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Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano
Erano i primi tempi della transizione negoziata quando la rivista Punto Final pubblicò un articolo di James Petras che suscitò indignazione negli ambienti intellettuali della Concertación. Intitolato “La metamorfosi degli intellettuali in America Latina”, il testo evidenziava un aspetto inquietante: in balia di influenze esterne – soprattutto finanziarie – questi […] L'articolo Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande
Quando Keiko Fujimori entrerà in carica come Presidente della Repubblica il 28 luglio (data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza peruviana [1821], non assisteremo alla formazione di un nuovo governo, bensì alla continuazione di un governo già al potere. Nel Parlamento uscente, a maggioranza Fujimori e dei suoi alleati, la cosiddetta “coalizione mafiosa” (così nominata dalle opposizioni) ha rimosso presidenti, insabbiato indagini contro i propri parlamentari, sottomesso il Consiglio Nazionale di Giustizia (che nomina e revoca giudici e Pubblici Ministeri) e indebolito il perseguimento dei crimini legati alle economie illegali (estrattivismo, disboscamento e narcotraffico), presentandosi al contempo come garante dell’ordine. > La coalizione di Keiko Fujimori non salirà al potere a luglio: è già al > governo da tempo. Quello che cambierà, salvo imprevisti, è che oltre al > Parlamento disporrà anche della fascia presidenziale. Definirla continuità e non semplicemente cambio di regime non è una sottigliezza retorica. È la differenza tra far suonare l’allarme per quello che sta per succedere ed essere colti di sorpresa ancora una volta, come se il Paese non avesse memoria di come il fujimorismo opera quando consolida il potere. UNA VOTAZIONE BLINDATA Dopo il completamento dello spoglio di tutte le schede elettorali da parte dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE), a 23 giorni dal secondo turno elettorale Keiko Fujimori e il suo partito di destra Fuerza Popular si sono assicurati il 50,135% dei voti validi. Il suo rivale di sinistra, Roberto Sánchez, ha invece ottenuto il 49,865% per Juntos por el Perú. È una differenza di circa 50.000 voti su quasi 20 milioni di voti espressi. La figlia del defunto dittatore Alberto Fujimori, condannato per i massacri di Barrios Altos e La Cantuta [1991 e 1992, ai danni di militanti del Partito Comunista del Perù Sentiero Luminoso – ndt] e per evidente corruzione, sta contando i giorni che la separano dall’insediamento alla carica ricoperta dal padre tra il 1990 e il 2000. Da parte sua, Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú ed erede politico di Pedro Castillo [Presidente della Repubblica dal 2021 al 2022, destituito da una mozione di empeachment e sostituito da Dina Boluarte – ndt], ha denunciato una «frode in corso» che lo porterà persino a rivolgersi agli organismi internazionali. Afferma che non riconoscerà un «governo illegittimo» e fa appello a una «coalizione di resistenza patriottica e popolare» con diverse mobilitazioni in tutto il territorio nazionale. Però Roberto Sánchez non ha presentato alcuna prova concreta dei brogli elettorali durante il primo turno elettorale. La sua tesi era che, se fossero stati esclusi i voti dei peruviani all’estero (dove Keiko Fujimori aveva ottenuto oltre il 63% dei voti) sarebbe stato lui il vincitore. Al primo turno delle elezioni legislative, Fuerza Popular ha conquistato 22 dei 60 seggi al Senato e 41 dei 130 seggi del nuovo Parlamento. Juntos por el Perú si è classificato secondo con soli 14 senatori e 32 deputati. > La disparità è significativa: la metà del Paese che ha respinto il fujimorismo > al secondo turno non ha, in nessuna delle due Camere, una presenza > proporzionata alla sua effettiva dimensione. Si ritroverà con un blocco di minoranza a dover affrontare una coalizione che sa già, perché lo ha fatto in passato, come cambiare le regole, proteggere le proprie forze di sicurezza e aggrapparsi al potere a prescindere da qualsiasi esito avverso. I risultati consentiranno al fujimorismo di governare con contrappesi istituzionali minimi ma con la massima impunità possibile. Oggi la questione cruciale è cosa significhi (per un Paese con la memoria che ha il Perù) che il fujimorismo torni nuovamente ad accentrare tutto il potere su di sé. FANTASMI E BERSAGLI FACILI Al termine del primo turno elettorale, abbiamo scritto della persistenza del fujimorismo, di quella parte dell’elettorato che vota per l’attuale presidente eletta elezione dopo elezione. Abbiamo anche affrontato il tema dell’antifujimorismo (il ricordo dei crimini contro l’umanità, delle sterilizzazioni forzate e della corruzione sistemica) come l’identità politica più solida del Perù. Quel ricordo, sopravvissuto a tre tornate elettorali, era stato l’unico elemento che aveva impedito al fujimorismo di tornare al potere nelle elezioni precedenti. Questa volta non è bastato. Per la prima volta dopo quattro tentativi (contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e Pedro Castillo nel 2021), Keiko Fujimori ha trionfato. Tuttavia, non possiamo non rimarcare, come sottolineato da molti analisti, che si tratta di una vittoria di Pirro. Metà del Paese continua a considerare ancora il fujimorismo il principale responsabile del declino istituzionale, politico e sociale degli ultimi decenni. Non è un caso che siano riusciti ad accedere al secondo turno di votazione con appena il 17% dei voti. > In Perù, escludendo i voti della diaspora all’estero, è Roberto Sánchez ad > aver vinto le elezioni. Sono stati i voti di oltre un milione di peruviani > residenti all’estero a ribaltare il risultato nazionale. Il fatto che la > presidenza del Perù sia stata in definitiva decisa da qualcuno che non vivrà > le immediate conseguenze di quel governo è significativo. Il Parlamento uscente, il cui mandato termina il prossimo 27 luglio, sta sfruttando le ultime settimane in carica per approvare leggi che il fujimorismo cerca di attuare da anni. Il 23 giugno, nel pieno della tensione legata ai risultati del ballottaggio, il Parlamento ha approvato in seconda votazione una legge che stabilisce che gli agenti di polizia e il personale militare possono essere processati per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni soltanto da tribunali militari e di polizia, impedendo alla giustizia ordinaria di indagare sugli stessi reati. Si tratta dello stesso sistema di impunità militare che vigeva negli anni ’90 sotto la guida di Fujimori padre. La legge è stata approvata con 52 voti a favore, in contrasto con il monito espresso dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Lo stesso giorno, il Parlamento ha approvato un’altra modifica, meno eclatante ma altrettanto grave: una ridefinizione del reato di crimini contro l’umanità che richiederà la prova che un determinato crimine faccia parte di un «attacco generalizzato o sistematico» contro la popolazione civile, altrimenti dovrà essere giudicato come un crimine comune con i relativi termini di prescrizione che questo comporta. Non è difficile immaginare chi verrà tutelato da questa ridefinizione, né quali casi pendenti potrebbero riemergere nei prossimi anni. La Corte Costituzionale aveva già stabilito che crimini come l’omicidio non possono essere trasferiti alla giurisdizione militare a causa della gravità del danno che provocano. È proprio questo che il fujimorismo, che controlla il Parlamento e le istituzioni dal 2016, ha deciso di garantire prima della fine del docile governo attuale di José María Balcázar, approfittando di un’opposizione ancora dispersa e dell’opinione pubblica concentrata sullo scrutinio delle elezioni presidenziali. LA MEMORIA COME RESISTENZA Se Roberto Sánchez continuerà a lanciare appelli alla mobilitazione, soprattutto nelle regioni andine del Paese, il prossimo 28 luglio non rappresenterà un passaggio di poteri pacifico, bensì la continuazione di un ciclo di risposte di disobbedienza civile a un regime impopolare. L’annuncio di voler ricorrere al Sistema Interamericano per i Diritti Umani [strumento regionale di protezione dei diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani – ndt] è stata una delle sue prime reazioni. È improbabile che queste mobilitazioni possano ribaltare l’esito che i dati ufficiali indicano già come definitivo. Ma le strade, quello stesso spazio dal quale in passato il Perù ha già respinto quello che le urne non sono riuscite a impedire, continueranno a essere il palcoscenico sul quale difendere la memoria che difficilmente sarà rappresentata dal nuovo Parlamento. Non si tratterà di cercare una riconciliazione con coloro che tornano al potere. Piuttosto, si tratterà di garantire che l’eredità dei crimini contro l’umanità di Alberto Fujimori non venga cancellata, non venga trattata come un semplice aneddoto e non diventi, ancora una volta, una ferita che guarisce superficialmente mentre la coalizione che l’ha causata prende formalmente possesso del Palazzo Presidenziale. La vera questione è se il Paese permetterà, ancora una volta, che gli venga chiesto di dimenticare in cambio della stabilità politica. Lo spettro del fujimorismo era più difficile da scacciare perché proveniva dall’interno, da una ferita aperta. L’obiettivo non è aspettare che il tempo la guarisca, è impedire che chiunque possa mai più presentare il fujimorismo come qualcosa di diverso da quello che era. Articolo scritto da Victor Miguel Castillo e pubblicato in castigliano sul sito indipendente Ojala.mx lo scorso 2 luglio 2026. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. Immagine di copertina di © Connie France, foto del19 giugno 2026, quando un cordone di agenti di polizia presidia l’esterno di una sede elettorale di Keiko Fujimori nel centro di Lima, dove è visibile uno striscione con la scritta «La forza dell’ordine», mentre i sostenitori di Roberto Sánchez si radunano in un edificio dall’altra parte della strada per marciare in difesa del loro voto. Víctor Miguel Castillo è membro del Gruppo di Lavoro CLACSO [Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali] Economie popolari: mappatura teorica e pratica, e Coordinatore della Comunicazione presso la Fondazione Rosa Luxemburg per il Cono Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande proviene da DINAMOpress.
July 16, 2026
DINAMOpress
Come l’America Latina ha subìto l’azione dei fascisti italiani
Una azione politica non solo teorico/ideologica ma che, invece, vide una alleanza sul “campo militare” tra esponenti del neofascismo italiano e gruppi terroristici anticastristi/CIA. Leggete pure con calma per scoprire un pezzo di storia poco conosciuta: Scusate se vi è qualche dimenticanza… I movimenti di estrema destra italiani operarono contro […] L'articolo Come l’America Latina ha subìto l’azione dei fascisti italiani su Contropiano.
July 4, 2026
Contropiano
Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte»
Sono passati 10 anni dalla morte di Berta. Qual è oggi la situazione di lotta per la difesa del Rio Gualcarque, e quali altre lotte sta portando avanti il Copinh (Consejo Civico Organizaciones Populares Indigenas de Honduras) nel territorio? La diga Agua Zarca sul Rio Gualcarque, il progetto a cui si opponeva Berta, non è mai stata costruita e questa è una delle vittorie che abbiamo ottenuto grazie alla lotta per ottenere giustizia e verità per l’assassinio di Berta. L’hanno uccisa per costruire la diga ma il progetto non andò avanti. Il Copinh prosegue le sue lotte nel territori a sostegno della popolazione indigena. Gli attacchi e le minacce che subiamo continuano, ma resistiamo. Abbiamo preso un impegno con la morte di Berta. Vogliamo continuare a sostenere la lotta a favore dei fiumi, dei territori e in difesa delle nostre comunità. Da poco tempo siamo riusciti a costruire un incontro internazionale per le energie comunitarie e alternative, l’idea a cui stavamo lavorando quando c’è stato l’assassinio di Berta. Inoltre stiamo continuando ad avere momenti di scambio e crescita con altre comunità e a livello internazionale, recentemente, ad esempio, siamo stati a una serie di incontri di formazione sulle nuove tecnologie in agricoltura biologica in Messico. Vogliamo rivendicare il nostro diritto come popoli indigeni ad avere una risposta alle necessità di base – strade, energia, servizi – senza cedere i nostri diritti sui territori in cui viviamo. Pochi mesi fa una Commissione di Esperti internazionali (GIEI) ha pubblicato un report rispetto al caso di Berta. Ci puoi riassumere quali sono stati gli elementi principali emersi? Questo report per noi è molto importante e non solo perché fa una analisi dettagliata del crimine compiuto nei confronti di Berta, ma perché mostra il modello attraverso il quale la morte si insinua nei nostri territori a causa degli interessi economici. Questo report è stato scritto da una commissione di esperti con l’avvallo dello stato honduregno – con il governo precedente a questo – e con il sostegno della Commissione Interamericana di Diritti Umani. Il report è molto lungo. Ne condividiamo cinque elementi molto importanti per noi. Anzitutto la morte di Berta Cáceres è stato il prodotto di un interesse imprenditoriale. È stata uccisa per la sua opposizione a un progetto idroelettrico. Gli esperti dimostrano che non si è indagato a sufficienza sui proprietari dell’azienda, che non sono ancora stati portati a giudizio. Il terzo aspetto è che lo stato ha saputo del crimine di Berta due mesi prima che si compisse e non ha fatto nulla per fermarlo. Lo sappiamo perché lo stato honduregno stava intercettando le comunicazioni tra gruppi criminali in cui si parlava della preparazione di questo omicidio. Sapevano pertanto cosa stava per accadere. Inoltre il delitto ebbe luogo attraverso finanziamenti internazionali di banche europee che diedero soldi per il progetto della diga. Il banco FMO dei Paesi Bassi, il banco FINFUND finlandese, il Banco Centro Americano di Integrazione Economica che ha soci anche esterni al continente americano. Grazie alla narrativa di un cosiddetto finanziamento allo sviluppo, queste banche hanno fornito 18 milioni di dollari alla famiglia Atala, proprietaria dell’impresa Desa, in Honduras. Di questi 18 milioni la famiglia ha sviato per attività illegali 12 milioni, il 67%. La struttura con cui sviarono questi fondi fu richiedere trasferimenti bancari inserendo numeri di conti correnti di imprese che non avevano nulla a che vedere con i lavori di costruzione dell’opera. Questa struttura avrebbe dovuto essere monitorata da autorità di controllo in Europa e America ma nessuno lo fece. Una delle scoperte più importanti di questo report – che non troverete in altre ricerche – è il filo che collega i fondi elargiti da queste banche internazionali con i responsabili della morte di Berta Cáceres. C’è un filo che collega questi finanziamenti con il pagamento di tre assegni – per un totale di 20 mila dollari – che sono stati utilizzati per pagare i sicari di Berta. Questo report è uno stimolo a continuare ad avere giustizia perché siano puniti i responsabili internazionali e perché continui la lotta per la resistenza nei nostri territori. Di Honduras, purtroppo, si parla poco in Europa, ti andrebbe di raccontarci qualcosa dell’attuale situazione politica a seguito delle elezioni del 2025 e sopratutto a seguito della rielezione di Trump alla Casa bianca? Anche se l’America Latina ha sempre subito una forte presenza degli interessi statunitensi, mai come ora questa presenza è forte e ha avuto un peso enorme nelle elezioni honduregne del 2025 a seguito delle quali da gennaio 2026 abbiamo un nuovo governo. Ora l’esecutivo è totalmente a favore delle imprese. Ad esempio, sta promuovendo leggi per permettere a queste di aumentare lo sfruttamento e i profitti sui territori. Donald Trump ha detto esplicitamente alla popolazione honduregna per chi votare, cioè l’attuale governo. Nel Copinh abbiamo sempre pensato che i cambiamenti nella società devono venire dal basso, dal popolo e non dal governo, tuttavia pensiamo sia estremamente grave questa ingerenza statunitense nella scelta del governo. Inoltre il 30% del prodotto interno lordo viene dalle rimesse dall’estero e siamo molto preoccupati per cosa accadrà nel nostro Paese vista la persecuzione negli Stati Uniti nei confronti della popolazione migrante. Per quanto l’ICE non possa deportare tutte le persone che vivono negli Usa, la situazione ci fa paura, stiamo assistendo a una profonda precarizzazione del lavoro e della vita di chi ha migrato, che ha paura a uscire in strada, ad andare a lavoro o a prendere i figli a scuola. Per noi è molto importante stare qui oggi nonostante siano giorni molto difficili dell’Honduras, pochi giorni fa c’è stato un massacro di contadini nel nord del Paese, con più di 20 morti, ne sono responsabili gruppi del crimine organizzato. È importante che si parli della situazione che viviamo anche qui in Europa. Qual è stato il vostro percorso giuridico per avere giustizia per la morte di Berta? La forma che abbiamo utilizzato nel COPINH per avere giustizia è quella di continuare la nostra lotta che volevano spegnere con l’omicidio. Portare avanti la lotta e l’organizzazione politica nelle comunità è un modo per dire che Berta non è morta. Ovviamente abbiamo anche lottato per la giustizia nei tribunali. Abbiamo avuto due processi nei quali si sono condannate otto persone. Tre di questi membri dell’esercito, tre dell’impresa che è proprietà della famiglia Atala e gli altri appartenenti al crimine organizzato. Abbiamo anche fatto altri due esposti giudiziari, uno per corruzione dell’azienda, dimostrando che il progetto è stato gestito in forme corrotte e un procedimento nei confronti delle autorità locali perché il progetto non ha previsto una consultazione libera e informata delle comunità coinvolte, come dice l’articolo 169 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. Da dicembre 2023 c’è stato un ordine di cattura per una persona della famiglia Atala, che è ancora latitante. Portare a giudizio questo gruppo economico che sta dietro l’impresa Desa è l’obiettivo principale che abbiamo oggi nella nostra ricerca di giustizia. Non ci sono precedenti di procedimenti giudiziari nei confronti di banche per i loro finanziamenti a livello internazionale. Abbiamo querelato il banco olandese FMO per questo loro finanziamento e il legame con l’assassinio ed è la prima volta che accade. Una procura in Olanda – poche settimane fa – ci ha detto che non vuole indagare l’FMO perché non sa cosa incontrerà. Ora stiamo lottando in una corte d’appello in Olanda perché ordini alla procura di fare comunque una indagine su questa banca. Berta diceva spesso che le lotte non fossero tante, ma una. Ci puoi dire cosa volesse dire con questo? Mia mamma ha sempre pensato che lottare solo per una tematica fosse restringere la nostra capacità di organizzare la lotta. Lei diceva che quando stiamo parlando della difesa e della protezione dei fiumi dobbiamo al tempo stesso vedere l’importanza della lotta per la difesa delle donne. A volte è difficile perché siamo obbligate a fare tante lotte allo stesso tempo ma è anche un modo per apprendere e per crescere. Questo sistema ci domina in maniera molteplice. Per questo nella vita quotidiana dobbiamo riuscire a condurre una lotta il più integrale possibile per riuscire ad affrontare le molteplici dominazioni di questo sistema di morte. E’ importante anche che le lotte siano connesse a livello internazionale e che quindi si lotti qui ma anche in Honduras, Messico e Colombia. Che possibilità ci sono ora in Honduras – in una situazione politica così difficile – di articolazione e convergenza delle lotte tra le tante realtà che si organizzano ? La possibilità c’è, bisogna affinare strumenti che ci permettano di articolare queste esperienze e costruire convergenza. A volte è più facile unirsi proprio per via delle avversità che si affrontano. Per questo va accresciuta la nostra capacità di ascoltarci, di lavorare assieme, di comprenderci, ma è importante condividere un fondamento etico che possa tenere assieme la pluralità delle lotte. Dobbiamo trovare il modo per tornare a umanizzarci e uscire fuori da un sistema capitalista che ci vuole sottrarre da qualunque ruolo per renderci persone pronte a consumare. Recentemente è stata approvata una legge per favorire le imprese agroindustriali contro i diritti delle organizzazioni contadine nei territori. Questo sarà uno scenario per poter costruire nuove convergenze e lotte comuni. Foto di copertina di Copinh Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte» proviene da DINAMOpress.
July 2, 2026
DINAMOpress
Bolivia: il ritorno della COB e l’ombra dell’ingerenza imperialista
A poco più di sei mesi dall’insediamento di Rodrigo Paz alla presidenza della repubblica, la Bolivia si trova ad affrontare un conflitto sociale e politico profondo. Un pacchetto di rigide misure di austerità, nello stile del turbo-liberismo tipico dei partiti di estrema destra saliti al potere negli ultimi tempi ma in netto contrasto con le promesse elettorali che lo hanno portato alla vittoria nel ballottaggio contro la destra boliviana tradizionale, ha scatenato una ribellione da parte di diverse organizzazioni sociali, guidate dalla storica Central Obrera Boliviana (COB). Decine di blocchi stradali e la brutale repressione delle enormi manifestazioni di piazza hanno portato il Paese sull’orlo di una crisi politica in poco più di un mese, con conseguenze imprevedibili e inaspettate per un governo appena eletto. L’ombra dell’internazionale di estrema destra, con il protagonismo interventista di Javier Milei e l’esplicita ingerenza degli Stati Uniti, conferisce al conflitto un carattere in linea con i tempi che stiamo vivendo. Per analizzare questa situazione ne abbiamo parlato con l’analista politico ed economista boliviano Diego Moscoso Sanginés. > La Bolivia sta affrontando una crisi che sta spingendo sull’orlo del collasso > il governo di Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi. Misure impopolari e > il tradimento dei settori sociali che costituivano lo zoccolo duro del suo > elettorato di fronte alla debacle della sinistra, hanno provocato una reazione > massiccia da parte delle organizzazioni sociali, guidate dalla COB, con > proteste e blocchi stradali nelle principali città boliviane, in uno scontro > con il governo che appare sempre più caotico e con Rodrigo Paz sempre più > determinato a ricorrere alla repressione, ostentando l’ampio sostegno degli > Stati Uniti e dei governi di destra in tutto il continente. Secondo Diego Moscoso Sanginés, analista boliviano specializzato in questioni relative ai movimenti operai, si tratta di un conflitto in cui entrambe le parti stanno giocando una partita di forza mirata al logorìo e alla sconfitta dell’avversario, senza troppo margine per la negoziazione. I movimenti sociali, con i loro blocchi stradali che strangolano il flusso di merci e persone negli snodi di trasporto strategici, chiedono apertamente le dimissioni del Presidente. Dal canto suo, Rodrigo Paz punta sulla crescita di un’opposizione popolare o di parte della classe media urbana esasperata dalla frustrazione per la carenza di merci e la paralisi economica: in altre parole, fomenta lo scontro tra le parti sociali per facilitare l’implementazione delle sue misure. A tutto questo si aggiunge la brutale repressione, che ha già provocato alcune vittime tra i manifestanti, mentre allo stesso tempo vengono avviate azioni legali contro i dirigenti sindacali e, naturalmente, contro Evo Morales, minacciando addirittura l’intervento delle forze armate. L’abrogazione delle limitazioni imposte alla legge sullo stato di emergenza dopo il colpo di stato di Jeanine Áñez [2019-2020 – ndt] va in questa direzione, aprendo la strada a una repressione ancora più selvaggia. LA RINASCITA DEL MOVIMENTO OPERAIO Un altro nuovo sviluppo evidenziato dall’analista boliviano è che, a differenza delle proteste dei primi anni 2000 che portarono all’ascesa di Evo Morales e del governo del MAS, [Movimento Al Socialismo, partito di ispirazione marxista fondato nel 1987 – ndt] questa volta è il movimento operaio a guidare la mobilitazione anziché i contadini o i coltivatori di coca del Chapare [provincia nel centro del Paese – ndt]. Per Moscoso, si tratta di una «riarticolazione del movimento popolare guidata dalla Centrale Operaia Boliviana, dai minatori, dagli operai delle fabbriche e dalle altre componenti della forza lavoro salariata, in coordinamento con gruppi di contadini, lavoratori dei trasporti, alcuni sindacati e gruppi studenteschi e di attivisti, sempre presenti alle mobilitazioni sociali». La COB ha organizzato importanti mobilitazioni alla fine del 2025 in risposta alle prime misure introdotte da Rodrigo Paz, riuscendo in gran parte a fermarle, anche se questo non ha impedito al governo di perseverare nel suo intento di imporre politiche impopolari. I dirigenti della COB hanno iniziato a essere perseguitati e minacciati di carcere, con molti che sono dovuti passare alla clandestinità tra cui il segretario esecutivo Mario Argollo. L’aspetto però più significativo non è la rinnovata capacità di mobilitazione della COB bensì la sua proposta programmatica, che in alcuni casi riprende la linea storica dei programmi operai e, in altri, affronta direttamente i problemi immediati del Paese andino. Diego Moscoso sottolinea che «(anche se) sono stati i lavoratori agricoli a guidare le proteste all’inizio di questo secolo, adesso esiste un movimento operaio più organizzato e coeso, con un programma politico più chiaro ed elaborato dagli operai delle fabbriche, nonostante la Centrale Operaia Bolivariana sia tradizionalmente sempre guidata dal settore minerario». Anche se all’interno della COB esistono anche settori contadini e l’unione operaio-contadina abbia sempre fatto parte del suo programma, secondo l’accademico boliviano si tratta di «un’alleanza organica degli stessi leader che rappresentano sia i lavoratori che i contadini, che rappresenta una sorta di novità nei processi politici dell’America Latina degli ultimi decenni, nei quali il ruolo del movimento operaio si è fatto sempre più sfumato». > Secondo Diego Moscoso, «uno degli elementi interessanti della proposta della > COB per uscire dalla crisi è il controllo delle valute estere derivanti dalle > esportazioni, perché la crisi in Bolivia è dovuta principalmente > all’incapacità dello Stato di ottenere dollari a sufficienza per il commercio > internazionale», che ha generato «aumenti dei prezzi e svalutazione della > valuta, poiché la maggior parte dei dollari risiede nel settore privato». Come spiegato dall’economista, le imprese di import-export, per lo più in mano a capitali transnazionali, non sono tenute a liquidare gli utili all’interno del Paese. Moscoso riassume così: «Il famigerato Decreto 21.060, che ha introdotto e implementato il neoliberismo nel 1985 sotto il governo del prozio dell’attuale presidente, Víctor Paz Estenssoro [al suo terzo mandato 1985-1989 – ndt], conteneva un elemento chiave nel suo articolo quinto che imponeva a chi esportava di liquidare le proprie riserve di valuta estera presso la Banca Centrale: Controllando il dollaro, controllava le valute estere. Non le esportazioni, ma direttamente i contanti. E questo è rimasto in vigore fino all’ultimo giorno del primo mandato di Gonzalo Sánchez de Lozada (Goni) [6 agosto 1997 – ndt], quando emanò un decreto che eliminava tale obbligo per gli esportatori sostenendo che, visto che tutto era già stato privatizzato e che la tendenza andava verso l’aumento delle riserve valutarie, non c’era più bisogno che le imprese di import-export liquidassero tutto». Durante i governi del MAS [2005-2019 e 2020-2025 – ndt], il controllo dei cambi non venne reintrodotto. Poiché la politica economica era incentrata sulla nazionalizzazione dell’industria strategica, i proventi in valuta estera derivanti dalle esportazioni non furono controllati «perché la crescita generava esportazioni a sufficienza, lo Stato esportava e i proventi in valuta estera erano abbastanza. Ma lo Stato non ha più quella capacità di esportazione di prima», spiega Moscoso. «Con la crisi delle esportazioni e il crollo dei prezzi, non sussiste più lo stesso flusso di beni e merci. Luis Arce [al governo dopo il colpo di stato di Jeanine Áñez, dal 2020 al 2025 – ndt] avrebbe dovuto fare proprio questo: reintrodurre il controllo dei cambi in modo che gli esportatori liquidassero i profitti in valuta estera presso la Banca Centrale. Ma non lo ha fatto, non ne ha avuto il coraggio. Se lo Stato non controlla le esportazioni e le importazioni per ottenere valuta estera a sufficienza per il mercato internazionale, non ci sarà soluzione. La tendenza sarà un’ulteriore svalutazione della moneta, aumenti dei prezzi e scarsità dei prodotti che devono essere importati, non soltanto beni di consumo ma anche materie prime essenziali per l’industria». Prosegue affermando che si tratta di una misura controversa, persino rivoluzionaria in questo contesto, ma necessaria e centrale nel programma della COB. Il problema della valuta estera non è soltanto una questione macroeconomica ma ha un impatto quotidiano sulla carenza di carburante, aggravata dai blocchi stradali ma principalmente come conseguenza diretta della mancanza di valuta estera per le importazioni. > Una delle misure più impopolari di Rodrigo Paz, l’eliminazione dei sussidi sui > carburanti, ha tentato di affrontare il problema dalla prospettiva > profondamente neoliberista di eliminare la regolamentazione statale > dall’economia, con il risultato che quando lo Stato è finalmente intervenuto > lo ha fatto nel peggiore dei modi, creando una crisi senza precedenti a causa > dell’importazione di carburante adulterato. La cura si è rivelata peggiore del > male, causando addirittura guasti diffusi ai motori e facendo salire alle > stelle il malcontento pubblico. In questo contesto, i blocchi stradali che alla fine di maggio avevano interrotto oltre 90 autostrade e snodi stradali in tutta la Bolivia, hanno di fatto finito con il creare un’alleanza tra operai e contadini. Nel programma della COB, spiega Diego Moscoso, «ci sono punti piuttosto avanzati già presenti nei programmi precedenti, ma la novità di questo programma politico della COB risiede nell’autogestione operaia come ideale, come obiettivo da raggiungere, e nel controllo delle valute, elementi che spiccano insieme all’alleanza tra operai e contadini». LA CRISI POLITICA Nel frattempo, la presenza e la leadership dei partiti politici si sono fatte più sfumate, soprattutto a seguito della crisi e delle divisioni interne al MAS, anche se Moscoso riconosce la perdurante rilevanza della figura di Evo Morales, messa alle strette dalla persecuzione dell’ex-Presidente Luis Arce prima e da quella di Rodrigo Paz adesso. «Evo non è soltanto un leader politico, è una figura di potere. Nessuno, nemmeno unendosi al resto degli altri leader politici, può raggiungere il livello di potere politico di cui dispone Evo Morales né il suo impatto sulla società, soprattutto sui settori popolari». Il governo sfrutta questa situazione come «strategia di propaganda» per «attribuire tutti i mali alla figura di Evo Morales, arrivando persino ad attribuirgli più potere di quanto ne abbia in realtà, come ad esempio affermando che Evo Morales finanzia le proteste e che tutti sono suoi sostenitori». Tuttavia, in pratica, nonostante Evo Morales conservi un’enorme influenza, la sua capacità di agire è diminuita trovandosi confinato nella regione del Chapare sotto il pericolo di essere arrestato e protetto dalle organizzazioni di base dei coltivatori di coca. La minaccia, nonostante finora non vi siano prove di progressi concreti in tale direzione, è quella di estradare Evo Morales negli Stati Uniti per farlo entrare a far parte di quella sorta di galleria di trofei di leader antimperialisti catturati o assassinati da Donald Trump. Un altro punto sottolineato da Diego Moscoso è che l’ampio sostegno sociale a Rodrigo Paz, considerato il male minore al secondo turno delle elezioni data la sconfitta autoinflitta del MAS, ha evidenziato l’importanza del sostegno del vicepresidente Edmand Lara, ex-agente di polizia salito alla ribalta come influencer sui social media. Edmand Lara, tuttavia, è stato estromesso da ogni processo decisionale non appena la coalizione si è insediata al potere e non è riuscito a dimostrare la capacità di incanalare il sostegno ricevuto o di agire da mediatore nel conflitto. > Le misure neoliberiste estreme implementate fin dall’inizio da Rodrigo Paz > hanno rapidamente alienato la base che lo aveva votato e che aveva permesso la > sua ascesa alla presidenza. «Rodrigo Paz ha formato il proprio governo con i quadri politici e tecnici di Samuel Doria Medina [politico e imprenditore boliviano, proprietario della franchise Burger King in Bolivia – ndt], Jorge Tuto Quiroga [politico boliviano, candidato contro Evo Morales nel 2005 – ndt] e del settore agroindustriale di Santa Cruz: in altre parole, i suoi avversari politici nella contesa elettorale sono quelli che lo accompagnano nel suo governo», afferma Moscoso. Inoltre, «non ha creato alcuno spazio politico per le organizzazioni sociali che lo avevano sostenuto», escludendo per la prima volta in quasi vent’anni (con l’eccezione della breve dittatura di Jeanine Áñez) i settori popolari dall’accesso ai luoghi del potere politico dello Stato. Al contrario, il governo sta spingendo per la reintroduzione dei prestiti dal FMI, nonostante «durante la sua campagna elettorale avesse affermato che non si sarebbe rivolto al Fondo Monetario Internazionale o ad altri organismi internazionali, che sapeva come uscire dalla crisi senza indebitarsi e senza dipendere da tali organismi internazionali, e questo ha generato un malcontento diffuso. È uno degli elementi che ha maggiormente inciso sull’amministrazione di Rodrigo Paz». L’evoluzione degli eventi in corso sta precludendo ogni possibilità di negoziato politico, con entrambe le parti che si irrigidiscono sempre di più. Moscoso aggiunge che il governo «vede la soluzione dal punto di vista del conflitto. Non ha ancora usato la forza militare né dichiarato lo stato di  mergenza (potrebbe farlo in seguito) ma sta organizzando truppe d’assalto fasciste per resistere». La spirale del conflitto si trasforma così in una prova di resistenza, in cui a vincere sarà chi esercita maggiore pressione e, al tempo stesso, chi riesce a resistere più a lungo. La COB stessa e i settori contadini dell’altipiano andino propongono le dimissioni del Presidente come orizzonte della lotta e di conseguenza «il governo punta a logorare le mobilitazioni, lasciando passare il tempo fino a quando non perdono slancio, per poi fare pressione sulla popolazione stessa». > Questa strategia è particolarmente diffusa a La Paz, che sta subendo il peso > maggiore dell’assedio, e mira a fomentare l’opinione pubblica affinché la > gente respinga o si rivolti contro le organizzazioni sociali in mobilitazione. > In sintesi, «non esiste alcuna scadenza, petizione o richiesta che permetta > che un tavolo di dialogo con il governo possa raggiungere un obiettivo, e il > governo non ha né la capacità né la volontà di organizzare un incontro». Moscoso sottolinea inoltre che le organizzazioni sociali hanno ancora molta strada da fare in termini di mobilitazione e intensificazione del conflitto, in parte perché nella zona principale dei blocchi stradali, l’altipiano andino, è in corso la stagione della semina e gli agricoltori «devono alternarsi tra le loro attività quotidiane di sopravvivenza e le azioni di pressione sociale». In questo contesto, lo scenario politico rimane aperto, perché le dimissioni di Rodrigo Paz, qualora si verificassero, porterebbero a un governo ancora più debole, tirato per la giacchetta dai diversi settori della società boliviana. Pertanto, «le dimissioni di Rodrigo Paz non sono garanzia di vittoria, perché i problemi sono strutturali, sono problemi di scelte politiche, tra cui la principale è il controllo delle valute estere provenienti dalle esportazioni», che un governo debole non può gestire efficacemente. L’INTERVENTO DEGLI STATI UNITI E DEI SUOI SATELLITI La subordinazione della classe dirigente boliviana agli interessi delle potenze imperialiste è una costante nella sua storia ma con alcune significative interruzioni: la più recente è stata l’ascesa alla presidenza di Evo Morales [2005-2019 – ndt]. A loro volta, sia il Brasile che l’Argentina, in quanto paesi egemonici o sub-egemonici nella regione, hanno esercitato forti ingerenze nella politica boliviana. Nel caso dell’Argentina, gli esempi abbondano e sono piuttosto recenti, come il sostegno al governo di Mauricio Macri durante il colpo di stato governativo del 2019 attraverso la fornitura di armi per la repressione e, in precedenza, l’intervento della dittatura argentina nel 1980 in favore del sanguinoso colpo di stato guidato dal generale Luis García Meza. Javier Milei conosce bene questo schema storico. Aerei Hercules dell’Aeronautica argentina sono atterrati in territorio boliviano trasportando presunti aiuti umanitari per rimpiazzare i rifornimenti che non riescono a raggiungere le città a causa dei blocchi stradali. Tuttavia, considerando i precedenti voli durante la presidenza di Mauricio Macri, ci sono forti dubbi sull’effettivo contenuto del carico di questi velivoli. Ancora più controverso è il ruolo del consigliere argentino di Rodrigo Paz, Fernando Cerimedo, figura dal passato tutt’altro che trasparente e fondatore in Argentina de “La Derecha Diario” [lanciato nel 2020 on line con edizioni in lingua spagnola, inglese ed ebraica – ndt]. Le sue precedenti apparizioni pubbliche sulla scena internazionale lo vedono impegnato in Honduras come consigliere del candidato di Donald Trump e attuale presidente, Nasry Asfura [eletto il 27 gennaio 2026 – ndt] e, prima ancora, con il clan Bolsonaro durante il fallito assalto al Palazzo del Planalto dell’8 gennaio 2023. In Argentina, Fernando Cerimedo fa parte del gruppo di notabili di estrema destra che gravitano attorno al nucleo del potere di Javier Milei, con stretti legami con la strategia del trumpismo volta ad assoggettare l’America Latina alla propria sfera d’influenza. In Bolivia, appare come una figura influente nel governo di Rodrigo Paz. > Secondo Moscoso, il ruolo poco chiaro di questo consigliere potrebbe essere > alla base della politica di Rodrigo Paz di spingere lo scontro all’estremo. > «La presenza di questo signore in Bolivia spiega alcune delle decisioni del > governo, come l’intransigenza nei confronti della mobilitazione popolare, > l’inasprimento del conflitto, l’uso di truppe d’assalto, l’esacerbazione del > razzismo, la guerra digitale delle fake news e la persecuzione politica dei > dirigenti sociali e sindacali, ad esempio». Che sia così o meno, la centralità di un consulente straniero in un governo in crisi è degna di nota, al punto da generare attriti anche all’interno della stessa destra boliviana. Marcel Rivas, un dirigente che ha fatto parte del governo di Jeanine Áñez, lo ha accusato di fomentare il caos come strategia politica, non soltanto in relazione al conflitto, ma persino all’interno dello stesso governo. Fernando Cerimedo è soltanto un ingranaggio in un più ampio schema interventista. Le dichiarazioni di aperto sostegno al governo da parte di alti funzionari del governo statunitense lo dimostra chiaramente. Moscoso aggiunge che «pochi giorni dopo l’insediamento di Rodrigo Paz, la Bolivia ha interrotto le relazioni con l’Iran e ha riaperto quelle con Israele, consentendo nuovamente agli israeliani di viaggiare in Bolivia senza visto e permettendo l’entrata del Mossad all’interno dell’apparato di intelligence». I legami tra questi elementi, l’intensificarsi della repressione e la deriva a destra del governo di Rodrigo Paz, così come la politica di controllo emisferico degli Stati Uniti, sono innegabili. Abbiamo già accennato alla minaccia costante contro Evo Morales, che rientra anch’essa in questo piano per il quale «non lo vogliono libero né politicamente attivo, ma non lo vogliono nemmeno in una prigione boliviana perché ciò creerebbe una situazione in cui sarebbe attivo, presente e potrebbe persino mobilitare migliaia di persone». La soluzione, quindi, sarebbe quella di forzarne l’esilio, volontario o con la forza, sebbene si tratti di «un equilibrio delicato»: se arrestassero Evo Morales o tentassero di assassinarlo, il Paese potrebbe precipitare nel caos. Potrebbe essere il motivo per lo scoppio di una guerra civile. Questo è un altro fattore che i poteri de facto in Bolivia e negli Stati Uniti devono tenere in considerazione». Infine, nonostante la complessità della situazione, l’analista boliviano ritiene che questo sforzo di mobilitazione stia «consentendo una riarticolazione delle organizzazioni sociali e la costruzione di un programma politico, perché non sono soltanto le rivendicazioni di settore a motivare le mobilitazioni in luoghi diversi». Resta in essere la possibilità che questo processo si consolidi in una nuova agenda che aggiorni il processo di cambiamento iniziato con le dimissioni di Gonzalo Sánchez de Lozada nel 2003 e proseguito con i governi di Evo Morales. Articolo pubblicato in spagnolo il 10 giugno 2026 sul sito Tektonikos, che ringraziamo per la gentile concessione. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. Immagine di copertina dell’assunzione del governo di Rodrigo Paz, da commos wikimedia, della Presidenza della Repubblica dell’Ecuador. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Bolivia: il ritorno della COB e l’ombra dell’ingerenza imperialista proviene da DINAMOpress.
July 1, 2026
DINAMOpress
L’avanzata globale della repressione antisindacale
L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) […] L'articolo L’avanzata globale della repressione antisindacale su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
Difendersi dalla strategia imperiale
DA UNA DECINA DI ANNI SIAMO ENTRATI IN UN MONDO MULTIPOLARE CON STATI UNITI, CINA E RUSSIA CONFIGURATI COME GRANDI POTENZE. QUESTO COMPORTA NUMEROSI CAMBIAMENTI DI CUI I MOVIMENTI DEVONO PRENDERE CONSAPEVOLEZZA E CHE, SECONDO RAÚL ZIBECHI, SPIEGANO L’ASCESA OVUNQUE DELLE DESTRE – L’ULTIMO CASO IN AMERICA LATINA È QUELLO DEL COLOMBIANO DE LA ESPRIELLA -, DAL MOMENTO CHE RIGUARDANO LA MILITARIZZAZIONE, IL PATRIARCATO, IL NEOCOLONIALISMO. MA SOPRATTUTTO IL FATTO CHE GLI STATI NAZIONALI SONO STATI PROTETTI PER SERVIRE IL CAPITALE. IN QUESTO CONTESTO OSCURO CI SONO DIVERSE SCELTE CHE COMUNITÀ E MOVIMENTI STANNO ATTUANDO DA PRENDERE COME ESEMPIO, SCELTE LONTANE DALLA STRATEGIA DEL PRIMA PRENDERE IL POTERE E POI CAMBIARE IL MONDO A proposito di costruzione di autonomia in basso, difesa del territorio, ricomposizione delle relazioni sociali: dal 24 al 26 luglio torna il Festival Alta Felicità in Val Susa. Foto di Luca Perino: i volontari e le volontarie del festival (luglio 2019) -------------------------------------------------------------------------------- John Mearsheimer è considerato il più importante analista geopolitico in questi tempi di caos e collasso sistemico, e offre analisi tanto chiare e semplici quanto profonde. Vale la pena ascoltarlo. In una recente intervista, sostiene che dal 2017 siamo entrati in un mondo multipolare con Stati Uniti, Cina e Russia configurati come grandi potenze (Infobae, 9 maggio 2026). Questa transizione dall’unipolarismo al multipolarismo ha profonde conseguenze per lo scenario globale e apre un periodo di grande instabilità, sebbene lui non lo definisca in questi termini. Come latinoamericani, siamo interessati alla sua prospettiva sul ruolo del nostro continente nella strategia di Washington. “L’America Latina è l’area più importante del mondo dal punto di vista strategico per gli Stati Uniti”, dice Mearsheimer. «Il punto chiave è che gli Stati Uniti sono una potenza egemone nell’emisfero occidentale. Sono, di gran lunga, lo stato più potente dell’emisfero: dominano militarmente ed economicamente tutti i paesi dell’America Latina. Pertanto, non subiscono minacce alla sicurezza da parte dei loro vicini latinoamericani e godono di una notevole sicurezza all’interno dell’emisfero occidentale. Questo permette loro di concentrarsi sull’Asia orientale, sull’Europa e sul Golfo Persico», conclude. Gli Stati Uniti possono tollerare che la Cina intrattenga stretti legami economici con l’America Latina, ma non possono accettare relazioni militari, poiché ciò minerebbe la Dottrina Monroe. Dal Sud, la brasiliana Carolina Silva Pedroso, esperta di relazioni Usa-America Latina, sostiene che, secondo la Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata nel 2025, “l’America Latina assume una posizione prioritaria nella politica statunitense, sostituendo il Medio Oriente come regione di interesse centrale” (IHU, 23 giugno 2026, enfasi aggiunta). Sebbene Nicholas Spykman avesse già formulato queste idee nei primi decenni del secolo scorso, è necessario riconsiderare questi punti: il continente latinoamericano è vitale per gli Stati Uniti al fine di mantenere una posizione dominante nel sistema internazionale. Inoltre, va aggiunto, ciò è particolarmente vero ora che la potenza egemonica è in declino e a tratti vicina al collasso come nazione. Sulla base di queste analisi, ritengo necessario e urgente comprendere come questa realtà influenzi e influenzerà i movimenti popolari e i popoli in movimento nella nostra regione. Non si tratta di una semplice ripetizione della lunga storia del “giardino sul retro”, ma di cambiamenti strategici che dobbiamo prendere in considerazione. Il primo punto è la militarizzazione permanente e profonda del continente. Ciò che un tempo era temporaneo e circostanziale è ora diventato strutturale. La militarizzazione di ogni aspetto della vita, dalle relazioni sociali alla natura, è destinata a rimanere; è il nucleo dell’economia e la chiave di volta dell’accumulazione di capitale. Nessuno dovrebbe credere che si tratti di una deviazione dalla norma (come lo erano i colpi di stato), bensì della norma stessa per un periodo impossibile da determinare, ma che non sarà breve. Pertanto, dobbiamo riflettere su come resistere a questa nuova realtà. Il secondo punto è che la militarizzazione non dipende da chi governa, proprio perché è una questione strutturale del capitalismo contemporaneo. In questo senso, non esistono confini geografici o politici. Osserviamo i governi progressisti e vedremo che hanno compiuto passi sostanziali verso la militarizzazione in ogni singolo paese. Il terzo punto è che anche il patriarcato e il colonialismo sono funzionali alla logica militarista, il che li rende molto più pericolosi. Da qui la brutale espansione dei femminicidi, con i loro metodi tremendamente predatori che distruggono la vita e il corpo delle donne e delle persone di colore. In quarto luogo, il militarismo si manifesta in molti modi diversi: dalla criminalità organizzata ai programmi sociali, inclusa la “cultura” che emana dai media e le modalità con cui vengono praticati gli sport commercializzati. In questo scenario, non sorprende che figure come Keiko Fujimori, Bukele e ora De la Espriella, accomunate dal disprezzo per la vita e da alleanze con la criminalità organizzata e i gruppi paramilitari, siano arrivate al potere. Sono proprio queste le persone di cui il capitalismo ha bisogno in questo momento. È urgente cambiare strategia, soprattutto ora che gli stati nazionali sono stati protetti per servire il capitale e lo stato sociale è stato smantellato. La strategia in due fasi, che Wallerstein denunciò come un errore della vecchia sinistra – prima prendere il potere e poi cambiare il mondo -, non ha mai funzionato, ma ora presenta una pericolosa distorsione perché intrappola il popolo. Le nuove strategie sono quelle che alcune comunità e movimenti stanno attuando da trent’anni: difesa del territorio, autogoverno e autodifesa, in altre parole, costruzione dell’autonomia. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada (dove è apparso con il titolo L’America Latina nella strategia imperiale) -------------------------------------------------------------------------------- L’adesione di Raúl Zibechi alla campagna Un tetto Comune: Non esiste un nuovo mondo senza spazi di incontro. Senza territori abitati da coloro che sognano ma al tempo stesso costruiscono le relazioni sociali e il legame con la natura che ci permetteranno sia di sopravvivere al Collasso sia di dare vita al nuovo. Un nuovo mondo che deve essere diverso da quello che conosciamo, costruito con altri materiali. Il più importante di questi, quello che deve plasmare il nuovo mondo, è la fraternità, il legame tra coloro che sono in basso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Difendersi dalla strategia imperiale proviene da Comune-info.
June 27, 2026
Comune-info
Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane
Le urne di Colombia e Perù hanno decretato la sconfitta delle alternative progressiste, premiando una destra fortemente focalizzata sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In entrambi i paesi, i cittadini hanno votato in un clima di fortissima polarizzazione, consegnando ai vincitori scarti inferiori all’1% e aule parlamentari spaccate a metà. A […] L'articolo Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
La sinistra contro le destre: il caso Milei
A livello globale, la sinistra si trova ad affrontare un dibattito strategico su come rispondere all’attuale ondata reazionaria. La risposta dipende da come caratterizziamo questo periodo, da cosa intendiamo per estrema destra e da quale tipo di unità politica riteniamo necessaria per contrastarla. In Argentina, la discussione sta acquisendo sempre maggiore rilevanza, dato il graduale declino del governo Milei. Prima di esaminare il caso argentino, tuttavia, è opportuno considerare la portata globale del fenomeno. L’estrema destra sta avanzando in tutto il mondo a un ritmo irregolare ma decisivo. Non è invincibile, come dimostra la recente sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria, ma non è nemmeno un fenomeno puramente contingente. Sebbene l’estrema destra continui a sfuggire a una definizione univoca a causa della sua natura eterogenea e in continua evoluzione, gli eventi degli ultimi anni ci obbligano ad abbandonare una tesi precedentemente dominante: che questi movimenti fossero semplicemente una variante stridente e retoricamente più aggressiva della destra tradizionale. Se da un lato non si può escludere in certi casi una «normalizzazione borghese» verso il conservatorismo convenzionale, dall’altro la tendenza prevalente indica la direzione opposta: una reale minaccia autoritaria, pronta a erodere le libertà democratiche, i diritti sociali conquistati nel XX secolo e persino l’incolumità fisica dell’opposizione politica. Gli esempi si accumulano. Negli Stati uniti, Trump ha trasformato l’Ice in una forza di polizia politica federale dedita ad arresti e deportazioni arbitrarie. Netanyahu sta conducendo una guerra di sterminio a Gaza e perseguitando i suoi oppositori. Milei sta guidando la più grande offensiva contro la classe operaia dai tempi dell’ultima dittatura militare. Bukele governa El Salvador in uno stato di emergenza permanente. Orbán ha impiegato più di un decennio per costruire un regime autoritario. Ma l’avanzata autoritaria non si traduce ancora in un consolidamento duraturo. Negli ultimi mesi, si sono verificati diversi eventi che sembrano indicare un rallentamento di questa avanzata: la sconfitta elettorale di Orbán, il calo di popolarità di Trump, il deterioramento dell’immagine di Milei e la sconfitta di Meloni all’ultimo referendum costituzionale. Si potrebbero citare anche esempi contrari: Flavio Bolsonaro in testa nei sondaggi in Brasile, Reform UK che rompe lo storico sistema bipartitico britannico e l’ottima performance del fujimorismo al ballottaggio peruviano. Tutto ciò dimostra che ci troviamo di fronte a una situazione aperta e che l’estrema destra non ha ancora stabilizzato il suo progetto. Stiamo attraversando un periodo reazionario, secondo l’analisi di Valerio Arcary: un ciclo prolungato in cui l’equilibrio di potere si sbilancia a causa dell’accumulo di sconfitte, la sinistra si ritrova sulla difensiva e l’estrema destra conserva una solida base sociale.  MILEI COME CRISTALLIZZAZIONE DI UNA SCONFITTA Contrariamente alla tendenza globale, gran parte dell’analisi della sinistra argentina presuppone che la situazione politica locale continui a essere definita dall’oscillazione del pendolo. Secondo questa interpretazione, i due poli del pendolo stanno attraversando una crisi parallela: così come Milei ha spazzato via la destra tradizionale, il peronismo, dall’altra parte, sta soffrendo una crisi di rappresentanza di cui la sinistra sta approfittando. Questa diagnosi è errata e porta a conseguenze politiche fuorvianti, persino illusorie. I rapporti di potere sociale si sono deteriorati significativamente negli ultimi anni. In un paese in cui, per lungo tempo, la possibilità di politiche di aggiustamento e riforme strutturali a favore delle imprese era stata bloccata, Milei è riuscito a imporre «il più significativo aggiustamento fiscale in un’economia in tempo di pace» (Fmi). E lo ha fatto non solo senza un’immediata esplosione sociale, ma consolidando il proprio potere. Qualcosa è cambiato nel cuore stesso della società. Attualmente, l’immagine di Milei sta subendo un calo significativo, come dimostrano tutti i sondaggi. Tuttavia, ciò non giustifica la conclusione che si sia ripresentata una situazione di stallo. Dopo due anni di mandato, in un contesto di crollo dei redditi e paralisi dei consumi, il fatto che il governo mantenga un indice di gradimento tra il 30% e il 40%, dopo essere partito con un sostegno vicino al 50%, testimonia più la sua resilienza che la sua debolezza. La sopravvivenza politica di Milei rivela qualcosa di importante sull’evoluzione dei rapporti di potere sociali e politici. Questo cambiamento negli equilibri di potere può assumere diverse forme. La più ovvia è la repressione aperta. Un’altra via, complementare o alternativa alla coercizione diretta, è la sconfitta esemplare di un settore del lavoro strategico: i casi classici dei minatori britannici sotto Thatcher o dei controllori del traffico aereo durante l’era Reagan lo dimostrano. Anche le crisi economiche terminali, in particolare l’iperinflazione, possono svolgere questo ruolo. Infine, esiste un meccanismo meno analizzato, derivato dall’analisi gramsciana dello «stallo catastrofico»: una graduale alterazione degli equilibri di potere prodotta da una prolungata situazione di stallo politico, in cui ciascuna forza riesce a porre il veto al progetto dell’avversario ma non può imporre il proprio. Questa dinamica erode la base sociale degli stessi contendenti e instilla nella popolazione un diffuso senso di demoralizzazione e disperazione. Il recente caso argentino può essere considerato un esempio di questa logica. Milei rappresenta il culmine di quindici anni di costruzione della destra di fronte a un campo progressista esausto. La sua ascesa dipende non solo dalla sua forza personale, ma anche dalla debolezza strategica del suo avversario. La base sociale della destra è uscita dalla debacle di Macri più radicalizzata. La base kirchnerista è entrata in una fase di demoralizzazione e confusione. Per tutte queste ragioni, l’estrema destra va intesa come un fenomeno organico e non come un incidente di percorso. Questa caratterizzazione non implica, ovviamente, che il contesto politico e le dinamiche di potere che hanno permesso l’ascesa di Milei siano irreversibili. Tuttavia, un improvviso cambiamento della situazione è improbabile. Se ci sarà un riallineamento, sarà più lento e graduale, simile al ciclo iniziato nel 1995 e culminato nel 2001. LEGGI ANCHE… ECONOMIA MILEI E QUELLA PASSIONE PER L’ESTREMISMO  Nicola Melloni SCONFITTA SOCIALE E SUOI LIMITI Ciò non equivale ad affermare che la sconfitta sociale abbia prodotto uno spostamento omogeneo a destra nell’intera popolazione o una perdita irreversibile della capacità di resistenza. Definisco «sconfitta sociale» un’alterazione pratica negativa dei rapporti di forza: la perdita della capacità delle classi popolari di bloccare offensive regressive che, in un altro momento, avrebbero incontrato una resistenza ben più intensa. Il lavoro empirico su cui si basa Balsa, condotto nel 2023, ci permette di chiarire questo punto. I suoi sondaggi hanno mostrato una società sostanzialmente divisa in tre terzi. Un terzo sosteneva posizioni coerenti ed economicamente progressiste: difesa del ruolo dello Stato, diritti dei lavoratori e redistribuzione. Un altro terzo aveva un nucleo neoliberista intransigente. E un terzo intermedio, più diffuso, comprendeva settori centristi, moderati, apolitici o semplicemente frustrati, privi di un solido quadro ideologico. Poiché l’elettorato si è infine frammentato in due grandi blocchi, ciò che solitamente determina il primato dell’uno o dell’altro è quale delle due minoranze più forti riesce ad attrarre la maggioranza di questo settore intermedio. Non c’è stata, quindi, una conversione di massa della società al neoliberismo o alla destra: il blocco delle posizioni redistributive e il blocco neoliberista partivano da una posizione di approssimativa parità numerica. Il fattore decisivo si è verificato a un altro livello. Non sappiamo con precisione come si siano evolute queste correnti dopo due anni di governo Milei. La base filogovernativa più intransigente ha mostrato una notevole risolutezza di fronte all’aggiustamento fiscale e al calo delle entrate, ma l’attuale crisi del governo sembra rafforzare gradualmente l’opposizione e creare crepe nella base di sostegno ufficiale. Persino il settore imprenditoriale sta iniziando a considerare una figura alternativa in grado di sostenere il programma economico qualora il calo di popolarità di Milei dovesse compromettere la sua rielezione. In ogni caso, gli studi empirici sul 2023 restano rilevanti: esiste una base sociale con posizioni redistributive, di dimensioni equivalenti al nucleo neoliberista, pronta a opporsi all’attuale programma di aggiustamento. Oggi, tuttavia, questa base funziona più come un blocco ideologico che come una forza politica attiva: è sulla difensiva, cerca di evitare il peggio. È l’esatto opposto della radicalizzazione del suo avversario. I dati empirici sui conflitti sociali sotto il governo Milei confermano questa diagnosi. Secondo il Ministero del Lavoro, nel 2025 in Argentina si sono registrate 465 controversie di lavoro con scioperi, il dato più basso degli ultimi vent’anni; nel settore privato, invece, se ne sono contate solo 157, il numero più basso nella serie statistica. I picchetti, secondo un’indagine della società di consulenza Diagnóstico Político , sono diminuiti da 8.239 nel 2023 a 3.893 nel 2025: una riduzione di quasi il 53% e il dato più basso dal 2011. Il conflitto esistente è prevalentemente di natura difensiva: secondo il Centro di Economia Politica Argentina (Cepa), il 63,6% dei casi esaminati tra gennaio 2024 e febbraio 2026 ha riguardato licenziamenti. Ci sono state, ovviamente, importanti giornate di mobilitazione contro il governo: le marce del 24 marzo, la Marcia dell’Orgoglio Antifascista e Antirazzista in seguito alle dichiarazioni di Milei a Davos, gli scioperi generali della Cgt e le manifestazioni universitarie contro i tagli al bilancio. Queste grandi mobilitazioni dimostrano che la capacità di resistenza non è stata spezzata ma, per il momento, non sono sufficienti a modificare la situazione di fondo. Questa debolezza è evidente anche in ambito ideologico. I recenti risultati delle elezioni universitarie ne sono una dimostrazione: la sinistra sta perdendo la capacità di attrarre le giovani generazioni. Nelle elezioni studentesche dell’Università di Buenos Aires (Uba), storicamente un importante barometro dell’impegno politico giovanile, la sinistra ha registrato il suo peggior risultato dalla fine degli anni Novanta. Il basso livello di conflitto sociale sta influenzando le ipotesi su come potrebbe finire il governo di Milei. Un’eventuale sconfitta elettorale di Milei nel 2027 aprirebbe una nuova fase politica, ma non chiuderebbe di per sé il periodo reazionario. Le condizioni che lo hanno generato continuerebbero a persistere: l’ala di destra sociale formatasi dal 2008, l’attenuarsi del conflitto sociale e l’atmosfera di pragmatismo ereditata sia dai fallimenti progressisti che dal radicalismo di destra. Il caso brasiliano ne è un esempio lampante: sebbene Lula abbia sconfitto Bolsonaro nel 2022 e sia riuscito a migliorare i principali indicatori sociali, il bolsonarismo mantiene una base elettorale vicina al 35% e continua a essere altamente competitivo nelle prossime elezioni. Il fatto che una sconfitta elettorale non ponga fine al ciclo politico non significa che sia indifferente che venga inflitta o meno. In una situazione del genere, guadagnare tempo è fondamentale. Sconfiggere Milei alle elezioni non basta a ricostruire la forza del movimento popolare, ma impedisce all’estrema destra di ottenere una vittoria strategica. LEGGI ANCHE… ARGENTINA MILEI, IL QUARTO CICLO LIBERISTA Salvatore Cannavò FRONTE ANTIFASCISTA POPOLARE? Quale valore hanno dunque i dibattiti che il marxismo ha sviluppato di fronte all’ascesa del fascismo nel secolo scorso, in particolare quelli riguardanti il fronte operaio unito e il fronte popolare? Vale la pena ripercorrere il dibattito marxista degli anni Venti e Trenta. Il fronte unito fu discusso per la prima volta nel 1922 nell’Internazionale Comunista e successivamente ripreso nella lotta contro il fascismo. Lenin fu categorico sulla sua importanza: chiunque non comprendesse il fronte unito era perduto per il movimento comunista. Perry Anderson lo definì «l’ultimo grande consiglio di Lenin al movimento operaio occidentale prima della sua morte». Per Gramsci, nella politica del fronte unito sembrava esserci in gioco qualcosa di più di una semplice unità difensiva con i riformisti. Il fronte unito rappresentava un tentativo di unificare e consolidare l’attività di tutti i lavoratori, non solo di coloro che aderivano al partito rivoluzionario. La sua logica è relativamente semplice: le masse devono unire le proprie forze per difendersi. Il problema è che, un secolo dopo quel dibattito, la realtà della classe operaia e della sinistra non potrebbe essere più diversa. Come abbiamo sottolineato, il fronte unito degli anni Venti presupponeva l’esistenza di due veri partner con una presenza massiccia tra la classe operaia: un partito socialdemocratico riformista e un partito comunista rivoluzionario. Quel mondo non esiste più. Le tradizionali socialdemocrazie europee, come il Partito Socialista Francese (Ps) o il Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), hanno cessato di essere veri partiti operai decenni fa. Le nuove forze di sinistra, come Die Linke, Podemos o La France Insoumise, sono attori significativi, ma la loro forza si esprime principalmente nell’arena elettorale e non si traduce in una presenza di massa organica. Nemmeno gli esperimenti neopopulisti in America Latina, come il kirchnerismo o Morena, possono essere definiti forze riformiste indipendenti.  Cosa significa parlare di fronte unito quando non ci sono più due grandi partiti operai in lizza per la guida di una classe operaia organizzata, ma piuttosto sinistre frammentate, macchine elettorali instabili e movimenti popolari molto più deboli? Un fronte unito resta necessario, soprattutto laddove esistono organizzazioni di sinistra e della classe operaia. Ma il contesto in cui operiamo non è più lo stesso. Questa discontinuità storica rispetto al panorama partitico del XX secolo porta a una conclusione: attualmente, l’unità esclusiva delle forze di sinistra basate sulla classe operaia, pur rimanendo il principio organizzativo della politica socialista, è probabilmente insufficiente a fermare l’estrema destra. Questo scenario sposta il dibattito su un terreno più spinoso: la possibilità di accordi ad hoc con settori dissidenti della borghesia o con socialdemocrazie profondamente istituzionalizzate. Di fronte a questo dilemma, emerge inevitabilmente il dibattito sui fronti popolari promosso dall’Internazionale Comunista (Comintern) dopo il suo VII Congresso del 1935. Il Fronte Popolare fu la politica del Comintern che succedette alla tattica di estrema sinistra della «classe contro classe», una linea che identificava la socialdemocrazia con il fascismo e rifiutava qualsiasi azione congiunta con i settori riformisti. Con questo nuovo orientamento, il Comintern si orientò verso una strategia di alleanze non solo con i partiti operai, ma anche con i partiti borghesi democratici nella lotta contro il fascismo. Questa politica fu contestata da Lev Trotsky. In periodi di forte polarizzazione o di impeto rivoluzionario, il Fronte Popolare spesso fungeva da meccanismo di contenimento: l’alleanza con la borghesia liberale tendeva a disciplinare la classe operaia, subordinando i propri obiettivi al mantenimento della coalizione. Ma l’esperienza storica si è dimostrata più ambigua della versione semplificata del canone trotskista. Le vittorie elettorali del Fronte Popolare rafforzarono anche la fiducia delle classi lavoratrici e agirono da catalizzatori per la mobilitazione. Il trionfo di Blum portò agli scioperi del giugno 1936; in Spagna, la vittoria del Fronte Popolare precedette una straordinaria mobilitazione di operai e contadini, che raggiunse il suo apice nella resistenza al colpo di stato di Franco. Questo punto ci permette di trarre una conclusione strategica probabilmente controintuitiva per il senso comune della sinistra marxista: in molti casi, le masse non si radicalizzano  nonostante la fiducia nelle leadership riformiste, ma piuttosto proprio grazie a tale fiducia. La mobilitazione popolare di solito inizia quando ampi settori percepiscono l’esistenza di una forza politica in grado di tradurre le loro rivendicazioni in risultati concreti. Nelle fasi iniziali di una sollevazione, tale forza è solitamente una leadership moderata, nazional-popolare o riformista. Senza quel momento iniziale di fiducia, è improbabile che si verifichi un secondo momento di pressione, un’ondata di proteste o una radicalizzazione. Considerare un’ondata di proteste come punto di partenza, anziché intenderla come un possibile esito di un processo, significa confondere l’esito con le sue condizioni. Come dimostrarono gli scioperi del giugno 1936, la vittoria del Fronte Popolare agì da catalizzatore per l’azione diretta. La stessa logica si può osservare in altri processi. Pur senza equiparare processi storicamente distinti, tutti questi esempi rivelano una logica degna di nota: la fiducia in una leadership politica popolare o riformista può scatenare energie sociali che quella stessa leadership non riesce a controllare completamente. La vittoria elettorale, quando viene percepita dalle classi popolari come propria, modifica l’umore collettivo, accresce le aspettative sociali e rende più plausibile l’idea che la lotta valga la pena. Questa dinamica non garantisce un esito progressista; può anche essere contenuta o contrastata. Ma confuta l’idea che ogni mediazione riformista produca solo passività. La coalizione Lula-Alckmin del 2022 in Brasile non fu una bella espressione di marxismo rivoluzionario; né lo fu il Nouveau Popular Front che, nel 2024, bloccò temporaneamente l’accesso al potere di Le Pen in Francia. In entrambi i casi, si trattò di misure difensive. Ma in nessuno dei due casi la guida dell’alleanza cadde nelle mani dell’ala liberal-borghese. In Brasile, fu Lula a guidare il processo, non i partiti del Centrão; in Francia, l’egemonia passò alla forza guidata da Mélenchon, non al Partito Socialista. La sfida attuale è quella di tradurre la lezione dell’unità in un contesto sociale e politico profondamente diverso da quello delle lotte antifasciste del XX secolo. La sinistra deve intervenire nel «blocco antifascista» come sua ala più coerente: promuovendo l’unità contro la reazione senza dissolvere l’indipendenza di classe e collegando ogni battaglia democratica alla ricomposizione materiale e organizzativa delle classi lavoratrici. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA L’ULTRADESTRA DESTITUENTE Miguel Mellino RADICALIZZARSI? ANDARE AL CENTRO? All’interno della sinistra e nell’opposizione a Milei, circolano due reazioni contrapposte di fronte all’estrema destra. La prima corrente, diffusa nel peronismo e nel progressismo, sostiene che la moderazione sia necessaria per allinearsi al nuovo clima ideologico della società e conquistare il voto centrista, che tende a oscillare tra i due blocchi. All’estremo opposto, si sostiene che l’ascesa dell’estrema destra sia inseparabile dalla frustrazione generata dalla moderazione progressista. La risposta, quindi, sarebbe quella di radicalizzare il programma: fornire una risposta più chiara alle esigenze popolari e rafforzare il movimento popolare nella lotta contro l’estrema destra. L’intuizione è corretta. Ma tutto dipende da cosa si intende qui con «radicalizzare». È consigliabile procedere con cautela. Almeno nell’immediato futuro, non sussistono le condizioni sociali e politiche per misure che rompano con la borghesia o per un intervento brusco sulla proprietà terriera su larga scala. Come abbiamo visto, non esiste un radicalismo «antisistema» neutrale che la sinistra possa contrastare semplicemente alzando il tono del proprio discorso. Tentare di competere su questo piano porta all’isolamento. Le esperienze di maggior successo della sinistra a livello globale negli ultimi tempi, come quelle di Zohran Mamdani a New York, La France Insoumise e Adelante Andalucía, sono spesso citate come esempi di radicalizzazione di sinistra. Ma, a rigor di termini, fanno qualcosa di diverso: rompono con il modello social-liberale della socialdemocrazia convenzionale senza proporre un ambizioso programma socialista. Lo slogan centrale di Mamdani era il costo degli alloggi e della vita a New York, non la Vienna Rossa. Gli altri casi seguono lo stesso schema. In questo contesto, l’unità contro l’estrema destra deve basarsi su un «programma minimo», nel senso classico della distinzione socialdemocratica tra programma minimo e programma massimo: un insieme di misure che, nelle condizioni attuali, migliorino la vita quotidiana della classe lavoratrice, ripristinino la fiducia collettiva e blocchino l’avanzata autoritaria. ALTERNATIVE A MILEI Senza escludere una rielezione di Milei, ipotesi che la solidità della base sociale della destra rende plausibile, soprattutto se la situazione economica dovesse migliorare, dobbiamo chiederci quali scenari realistici potrebbero aprirsi dopo il 2027. In linea generale, ne emergono quattro. Il primo scenario prevede la continuità all’interno dello spazio politico esistente: un cambio di candidato che preservi il programma e i metodi, con una figura come Patricia Bullrich in grado di unificare Lla e Pro e di capitalizzare sul calo di popolarità di Milei. Ciò rappresenterebbe una continuazione del progetto di estrema destra, non uno spostamento verso la destra convenzionale. Un’altra possibilità è un ritorno al centro-destra tradizionale, con Macri o ciò che resta di Pro che propongono una gestione più ordinata dello stesso percorso economico, sebbene probabilmente con minore intensità autoritaria. Una terza variante è la destra peronista: Massa o un leader conservatore simile, in grado di capitalizzare sul calo di popolarità di un peronismo favorevole al mercato. Infine, c’è una qualche forma di rinascita kirchnerista o progressista, con Axel Kicillof come candidato più probabile al momento. Le prime tre ipotesi sono, essenzialmente, variazioni sulla continuazione del programma economico, a prescindere dal fatto che attenuino o meno i metodi autoritari. Pertanto, vale la pena concentrarsi sulla quarta, che è quella che alcuni settori della sinistra immaginano come il futuro auspicabile. Cosa ci si potrebbe aspettare da un nuovo governo kirchnerista? Non molto. Non sarebbe un governo di rottura o di scontro drastico con le classi dominanti; il kirchnerismo non ha mai espresso ambizioni di questo tipo. Ma ciò non significa che un governo del genere sarebbe indifferente agli interessi del popolo. La questione fondamentale è se esistano le condizioni per ricreare un’esperienza redistributiva come quella che ha caratterizzato il primo governo Kirchner. Lula ha vinto nel 2022 con un programma di modesta ripresa dei redditi per la classe lavoratrice. Durante la prima fase del suo mandato, l’adattamento alle aspettative delle classi dominanti e il rinvio di alcune misure progressiste hanno eroso la sua base elettorale e dato impulso al movimento di Bolsonaro. La situazione ha cominciato a cambiare quando il governo ha adottato un’agenda sociale più chiara: ampliamento dell’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori a basso reddito, aumento delle tasse per i redditi più alti, investimenti pubblici attraverso il Nuovo Pac (Partito del Pac) e misure di credito per i settori precari. Questo approccio gli ha permesso di riconquistare l’iniziativa politica e di recuperare parzialmente la sua popolarità. L’esperienza brasiliana ci permette di valutare i limiti e le potenzialità che una sconfitta elettorale di Milei per mano di una forza parzialmente progressista derivante dal peronismo potrebbe aprire. Un governo di questo tipo, a differenza di uno della destra tradizionale o della destra peronista, creerebbe condizioni più favorevoli per le pressioni dal basso. Il suo impegno nei confronti della base sociale, dei sindacati e delle aspettative popolari che ispira lo renderebbe più ricettivo alla mobilitazione, senza che la sinistra debba compromettere la propria indipendenza politica. L’obiettivo sarebbe quello di promuovere un programma di ripresa dei redditi e di diritti popolari, insieme alla difesa delle libertà democratiche e delle organizzazioni sindacali e sociali contro l’autoritarismo. COMPITI DELL’ALA SINISTRA Mettere in pratica questo orientamento richiede di costruire unità contro la reazione senza perdere l’indipendenza politica. Richiede anche un processo più lento: ricostruire la forza sociale, sindacale, territoriale e culturale del movimento popolare. Le discussioni più difficili iniziano quando si tratta di dare un contenuto concreto a questo orientamento unitario. Prima di procedere, è necessario sfatare un equivoco. Negli ultimi mesi, alcuni sondaggi hanno collocato Myriam Bregman tra i leader con la migliore immagine, in alcuni casi addirittura al primo posto. Questo è promettente. Ma non equivale a intenzioni di voto, tanto meno a una radicalizzazione di massa a sinistra. Una figura di sinistra può essere apprezzata da settori ben più ampi della sua base elettorale senza per questo diventare un’alternativa politica efficace. In Francia, Olivier Besancenot del Nuovo partito anticapitalista (Npa) ha raggiunto quasi il 60% di gradimento alla fine degli anni 2000, superando le figure di spicco del Partito Socialista e della destra, nonostante né la Lcr né l’Npa abbiano mai superato il 5% alle elezioni presidenziali. L’ascesa di una figura di sinistra non contraddice necessariamente la natura difensiva del periodo. In un contesto di crisi peronista, ma in cui persiste un nucleo sociale progressista relativamente coeso, è naturale che una parte significativa dell’elettorato veda Bregman favorevolmente, senza per questo rompere con il campo nazional-popolare. Il fenomeno è, in ogni caso, un sintomo positivo: esprime l’apprezzamento per una voce percepita come coerente all’interno di un campo progressista stanco dei candidati conservatori proposti dal peronismo. La questione cruciale è cosa fare di questa immagine positiva. E qui riemerge il limite del Fronte di Sinistra, che è soprattutto un limite alla sua comprensione del periodo attuale. In pratica, le sue principali fazioni tendono a considerare Milei un fenomeno passeggero e a spostare il focus del dibattito da come sconfiggere l’estrema destra a chi guida l’opposizione: il peronismo o la sinistra. Questa interpretazione rende impossibile uno sforzo unitario, che è proprio l’unico che permetterebbe sia di bloccare la strada di Milei sia di consolidare la crescita della sinistra. Una sinistra disposta ad agire come ala combattiva di un ampio blocco contro la reazione, capace di proporre le misure unitarie che la situazione richiede senza rinunciare alla propria indipendenza, potrebbe uscire da questo ciclo rafforzata, così come contribuirebbe a frenare l’estrema destra. Per ora, purtroppo, non ci sono segnali che questo cambiamento avverrà. Il declino del governo apre un’opportunità per la sinistra, a patto che adotti un approccio diverso. Esiste un nucleo sociale che non è stato travolto dalla reazione e che valorizza le voci percepite come coerenti e combattive. Questa opportunità va coltivata su più fronti. Il primo è la piazza: convergere il più ampiamente possibile in ogni specifica lotta difensiva – contro la riforma del lavoro, in difesa delle università e della sanità pubbliche, contro i licenziamenti e contro la repressione delle proteste. L’unità d’azione non richiede un accordo programmatico né lo scioglimento delle identità individuali. In ambito elettorale, il compito è quello di elaborare tattiche di transizione che tengano conto della realtà attuale e delle minacce in gioco. La sinistra deve partire da un dato di fatto fondamentale: al momento non ha la forza di rimuovere Milei dal governo da sola. Questo è ovvio. Se la priorità è impedire all’estrema destra di consolidare il suo ciclo di riforme regressive e il suo inasprimento autoritario, allora non si può escludere una qualche forma di sostegno mirato, critico e limitato al candidato che realisticamente ha le carte in regola per sconfiggerla – prevedibilmente proveniente dal peronismo o da un più ampio blocco progressista. Negare questo problema in nome dell’indipendenza politica relega la sinistra a un ruolo meramente simbolico in un momento in cui è in gioco la possibilità di evitare una sconfitta ben più grave. Tuttavia, questo sostegno, laddove necessario, non deve essere confuso con l’integrazione o la fiducia politica in un futuro governo peronista: sarebbe strettamente difensivo, volto a estromettere l’estrema destra. Pertanto, la sinistra deve intervenire in due modi: contribuendo a impedire che Milei prenda il potere e preparandosi fin dal primo giorno ad agire in completa indipendenza contro un tale governo, chiedendo misure per ricostruire il consenso popolare e facendo affidamento sulla mobilitazione sociale. Che ciò sia perfettamente possibile è dimostrato da una recente esperienza. In Brasile, il Psol si è affermato come forza di sinistra indipendente dal Pt, combinando autonomia politica, azione unitaria contro il bolsonaro e accordi specifici con il partito di Lula quando la situazione lo richiedeva. E durante questo processo, ha rafforzato la sua posizione e la sua influenza. Tale cambiamento richiede la ricostruzione della forza sociale del movimento popolare: organizzarsi nei luoghi di lavoro e nei quartieri, rivitalizzare l’attività sindacale, ravvivare il conflitto sociale e sfidare l’egemonia culturale. È necessario ricostruire le istituzioni operaie e popolari – sindacali, di partito e comunitarie – che danno sostanza sociale a qualsiasi ambizioso progetto di trasformazione. In questo risiede la possibilità di forgiare nuove forze politiche, capaci di superare i limiti delle precedenti esperienze progressiste di sinistra. Solo su queste basi sarà possibile costruire un’alternativa fondamentale all’ordine neoliberale in crisi e alla reazione di estrema destra, e non semplici coalizioni difensive. *Martin Mosquera è laureato in Filosofia, insegna all’Università di Buenos Aires ed è caporedattore di Jacobin Latin America che pubblicato il saggio dal quale è tratto questo testo.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La sinistra contro le destre: il caso Milei proviene da Jacobin Italia.
June 25, 2026
Jacobin Italia
La nuova fase in Colombia vista dalle Farc
Abbiamo realizzato questa intervista esclusiva con Rodrigo Granda il 20 giugno 2026, alla vigilia del secondo turno delle elezioni presidenziali colombiane [che ha poi visto la vittoria, per una manciata di voti, del candidato della destra Abelardo De la Espriella che ha superato di 200 mila voti il candidato della sinistra, Ivàn Cepeda Castro, ndt]. È opportuno ricordare che l’ex membro della Commissione Internazionale delle Farc-Ep fu rapito in Venezuela nel 2004 dai servizi segreti colombiani, con la complicità di elementi della polizia venezuelana, e poi introdotto clandestinamente in Colombia, dove fu imprigionato. Fu rilasciato nel 2007 nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra il governo colombiano e le Farc-Ep. Il 24 luglio 2007, poche settimane dopo la sua liberazione, ho avuto l’opportunità di intervistarlo sui mezzi e gli scopi della guerriglia delle Farc, intervista pubblicata in inglese nel marzo 2008 su Monthly Review. Successivamente, dal 2012 al 2016, prima a Oslo e poi all’Avana, Rodrigo Granda ha svolto un ruolo di primo piano nei negoziati che hanno portato all’accordo di pace tra lo Stato colombiano e i guerriglieri. Da allora, è rimasto impegnato nel processo di transizione politica della sua organizzazione smobilitata, ora nota come Comunes. Come analizza il sorprendente successo del candidato di estrema destra Abelardo De la Espriella al primo turno delle elezioni presidenziali colombiane del 31 maggio? Come spiega la crisi dell’«uribismo», il basso punteggio ottenuto dal suo candidato e la continua ricomposizione dell’estrema destra colombiana? Quasi nessuno in Colombia si aspettava una vittoria del candidato Abelardo de la Espriella. È stato in grado di cogliere il clima politico all’interno di ampi settori che erano stati strenui nemici del processo di pace e si opponevano alle politiche di cambiamento proposte dal presidente Petro. Allo stesso modo, alcuni di questi settori si sentivano «feriti» – e uso questo termine in senso lato – dalle sue politiche di cambiamento. Si trattava principalmente delle classi medie e piccole e, naturalmente, dei principali gruppi di potere economico in Colombia. Inoltre, De la Espriella è stato finanziato, sostenuto e aiutato da gruppi mafiosi. Ricordiamo che è sempre stato legato a questi ambienti e, per di più, appoggiato dall’estrema destra latinoamericana e globale, compreso il governo degli Stati uniti. Questo individuo è cittadino degli Usa; possiede anche la cittadinanza italiana e ha beneficiato di ingenti finanziamenti per la sua campagna, nonché dell’apertura dei mass media, messi interamente a sua disposizione. È così riuscito a incanalare il malcontento nei confronti di quella che viene considerata la continuazione e l’intensificazione della politica di riforme e cambiamenti propugnata da Iván Cepeda. Hanno inoltre fatto ricorso alla paura, alle menzogne e all’anticomunismo, che continua a esercitare una fortissima influenza in Colombia. Qual è la sua valutazione degli anni di mandato di Gustavo Petro, dei successi e dei fallimenti delle sue politiche? Gustavo Petro è riuscito a generare una grande ondata di motivazione tra il popolo colombiano, che ha visto giungere alla presidenza un cittadino capace di comprendere l’attuale necessità di cambiamento. È arrivato al potere anche sull’onda dell’Accordo di pace dell’Avana che, se fosse stato pienamente attuato, avrebbe potuto cambiare per sempre il volto della Colombia e restituire dignità alla vita rurale, così come alla popolazione povera e bisognosa del paese. Gustavo Petro è riuscito ad assegnare ai più poveri più terre rispetto ai due presidenti precedenti. Si parla di un milione e mezzo di ettari distribuiti durante il suo mandato, principalmente a organizzazioni indigene e contadine e, in misura minore, a organizzazioni etniche e a donne capofamiglia. È persino riuscito ad assegnare 20.000 ettari di terreno ai firmatari dell’accordo di pace, nonché ad avviare diversi progetti di edilizia popolare in alcune zone, tra cui 125 case che saranno consegnate ai beneficiari il 24 giugno nella zona di Georgina Ortiz a San Juan de Arama, nel dipartimento di Meta. Questi sono solo alcuni dei risultati ottenuti durante il suo mandato presidenziale. Possiamo inoltre aggiungere la regolarizzazione della proprietà di due milioni di ettari di terreno e i progressi compiuti nell’ambito di un moderno catasto polifunzionale. Analogamente, nel settore degli investimenti sociali, si sono registrati progressi nell’istruzione, nel sostegno agli anziani (con l’aumento delle pensioni) e nel salario minimo, che a partire da gennaio 2026 aumenterà del 23%. Analogamente, e nonostante tutte le difficoltà che persistono nel settore sanitario, è riuscito a rimuovere gradualmente coloro che, per molti anni, si erano impossessati del sistema per fini privati, e a instaurare un ritorno alla gestione pubblica, che è vantaggiosa per le persone svantaggiate. Inoltre, Gustavo Petro è riuscito a cambiare l’immagine della Colombia nel mondo e a portare alla ribalta temi importanti come il riscaldamento globale, la transizione dai combustibili fossili alle energie pulite, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti umani. Ha condannato l’aggressione di Israele contro la popolazione di Gaza, si è opposto alla politica estera americana su molte questioni e lavorato instancabilmente per l’unità dell’America Latina e dei Caraibi. Si tratta di aspetti importanti, ai quali potremmo aggiungere il fatto che l’economia del paese è cresciuta, in particolare nel settore della produzione alimentare. Nelle zone rurali, la crescita è stata del 15%. Ciò ha contribuito anche a creare un nuovo clima per quanto riguarda i rapporti con i movimenti sociali. Anche i casi di sparizioni forzate e torture sono diminuiti; si è registrato un calo generale dei crimini e delle stragi, ma ciò non significa che tutte le regioni del paese abbiano beneficiato di questa tregua. Ci sono aree in cui la violenza persiste e si sta addirittura diffondendo, ma i progressi compiuti da questo governo non possono essere ignorati. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA LA COLOMBIA SPERA ANCORA Pablo Castaño E quali conclusioni si possono trarre dal fallimento della sua politica? Sono stati commessi errori nella gestione di alcuni aspetti, in particolare per quanto riguarda la politica di «pace totale» del presidente Petro, che è stata percepita da molti come un fallimento su tutti i fronti, poiché gran parte dei fondi ottenuti per finanziare l’accordo finale dell’Avana è stata destinata alla politica di dialogo che il governo intendeva attuare con altri gruppi armati, gruppi che non avevano ancora espressamente firmato un impegno di pace. Inoltre, la popolazione di queste zone si è sentita profondamente danneggiata a causa della recrudescenza della violenza e della crescente presenza di gruppi che controllano economicamente vaste aree del territorio nazionale. E quindi si è avuta pressione, paura e senso di fallimento. Tutti questi fattori hanno permesso all’estrema destra di riorganizzarsi e a De la Espriella di guadagnare sostenitori. Questo slancio è stato alimentato anche dal riassetto globale del nuovo ordine instauratosi in seguito all’operazione contro Nicolás Maduro in Venezuela, e poi dall’intervento in Iran, dagli attentati e dall’assassinio del presidente iraniano. Tutti questi fattori hanno portato a una rinascita dell’estrema destra, che si è riflessa nel voto diretto per la candidatura di De la Espriella. In che misura Petro ha potuto contare sulle mobilitazioni popolari? Gustavo Petro è stato molto abile nel fare affidamento sul sostegno del movimento sindacale, del movimento indigeno e del movimento popolare per difendere gran parte delle riforme che ha attuato, perché ha dovuto affrontare un parlamento ostile. È importante ricordare che è giunto al potere anche grazie ad alleanze con una parte del centro e persino con alcuni settori della destra, ai quali inizialmente aveva concesso un posto nel governo. Questo era quasi inevitabile all’inizio del suo mandato. Successivamente, si è reso conto che all’interno dello stesso governo alcuni individui lavoravano per sabotare i vari progetti di sviluppo e i successi della sua amministrazione – una situazione che persiste ancora oggi, in particolare nelle regioni, in alcuni ministeri e nelle agenzie statali colombiane. In alcuni di questi ambiti, gli mancavano individui fedeli alla linea del governo. Un altro elemento che lo ha influenzato notevolmente è stata la corruzione interna. Lui stesso se n’è lamentato, poiché molte persone di cui si fidava lo hanno tradito. Questi fattori, in un modo o nell’altro, hanno influenzato anche i risultati del suo mandato. Come spiega il risultato del suo successore, Iván Cepeda, arrivato secondo al primo turno delle elezioni? Iván Cepeda ha indubbiamente condotto una campagna ammirevole, ma sfortunatamente il team che lo circondava ha funzionato come una sorta di cerchio magico, quasi impenetrabile e troppo esclusivo, che ha impedito a gran parte della popolazione, soprattutto a coloro che sono legati al centro e a certi settori della destra, di votare per lui. È stato accusato di tutto, ricorrendo a diffamazione, calunnia e menzogne, paura, disinformazione e con una contro-campagna volta a dipingerlo come un guerrigliero, come un uomo che unisce tutte le forme di lotta, come un uomo che, se fosse arrivato al potere, avrebbe potuto condurre la Colombia al comunismo e al «castro-chavismo». Tutto questo in un paese profondamente conservatore che teme il cambiamento. A cosa attribuisce il clima di violenza che regna nel paese, dieci anni dopo la firma degli accordi del 2016 che hanno portato all’abbandono della lotta armata da parte dei combattenti delle Farc-Ep e all’avvio di un processo di pace? Petro ha sempre criticato l’accordo di pace dell’Avana. Non lo ha mai apprezzato per quello che era. Lo definiva una «piccola pace». Tuttavia, la verità è che all’Avana, noi che eravamo lì, auspicavamo il coinvolgimento di tutti i diversi gruppi guerriglieri nel processo, con la possibilità di includere più tavoli negoziali all’interno dello stesso; in altre parole, sostenevamo che si potessero avviare colloqui simultanei con l’Eln per raggiungere un accordo, ma quest’idea non si è concretizzata. Lo stesso valeva per coloro che erano stati estradati negli Stati uniti e che esercitavano, o esercitano tuttora, influenza su vasti settori legati ad attività paramilitari ed economie illegali nel nostro paese. Inoltre, in questo contesto, Iván Cepeda si è recato negli Usa, con l’autorizzazione dei governi colombiano e americano, per incontrare i gruppi che, da lì, detenevano il potere effettivo in Colombia, come Salvatore Mancuso e altri leader paramilitari. Cepeda era accompagnato in quell’occasione dall’ex senatrice, oggi scomparsa, Piedad Córdoba, e entrambi hanno lottato per la pace in questo paese. Quella pace non è stata raggiunta contro ma, in definitiva, con noi. Petro ha poi ventilato la smobilitazione dell’Eln entro tre mesi. Danilo Rueda, all’epoca Alto Commissario per la Pace, propose addirittura di avviare colloqui non solo con l’Eln, ma anche con gruppi criminali comuni e altri attori armati; questa proposta si è rivelata un vero disastro, poiché le discussioni iniziarono senza che ciascuno di questi gruppi fosse stato preventivamente caratterizzato: cosa rappresentavano? quali risorse possedevano? qual era la loro composizione? la loro influenza territoriale? quanta forza avevano? e qual era il loro orientamento politico e ideologico? Di conseguenza, questi gruppi armati, incoraggiati dallo status loro concesso dalle autorità, si sono riorganizzati sul territorio. Ciò non è stato difficile, data la debolezza dello Stato in queste aree, zone in cui non era mai riuscito a imporsi attraverso investimenti sociali o ad attuare l’Accordo di pace dell’Avana. E poiché alcuni cambiamenti si erano già verificati dall’amministrazione Duque, questa tendenza è proseguita. Il presidente ha quindi concepito l’idea di smantellare l’Alto Consiglio per la Pace nel Paese e di sostituirlo con un’Unità di Attuazione, che non disponeva di risorse proprie, né di un peso politico specifico, né di funzioni realmente connesse al processo complessivo in corso. Naturalmente, ciò ha indebolito l’intera struttura del processo di pace. Tre anni fa, durante una visita nella regione di Mesetas, nel dipartimento di Meta, il presidente ha promesso di ricostituire l’Alto Consiglio per la Pace, ma ciò non è stato possibile finora e non sarà possibile realizzarlo nel breve tempo che ci rimane [il nuovo presidente, eletto il 21 giugno, entrerà in carica il 7 agosto, ndt]. LEGGI ANCHE… COLOMBIA COLOMBIA, LA PROVA DI PETRO Pablo Castaño Il processo di pace quindi non è stato seriamente compromesso? Possiamo certamente constatare la mancata osservanza dei sei punti dell’accordo di pace, poiché tale accordo può funzionare solo nella sua interezza. Ad esempio, la lotta contro la droga e le coltivazioni illecite è direttamente collegata al punto numero 1, che si riferisce alla riforma rurale globale; in altre parole, nessun punto può essere separato dagli altri Analogamente, si riscontrano ritardi nell’attuazione dei piani di sviluppo territoriale. La struttura iniziale di questi piani prevedeva che tali investimenti avrebbero beneficiato intere regioni attraverso progetti di sviluppo ad alto impatto, volti a generare un cambiamento: la creazione di nuove vie di trasporto e ponti, e l’istituzione di servizi sanitari, scolastici e abitativi. Questi piani includevano anche progetti di investimento sociale ad alto impatto, volti a promuovere l’integrazione regionale e a favorire le comunità nere, indigene e rurali, nonché le donne capofamiglia. Purtroppo, ciò non è stato realizzato. Ciò non significa che tutto sia stato un fallimento, ma gli obiettivi non sono stati raggiunti, gli indicatori non sono stati rispettati e il monitoraggio è stato insufficiente; a questo si aggiunge l’aumento della corruzione e la pressione esercitata da gruppi che sono sopravvissuti e si sono sviluppati nelle aree rurali della Colombia, portando ampie fasce della popolazione di queste regioni a vivere in un clima di incertezza e disillusione. Per fare un altro esempio, in molte regioni sono stati ceduti alle comunità mille, duemila, tremila ettari di terreno, ma non è stato effettuato alcun investimento economico a sostegno dei loro progetti produttivi, perché molti di questi investimenti superavano i 20 o 35 miliardi di pesos, e presumibilmente non c’erano fondi per quel tipo di investimento. Si tratta quindi di situazioni che richiedono ancora una risposta e che certamente persisteranno sotto il prossimo governo. È importante comprendere che l’Accordo di pace dell’Avana non era semplicemente una politica governativa, ma una politica statale, che ha anche ripercussioni legali, poiché la Colombia lo ha sancito nell’organismo costituzionale e, inoltre, in una dichiarazione unilaterale del dottor Juan Manuel Santos dinanzi alle Nazioni Unite. Questo accordo gode anche del sostegno della comunità internazionale e i documenti originali sono custoditi in Svizzera in quanto accordo speciale, il che significa che l’accordo deve essere rispettato; in caso contrario, avrebbe ripercussioni internazionali, in particolare per quanto riguarda la sua attuazione. Purtroppo, al momento, su scala globale, il rispetto dei trattati, dell’integrità territoriale e della sovranità dei popoli sta subendo un totale deterioramento, una perversa inversione di tendenza dovuta al fatto che chi detiene il potere impone le proprie condizioni. Come spiegate l’esistenza di dissidenti delle Farc che hanno ripreso la lotta armata? Cosa rappresentano? Cosa rappresenta l’Eln? Quali conclusioni traete dalla trasformazione delle Farc in un partito politico con il nome di Comunes? Direi che non c’era un vero dissenso all’interno delle Farc riguardo alla ripresa della lotta armata. Prima della firma dell’accordo nel 2016, abbiamo organizzato la conferenza nazionale di guerriglia nel dipartimento di Meta, anch’esso nei Llanos del Yarí. Tutti gli ex fronti, colonne, compagnie e strutture urbane dell’organizzazione guerrigliera erano rappresentati lì, e la bozza di accordo che avevamo raggiunto all’Avana con il governo è stata adottata all’unanimità. Una volta approvato questo documento, è stato firmato tra noi come un accordo su cui l’intera organizzazione guerrigliera aveva concordato; non c’erano dissidenti, nel senso che nessuno si è alzato per esprimere il proprio disaccordo. All’interno del movimento guerrigliero, il sostegno è stato unanime. Dopo la conferenza, i comandanti sono tornati nelle loro regioni d’origine, dove si trovavano i loro accampamenti. Fu lì che sorsero dissensi tra alcuni di loro, sebbene si trattasse di un numero esiguo: alcuni abbandonarono o tradirono l’accordo di pace che stavano per firmare. Altri furono vittime di vessazioni e complotti a sfondo politico volti a ottenere la loro estradizione, orchestrati e manipolati dall’allora Procuratore Generale, Néstor Humberto Martínez. Fu il caso di Óscar Montero, detto El Paisa, Jesús Santrich e dello stesso Iván Márquez, che furono costretti a imbracciare nuovamente le armi. Va notato che attualmente, dei 14.000 guerriglieri che hanno firmato l’accordo di pace, oltre il 95% rispetta l’impegno preso e la parola data al popolo colombiano. Si tratta, probabilmente, della più alta percentuale di guerriglieri pro capite che mantengono la parola data e rispettano gli accordi, se si considerano i vari accordi conclusi tra Stati e gruppi guerriglieri in tutto il mondo. Analogamente, è stato dimostrato che eravamo l’organizzazione guerrigliera che ha consegnato il maggior numero di armi: 2,8 armi per ogni uomo smobilitato. Fu allora che sono emersi altri tipi di gruppi, che non si basavano più sui principi ideologici, politici e programmatici dei movimenti guerriglieri nati negli anni Sessanta, ma che erano composti da persone che usavano il nome «guerrigliero» per scopi economici, per il proprio tornaconto personale, e che elevavano il denaro a divinità. Questo fenomeno ha indubbiamente colpito anche i compagni o gli ex compagni dell’Eln; inoltre, in molte regioni, sia coloro che hanno disertato dal processo di pace sia l’Eln sono responsabili di circa l’80% degli omicidi commessi contro i firmatari dell’accordo di pace. Bisogna ammettere che questa esperienza, questa transizione da un movimento armato a un partito politico, è stata piuttosto interessante, anche se era già avvenuta in El Salvador e in Guatemala. In Colombia, l’esperienza è stata diversa, anche perché c’era il precedente degli eventi accaduti tra gli anni Settanta e Ottanta, periodo in cui nacque la piattaforma politica dell’Unione Patriottica, frutto degli accordi conclusi all’epoca tra lo Stato colombiano e le Farc-Ep. Questa piattaforma subì la sistematica eliminazione dei suoi militanti. Tale sterminio continuò e si diffuse; inoltre, fu stigmatizzato dallo stesso Presidente della Repubblica [nel 2016, Juan Manuel Santos, ndr], nonché da alti funzionari statali e governativi. Ciò è particolarmente evidente nelle dichiarazioni rilasciate dal direttore dell’Unità di Protezione Nazionale [l’ente governativo responsabile della protezione delle persone a rischio in Colombia], Augusto Rodríguez, il quale afferma pubblicamente che noi, appartenenti al partito politico Comunes, stiamo di fatto «tenendo in ostaggio» questo ente di protezione. Inoltre, sta tentando di introdurre unilateralmente modifiche che sono o completamente vietate o non previste dall’Accordo di Pace dell’Avana. Si tratta di situazioni molto complesse. Allo stesso modo, i governi – [Juan Manuel Santos, 2016-2016; Iván Duque Márquez, 2018-2022; Gustavo Petro, dal 2022, ndt] – hanno tutti violato sistematicamente l’Accordo di pace in un modo o nell’altro, cercando di modificarne la lettera e lo spirito e dandogli l’interpretazione che ritenevano corretta. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha invitato lo Stato a porre rimedio ad alcune posizioni incostituzionali e a delle mancanze nei confronti dei firmatari dell’accordo di pace; ad esempio, in materia di sicurezza, dove non sta rispettando i propri impegni. La Corte ha emesso una serie di ordinanze e fissato delle scadenze affinché il governo Petro ponga rimedio a queste situazioni. Ma ciò non è stato possibile, e qui, come ai tempi coloniali, «si obbedisce, ma non si agisce». È stata una lotta molto impari, e continuerà, perché abbiamo appena perso il nostro status legale, il che rappresenta un duro colpo politico visti i decessi, gli assassinii, gli arresti, le minacce e gli sfollamenti che abbiamo subito durante questi anni di reintegrazione [l’Accordo di Pace prevedeva un periodo di transizione durante il quale il partito formatosi dalle Farc avrebbe detenuto cinque seggi in entrambe le camere del parlamento; questo sistema sarebbe dovuto terminare nel 2026. Tuttavia, Comunes non ha ottenuto il quorum necessario per la rappresentanza parlamentare, perdendo così il suo status legale di partito riconosciuto, ndt]. Ma la cosa importante è che non perdiamo il nostro status di Alta Parte Contraente dell’Accordo di Pace Finale dell’Avana, che va ben oltre la semplice costituzione di un partito o di un movimento politico. Riserviamo questo status alle azioni di natura legale, perché ci sono stati territori in cui non abbiamo potuto entrare per fare campagna elettorale, perché siamo stati designati come obiettivo militare e dove ci è stata negata la possibilità di essere su un piano di parità con gli altri movimenti e partiti politici esistenti in Colombia. *Questa intervista è tradotta dalla Piattaforma di idee e discussione marxista Marx21.ch. Qui il testo originale. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La nuova fase in Colombia vista dalle Farc proviene da Jacobin Italia.
June 24, 2026
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