La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra
«Se Pinochet fosse vivo voterebbe per me». Questa frase, da sola, basterebbe per
descrivere la portata di quello che è successo in Cile domenica 14 dicembre
2025, giorno delle ultime elezioni presidenziali. A pronunciarla, qualche anno
fa, nel 2021, fu José Antonio Kast, che oggi è il nuovo Presidente della
Repubblica.
Leader dell’estrema destra, Kast proviene da una famiglia tedesca emigrata in
Cile dopo la seconda guerra mondiale. Suo padre, Michael Kast, fu membro del
Partito Nazista e servì nella Wehrmacht durante la guerra, mentre uno dei suoi
fratelli, Miguel Kast, fu ministro durante il regime di Pinochet. Tuttavia, per
il nuovo Presidente questo pedigree non è affatto imbarazzante. Così come per
una parte consistente della popolazione cilena non sono un’eredità imbarazzante
i quasi 17 anni di dittatura.
Ma l’assenza di una memoria condivisa, a 52 anni dal golpe, non è l’unico motivo
che ha portato alla vittoria dell’ultradestra. Il Cile in cui Kast si è
affermato è un Paese prima di tutto dominato dalla paura, ma soprattutto dalla
delusione. Una delusione che, per essere compresa fino in fondo, richiede un
passo indietro di quasi sei anni.
LE PROTESTE DEL 2019
Nel 2019, 30 anni dopo il ritorno alla democrazia, il Cile continua a fare i
conti con l’eredità del modello neoliberista imposto durante la dittatura di
Pinochet: uno stato sociale debole e frammentato e una distribuzione della
ricchezza profondamente diseguale. L’economia cilena è tradizionalmente
considerata come una delle più solide dell’America Latina, ma l’1% della
popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, mentre il 50% più povero appena il
2%. A questa situazione si aggiungono un sistema sanitario pubblico limitato e
un sistema pensionistico gestito da compagnie assicurative private, con pensioni
che spesso non raggiungono i 400 euro mensili. Le diseguaglianze economiche
logorano la coesione sociale e il Paese è una pentola a pressione pronta a
esplodere.
> Il 7 ottobre 2019, dopo l’entrata in vigore dell’aumento delle tariffe del
> sistema di trasporto pubblico, Santiago diventa l’epicentro delle proteste che
> saranno poi conosciute come “estallido social”, a partire dal 18 ottobre.
Le e gli studenti iniziano a rifiutare in massa di pagare il biglietto e a
occupare le fermate della metro. Scendono in strada manifestando contro le
disuguaglianze, il carovita e la corruzione. Il 18 ottobre la situazione si
aggrava, alcune linee della metropolitana vengono chiuse a causa di forti
scontri tra carabineros e manifestanti. Le proteste si fanno sempre più
violente, nella notte la capitale è in preda a incendi e saccheggi, mentre
incominciano a verificarsi episodi di rivolta in tutto il Paese. La mattina del
19, il Presidente Sebastian Piñera sospende l’aumento della tariffa della metro
e dichiara lo stato di emergenza, con un coprifuoco in tutta l’area
metropolitana di Santiago. Ma ormai è troppo tardi, la bomba cilena è già
esplosa.
> Lo stato d’emergenza viene esteso in quasi tutte le città capoluogo e
> l’esercito viene dispiegato per le strade per far rispettare l’ordine e
> reprimere le rivolte. Il 21 ottobre Piñera dichiara: «Siamo in guerra contro
> un nemico potente e implacabile». Quel nemico è il suo stesso popolo.
Il 25 ottobre, più di un milione di persone scendono in strada a Santiago, in
quella che sarà considerata da autorità e stampa come «La marcha más grande de
Chile». Non è noto con certezza il numero dei manifestanti che hanno partecipato
in tutto il Paese. L’estallido raggiunge la sua fase più intensa tra novembre e
dicembre del 2019, affievolendosi nei primi mesi del 2020 con l’arrivo della
pandemia di COVID-19, ma i suoi effetti sulla società cilena sono destinati a
perdurare nel tempo. Accanto ai casi di rivolte violente e saccheggi, sono
molteplici le segnalazioni di abusi e violazioni dei diritti umani da parte
delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti: torture, spari contro i
civili, maltrattamenti fisici e verbali. Echi da un passato oscuro. Un passato
che la società cilena credeva di aver lasciato alle spalle.
di Luca Profenna
IL GOVERNO BORIC E IL PROCESSO DI RIFORMA COSTITUZIONALE
Tuttavia, l’estallido social ha portato con sé anche una serie di promesse e
speranze: riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento dello stato sociale,
giustizia sociale, riconoscimento delle popolazioni indigene, una nuova
costituzione. Queste speranze hanno consentito, nel 2022, l’elezione del governo
Boric e l’avvio di un tentativo di riforma costituzionale teso a superare la
Carta del 1980, un’ulteriore eredità del regime di Pinochet.
L’11 marzo del 2022, Gabriel Boric raccoglie il 56% dei voti al ballottaggio,
battendo proprio José Antonio Kast, diventando il presidente più giovane nella
storia recente del Cile. Proveniente dai movimenti studenteschi e portatore di
un linguaggio radicalmente diverso da quello della politica tradizionale, Boric
conquista la presidenza a capo di una coalizione di partiti e movimenti
sinistra. Il suo programma prevede la sostituzione del sistema pensionistico
privato con uno pubblico, l’introduzione di tasse più progressive, l’aumento del
salario minimo e la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, la riforma
delle forze di polizia e investimenti nella lotta contro il cambiamento
climatico. In poche parole, un nuovo Cile.
L’assemblea costituente, intanto, redige una nuova costituzione, che per alcuni
osservatori sarebbe stata una delle più progressiste del mondo. Sicuramente più
progressista di quanto la maggior parte dei cileni si aspettasse: ampi diritti
alle popolazioni indigene, protezione ambientale, disposizioni sulla parità di
genere, impegni più ampi in materia di welfare e un significativo intervento
economico statale. La destra sale sulle barricate, inizia una massiccia campagna
mediatica contro la riforma costituzionale.
A peggiorare la situazione, la lunghezza e la complessità della nuova Carta, di
fatto uno dei progetti costituzionali più estesi al mondo, con 388 articoli e
numerose disposizioni transitorie, che rendono difficile per molti cittadini
capire come e quando le riforme sarebbero entrate in vigore. Ampia tematicamente
e complessa nel linguaggio, la proposta introduce concetti innovativi e ostici
per l’elettorato cileno: come lo Stato plurinazionale e i sistemi di giustizia
paralleli per le popolazioni indigene. Concetti sostenuti dai settori
progressisti, ma percepiti come radicali da una parte rilevante dell’elettorato.
> Al referendum del 4 settembre 2022, gli elettori respingono la proposta con
> quasi il 62% dei voti: una sconfitta schiacciante. A meno di un anno
> dall’inizio del suo mandato, Boric si trova così ad affrontare il primo grande
> fallimento del suo governo. Non è soltanto il fallimento di un testo
> costituzionale, ma il collasso del principale veicolo simbolico del
> cambiamento.
L’opposizione, rinvigorita, cerca di avviare un nuovo processo costituzionale,
producendo un secondo documento, più conservatore. Ma anch’esso viene affossato
nel referendum del 17 dicembre del 2023. Ma quel giorno, a Santiago del Cile,
non ci sono folle festanti. La costituzione voluta da Pinochet è ancora in
vigore.
Dopo il primo referendum, il governo Boric entra in una nuova fase. La spinta
riformista lascia il posto alla necessità di governare in un contesto
istituzionale ostile, con un Parlamento frammentato e un’opinione pubblica più
prudente, se non addirittura diffidente. Boric rimescola il governo, apre agli
esponenti più moderati della sinistra tradizionale e abbassa il tono della sua
agenda. Questo passaggio produce una frattura profonda. I settori che avevano
visto in lui il rappresentante politico dell’estallido iniziano a percepirlo
come normalizzato, assorbito dalle logiche del potere che aveva promesso di
cambiare. Al tempo stesso, i settori moderati continuano a giudicarlo inesperto
e indeciso. Il risultato è un governo che fatica a costruire una maggioranza
sociale solida e riconoscibile.
di Luca Profenna
Uno dei punti di maggiore attrito riguarda il tema della sicurezza. L’estallido
nasce anche come reazione agli abusi delle forze dell’ordine e alla repressione
statale. Boric aveva promesso un nuovo approccio, più garantista e rispettoso
dei diritti umani. Tuttavia, durante il suo mandato, la percezione di
insicurezza cresce: criminalità organizzata, narcotraffico e violenza urbana
diventano temi centrali nel dibattito pubblico. La destra cilena alimenta questa
percezione e riesce a far breccia. Di fronte a questa pressione, il governo è
costretto a rafforzare polizia ed esercito, adottando misure che contraddicono
la narrativa originaria.
Un altro nodo cruciale, profondamente legato alle aspettative dell’estallido, è
la questione mapuche. Durante la campagna elettorale, Boric aveva promesso un
cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e popoli indigeni: dialogo politico,
riconoscimento dei diritti territoriali e fine della militarizzazione del
Wallmapu, territorio mapuche che comprende la cosiddetta “Macrozona sur”. Una
promessa che si inscriveva perfettamente nella narrativa di rottura con il
passato e nella visione di uno Stato plurinazionale. Una volta al governo, però,
queste aspettative si sono scontrate con le esigenze politiche. L’esecutivo ha
prorogato più volte lo stato d’emergenza, mantenendo la presenza militare
nell’area. Questo ha generato una forte delusione tra le comunità indigene e
parti della società cilena che avevano sostenuto Boric, alimentando l’accusa di
continuità con le politiche securitarie dei governi precedenti.
> Sul piano sociale ed economico, i risultati del governo appaiono parziali, con
> riforme promesse come epocali e poi annacquate dal compromesso parlamentare.
> Mentre il mandato di Boric sta per finire, pensioni, sanità, istruzione e
> costo della vita restano problemi centrali per ampi settori della popolazione
> cilena.
È innegabile la sproporzione tra le aspettative nate nel 2019 e l’impatto
concreto delle politiche pubbliche sulla vita quotidiana. La sensazione diffusa
è che il cambiamento promesso non si sia tradotto in miglioramenti tangibili.
L’estallido aveva alimentato l’idea di una svolta storica, mentre il governo
Boric appare invece intrappolato nella gradualità e nei limiti del sistema che
voleva superare.
Tuttavia, il fallimento più profondo dell’era Boric non è misurabile in leggi o
riforme, ma nella sfera simbolica. Gabriel Boric rappresentava una generazione
che chiedeva un nuovo modo di fare politica: più vicino ai movimenti, più
empatico, più trasparente. Con il passare del tempo, questa promessa si è
scontrata con la realtà delle istituzioni e del potere. Per molti giovani e per
una parte della società scesa in piazza nel 2019, la delusione non riguarda solo
un programma mancato, ma la sensazione che un momento storico irripetibile sia
stato sprecato. Non tanto perché il Cile non sia cambiato abbastanza, ma perché
l’energia collettiva che sembrava poterlo trasformare si è dissipata senza
trovare una forma duratura.
di Luca Profenna
IL TRIONFO DELL’ESTREMA DESTRA
È in questo clima di sconforto che prende il via la campagna per l’elezione del
37° Presidente della Repubblica del Cile. Al primo turno, gli avversari
principali di Kast sono: Jeannette Jara, candidata della sinistra unitaria,
espressione del Partito Comunista del Cile ed ex-ministra del Lavoro del Governo
Boric; Evelyn Matthei, esponente della destra moderata, ma comunque
conservatrice su economia e ordine pubblico; Johannes Kaiser, figura di destra
radicale, con posizioni più conservatrici e controverse dello stesso Kast;
infine, Franco Parisi, del “Partido de la Gente”, figura populista di
centro-destra con posizioni anti-establishment.
> La campagna viene fin da subito dominata dai temi della sicurezza, della
> criminalità e dell’immigrazione. Questioni che la destra cilena è riuscita a
> far percepire all’elettorato come prioritarie, nonostante le statistiche
> offrano una descrizione del Cile come uno dei paesi più sicuri del continente.
Inizialmente i sondaggi sembrano dare Evelyn Matthei come favorita, ma un
esercito di bot inizia a intraprendere una campagna tesa a minare la sua
credibilità, sostenendo addirittura che fosse affetta da Alzheimer. Evelyn
Matthei denuncia la presenza di gruppi dell’estrema destra vicini a Kast dietro
le diffamazioni. La guerra sucia è talmente violenta da indurre Janette Jara a
prendere le sue difese, nonostante siano politicamente agli antipodi.
José Antonio Kast riesce ad arrivare secondo con il 23% dei voti, a pochi punti
di distanza da Janette Jara, che ottiene il 26%. Evelyn Matthei arriva quinta e,
visibilmente contrariata, viene costretta dal suo partito ad appoggiare
pubblicamente e far convergere i propri voti su Kast. Passerà il resto della
campagna elettorale postando sui social contenuti con oggetti di colore rosso,
chiaro riferimento alla candidata di sinistra.
Janette Jara tenta di affrontare nel migliore dei modi un’elezione che la vede
partire sfavorita fin dall’inizio. Mantenendo l’impostazione progressista del
suo programma, cerca di presentarsi come un profilo moderato, la giusta via di
mezzo tra l’entusiasmo giovanile dell’estallido e la concretezza di una
dirigente di esperienza pronta a governare il Paese. Incalza Kast, che rifiuta
persino di partecipare ai dibattiti. Riprende alcune proposte di Evelyn Matthei,
come quella di coprire l’intero acconto per l’acquisto della prima casa per i
giovani tra i 25 e i 40 anni. Cerca di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma non
ci riesce. Il 14 dicembre 2025, Kast ottiene il 58% dei voti. L’estrema destra
vince in tutte le regioni del Paese, dal deserto di Atacama ai boschi australi,
dalle Ande al mare.
Il Cile che nel 2019 riempiva le piazze chiedendo dignità, diritti e giustizia
sociale è oggi un Paese diverso, profondamente cambiato. Un Paese che vota
ordine e sicurezza, dove la paura è diventata programma politico. La
Cordigliera, che da sempre osserva Santiago come una madre silenziosa, resta lì,
immobile. Ma i sogni che ai suoi piedi avevano preso forma sembrano oggi più
lontani che mai.
Copertina a cura dell’autore. Immagini nell’articolo di Luca Profenna
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