Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità

Pulp Magazine - Wednesday, May 27, 2026

Basta un dettaglio per evocare la fine di un mondo; l’aquila bicipite e la corona imperiale su un mantello sono i simboli di un potere già estinto, del quale restano solo le vestigia. Sceglie questa immagine peculiare Jenny Erpenbeck per mostrare la caduta degli Asburgo e il conseguente precipitare degli eventi nell’Europa del Novecento. E non è subito sera elude i consueti meccanismi narrativi per farci presentire quello che avrebbe potuto accadere, ma che non è stato. Un libro colto, complesso, profondamente letterario, intriso di corrispondenze. Nelle sue pagine gli eventi formano una rete di possibilità che evoca la poetica di Sebald, quella testarda ricerca di un senso nella massa informe del reale.

Partendo dal livello individuale, ovvero dalla morte di una bambina nella Galizia asburgica, la scrittrice parla delle occasioni non realizzate. Quella bambina avrebbe potuto avere un destino, che invece è stato soffocato sul nascere. Un discorso che può essere facilmente applicato a un livello più ampio; chissà come sarebbe potuta evolvere la storia, se le cose fossero andate in un altro modo, se in un determinato momento si fossero prese delle decisioni diverse rispetto a quelle che tracciarono il tragico cammino dell’umanità. I fenomeni di carattere generale, come i conflitti, si calano nei volti dei singoli, imbiancandone i capelli, o scavando una trincea di rughe in guance un tempo incantevoli.

La scelta del luogo non è casuale: la Galizia è un territorio eternamente conteso, albergo di conflitti e odi inestinguibili, nelle cui viscere si annidano segreti inconfessabili. Il matrimonio fra un’ebrea e un cristiano sfocia in una serie di catastrofi. Vienna inizia a inabissarsi pian piano, come un vetusto bastimento in balia delle onde. La guerra porta a un imbarbarimento dei costumi. Si fa tutto pur di sopravvivere. La fame porta alla disperazione, costringe le donne a vendersi per un tozzo di pane, mentre le giovani generazioni vengono intossicate dai gas e straziate dai reticolati. L’utopia socialista rivela il suo reale volto, forgiato da arresti e oppressioni. La bambina defunta attraversa in volo l’Europa devastata, come in quei quadri di Chagall dall’aria sognante, intrisi di poesia ma anche forieri di turbamento.

La scrittrice architetta per lei diversi ipotetici destini, tutti segnati dalla sofferenza e dalla disillusione. Un infinito ventaglio di ragioni e possibilità indirizza la vita verso un approdo piuttosto che verso un altro. L’aleatorietà dell’esistenza fa rabbrividire. L’individualità si dissolve in innumerevoli rivoli. L’atto stesso dello scrivere è minato dalla transitorietà e dall’incertezza. Tutto è teoricamente possibile “nel bel mezzo di tanta oscurità”. A questo punto torniamo all’immagine di apertura. Il padre non toglie mai il mantello dai bottoni dorati, perché tiene caldo, o perché si illude di conservare un passato idealizzato come idilliaco, ma che in realtà non lo era e che comunque non potrà mai tornare. Dopo la sua morte, la moglie stacca quei bottoni prima di vendere il mantello al mercato nero. La Storia non fa sconti. “Bisognerebbe muover guerra alla guerra”, scrive Erpenbeck, ma come questo sia possibile nessuno lo sa. L’uomo non può far altro che subirne le atroci conseguenze.

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