Vittoria della sinistra alle parlamentari in Colombia: ora la sfida delle presidenzialiDomenica 8 marzo, in Colombia si è votato per le elezioni parlamentari,
eleggendo deputati e senatori nelle due camere che compongono il Congresso della
Repubblica. Il voto per il Congresso, secondo la Costituzione del 1991 – nata
dagli accordi di pace con una parte delle formazioni guerrigliere reintegrate
nell’arco parlamentare – precede di alcuni mesi l’elezione presidenziale. Si
tratta di un combinato disposto di parlamentarismo e presidenzialismo che rende
l’attuale Repubblica colombiana una struttura istituzionale peculiare, esposta a
processi spesso contraddittori.
I risultati della tornata elettorale confermano quanto anticipato nei sondaggi
delle ultime settimane: il Pacto Histórico – coalizione delle sinistre
colombiane, attualmente al governo con Gustavo Petro Urrego come presidente – si
afferma come prima forza politica, con circa quattro milioni e mezzo di voti
(22-23%). Il nome di questa formazione non è casuale: “storica” è la fase
politica per il paese, così come lo è l’accordo tra diverse anime, orientamenti
ideologici e ipotesi strategiche della sinistra colombiana. Vi confluiscono
forze molto differenti, che vanno dal Polo Democrático Alternativo, coalizione
di correnti di sinistra, alla Colombia Humana, il partito del presidente Petro,
alla corrente Progresistas, fino all’Unión Patriótica – già vittima di un
genocidio politico da parte dello Stato e dei paramilitari negli anni Ottanta e
Novanta, formazione di sinistra in cui confluiscono anche ex-guerriglieri delle
FARC – al Partito Comunista, passando per i socialisti bolivariani ed
exmilitanti dell’M-19, il movimento di guerriglia urbana alla quale apparteneva
l’attuale presidente Petro.
Foto di Sebastián Bolaños Pérez
PACTO HISTÓRICO PRIMO PARTITO
Il Pacto Histórico si conferma prima forza nella capitale e in diversi altri
territori, in particolare in alcune regioni chiave sia per l’intensità del
conflitto armato interno sia per il livello delle disuguaglianze: zone come
Bogotá, appunto, la capitale del paese, ma anche il centro-sud del paese – Valle
del Cauca, Cauca, Putumayo, Nariño – e la regione dell’Atlantico, tra le più
povere della Colombia, affacciata sull’omonima costa caraibica e storicamente
amministrata dalle clientele para-mafiose del cosiddetto “clan Char”.
Subito dietro il Pacto, ma con una differenza di oltre sette punti percentuali e
quasi un milione e mezzo di voti, si colloca il Centro
Democrático dell’ex-presidente Álvaro Uribe Vélez, che è rimasto fuori dal
Senato (già condannato in primo grado a 12 anni per tentativo di corruzione di
testimoni in un processo relativo ai legami tra l’ex-Presidente e il
paramilitarismo, responsabile di omicidi e sparizioni forzate), vale a dire la
principale forza dell’estrema destra colombiana, nota per i suoi legami con il
paramilitarismo e settori del narcotraffico. Seguono il Partito Liberale, forza
di centro aperta – a determinate condizioni – all’interlocuzione con la
sinistra; diversi altri partiti di centro e di destra (dai Verdi al Partito de
la U, da Cambio Radical fino al partito Conservatore) e infine la “nuova”
estrema destra di Abelardo De la Espriella, dato come principale candidato di
destra dai sondaggi, avvocato di alcune figure chiave delle Autodefensas Unidas
de Colombia, il principale gruppo paramilitare del Paese negli anni Novanta e
Duemila.
Si è trattato di elezioni ad alta tensione, con osservatori internazionali
dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite dispiegati in numerosi territori.
Nelle settimane che hanno preceduto il voto, Petro ha denunciato un attentato –
fallito – all’elicottero presidenziale nei territori alluvionati di Córdoba,
mentre l’Ejercito di Liberación Nacional (ELN),la guerriglia di matrice maoista
presente in alcuni territori del paese, denunciava bombardamenti sulle proprie
posizioni alla frontiera con il Venezuela. Il ritrovamento dei resti di Camilo
Torres Restrepo – il prete rivoluzionario, fondatore della prima facoltà di
sociologia in Colombia, morto in combattimento il 15 febbraio di sessant’anni fa
– poi trasportati alla cappella dell’Universidad Nacional di Bogotá, ha peraltro
riacceso il dibattito pubblico sulle cause storiche della guerriglia comunista e
sull’uso politico della memoria.
Nonostante gli sforzi compiuti sia dal “governo della vita”, guidato dal Pacto,
per garantire condizioni pacifiche, sicure e trasparenti nello svolgimento del
voto, sia dalle migliaia di testimoni elettorali auto-organizzati per
contrastare brogli e compravendita di voti, si segnalano centinaia di episodi
oscuri. In particolare, nelle città di Medellín – storico feudo politico di
Uribe –, Barranquilla e Cartagena, testimoni elettorali e osservatori
internazionali denunciano che il numero di schede conteggiate ha superato quello
degli aventi diritto al voto. Questi episodi gettano luce sui meccanismi di
corruzione, ricatto e manipolazione attraverso cui le classi dominanti
colombiane hanno storicamente mantenuto il potere in ampie aree del paese. Nei
giorni successivi al primo scrutinio i voti del Pacto Histórico sono infatti
aumentati (al momento, due seggi in più al Senato sono stati ottenuti con il
riconteggio dei voti), in seguito alla denuncia delle irregolarità registrate e
al riconteggio sotto il controllo delle autorità elettorali.
A dieci anni dagli accordi di pace con le FARC, per la prima volta resta fuori
dal Parlamento il partito Comunes, la formazione che riuniva molti dei
guerriglieri marxisti che firmarono quegli stessi accordi, e Fuerza Ciudadana.
In base agli impegni stabiliti nel processo di pace, per due mandati consecutivi
il partito Comunes avrebbe beneficiato di una rappresentanza garantita – cinque
seggi alla Camera e cinque al Senato. Con i risultati di queste elezioni,
tuttavia, Comunes non raggiunge la soglia di sbarramento per ottenere
rappresentanti propri. Si apre dunque un punto interrogativo sul futuro degli
ex-combattenti delle FARC, protagonisti del processo di pace, oggi vittime di
migliaia di esecuzioni sommarie nei territori più complessi del paese, come
il Norte de Santander, alla frontiera con il Venezuela, il Chocó, Antioquia e
il Cauca.
Foto di Alioscia Castronovo
IVÁN CEPEDA, IL CANDIDATO DEL PACTO ALLE PRESIDENZIALI
Nel complesso, i risultati della tornata elettorale consegnano un quadro
politico positivo per le forze progressiste, ma articolato e punteggiato di
ostacoli. Il Pacto Histórico non ottiene una maggioranza assoluta – controlla
oggi circa un terzo degli scranni – ma consolida una posizione di forza tanto
alla Camera quanto, soprattutto, al Senato, dove le logiche clientelari locali
hanno un peso minore. Si tratta di un risultato significativo che conferma la
centralità delle forze di trasformazione nello scenario politico colombiano e il
grande appoggio popolare al proceso de cambio promosso dal primo governo di
sinistra nella storia del paese, pur in un contesto istituzionale segnato da
forti resistenze alle riforme, da una persistente frammentazione parlamentare e
dalla recrudescenza del conflitto armato come forma di governo in molti
territori.
All’interno di questo scenario si rafforza la figura di Iván Cepeda Castro,
candidato presidenziale del Pacto Histórico in vista delle elezioni del prossimo
31 maggio, scelto con le primarie del Pacto di fine ottobre scorso. Cepeda si
colloca in naturale continuità con Gustavo Petro, ma rappresenta al tempo stesso
una specificità rispetto alla figura dell’attuale presidente. Proveniente dalla
tradizione marxista colombiana – laureato in filosofia negli anni Ottanta nella
Repubblica Popolare di Bulgaria –, Cepeda è figlio di due dirigenti dell’Unión
Patriótica – il padre fu assassinato dai paramilitari nel 1994 – la formazione
politica emersa dalle negoziazioni di pace con le FARC negli anni ottanta,
sopravvissuta al genocidio politico operato da esercito e paramilitari (secondo
la Giustizia Speciale per la Pace, 5.733 militanti della Unión Patriótica sono
stati assassinati tra il 1984 e il 2016).
Nel corso della sua attività politica e parlamentare Cepeda si è distinto
soprattutto per il lavoro di accompagnamento delle vittime della violenza
statale e paramilitare (sue le denunce che hanno portato alla condanna in primo
grado dell’ex presidente Uribe). Ha svolto un ruolo centrale nel sostegno alle
famiglie delle vittime dei cosiddetti falsos positivos, le migliaia di civili
assassinati dall’esercito colombiano negli anni Duemila e presentati come
guerriglieri uccisi in combattimento per gonfiare le statistiche militari
durante la presidenza di Uribe. Cepeda ha contribuito a portare alla luce una
delle più gravi violazioni dei diritti umani nella storia recente della
Colombia, sostenendo il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani e delle
associazioni dei familiari delle vittime ed è parte in causa nell’accusa contro
l’ex-Presidente Uribe che ha portato alla condanna in primo grado (poi assolto
al secondo grado, in attesa del verdetto della Corte Suprema). Non sorprende
dunque che la sua candidatura sia oggetto di una forte pressione da parte dei
settori conservatori dello Stato. Nelle settimane successive alle elezioni
parlamentari, il Consejo Nacional Electoral, con argomenti pretestuosi, ha
impedito a Cepeda di presentarsi alle primarie del Frente Amplio (la coalizione
di centro-sinistra). L’iniziativa è stata denunciata dai settori progressisti
come un tentativo di delegittimazione politica e giudiziaria – una forma
di lawfare .
Non è un caso che Cepeda abbia scelto come candidata alla vicepresidenza Aida
Quilcué, dirigente indigena del Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC),
proveniente da una delle regioni più segnate dal conflitto armato e dalle
disuguaglianze sociali e razziali. A inizio febbraio Quilcué è stata brevemente
sequestrata da un gruppo armato locale nelle montagne caucane, per poi essere
liberata grazie alla pressione popolare e all’intervento della Guardia Indígena,
che gioca il duplice ruolo di attore di pace e strumento di autodifesa delle
comunità ancestrali della regione. La nomina di Quilqué non costituisce soltanto
una scelta di rappresentanza simbolica nel variegato mosaico culturale
colombiano, in un’ottica di politica delle identità. L’esperienza di resistenza
e autorganizzazione indigena del CRIC è infatti segnata dalla sperimentazione di
forme di riproduzione sociale non capitalistica. La formula vicepresidenziale di
Cepeda segnala la volontà di rafforzare il radicamento del Pacto Histórico tra
movimenti contadini e popoli indigeni e afrodiscendenti. Riflette così
l’ambizione di ampliare la base sociale del governo Petro ma, soprattutto, di
radicalizzarne il progetto di trasformazione, ponendo al centro del dibattito il
modello di sviluppo e il paradigma di società. Ma rappresenta anche
un’alternativa radicale a un conflitto storico tra popoli colonizzati e
terratenenti oligarchi, che proprio nel Cauca ha avuto storicamente il suo
epicentro: non a caso, la candidata del partito di estrema destra dell’uribismo,
il Centro Democratico, è Paloma Valencia, ricca e bianca discendente
dell’oligarchia terriera e latifondista del Cauca, che pochi anni fa aveva
proposto la divisione della regione segregando i popoli indigeni originari.
Foto di Alioscia Castronovo
DALLE RIFORME AGLI ORIZZONTI DI TRASFORMAZIONE SOCIALE
Con i risultati del 9 marzo, Cepeda si conferma il candidato forte – se non il
favorito – per le elezioni presidenziali del 31 maggio. A partire da ora si apre
tuttavia una nuova fase della campagna elettorale, segnata da logiche
profondamente diverse rispetto alla competizione parlamentare e attraversata da
ostacoli politici, istituzionali e sociali tutt’altro che trascurabili.
L’attuale dibattito pubblico colombiano è dominato dai grandi cantieri di
riforma aperti dal governo di Gustavo Petro. Tra questi la riforma del lavoro e
l’aumento del salario minimo vitale del 23% (bloccato dalla Corte Suprema,
controllata dalla destra, poi reso effettivo da un secondo decreto
presidenziale), ma anche la riforma dell’istruzione, orientata a ridurre il
sostegno pubblico alle università e alle scuole private e ad ampliare invece le
possibilità di accesso universale all’istruzione gratuita. Un altro terreno
decisivo è quello della transizione ecologica, un punto che caratterizza
l’esperienza progressista colombiana rispetto ad altre esperienze
latino-americane – come quella chavista in Venezuela o quella di Evo
Morales e Álvaro García Linera in Bolivia – fondate invece su modelli fortemente
estrattivisti. A questi si aggiungono altri cantieri di trasformazione
altrettanto cruciali: la riforma agraria, con la redistribuzione delle terre
alle popolazioni contadine e alle comunità ancestrali, e il processo di
negoziazione con i diversi gruppi armati per raggiungere quella che il governo
definisce la paz total (pace totale).
Foto di Alioscia Castronovo
Si tratta di terreni di trasformazione sui quali la partita è aperta. Da un
lato, i risultati delle elezioni confermano che una parte consistente della
società colombiana continua a sostenere il processo di cambiamento avviato negli
ultimi anni, a partire dal ciclo di mobilitazioni del paro nacional (sciopero
nazionale) e dell’estallido social (sollevazione sociale) del 2019-2021 e
dall’arrivo al potere di Petro. Dall’altro lato, le riforme vengono
costantemente ostacolate e svuotate dai grandi poteri economici e politici del
paese, profondamente radicati negli apparati giudiziari dello Stato colombiano,
vincolati alle imprese e ai gabinetti diplomatici nordamericani, nonché, in
molti territori, legati all’opacità strategica del capitalismo mafioso. Lo
scontro si dispiega allora su più livelli: istituzionale – a colpi di sentenze,
ricorsi e blocchi parlamentari – ma anche sociale e, in alcune regioni del
paese, ancora armato. L’estrema destra continua a essere non solo presente, ma
minacciosa, pronta ad accelerazioni violente al primo segnale di Washington.
Nonostante queste tensioni, ciò che si percepisce nella società colombiana è una
trasformazione più profonda del senso comune. L’idea che sia in corso un proceso
constituyente – con l’attivazione di un vero e proprio “potere
costituente” della moltitudine a sostegno delle riforme, per usare le parole
dello stesso Petro, lettore di Toni Negri – sembra entrare nel linguaggio
quotidiano delle università, delle piazze e dei luoghi di lavoro. In questo
contesto si fa strada, almeno in alcuni settori della società colombiana, la
percezione che il Paese, dopo decenni di conflitto armato interno, si apra al
mondo e risulti paradigmatico per alcune delle grandi sfide globali
contemporanee: quelle legate alla pace, alla lotta ai “regimi di guerra” come
nuove forme di governo capitalistico, alla giustizia sociale e alla transizione
ecologica. In altre parole, si diffonde l’idea che – in caso di successo alle
elezioni presidenziali, dove la vittoria è tutto meno che scontata – la Colombia
possa diventare un laboratorio politico di primo piano per la trasformazione
sociale a livello continentale, e oltre.
Foto di Sebastián Bolaños Pérez
TRA REALISMO E COMBATTIVITÀ: LA COLOMBIA NELLO SCENARIO CONTINENTALE
La Colombia appare dunque, almeno per il momento, in controtendenza rispetto
all’offensiva dell’estrema destra in America Latina: un continente posto
dall’amministrazione statunitense al centro della propria strategia imperiale
con il “correttivo Trump” alla Dottrina Monroe, reso noto nel documento di
sicurezza strategica pubblicato a dicembre dalla Casa Bianca e già messo in
opera con le ingerenze sulle elezioni in Argentina, l’attacco al Venezuela e
l’irrigidimento dell’embargo a Cuba.
A fronte di questa congiuntura, tra i militanti delle università e delle piazze
di Bogotá emerge un atteggiamento che combina realismo politico e combattività.
Realismo, perché è diffusa la consapevolezza che la Colombia si trovi in prima
linea in uno dei principali fronti della competizione geopolitica
internazionale, che assume forme sempre più militarizzate. Accanto al fronte
ucraino e a quello iraniano, esiste infatti anche un fronte caraibico, nel quale
gli Stati Uniti esercitano una pressione militare considerevole. Episodi recenti
– come il sequestro di Nicolás Maduro del 3 gennaio scorso o le misteriose
operazioni militari in corso in territorio ecuadoriano – vengono letti in molti
ambienti politici colombiani proprio in questa chiave. Da qui la necessità di
una strategia di negoziazione con Washington, come dimostrano le recenti
iniziative diplomatiche del presidente Petro, culminate anche in un incontro
ufficiale alla Casa Bianca.
Accanto al realismo, tuttavia, permane la volontà di resistere. L’obiettivo non
è quello di piegarsi al potere imperiale, ma di accompagnare la negoziazione con
l’ampliamento dei rapporti di forza dentro e fuori dal paese. Si tratta di
rafforzare la mobilitazione popolare per rendere impraticabile ogni escalation
militare e destabilizzazione interna, mentre, sul piano della politica estera,
si costruiscono alleanze regionali e globali. Il governo colombiano è stato tra
i promotori del cosiddetto Gruppo dell’Aia, la coalizione di paesi impegnati per
la fine del genocidio in Palestina, nonché protagonista dei tentativi di
stipulare accordi internazionali vincolanti in materia di transizione
energetica. Petro ha rafforzato, al tempo stesso, le relazioni con gli altri
governi progressisti della regione, in particolare con il Messico di Claudia
Sheinbaum e il Brasile di Inácio Lula da Silva. È questa combinazione di
realismo e mobilitazione che sembra oggi caratterizzare l’atteggiamento di buona
parte della sinistra e dei movimenti sociali colombiani.
Immagine di copertina di Alioscia Castronovo da Bogotá. Immagini nell’articolo
di Alioscia Castronovo e Sebastián Bolaños Pérez
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