
La sinistra contro le destre: il caso Milei
Jacobin Italia - Thursday, June 25, 2026
A livello globale, la sinistra si trova ad affrontare un dibattito strategico su come rispondere all’attuale ondata reazionaria. La risposta dipende da come caratterizziamo questo periodo, da cosa intendiamo per estrema destra e da quale tipo di unità politica riteniamo necessaria per contrastarla. In Argentina, la discussione sta acquisendo sempre maggiore rilevanza, dato il graduale declino del governo Milei. Prima di esaminare il caso argentino, tuttavia, è opportuno considerare la portata globale del fenomeno.
L’estrema destra sta avanzando in tutto il mondo a un ritmo irregolare ma decisivo. Non è invincibile, come dimostra la recente sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria, ma non è nemmeno un fenomeno puramente contingente. Sebbene l’estrema destra continui a sfuggire a una definizione univoca a causa della sua natura eterogenea e in continua evoluzione, gli eventi degli ultimi anni ci obbligano ad abbandonare una tesi precedentemente dominante: che questi movimenti fossero semplicemente una variante stridente e retoricamente più aggressiva della destra tradizionale. Se da un lato non si può escludere in certi casi una «normalizzazione borghese» verso il conservatorismo convenzionale, dall’altro la tendenza prevalente indica la direzione opposta: una reale minaccia autoritaria, pronta a erodere le libertà democratiche, i diritti sociali conquistati nel XX secolo e persino l’incolumità fisica dell’opposizione politica.
Gli esempi si accumulano. Negli Stati uniti, Trump ha trasformato l’Ice in una forza di polizia politica federale dedita ad arresti e deportazioni arbitrarie. Netanyahu sta conducendo una guerra di sterminio a Gaza e perseguitando i suoi oppositori. Milei sta guidando la più grande offensiva contro la classe operaia dai tempi dell’ultima dittatura militare. Bukele governa El Salvador in uno stato di emergenza permanente. Orbán ha impiegato più di un decennio per costruire un regime autoritario.
Ma l’avanzata autoritaria non si traduce ancora in un consolidamento duraturo. Negli ultimi mesi, si sono verificati diversi eventi che sembrano indicare un rallentamento di questa avanzata: la sconfitta elettorale di Orbán, il calo di popolarità di Trump, il deterioramento dell’immagine di Milei e la sconfitta di Meloni all’ultimo referendum costituzionale. Si potrebbero citare anche esempi contrari: Flavio Bolsonaro in testa nei sondaggi in Brasile, Reform UK che rompe lo storico sistema bipartitico britannico e l’ottima performance del fujimorismo al ballottaggio peruviano. Tutto ciò dimostra che ci troviamo di fronte a una situazione aperta e che l’estrema destra non ha ancora stabilizzato il suo progetto. Stiamo attraversando un periodo reazionario, secondo l’analisi di Valerio Arcary: un ciclo prolungato in cui l’equilibrio di potere si sbilancia a causa dell’accumulo di sconfitte, la sinistra si ritrova sulla difensiva e l’estrema destra conserva una solida base sociale.
Milei come cristallizzazione di una sconfitta
Contrariamente alla tendenza globale, gran parte dell’analisi della sinistra argentina presuppone che la situazione politica locale continui a essere definita dall’oscillazione del pendolo. Secondo questa interpretazione, i due poli del pendolo stanno attraversando una crisi parallela: così come Milei ha spazzato via la destra tradizionale, il peronismo, dall’altra parte, sta soffrendo una crisi di rappresentanza di cui la sinistra sta approfittando. Questa diagnosi è errata e porta a conseguenze politiche fuorvianti, persino illusorie. I rapporti di potere sociale si sono deteriorati significativamente negli ultimi anni. In un paese in cui, per lungo tempo, la possibilità di politiche di aggiustamento e riforme strutturali a favore delle imprese era stata bloccata, Milei è riuscito a imporre «il più significativo aggiustamento fiscale in un’economia in tempo di pace» (Fmi). E lo ha fatto non solo senza un’immediata esplosione sociale, ma consolidando il proprio potere. Qualcosa è cambiato nel cuore stesso della società.
Attualmente, l’immagine di Milei sta subendo un calo significativo, come dimostrano tutti i sondaggi. Tuttavia, ciò non giustifica la conclusione che si sia ripresentata una situazione di stallo. Dopo due anni di mandato, in un contesto di crollo dei redditi e paralisi dei consumi, il fatto che il governo mantenga un indice di gradimento tra il 30% e il 40%, dopo essere partito con un sostegno vicino al 50%, testimonia più la sua resilienza che la sua debolezza. La sopravvivenza politica di Milei rivela qualcosa di importante sull’evoluzione dei rapporti di potere sociali e politici. Questo cambiamento negli equilibri di potere può assumere diverse forme. La più ovvia è la repressione aperta. Un’altra via, complementare o alternativa alla coercizione diretta, è la sconfitta esemplare di un settore del lavoro strategico: i casi classici dei minatori britannici sotto Thatcher o dei controllori del traffico aereo durante l’era Reagan lo dimostrano. Anche le crisi economiche terminali, in particolare l’iperinflazione, possono svolgere questo ruolo. Infine, esiste un meccanismo meno analizzato, derivato dall’analisi gramsciana dello «stallo catastrofico»: una graduale alterazione degli equilibri di potere prodotta da una prolungata situazione di stallo politico, in cui ciascuna forza riesce a porre il veto al progetto dell’avversario ma non può imporre il proprio. Questa dinamica erode la base sociale degli stessi contendenti e instilla nella popolazione un diffuso senso di demoralizzazione e disperazione. Il recente caso argentino può essere considerato un esempio di questa logica.
Milei rappresenta il culmine di quindici anni di costruzione della destra di fronte a un campo progressista esausto. La sua ascesa dipende non solo dalla sua forza personale, ma anche dalla debolezza strategica del suo avversario. La base sociale della destra è uscita dalla debacle di Macri più radicalizzata. La base kirchnerista è entrata in una fase di demoralizzazione e confusione. Per tutte queste ragioni, l’estrema destra va intesa come un fenomeno organico e non come un incidente di percorso. Questa caratterizzazione non implica, ovviamente, che il contesto politico e le dinamiche di potere che hanno permesso l’ascesa di Milei siano irreversibili. Tuttavia, un improvviso cambiamento della situazione è improbabile. Se ci sarà un riallineamento, sarà più lento e graduale, simile al ciclo iniziato nel 1995 e culminato nel 2001.
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Sconfitta sociale e suoi limiti
Ciò non equivale ad affermare che la sconfitta sociale abbia prodotto uno spostamento omogeneo a destra nell’intera popolazione o una perdita irreversibile della capacità di resistenza. Definisco «sconfitta sociale» un’alterazione pratica negativa dei rapporti di forza: la perdita della capacità delle classi popolari di bloccare offensive regressive che, in un altro momento, avrebbero incontrato una resistenza ben più intensa. Il lavoro empirico su cui si basa Balsa, condotto nel 2023, ci permette di chiarire questo punto. I suoi sondaggi hanno mostrato una società sostanzialmente divisa in tre terzi. Un terzo sosteneva posizioni coerenti ed economicamente progressiste: difesa del ruolo dello Stato, diritti dei lavoratori e redistribuzione. Un altro terzo aveva un nucleo neoliberista intransigente. E un terzo intermedio, più diffuso, comprendeva settori centristi, moderati, apolitici o semplicemente frustrati, privi di un solido quadro ideologico. Poiché l’elettorato si è infine frammentato in due grandi blocchi, ciò che solitamente determina il primato dell’uno o dell’altro è quale delle due minoranze più forti riesce ad attrarre la maggioranza di questo settore intermedio. Non c’è stata, quindi, una conversione di massa della società al neoliberismo o alla destra: il blocco delle posizioni redistributive e il blocco neoliberista partivano da una posizione di approssimativa parità numerica. Il fattore decisivo si è verificato a un altro livello.
Non sappiamo con precisione come si siano evolute queste correnti dopo due anni di governo Milei. La base filogovernativa più intransigente ha mostrato una notevole risolutezza di fronte all’aggiustamento fiscale e al calo delle entrate, ma l’attuale crisi del governo sembra rafforzare gradualmente l’opposizione e creare crepe nella base di sostegno ufficiale. Persino il settore imprenditoriale sta iniziando a considerare una figura alternativa in grado di sostenere il programma economico qualora il calo di popolarità di Milei dovesse compromettere la sua rielezione. In ogni caso, gli studi empirici sul 2023 restano rilevanti: esiste una base sociale con posizioni redistributive, di dimensioni equivalenti al nucleo neoliberista, pronta a opporsi all’attuale programma di aggiustamento. Oggi, tuttavia, questa base funziona più come un blocco ideologico che come una forza politica attiva: è sulla difensiva, cerca di evitare il peggio. È l’esatto opposto della radicalizzazione del suo avversario.
I dati empirici sui conflitti sociali sotto il governo Milei confermano questa diagnosi. Secondo il Ministero del Lavoro, nel 2025 in Argentina si sono registrate 465 controversie di lavoro con scioperi, il dato più basso degli ultimi vent’anni; nel settore privato, invece, se ne sono contate solo 157, il numero più basso nella serie statistica. I picchetti, secondo un’indagine della società di consulenza Diagnóstico Político , sono diminuiti da 8.239 nel 2023 a 3.893 nel 2025: una riduzione di quasi il 53% e il dato più basso dal 2011. Il conflitto esistente è prevalentemente di natura difensiva: secondo il Centro di Economia Politica Argentina (Cepa), il 63,6% dei casi esaminati tra gennaio 2024 e febbraio 2026 ha riguardato licenziamenti.
Ci sono state, ovviamente, importanti giornate di mobilitazione contro il governo: le marce del 24 marzo, la Marcia dell’Orgoglio Antifascista e Antirazzista in seguito alle dichiarazioni di Milei a Davos, gli scioperi generali della Cgt e le manifestazioni universitarie contro i tagli al bilancio. Queste grandi mobilitazioni dimostrano che la capacità di resistenza non è stata spezzata ma, per il momento, non sono sufficienti a modificare la situazione di fondo.
Questa debolezza è evidente anche in ambito ideologico. I recenti risultati delle elezioni universitarie ne sono una dimostrazione: la sinistra sta perdendo la capacità di attrarre le giovani generazioni. Nelle elezioni studentesche dell’Università di Buenos Aires (Uba), storicamente un importante barometro dell’impegno politico giovanile, la sinistra ha registrato il suo peggior risultato dalla fine degli anni Novanta. Il basso livello di conflitto sociale sta influenzando le ipotesi su come potrebbe finire il governo di Milei. Un’eventuale sconfitta elettorale di Milei nel 2027 aprirebbe una nuova fase politica, ma non chiuderebbe di per sé il periodo reazionario. Le condizioni che lo hanno generato continuerebbero a persistere: l’ala di destra sociale formatasi dal 2008, l’attenuarsi del conflitto sociale e l’atmosfera di pragmatismo ereditata sia dai fallimenti progressisti che dal radicalismo di destra. Il caso brasiliano ne è un esempio lampante: sebbene Lula abbia sconfitto Bolsonaro nel 2022 e sia riuscito a migliorare i principali indicatori sociali, il bolsonarismo mantiene una base elettorale vicina al 35% e continua a essere altamente competitivo nelle prossime elezioni.
Il fatto che una sconfitta elettorale non ponga fine al ciclo politico non significa che sia indifferente che venga inflitta o meno. In una situazione del genere, guadagnare tempo è fondamentale. Sconfiggere Milei alle elezioni non basta a ricostruire la forza del movimento popolare, ma impedisce all’estrema destra di ottenere una vittoria strategica.
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Fronte antifascista popolare?
Quale valore hanno dunque i dibattiti che il marxismo ha sviluppato di fronte all’ascesa del fascismo nel secolo scorso, in particolare quelli riguardanti il fronte operaio unito e il fronte popolare? Vale la pena ripercorrere il dibattito marxista degli anni Venti e Trenta. Il fronte unito fu discusso per la prima volta nel 1922 nell’Internazionale Comunista e successivamente ripreso nella lotta contro il fascismo. Lenin fu categorico sulla sua importanza: chiunque non comprendesse il fronte unito era perduto per il movimento comunista. Perry Anderson lo definì «l’ultimo grande consiglio di Lenin al movimento operaio occidentale prima della sua morte». Per Gramsci, nella politica del fronte unito sembrava esserci in gioco qualcosa di più di una semplice unità difensiva con i riformisti. Il fronte unito rappresentava un tentativo di unificare e consolidare l’attività di tutti i lavoratori, non solo di coloro che aderivano al partito rivoluzionario. La sua logica è relativamente semplice: le masse devono unire le proprie forze per difendersi. Il problema è che, un secolo dopo quel dibattito, la realtà della classe operaia e della sinistra non potrebbe essere più diversa. Come abbiamo sottolineato, il fronte unito degli anni Venti presupponeva l’esistenza di due veri partner con una presenza massiccia tra la classe operaia: un partito socialdemocratico riformista e un partito comunista rivoluzionario. Quel mondo non esiste più. Le tradizionali socialdemocrazie europee, come il Partito Socialista Francese (Ps) o il Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), hanno cessato di essere veri partiti operai decenni fa. Le nuove forze di sinistra, come Die Linke, Podemos o La France Insoumise, sono attori significativi, ma la loro forza si esprime principalmente nell’arena elettorale e non si traduce in una presenza di massa organica. Nemmeno gli esperimenti neopopulisti in America Latina, come il kirchnerismo o Morena, possono essere definiti forze riformiste indipendenti.
Cosa significa parlare di fronte unito quando non ci sono più due grandi partiti operai in lizza per la guida di una classe operaia organizzata, ma piuttosto sinistre frammentate, macchine elettorali instabili e movimenti popolari molto più deboli? Un fronte unito resta necessario, soprattutto laddove esistono organizzazioni di sinistra e della classe operaia. Ma il contesto in cui operiamo non è più lo stesso.
Questa discontinuità storica rispetto al panorama partitico del XX secolo porta a una conclusione: attualmente, l’unità esclusiva delle forze di sinistra basate sulla classe operaia, pur rimanendo il principio organizzativo della politica socialista, è probabilmente insufficiente a fermare l’estrema destra. Questo scenario sposta il dibattito su un terreno più spinoso: la possibilità di accordi ad hoc con settori dissidenti della borghesia o con socialdemocrazie profondamente istituzionalizzate. Di fronte a questo dilemma, emerge inevitabilmente il dibattito sui fronti popolari promosso dall’Internazionale Comunista (Comintern) dopo il suo VII Congresso del 1935.
Il Fronte Popolare fu la politica del Comintern che succedette alla tattica di estrema sinistra della «classe contro classe», una linea che identificava la socialdemocrazia con il fascismo e rifiutava qualsiasi azione congiunta con i settori riformisti. Con questo nuovo orientamento, il Comintern si orientò verso una strategia di alleanze non solo con i partiti operai, ma anche con i partiti borghesi democratici nella lotta contro il fascismo.
Questa politica fu contestata da Lev Trotsky. In periodi di forte polarizzazione o di impeto rivoluzionario, il Fronte Popolare spesso fungeva da meccanismo di contenimento: l’alleanza con la borghesia liberale tendeva a disciplinare la classe operaia, subordinando i propri obiettivi al mantenimento della coalizione. Ma l’esperienza storica si è dimostrata più ambigua della versione semplificata del canone trotskista. Le vittorie elettorali del Fronte Popolare rafforzarono anche la fiducia delle classi lavoratrici e agirono da catalizzatori per la mobilitazione. Il trionfo di Blum portò agli scioperi del giugno 1936; in Spagna, la vittoria del Fronte Popolare precedette una straordinaria mobilitazione di operai e contadini, che raggiunse il suo apice nella resistenza al colpo di stato di Franco. Questo punto ci permette di trarre una conclusione strategica probabilmente controintuitiva per il senso comune della sinistra marxista: in molti casi, le masse non si radicalizzano nonostante la fiducia nelle leadership riformiste, ma piuttosto proprio grazie a tale fiducia. La mobilitazione popolare di solito inizia quando ampi settori percepiscono l’esistenza di una forza politica in grado di tradurre le loro rivendicazioni in risultati concreti. Nelle fasi iniziali di una sollevazione, tale forza è solitamente una leadership moderata, nazional-popolare o riformista. Senza quel momento iniziale di fiducia, è improbabile che si verifichi un secondo momento di pressione, un’ondata di proteste o una radicalizzazione. Considerare un’ondata di proteste come punto di partenza, anziché intenderla come un possibile esito di un processo, significa confondere l’esito con le sue condizioni.
Come dimostrarono gli scioperi del giugno 1936, la vittoria del Fronte Popolare agì da catalizzatore per l’azione diretta. La stessa logica si può osservare in altri processi. Pur senza equiparare processi storicamente distinti, tutti questi esempi rivelano una logica degna di nota: la fiducia in una leadership politica popolare o riformista può scatenare energie sociali che quella stessa leadership non riesce a controllare completamente. La vittoria elettorale, quando viene percepita dalle classi popolari come propria, modifica l’umore collettivo, accresce le aspettative sociali e rende più plausibile l’idea che la lotta valga la pena. Questa dinamica non garantisce un esito progressista; può anche essere contenuta o contrastata. Ma confuta l’idea che ogni mediazione riformista produca solo passività.
La coalizione Lula-Alckmin del 2022 in Brasile non fu una bella espressione di marxismo rivoluzionario; né lo fu il Nouveau Popular Front che, nel 2024, bloccò temporaneamente l’accesso al potere di Le Pen in Francia. In entrambi i casi, si trattò di misure difensive. Ma in nessuno dei due casi la guida dell’alleanza cadde nelle mani dell’ala liberal-borghese. In Brasile, fu Lula a guidare il processo, non i partiti del Centrão; in Francia, l’egemonia passò alla forza guidata da Mélenchon, non al Partito Socialista.
La sfida attuale è quella di tradurre la lezione dell’unità in un contesto sociale e politico profondamente diverso da quello delle lotte antifasciste del XX secolo. La sinistra deve intervenire nel «blocco antifascista» come sua ala più coerente: promuovendo l’unità contro la reazione senza dissolvere l’indipendenza di classe e collegando ogni battaglia democratica alla ricomposizione materiale e organizzativa delle classi lavoratrici.
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Radicalizzarsi? Andare al centro?
All’interno della sinistra e nell’opposizione a Milei, circolano due reazioni contrapposte di fronte all’estrema destra.
La prima corrente, diffusa nel peronismo e nel progressismo, sostiene che la moderazione sia necessaria per allinearsi al nuovo clima ideologico della società e conquistare il voto centrista, che tende a oscillare tra i due blocchi. All’estremo opposto, si sostiene che l’ascesa dell’estrema destra sia inseparabile dalla frustrazione generata dalla moderazione progressista. La risposta, quindi, sarebbe quella di radicalizzare il programma: fornire una risposta più chiara alle esigenze popolari e rafforzare il movimento popolare nella lotta contro l’estrema destra. L’intuizione è corretta. Ma tutto dipende da cosa si intende qui con «radicalizzare».
È consigliabile procedere con cautela. Almeno nell’immediato futuro, non sussistono le condizioni sociali e politiche per misure che rompano con la borghesia o per un intervento brusco sulla proprietà terriera su larga scala. Come abbiamo visto, non esiste un radicalismo «antisistema» neutrale che la sinistra possa contrastare semplicemente alzando il tono del proprio discorso. Tentare di competere su questo piano porta all’isolamento.
Le esperienze di maggior successo della sinistra a livello globale negli ultimi tempi, come quelle di Zohran Mamdani a New York, La France Insoumise e Adelante Andalucía, sono spesso citate come esempi di radicalizzazione di sinistra. Ma, a rigor di termini, fanno qualcosa di diverso: rompono con il modello social-liberale della socialdemocrazia convenzionale senza proporre un ambizioso programma socialista. Lo slogan centrale di Mamdani era il costo degli alloggi e della vita a New York, non la Vienna Rossa. Gli altri casi seguono lo stesso schema. In questo contesto, l’unità contro l’estrema destra deve basarsi su un «programma minimo», nel senso classico della distinzione socialdemocratica tra programma minimo e programma massimo: un insieme di misure che, nelle condizioni attuali, migliorino la vita quotidiana della classe lavoratrice, ripristinino la fiducia collettiva e blocchino l’avanzata autoritaria.
Alternative a Milei
Senza escludere una rielezione di Milei, ipotesi che la solidità della base sociale della destra rende plausibile, soprattutto se la situazione economica dovesse migliorare, dobbiamo chiederci quali scenari realistici potrebbero aprirsi dopo il 2027. In linea generale, ne emergono quattro.
Il primo scenario prevede la continuità all’interno dello spazio politico esistente: un cambio di candidato che preservi il programma e i metodi, con una figura come Patricia Bullrich in grado di unificare Lla e Pro e di capitalizzare sul calo di popolarità di Milei. Ciò rappresenterebbe una continuazione del progetto di estrema destra, non uno spostamento verso la destra convenzionale. Un’altra possibilità è un ritorno al centro-destra tradizionale, con Macri o ciò che resta di Pro che propongono una gestione più ordinata dello stesso percorso economico, sebbene probabilmente con minore intensità autoritaria. Una terza variante è la destra peronista: Massa o un leader conservatore simile, in grado di capitalizzare sul calo di popolarità di un peronismo favorevole al mercato. Infine, c’è una qualche forma di rinascita kirchnerista o progressista, con Axel Kicillof come candidato più probabile al momento.
Le prime tre ipotesi sono, essenzialmente, variazioni sulla continuazione del programma economico, a prescindere dal fatto che attenuino o meno i metodi autoritari. Pertanto, vale la pena concentrarsi sulla quarta, che è quella che alcuni settori della sinistra immaginano come il futuro auspicabile.
Cosa ci si potrebbe aspettare da un nuovo governo kirchnerista? Non molto. Non sarebbe un governo di rottura o di scontro drastico con le classi dominanti; il kirchnerismo non ha mai espresso ambizioni di questo tipo. Ma ciò non significa che un governo del genere sarebbe indifferente agli interessi del popolo. La questione fondamentale è se esistano le condizioni per ricreare un’esperienza redistributiva come quella che ha caratterizzato il primo governo Kirchner. Lula ha vinto nel 2022 con un programma di modesta ripresa dei redditi per la classe lavoratrice. Durante la prima fase del suo mandato, l’adattamento alle aspettative delle classi dominanti e il rinvio di alcune misure progressiste hanno eroso la sua base elettorale e dato impulso al movimento di Bolsonaro. La situazione ha cominciato a cambiare quando il governo ha adottato un’agenda sociale più chiara: ampliamento dell’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori a basso reddito, aumento delle tasse per i redditi più alti, investimenti pubblici attraverso il Nuovo Pac (Partito del Pac) e misure di credito per i settori precari. Questo approccio gli ha permesso di riconquistare l’iniziativa politica e di recuperare parzialmente la sua popolarità. L’esperienza brasiliana ci permette di valutare i limiti e le potenzialità che una sconfitta elettorale di Milei per mano di una forza parzialmente progressista derivante dal peronismo potrebbe aprire. Un governo di questo tipo, a differenza di uno della destra tradizionale o della destra peronista, creerebbe condizioni più favorevoli per le pressioni dal basso. Il suo impegno nei confronti della base sociale, dei sindacati e delle aspettative popolari che ispira lo renderebbe più ricettivo alla mobilitazione, senza che la sinistra debba compromettere la propria indipendenza politica. L’obiettivo sarebbe quello di promuovere un programma di ripresa dei redditi e di diritti popolari, insieme alla difesa delle libertà democratiche e delle organizzazioni sindacali e sociali contro l’autoritarismo.
Compiti dell’ala sinistra
Mettere in pratica questo orientamento richiede di costruire unità contro la reazione senza perdere l’indipendenza politica. Richiede anche un processo più lento: ricostruire la forza sociale, sindacale, territoriale e culturale del movimento popolare. Le discussioni più difficili iniziano quando si tratta di dare un contenuto concreto a questo orientamento unitario.
Prima di procedere, è necessario sfatare un equivoco. Negli ultimi mesi, alcuni sondaggi hanno collocato Myriam Bregman tra i leader con la migliore immagine, in alcuni casi addirittura al primo posto. Questo è promettente. Ma non equivale a intenzioni di voto, tanto meno a una radicalizzazione di massa a sinistra. Una figura di sinistra può essere apprezzata da settori ben più ampi della sua base elettorale senza per questo diventare un’alternativa politica efficace. In Francia, Olivier Besancenot del Nuovo partito anticapitalista (Npa) ha raggiunto quasi il 60% di gradimento alla fine degli anni 2000, superando le figure di spicco del Partito Socialista e della destra, nonostante né la Lcr né l’Npa abbiano mai superato il 5% alle elezioni presidenziali. L’ascesa di una figura di sinistra non contraddice necessariamente la natura difensiva del periodo. In un contesto di crisi peronista, ma in cui persiste un nucleo sociale progressista relativamente coeso, è naturale che una parte significativa dell’elettorato veda Bregman favorevolmente, senza per questo rompere con il campo nazional-popolare.
Il fenomeno è, in ogni caso, un sintomo positivo: esprime l’apprezzamento per una voce percepita come coerente all’interno di un campo progressista stanco dei candidati conservatori proposti dal peronismo. La questione cruciale è cosa fare di questa immagine positiva. E qui riemerge il limite del Fronte di Sinistra, che è soprattutto un limite alla sua comprensione del periodo attuale. In pratica, le sue principali fazioni tendono a considerare Milei un fenomeno passeggero e a spostare il focus del dibattito da come sconfiggere l’estrema destra a chi guida l’opposizione: il peronismo o la sinistra. Questa interpretazione rende impossibile uno sforzo unitario, che è proprio l’unico che permetterebbe sia di bloccare la strada di Milei sia di consolidare la crescita della sinistra. Una sinistra disposta ad agire come ala combattiva di un ampio blocco contro la reazione, capace di proporre le misure unitarie che la situazione richiede senza rinunciare alla propria indipendenza, potrebbe uscire da questo ciclo rafforzata, così come contribuirebbe a frenare l’estrema destra. Per ora, purtroppo, non ci sono segnali che questo cambiamento avverrà.
Il declino del governo apre un’opportunità per la sinistra, a patto che adotti un approccio diverso. Esiste un nucleo sociale che non è stato travolto dalla reazione e che valorizza le voci percepite come coerenti e combattive. Questa opportunità va coltivata su più fronti. Il primo è la piazza: convergere il più ampiamente possibile in ogni specifica lotta difensiva – contro la riforma del lavoro, in difesa delle università e della sanità pubbliche, contro i licenziamenti e contro la repressione delle proteste. L’unità d’azione non richiede un accordo programmatico né lo scioglimento delle identità individuali.
In ambito elettorale, il compito è quello di elaborare tattiche di transizione che tengano conto della realtà attuale e delle minacce in gioco. La sinistra deve partire da un dato di fatto fondamentale: al momento non ha la forza di rimuovere Milei dal governo da sola. Questo è ovvio. Se la priorità è impedire all’estrema destra di consolidare il suo ciclo di riforme regressive e il suo inasprimento autoritario, allora non si può escludere una qualche forma di sostegno mirato, critico e limitato al candidato che realisticamente ha le carte in regola per sconfiggerla – prevedibilmente proveniente dal peronismo o da un più ampio blocco progressista. Negare questo problema in nome dell’indipendenza politica relega la sinistra a un ruolo meramente simbolico in un momento in cui è in gioco la possibilità di evitare una sconfitta ben più grave.
Tuttavia, questo sostegno, laddove necessario, non deve essere confuso con l’integrazione o la fiducia politica in un futuro governo peronista: sarebbe strettamente difensivo, volto a estromettere l’estrema destra. Pertanto, la sinistra deve intervenire in due modi: contribuendo a impedire che Milei prenda il potere e preparandosi fin dal primo giorno ad agire in completa indipendenza contro un tale governo, chiedendo misure per ricostruire il consenso popolare e facendo affidamento sulla mobilitazione sociale. Che ciò sia perfettamente possibile è dimostrato da una recente esperienza. In Brasile, il Psol si è affermato come forza di sinistra indipendente dal Pt, combinando autonomia politica, azione unitaria contro il bolsonaro e accordi specifici con il partito di Lula quando la situazione lo richiedeva. E durante questo processo, ha rafforzato la sua posizione e la sua influenza.
Tale cambiamento richiede la ricostruzione della forza sociale del movimento popolare: organizzarsi nei luoghi di lavoro e nei quartieri, rivitalizzare l’attività sindacale, ravvivare il conflitto sociale e sfidare l’egemonia culturale. È necessario ricostruire le istituzioni operaie e popolari – sindacali, di partito e comunitarie – che danno sostanza sociale a qualsiasi ambizioso progetto di trasformazione. In questo risiede la possibilità di forgiare nuove forze politiche, capaci di superare i limiti delle precedenti esperienze progressiste di sinistra. Solo su queste basi sarà possibile costruire un’alternativa fondamentale all’ordine neoliberale in crisi e alla reazione di estrema destra, e non semplici coalizioni difensive.
*Martin Mosquera è laureato in Filosofia, insegna all’Università di Buenos Aires ed è caporedattore di Jacobin Latin America che pubblicato il saggio dal quale è tratto questo testo.
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