2026

L’amministrazione del leghista Alan Fabbri, sindaco di Ferrara al secondo mandato, a distanza di anni si conferma parte di un laboratorio politico della destra italiana volto a riscrivere la storia locale e nazionale del fascismo. Strutturato o improvvisato che sia, questo laboratorio, ha prima di tutto ridotto a brand e spettacolo continuo la città di Ferrara, occupando da anni, e per mesi, le piazze e i parchi principali cittadini con kermesse musicali e televisive dal grande impatto ambientale e sociale, con gravi disagi per gli abitanti, molti dei quali in risposta hanno costituito gruppi e comitati di protesta (Comitato di quartiere Caldirolo libera, Gruppo Save the park per la difesa del Parco Bassani, Comitato dei residenti di Piazza Ariostea). 

L’urbanista Romeo Farinella a riguardo ha scritto: 

la trasformazione del Parco Urbano Giorgio Bassani in arena per grandi eventi di massa, […] 1.200 ettari di ecosistema urbano concepito come opera di rinaturalizzazione – è stato trasformato nella sede di concerti da 50.000 spettatori l’uno. Il risultato, dopo Springsteen [anno 2025, NdR] e Vasco Rossi [anno 2026, NdR] ci mostra un parco letteralmente devastato. 

Per quanto attiene agli eventi nella cornice di piazza Ariostea, recentemente il giornalista Andrea Musacci, in un dettagliato articolo per Lavocediferrara.it, spiega che l’edizione 2026 del Summer festival, 19 eventi dal 13 giugno al 26 luglio, ha visto la decisa reazione dei residenti: 

Nella diffida inviata lo scorso 11 maggio dal legale dei residenti a Comune, Prefetto, Soprintendenza e ARPAE, si contesta la violazione da parte del Comune della Delibera della Regione Emilia-Romagna n. 1197/2020 per la disciplina delle manifestazioni temporanee. Delibera che prevede che i Comuni adeguino i propri regolamenti ai criteri dalla stessa entro 12 mesi dalla sua entrata in vigore. Adeguamento non fatto dal Comune di Ferrara, che continua a utilizzare un Regolamento per la disciplina delle attività rumorose del 2014, non più valido.

La giunta Fabbri, dunque, dopo aver mercificato piazze e parchi pubblici, messo mano alla toponomastica cittadina (luoghi dedicati a Bettino Craxi, Sgarbi padre, e Sergio Ramelli), ora riempie il vuoto che ha creato proponendo un identitarismo puerile, calato dall’alto, intriso di fascismo, finanziato con soldi pubblici. Ci riferiamo alla proposta di un ennesimo festival, questa volta delle fantomatiche «città identitarie», che si terrà in città dal 2 al 5 luglio prossimo.

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ESTREMA DESTRA

Eja Eja Proprietà

Redazione Jacobin Italia

Come segnalato dall’Anpi di Ferrara, il «Festival delle città identitarie» è sostenuto da fondi statali e comunali, parte dei quali sottratti al bilancio del Comune, più precisamente al finanziamento di borse di studio e tirocini per studenti universitari. Tra i personaggi che hanno dato identità culturale alla città ci sarebbe, secondo gli organizzatori, in qualità di aviatore, il ras squadrista Italo Balbo, inserito senza un apparente filo logico tra le figure di Lucrezia Borgia e i registi Florestano Vancini e Michelangelo Antonioni.

Su Jacobin abbiamo già parlato delle bande paramilitari agli ordini di Balbo, le quali usarono la violenza e il terrore per spegnere i tentativi di emancipazione della classe lavoratrice bracciantile e creare una società di sudditi e sottoposti. Per un ritratto più esaustivo rimandiamo ancora una volta al lavoro di Girolamo De Michele, autore del libro Un delitto di regime. Vita e morte di don Minzoni, prete del popolo (Neri Pozza, 2023).

Tuttavia la figura di Italo Balbo va tratteggiata con precisione anche perché il ras risulta protagonista di un continuo e pericoloso tentativo odierno di normalizzare il fascismo nazionale e cambiare l’immagine stessa di Ferrara, già città Medaglia d’argento della Resistenza italiana. 

Occorre ribadire che, sottesa a questo tipo di operazioni, c’è la volontà di ridurre la portata delle gravissime responsabilità morali e storiche del fascismo attraverso personaggi dal profilo apparentemente «moderno». Celebrare la grandezza di aspetti unidimensionali o del tutto parziali, serve a dimenticare la Storia, con la cornice terribile, l’idea bieca dello sviluppo della persona e delle relazioni umane, insomma l’esperienza catastrofica del fascismo italiano. 

Sul piano locale, il già citato Farinella ha evidenziato come le vicende cittadine narrate fin qui in qualche modo si intreccino e sovrappongano generando se non un disegno, di certo un risultato politico revanscista concreto:

Al parco dedicato allo scrittore [Giorgio Bassani, NdR] che raccontò al mondo la Ferrara del fascismo e delle leggi razziali si contrappone ora un festival che celebra Italo Balbo – uno dei costruttori di quella stessa stagione – come figura identitaria della città, con tanto di saluti istituzionali del vicesindaco in piazza Municipio.

In passato, a proporre la celebrazione del gerarca ferrarese in qualità di trasvolatore ed eroe dell’aeronautica, in spregio ai portati della storiografia recente – e forse ignorando che la tomba del gerarca di Quartesana, a Orbetello, è tuttora parte del gran tour dei neofascisti della penisola – era stato il divulgatore culturale ferrarese Vittorio Sgarbi. 

Ebbene, per evitare la celebrazione acritica del capo squadrista, vale la pena ricordare con lo storico Nick Carter che Balbo portò nel ferrarese una catastrofe sociale: distruzione economica, violenza e morte. Ne Il fascismo in persona (Mimesis 2021), collettanea curata da Andrea Baravelli, Carter ribadisce che è chiaro come «Il ritorno di interesse per Italo Balbo, con l’annesso moltiplicarsi delle iniziative celebrative, sia stato prodotto da una memoria selettiva, che ha oscurato gli aspetti più deprecabili del passato per esaltare un solo aspetto: il Balbo aviatore». Un altro storico, Paul Corner, definisce Italo Balbo «un uomo di profondo cinismo, che curava la sua stella senza badare troppo alle implicazioni per gli altri […] Il fascismo per lui fu soprattutto veicolo di ascesa e di affermazione personale».

Ma purtroppo, nell’operazione «Città identitarie» non si tratta solo dell’apologia di un gerarca fascista. Città identitaria è di per sé un ossimoro, un pleonasmo, in sé la definizione non vuol dire nulla, ma attenzione ancora una volta al vuoto e alle formule vacue, perché in tempo di crisi finiscono per colmare voragini. 

Come ha spiegato Francesco Remotti ne L’ossessione identitaria (Laterza 2017), l’identitarismo è sempre sintomo di una crisi politica e socio-culturale. L’identitarismo è un mito moderno conflittuale e esclusivo, spesso diretto contro minoranze e legato a tradizioni dal carattere antidemocratico. Inoltre, verrebbe da chiedersi se esistono città non identitarie. Tutti i luoghi sono portatori di una qualche identità, quest’ultima è sempre mobile, e in tal senso non esistono città non identitarie, ma la verità è che dietro questo uso distorto delle parole ci sono vecchie idee che per fortuna conosciamo bene grazie ai lavori di Furio Jesi (Cultura di destra) e Umberto Eco (Ur-fascismo).

Per togliere dubbi residui basti leggere il sedicente Manifesto (in realtà qualche generico e superficiale paragrafo) del sito Culturaidentità.it, fondato da Edoardo Sylos Labini,  conduttore della trasmissione televisiva Radix su Raitre, per comprendere che l’iniziativa in questione trascende la vicenda di Balbo; in realtà si tratta di un sito da cui partono una serie di proposte culturali tese surretiziamente a sdoganare il razzismo attraverso un insieme di elementi a noi ben noti: la declinazione del termine «identità» del tutto esclusiva, l’uso di mitologie irrazionalistiche sulle passate virtù italiche, la favola circa una antica nazione da preservare; il tutto condito con una spruzzata di beni culturali e paesaggio, di bellezza, banda larga e rinascita della provincia. Con questo manifesto e con quello sovrapponibile di «CulturaIdentità» siamo poco distanti dall’idea di purezza, si ammicca a una difesa di un «noi» interclassista, antico e fisso, edenico, a una nazione messa a repentaglio non dalle disuguaglianze, dall’ingiustizia, dalle responsabilità delle classi dirigenti, ma da un nemico estraneo e esterno – ovviamente lo straniero – impegnato a sostituirci, e in qualche modo a inquinare e deteriorare l’ambiente ancestrale.

Si legga per esempio questo stralcio, all’apparenza innocuo, sullo spopolamento, preso dal Manifesto delle città identitarie, badando all’asserzione che ho sottolineato:

ad abitare questi centri restano solo gli anziani e, spesso, gli immigrati distribuiti nei centri d’accoglienza, unica possibilità per gli amministratori locali di recuperare ed utilizzare risorse da riversare sul territorio. Di fatto è in questo entroterra che si realizza il fenomeno della grande sostituzione. Solo un cambio di paradigma culturale e, soprattutto, economico, che favorisca il reinsediamento produttivo, manifatturiero o agricolo, potrà davvero arrestare questo processo, incentivando giovani e adulti in età fertile a trasferirvisi.

Mentre la parte finale del Manifesto di CulturaIdentità ribadisce:

Italianizzare. Favoriamo, incentiviamo, premiamo il ritorno in Patria degli intelletti italiani dispersi all’estero per costrizioni economiche. Sovranizzare. Restituiamo la propria storia a ogni gente, lottiamo per la sovranità di tutti i popoli senza divario di stirpe, di lingua, di classe, di religione (sic). Integrare. Consentiamo l’inserimento di chi vive una disabilità in un contesto sociale e culturale, regaliamo una speranza abbattendo ogni barriera mentale. Riordinare. Ricominciamo dall’ovvio, dal normale, dall’ordine naturale delle cose (sic). Rifiutiamo il finto umanitarismo livellatore, eterofobico. Difendere. Difendiamo la persona, la famiglia dal suo inviolabile domicilio rivendicando con forza la legittima difesa.

A parte la scomparsa dell’individuo con i suoi diritti, contro l’umanitarismo e l’uguaglianza, in questo poco chiaro «ordine naturale» (ma la natura è tutto tranne che una categoria interpretativa), si inneggia alla difesa armata della proprietà.

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CITTÀ

Città pubblica e città privata

Redazione Jacobin Italia

Quanto al ruralismo dannunziano dei succitati manifesti, quando si parla dei coltivatori della terra, della provincia agricola spopolata italiana al cospetto della nazione, gli autori potrebbero magari ricordare con Antonio Gramsci che il Regno d’Italia i contadini italici li ha storicamente schiacciati sotto il peso di una tassazione iniqua, per poi mandarli a farsi sterminare nelle trincee a centinaia di migliaia; e che il fascismo, dopo aver oppresso il mondo bracciantile su commissione degli agrari, nella Seconda guerra mondiale portò il paese alla distruzione, accompagnato dalle Leggi razziali e dalle occupazioni coloniali. Il vero distruttore della sovranità italiana così tanto osannata da post e neofascisti odierni, è stato, è bene ricordarlo, il fascismo stesso, gettandosi in maniera irresponsabile in alleanze e conflitti il cui prezzo è stato pagato per intero dalle classi popolari italiane.

Un manifesto vacuo dunque, dal lessico destrorso, dove troviamo i termini consueti dell’identitarismo reazionario della peggiore destra italiana, «terra, tradizione, nazione», «valori ancestrali» ma mai un cenno alla Repubblica, alla democrazia, alla Costituzione italiana, ai diritti umani e internazionali, alla costruzione della pace. 

Un sito e un festival che a loro modo rivelano un network intorno a cui ruotano una serie di soliti personaggi firmatari: intellettuali, da Diego Fusaro, Marcello Veneziani, al già citato Sgarbi; compaiono pure i nomi del comico Umberto Smaila, del cantante Enrico Ruggeri, o dello chef Carlo Cracco. Personaggi che in questa compagine dovrebbero avere il compito di accreditare e rendere presentabili le proposte culturali di destra, che purtroppo presentabili non sono.

Sorprende che un’iniziativa così sbilanciata all’estrema destra raccolga le adesioni di alcuni operatori culturali locali, come l’attore e cineasta Stefano Muroni, che finora si era attestato sul crinale del cerchiobottismo, tra rivalutazioni acritiche del gerarca Rossoni in qualità di «rifondatore» di Tresigallo, e il film dedicato all’omicidio squadrista di Don Minzoni, parroco antifascista di Argenta, ucciso nel 1923, probabilmente su mandato, ma di certo con l’avallo del già citato Balbo.

In questo contesto confusionario, nel quale però la confusione ha il suo ruolo specifico, l’operato del Comune di Ferrara, attraverso i suoi rappresentanti, il vice sindaco Alessandro Balboni e l’assessore alla cultura Marco Gulinelli, conferma il ruolo di testa di ponte di questa città che, se in passato è stata il laboratorio politico dello squadrismo agrario, oggi continua a rappresentare il varco o il crocevia dove si fanno strada la destra italiana a nord e la lega a sud del Po. 

Un’amministrazione che vuole costruire una nuova identità attraverso l’abuso della storia come veicolo identitario e propagandistico, il revisionismo acritico, la rimozione e rivalutazione pseudoscientifica (si veda anche il già citato caso di Tresigallo), non confrontandosi con i massimi princìpi civili dell’umanità, ma sempre trincerati in un’espressione di sé ambivalente, in quanto ipermoderna, perché deumanizzante, e al contempo nostalgica della peggiore epoca storica nazionale. Già, perché soltanto vivere nella nostalgia (cosciente o inconscia che sia) del fascismo può produrre un discorso dove viene calpestato il patrimonio culturale di una città Patrimonio dell’Unesco, per poter smarrire ad arte il senso della Storia.


*Sandro Abruzzese, insegnante e scrittore irpino, vive a Ferrara. È autore di Mezzogiorno padano (Manifestolibri, 2015), CasaperCasa (Rubbettino, 2018) e Niente da vedere (Rubbettino, 2022). Gli ultimi due titoli sono usciti nella collana «Che ci faccio qui», diretta dall’antropologo Vito Teti. Nel 2025, per i tipi di Rogas, ha pubblicato Meridionali si diventa, scritti 2015-2025, raccolta di saggi e interventi sulla questione meridionale. È tra gli autori del documento Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Collabora con quotidiani e su siti letterari tra i quali Doppiozero e Le parole e le cose. Il suo blog personale si chiama Raccontiviandanti.

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