Elezioni in Brasile: verso il ballottaggio tra Lula e Bolsonaro1. Il voto di domenica è stato tremendamente negativo. Flávio Bolsonaro è
arrivato in testa con il 47,03% dei voti, con Lula a quasi due punti di
distanza, al 45,16%. Terzo il centrista e scrittore di libri di auto-aiuto Cury,
con il 2,89%; quarto Renan Santos, con il 2,24%; quinto Rolando Caiado, con il
2,18%, entrambi di destra. Gli altri candidati, a sinistra e a destra, si
dividono lo 0,5% dei voti restanti.
2. Il risultato non era previsto dalla maggioranza dei sondaggi, ma nemmeno era
del tutto inatteso. Il 30% dei sondaggi del giorno prima delle elezioni dava
Flávio in vantaggio su Lula già al primo turno, di uno o due punti. Gli altri
davano invece Lula in vantaggio da uno a cinque punti. Nessun sondaggio, in
tutta la campagna elettorale, aveva mai previsto una vittoria di Lula al primo
turno, come invece quasi tutti nella mia bolla di sinistra speravano il giorno
del voto. I due istituti di sondaggi più importanti del Brasile (Datafolha e
Quaest) prevedevano una vittoria di Lula di uno e tre punti percentuali al primo
turno, mentre la media dei sondaggi per il secondo turno dava una sfida 50-50,
totalmente incerta.
Quindi è vero: c’è stata una sorpresa rispetto ai sondaggi, ma nemmeno troppo
vistosa. E il fenomeno è in continuità con quanto accaduto quattro anni fa,
quando Jair Bolsonaro era dato al 39-40% al primo turno e prese invece il 43,3%.
Sembra esserci, nell’elettorato di estrema destra, un voto nascosto fisiologico
del 3-4%. Non è chiaro se questo voto sia nascosto perché gli elettori si
vergognano di dichiararlo oppure perché uno zoccolo duro del bolsonarismo è
ancora oggi così profondamente antisistema da disconoscere e non legittimare gli
istituti sondaggistici.
3. Ora la strada per il secondo turno è ardua. Lula può provare a recuperare una
maggioranza dei voti di Cury, ma tra quelli di Santos e Caiado sarà quasi
impossibile. È possibile, tuttavia, che una buona parte degli elettori di Renan
Santos si astenga. Santos è stato una sorpresa in questa elezione non tanto per
il numero di voti ottenuti, quanto per il tipo di sostegno militante che ha
raccolto tra i giovanissimi, come candidato antisistema. Pur provenendo da
posizioni di estrema destra – è legato al Movimento Brasil Livre (MBL), nato nel
2014 a sostegno dell’impeachment di Dilma Rousseff, è adorato negli ambienti
redpill – sta avendo ora una deriva che potremmo definire “rossobruna”: è
arrivato a difendere la riforma agraria e la sovranità nazionale contro le
ingerenze di Trump, a sponsorizzare la lettura di Mark Fischer e ha rotto
completamente i ponti con il bolsonarismo, accusandolo di corruzione. Caiado è
invece il rappresentante dell’agribusiness dello Stato di cui è governatore.
Anche se non ha dichiarato preferenze, la maggior parte dei suoi voti andrà
probabilmente a Bolsonaro; forse una piccola parte dei voti “locali” del suo
Stato potrebbe andare a Lula.
In generale, Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha votato bianco o nullo
(quasi il 10%) e tra gli astenuti. Più del 20% dei cittadini si è astenuto,
anche se il voto è teoricamente obbligatorio; la maggior parte di loro è
costituita da persone anziane, residenti nelle aree interne o povere, tutti
settori nei quali Lula è in vantaggio.
Foto di Edilson Rodrigues da Wikimedia
4.
Il principale problema di questa elezione, tuttavia, è stato il risultato al
Congresso, specialmente al Senato. In Brasile il Congresso è tradizionalmente
dominato da partiti di centro e centrodestra denominati Centrão: sono partiti
fisiologicamente clientelari, privi di un’ideologia politica definita, ma con un
forte radicamento locale intorno ad alcune figure di spicco. Normalmente
appoggiano qualunque governo, di qualunque colore, in cambio di ministeri,
segreterie e finanziamenti pubblici di ogni tipo. La sinistra occupa
tradizionalmente circa un quarto dei parlamentari.
In questa elezione il suo peso non è cambiato, mentre dal 2018 quello
dell’estrema destra è cresciuto enormemente, prima ai danni dei partiti del
centrodestra tradizionale – ormai praticamente scomparsi – e ora del Centrão.
> Prima di domenica, il PL, il partito dei Bolsonaro, aveva 98 deputati su 513 e
> 14 senatori su 81; ora è passato a 121 deputati e 28 senatori. Ma alcune stime
> indicano che, includendo i partiti e i parlamentari alleati del bolsonarismo,
> questo blocco arriva a 49 senatori e 283 deputati, più del 50%.
Per fare un paragone, i partiti di centrosinistra hanno complessivamente 124
deputati e 15 senatori. Tra questi sono cresciuti leggermente il PT, il partito
di Lula, e il PSOL, la sinistra cosiddetta radicale, ai danni di altri partiti
generalmente più moderati. Nel caso del PSOL, è aumentato da tre a cinque il
numero dei deputati anticapitalisti.
5. Questa composizione parlamentare, che già prima delle elezioni era
estremamente preoccupante e poneva enormi problemi di governabilità a Lula, oggi
renderebbe un ipotetico nuovo governo Lula completamente monco.
> Al di là della possibilità, sempre possibile, di un impeachment del
> presidente, il rischio più immediato è che ai 49 senatori bolsonaristi si
> aggiungano i cinque necessari per avviare un processo di impeachment contro i
> giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair
> Bolsonaro. Questo creerebbe un terremoto nei rapporti fra i tre poteri.
Nel caso in cui vinca Flávio Bolsonaro, l’impeachment dei giudici a lui contrari
è praticamente certo. A questo si aggiunge il fatto che il prossimo presidente
nominerà quattro degli undici giudici che compongono la Corte. Quello stesso STF
che, durante il governo di Jair Bolsonaro, aveva dato parecchio filo da torcere
all’estrema destra.
Lula official Flickr https://www.flickr.com/photos/lulaoficial
6. Il tema dell’STF ci porta a uno dei motivi del disastro elettorale di
domenica: il cordone ombelicale che lega il governo attuale alla Corte Suprema
e, soprattutto, al suo giudice più famoso, Alexandre de Moraes.
Il problema risale a monte. Fin dall’inizio del governo Lula, una volta
recuperata la vita democratica dopo il fallito colpo di Stato, non ci sono stati
sforzi da parte della sinistra istituzionale per promuovere qualunque tipo di
lotta antifascista dal basso. In una logica ormai consolidata di adattamento
all’istituzionalità democratica e allo status quo, la sinistra e il PT hanno
avuto l’ingenuità di affidare ai giudici il compito di sconfiggere il fascismo.
E il fascismo, ovviamente, ha avuto buon gioco nel presentarsi ancora una volta
come opposizione al “sistema”.
Ora, succede che questo cordone ombelicale con la Corte Suprema abbia avuto il
suo tornaconto. A inizio anno è scoppiato in Brasile il più grande scandalo di
corruzione della storia del Paese, intorno a una banca chiamata Banco Master e
al banchiere Daniel Vorcaro, che ora si trova in prigione.
Qualche mese fa era venuto alla luce un audio di Flávio Bolsonaro a Vorcaro, nel
quale chiedeva un finanziamento enorme per realizzare un film sul padre, Jair.
Pare che buona parte del finanziamento servisse a mantenere l’attività politica
di Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio e figlio di Jair, che si trova negli
USA in “autoesilio”, ma che è di fatto la cinghia di trasmissione con il governo
Trump. Questo audio aveva creato un enorme scandalo e Flávio Bolsonaro era
precipitato nei sondaggi.
Tuttavia, a inizio settembre è emerso un nuovo scandalo, che legava il Banco
Master allo stesso Alexandre de Moraes. Un audio incriminato di Vorcaro a Moraes
è stato fatto filtrare da un altro giudice dell’STF, André Mendonça, alleato di
Bolsonaro. Questo ha creato una crisi enorme all’interno dello stesso STF, il
cui principale effetto politico è stato quello di bruciare la credibilità del
tribunale in quanto tale. E, visto che il tribunale era percepito come
politicamente associato al governo, tutto questo ha finito per ricadere anche su
Lula. Già tre settimane fa, dunque, era evidente a tutti che l’elezione non
sarebbe stata più una passeggiata, ma una sfida sul filo di lana. ***
7. Per quanto le cronache giudiziarie abbiano preso il sopravvento nell’ultimo
anno, esistono anche motivi più profondi alla base della delusione – o, per lo
meno, di una certa indifferenza – di ampli settori dell’elettorato nei confronti
del governo Lula. Il governo Lula è il prodotto di un’alleanza molto ampia tra
diversi settori, dalla sinistra a pezzi del centrodestra, costruita intorno
all’unico obiettivo di battere Bolsonaro nel 2022, in un contesto di crisi della
democrazia e di estrema polarizzazione politica.
> Questa piattaforma, estremamente moderata, riprendeva in una forma ancora più
> blanda l’orientamento politico già presente nei precedenti governi del PT, nei
> quali alcune politiche pubbliche decisive per contrastare la fame e la povertà
> assoluta venivano finanziate attraverso un aumento delle esportazioni di
> materie prime, soia e cereali. Questo comportava un aumento del peso
> dell’agribusiness e del settore minerario nella società.
In questo caso, tuttavia, il terzo governo Lula ha posto limiti ancora più
stretti alla capacità dello Stato di realizzare politiche pubbliche di
inclusione sociale. Fin dal secondo anno di governo, infatti, per rassicurare i
mercati finanziari, il ministro dell’Economia Fernando Haddad, del PT, ha fatto
approvare dal Parlamento una legislazione speciale che impone un tetto alla
spesa pubblica in ogni ambito e limita anche la crescita del salario minimo,
mantenendola non molto al di sopra dell’inflazione. L’aumento del salario minimo
era stato invece uno dei motori dello sviluppo e dell’ascesa sociale nei
precedenti governi del PT.
Allo stesso tempo, un altro problema è stata la politica della Banca Centrale.
Dal 2016, con Temer, ne è stata istituita l’autonomia, in ossequio al diktat
neoliberale, e la Banca ha imposto tassi di interesse sistematicamente
altissimi, intorno al 15%. A partire dal 2024, Lula ha potuto nominare un
proprio banchiere centrale di fiducia, ma questi ha mantenuto gli stessi tassi
di interesse e il governo ha smesso di chiederne l’abbassamento.
Questo ha prodotto almeno tre effetti nocivi. In primo luogo, l’impossibilità
per molta gente di accedere al credito per acquistare beni durevoli come una
casa o un’automobile, con effetti depressivi sull’economia, che, nonostante
abbia beneficiato ancora una volta della crescita delle materie prime, non ha
mai registrato una crescita superiore al 3%.
In secondo luogo, gli alti tassi di interesse hanno permesso al settore
finanziario di appropriarsi di una parte consistente dei benefici ottenuti dalla
popolazione grazie all’aumento dell’occupazione – anche se in buona parte
informale – e al modesto aumento dei salari.
Infine, i tassi elevati hanno alimentato una corsa senza fine all’indebitamento
privato, per cui nuovi debiti servivano a pagare gli interessi enormi sui debiti
precedenti. Questo ha contribuito a far cadere una parte consistente della
popolazione nella piaga delle scommesse online.
Foto di Gianluigi Gurgigno
8. Ci sono però ragioni per la sconfitta di Lula al primo turno che non possono
essere spiegate soltanto attraverso queste questioni macroeconomiche. Di fatto,
le condizioni di vita sono leggermente migliorate negli ultimi quattro anni,
l’inflazione è stata mantenuta relativamente sotto controllo, sono stati
introdotti sgravi fiscali e agevolazioni per la classe medio-bassa – che in
maggioranza vota Bolsonaro – e il Brasile è uscito nuovamente dalla mappa
mondiale della fame, nella quale era rientrato durante il governo Bolsonaro.
Sembra proprio che in Brasile sia successo qualcosa di molto radicale sul piano
ideologico, nelle forme della coscienza collettiva, negli anni 2014-2018: gli
anni del secondo governo Dilma, dell’impeachment, dello scandalo della Lava
Jato, del governo Temer, della riforma neoliberale del lavoro e dell’ascesa di
Bolsonaro. Qualcosa che invece non è avvenuto con la stessa radicalità durante
gli anni del governo Bolsonaro, vissuti tra indici altissimi di inflazione e un
governo che ha scientemente lasciato morire 700.000 persone durante la pandemia.
Tutta la tragedia rappresentata dal bolsonarismo ha avuto come massimo effetto
una sconfitta elettorale estremamente di misura, 50,9% contro 49,1%, nel 2022.
Ma ha mantenuto l’opzione politica bolsonarista viva e in crescita, con il pieno
appoggio di strutture sociali come le chiese evangeliche, di istituzioni come
l’esercito e la polizia militare e di svariate categorie di lavoratori,
soprattutto formalmente autonomi
Oggi sembra proprio che l’estrema destra disponga di un consenso stabile e
incrollabile, qualunque cosa accada nella società: un consenso ideologico che
arriva, in molti casi, a identificare la sorte dei membri della famiglia
Bolsonaro e di altre figure di spicco dell’estrema destra con la propria.
9. Il radicamento del consenso ideologico dell’estrema destra è avvenuto, però,
attraverso un cambiamento delle sue forme. Nel 2018 l’ascesa di Bolsonaro era
vissuta da molti con un sentimento di rottura, di cambiamento radicale, quasi di
“rivoluzione”. Nella società era quindi visibile una militanza attiva nelle
strade, violenta, aggressiva, fascista nel vero senso della parola o, per lo
meno, propria di quel fascismo originario, diciannovista, radicale e squadrista.
Sia nel 2018 sia nel 2022, c’erano stati diversi episodi di figure di spicco del
bolsonarismo che andavano in giro armate, minacciavano di morte o di stupro gli
avversari politici, così come casi di omicidio di sostenitori del PT. Quest’anno
la campagna bolsonarista è stata condotta più in sordina, senza dichiarazioni
eclatanti e con numeri bassi nelle manifestazioni di strada. Questo aveva dato
una falsa impressione di crisi del bolsonarismo, che le urne hanno
clamorosamente smentito.
Lo stesso Flávio Bolsonaro è considerato una figura più moderata rispetto al
padre o al fratello, è privo di un grande carisma e non ci sono state, in questa
campagna elettorale, dichiarazioni o proposte politiche di particolare rilievo
che io ricordi. L’impressione è che, se al suo posto avessero candidato un cane
o un cavallo, avrebbe ottenuto lo stesso numero di voti.
Sono calate, quest’anno, anche altre figure di estrema destra considerate
battitori liberi, che presentano in alcuni casi divergenze puntuali rispetto al
bolsonarismo. Le eccezioni sono state Renan Santos – che comunque ha ottenuto un
risultato elettorale mediocre – e il senatore Cleitinho, che è stato eletto
governatore di Minas Gerais al primo turno per il Partito Repubblicano. Sembra
esserci stato un disciplinamento delle figure alternative al PL, mentre quelle
che stanno emergendo sono più fedelmente allineate al bolsonarismo, come nel
caso del deputato Nikolas Ferreira, che a 29 anni ha ottenuto più di tre milioni
di voti individuali – più di un quarto dei voti per deputato nello Stato – e che
molti considerano il futuro leader dell’estrema destra brasiliana.
Foto di Gianluigi Gurgigno
> Tutto ciò dà l’idea di una transizione del fascismo verso una fase più
> istituzionale, “di regime”. Se un ipotetico governo Flávio – il cui primo atto
> sarebbe dare l’indulto al padre – riuscisse a sottomettere la Corte Suprema,
> potremmo presto ritrovarci di fronte a qualcosa di simile a ciò che sta
> avvenendo negli USA con Trump II, ma in un contesto nel quale il peso del capo
> è relativizzato e l’adesione ideologica al partito è più forte.
Rimane però un problema non indifferente per l’estrema destra: se vince, dovrà
governare. Durante il governo Jair, il suo metodo era una sorta di “lotta e
governo”: cercava continuamente di aggirare i problemi radicalizzando la propria
base e attribuendo la colpa ai nemici di turno – sindaci, governatori, sistema
giudiziario. Ma in questa nuova versione di fascismo “dall’alto” potrebbe non
essere facile mantenere il controllo sulla piazza, soprattutto se, come alcuni
economisti prevedono, dovesse presto esplodere una nuova grande crisi.
10. Un’ultima riflessione riguarda la sinistra, brasiliana e latinoamericana.
Nell’ultimo anno, governi progressisti sono stati sconfitti alle elezioni da
candidati di destra in Cile e in Colombia. In Cile si trattava di un governo
estremamente deludente e moderato, che aveva tradito senza appello qualsiasi
sentimento di cambiamento da parte della popolazione che lo aveva eletto; in
Colombia, invece, di un governo molto più audace, capace di riforme strutturali
e di una mobilitazione costante contro l’oligarchia interna e l’aggressione
statunitense. Questa doppia sconfitta fa riflettere sulle difficoltà che
esistono oggi per chiunque si opponga alla macchina finanziaria, mediatica e
desiderante-suicida dell’estrema destra trumpista, dal momento che dimostra che
tanto la via centrista come quella radicale non sono riuscite nel loro
obiettivo.
Nel caso del Brasile abbiamo una situazione intermedia: un governo debole e con
scarsa iniziativa, che però si regge sul carisma e sulla mitologia di un leader
come Lula, una delle maggiori figure politiche della storia latinoamericana. Che
Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento
entriamo nella prospettiva di una sinistra in crisi nella società, con la
difficilissima sfida di rinnovarsi senza dover fare affidamento sul salvatore
della Patria. Questo probabilmente la farà sprofondare in una crisi ancora
maggiore nel breve periodo, ma potrebbe anche avere effetti benefici sul lungo
periodo. Perché ciò avvenga, però, non deve avere paura di inserirsi nelle lotte
che potrebbero sorgere nel prossimo periodo, senza la pretesa di controllarle e
addomesticarle in funzione elettorale, ma con il coraggio di navigare in mare
aperto.
Immagine di copertina di Gianluigi Gurgigno
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