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Andreea Simionel / Una voce di confine
Bastardo. È l’odioso epiteto che fino a non molti anni fa si sentiva diffuso nel linguaggio aggressivo di molte persone, non solo italiane, per definire un “poco di buono”. Bastardo: il frutto di una mescolanza, di una ibridazione; in definitiva di un incontro. Di lui, di lei, non ci si poteva fidare perché non ne era chiara l’origine. Bastardo come offesa quando invece avrebbe dovuto essere un complimento. Tutto quello che nasce da forme di incontro e di ibridazione produce nei fatti qualcosa di nuovo e di più forte. Ma per essere felicemente bastardi bisogna forse prima diventare veramente bastardi, nel senso negativo del termine, o almeno così si può credere. È quello che capita a Aryna Tibuleac adolescente ragazza rumena che poco più che bambina si trasferisce a Torino con i genitori e la sorellina più piccola per condurre una vita migliore. Il percorso che si trova di fronte è quello di tutti i ragazzi e le ragazze che dall’estero vengono a vivere in Italia, per di più in una città in cui urbanisticamente sono molto più evidenti che altrove i conflitti di classe e di ceto sociale. Pur scegliendo tecniche di sottrazione alle dinamiche sociali e affettive, Aryna è viva: si innamora, fa amicizia (in modo selezionato), si guarda intorno vorace e a volte irritata. Ha spesso con sé il cane Ghost con cui quasi si identifica perché lui odia essere toccato e odia la gente e in particolare odia i bambini. Aryna si vergogna della casa vecchia in un brutto quartiere dove vive con la famiglia. In classe si firma Arianna, quasi a modificare la sua identità. È strafottente, polemica, arrogante, impetuosa e impulsiva. L’autrice di La ragazza d’aria è Andreea Simionel, quasi l’alter ego di Aryna quando parla di lei nell’incipit di un libro potente come pochi, tra quelli che oggi si trovano negli scaffali delle librerie: dice che si tratta di un oggetto affilato, “Se mi tocchi taglio”. Un romanzo di formazione che si sviluppa nei pochi anni di passaggio dall’adolescenza all’età di giovane donna adulta. C’è molta educazione scolastica, da cui il lettore imparerà diverse cose per via degli estremi con cui si dovrà misurare. Ci sono gli affetti. C’è una certa dose di razzismo e sessismo. Aryna porta scompiglio per la sua diversità. Ci sono le mille insicurezze che, nei giovani sfociano spesso nell’autolesionismo. L’adolescente Aryna non vuole sentire ragioni. È molto brava a mentire. Litiga spesso con la madre. Fa dei brutti sgarbi alla sorella Diana. Per ottenere quello che vuole sembra disposta a tutto. È una bastarda? Non lo è per ragioni genetiche: lei nata in Romania da genitori rumeni, ma la sua vita è già bastarda. Parla italiano – lo parla bene e lo scrive meglio. Potrebbe considerarsi “integrata”, della Romania ha ricordi dolci e gentili, ma col tempo ne perde i contorni. Simionel ci consegna una narrazione assai potente fatta di corpi di donna e materia. A un certo momento la fanciulla protagonista è stremata. Cade in terra. Ossessionata dal voler primeggiare, essere perfetta, non esporsi a nessuna critica da parte degli altri smette di mangiare e crolla nella nevrosi dell’anoressia. I muscoli, la pelle, le ossa, gli organi interni di Aryna ci parlano. Quello che supponevamo un romanzo di formazione capiamo essere un percorso terapeutico, le tre parti del libro, infatti, si dividono in “Triage”, “Pronto Soccorso” e “Normalità”. Aryna non solo fa cadere le sue difese, ma soprattutto riesce a vedere le fragilità degli altri o meglio, delle “altre”. In particolare della sua nuova amica Anna e del doloroso legame che la stringe a lei. Perché questo è anche molto un romanzo femminile nel senso pieno e compiuto del termine. È un romanzo assai originale che esce dalla categoria delle storie di immigrazione ormai non più poche, per fortuna, per diventare a pieno titolo letteratura italiana non convenzionale, perché Simionel non viene dalle scuole di scrittura. Simionel a trent’anni può vantare di essere e di essere stata una grande lettrice. Ha già pubblicato un altro libro su un tema simile, più rivolto alle sue origini. Si è nutrita di libri in maniera felicemente disordinata e ci ha consegnato una letteratura felicemente bastarda e ricchissima. Tutta da scoprire. Si è sentita un’impostora ma non lo è, è solo una bastarda. E c’è da ringraziarla per questo.       L'articolo Andreea Simionel / Una voce di confine proviene da Pulp Magazine.
April 18, 2026
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Emmanuel Venet / Il filo rosso del fuoco
Il romanzo Sacro fuoco di Emmanuel Venet si apre su un evento che potrebbe apparire, almeno in superficie, come un classico innesco narrativo: un incendio improvviso, il crollo di una cattedrale, lo sgomento di una comunità colta alla sprovvista. Eppure, fin dalle prime pagine, Venet disattende le aspettative del lettore, sottraendo progressivamente centralità all’evento in sé per spostare lo sguardo su ciò che quell’evento mette in moto. Non è il fatto a interessarlo, ma l’eco che esso produce nelle coscienze, nelle relazioni, nelle narrazioni che gli individui costruiscono per dare forma all’incomprensibile. In questo senso, l’incendio non è tanto un punto di arrivo quanto un punto di dispersione: un’origine da cui si diramano molteplici traiettorie, spesso divergenti, talvolta contraddittorie. Venet, anche grazie alla sua formazione psichiatrica, adotta uno sguardo analitico ma profondamente umano, capace di cogliere le minime oscillazioni dell’animo senza mai irrigidirle in categorie morali definitive. I suoi personaggi non vengono giudicati, ma esposti nella loro irriducibile complessità, come se fossero osservati attraverso una lente che ne amplifica le crepe, le esitazioni, le zone d’ombra. La comunità che si raccoglie attorno alla catastrofe è una costellazione di figure imperfette, attraversate da tensioni spesso inconciliabili: un prete in preda al desiderio, uno psicanalista la cui ambiguità sembra riflettere quella dei suoi pazienti, un politico che piega la tragedia a fini opportunistici, un immigrato trasformato con inquietante rapidità nel capro espiatorio ideale. In questo microcosmo, la verità perde consistenza, si sfalda sotto il peso delle interpretazioni, mentre prende forma un bisogno più urgente e quasi primordiale: quello di costruire una colpa, di darle un volto, di renderla narrabile. È proprio in questa dinamica che il romanzo rivela la sua natura più profonda: non un’indagine su ciò che è accaduto, ma una riflessione su come gli esseri umani reagiscono a ciò che non riescono a comprendere. La comunità non cerca tanto la verità quanto una storia che sia in grado di contenerla, anche a costo di deformarla. Il racconto diventa allora uno strumento di sopravvivenza, una forma di ordine imposta al caos. La scrittura di Venet si muove con equilibrio sottile tra registri diversi, intrecciando il tragico e il comico in una tessitura che sfiora spesso il grottesco. Scene che potrebbero precipitare nel dramma si incrinano in dettagli ironici, mentre episodi apparentemente leggeri lasciano emergere una verità più cupa e disarmante. Il lettore è così continuamente spiazzato: il sorriso che affiora si accompagna quasi sempre a un senso di disagio, come se dietro ogni gesto si celasse qualcosa di più perturbante. La struttura corale contribuisce in modo decisivo a questa impressione di instabilità. Il romanzo si costruisce per frammenti, per voci che si alternano senza mai convergere in una sintesi definitiva. Ogni punto di vista illumina un aspetto e ne oscura altri, generando un mosaico mobile, mai completamente ricomponibile. Non esiste un centro univoco, né una verità ultima che possa essere svelata: ciò che resta è il movimento stesso delle interpretazioni, il loro sovrapporsi, contraddirsi, dissolversi. In questo quadro, il “fuoco” evocato dal titolo assume una valenza che va ben oltre la dimensione materiale. Non è soltanto l’elemento distruttivo che devasta la cattedrale, ma una forza simbolica che attraversa i personaggi e li definisce. È il fuoco del desiderio, che inquieta e destabilizza; quello dell’ambizione, che spinge ad approfittare anche della tragedia; quello della paura, che cerca rifugio in spiegazioni semplici e rassicuranti; quello del bisogno di appartenenza, che trasforma l’individuo in parte di un racconto collettivo. È una forza ambivalente, capace di illuminare e insieme di accecare, di unire e al tempo stesso di separare. Lo stile, misurato e insieme densissimo, contribuisce a rendere questa esplorazione particolarmente incisiva. Venet scrive con un’ironia sottile, mai ostentata, che non alleggerisce ma piuttosto intensifica il senso di inquietudine. La sua prosa ha un sapore quasi classico, per equilibrio e precisione, ma è attraversata da una tensione contemporanea che la rende viva e penetrante. Sacro fuoco non offre soluzioni, non propone giudizi, non chiude i suoi interrogativi. Al contrario, invita il lettore a sostare nell’incertezza, a confrontarsi con la complessità dell’umano e con la fragilità delle costruzioni collettive. Più che raccontare una storia, Venet mette in scena un processo: quello attraverso cui gli individui, di fronte al disordine del reale, tentano ostinatamente di dargli una forma — anche quando quella forma è inevitabilmente parziale, distorta, provvisoria.     L'articolo Emmanuel Venet / Il filo rosso del fuoco proviene da Pulp Magazine.
April 15, 2026
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Joe Mungo Reed / Quel che nel nostro tempo connette il futuro al passato
Dal mare della scozia emerge una strana figura. La sagoma è umanoide e sembra essere giunto camminando sul fondale. Si tratta di un ragazzo proveniente dal futuro con informazioni capitali per imprimere una svolta decisiva a un mondo in cui la crisi climatica si fa più minacciosa col passare del tempo e un’idea precisa della persona a cui darla. Si tratta di Hannah, una scienziata che insieme a Red – questo è il nome del viaggiatore del tempo – inizia un percorso che condizionerà il futuro. Il suo, quello del suo pianeta e quello della sua famiglia. Il figlio Andrew si candiderà in politica per portare avanti a modo suo la lotta della madre, mentre la nipote Kenzie riprenderà il lavoro della nonna portandolo avanti non senza compromessi mentre Roban, suo figlio, parte di una generazione che non ha mai visto il pianeta terra, partirà per la missione di una vita che in qualche modo tenterà di chiudere il cerchio aperto da Hannah. Futuri terrestri è un romanzo di fantascienza costruito sul concetto intorno a cui il genere nella sua totalità si sviluppa: il futuro. E se l’elemento principale che lo radica nel presente è certamente l’argomento della crisi climatica, la riflessione filosofica che conferisce all’opera carattere di attualità e di urgenza è la visione del futuro come elemento che inevitabilmente condiziona il presente. Questo ragionamento è alla base di ogni opera che voglia trattare l’antropocene da una prospettiva significativa. L’impatto ambientale della tecnologia sul pianeta e sulla sua idoneità a ospitare la vita e la civiltà umana pone la questione di ciò che sarà di noi negli anni a venire al centro di un dibattito che sembra non riuscire a cancellare l’ipoteca che il capitalismo, con le conseguenze dei processi produttivi che lo sostentano, ha messo sull’esistenza delle prossime generazioni. Il tempo è limitato e, se non per fermare una biglia sul piano inclinato quantomeno per attutirne l’impatto che l’attende in fondo alla discesa, già nel presente è urgente e necessario che la civiltà umana ripensi quanto prima la propria organizzazione in vista di ciò che l’attende. L’ora deve più che mai lavorare in continuità col domani. Ed è proprio questa continuità che Joe Mungo Reed racconta. Futuri terrestri è una saga familiare che vede il perpetuarsi di una famiglia nel tempo non solo attraverso la riproduzione e il passaggio dei geni ma proprio tramite la partecipazione, ognuno secondo la propria personale e talvolta conflittuale prospettiva, al lavoro di modellamento del presente in vista di un possibile futuro. La discendenza di Hannah è fatta di esseri umani collocati nel tempo e nello spazio, individui connessi dal filo rosso di un ideale, prima che dalla genetica, si passano il testimone portando ognuno un contributo diverso. Hannah riceve un dono che è una corsa contro il tempo e il suo lavoro è per lo più teorico, di sviluppo. Andrew è un politico che vive di conflitto, sia nel suo lavoro che in famiglia, il rapporto con Kenzie sarà infatti messo alla prova da scelte che lui non approva ma che sono nella natura estremamente pragmatica della figlia, che farà un grande salto e darà la vita a uno dei prodotti integrali del futuro di una terra lasciata alle spalle, nato e cresciuto in un ambiente alieno che lo condizionerà in ogni aspetto della sua vita, primo fra tutti il fisico. La prosa di Joe Mungo Reed è delicata al punto di essere sfuggente e vive di ritmi lenti e dilatati, che mantengono la tensione a un livello molto sottile senza mai farla esplodere in maniera violenta. Futuri terrestri non ha un passo sostenuto e non vive di strappi, procede lento ma costante in un racconto corale che rappresenta efficacemente l’illusione di un tempo per risolvere le cose che sembra infinito ma termina troppo presto e comunque ben prima di quanto potessimo immaginare, e un rapporto tra presente, passato e futuro come qualcosa di impalpabile ma al tempo stesso persistente.   L'articolo Joe Mungo Reed / Quel che nel nostro tempo connette il futuro al passato proviene da Pulp Magazine.
March 11, 2026
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V.V. Ganeshananthan / Il dolore degli altri non è solo degli altri
Non so se ha senso parlare di guerre peggiori o migliori, ma verrebbe da dire che le guerre civili sono le peggiori. Non tanto in termini di violenza, difficilmente misurabile, quanto in termini di conflitto interiore, di dilemmi morali, di strappi affettivi. Questo memoir scritto con grande partecipazione e grande sofferenza, che ci parla in modo diretto ponendoci la domanda “ma voi cosa avreste fatto” più e più volte, è ambientato nello Sri Lanka, un paese lontano da noi sia fisicamente che concettualmente. Un paese tormentato da una guerra civile lunghissima e violentissima: abbiamo sentito parlare dei Tamil, delle Tigri, degli scontri, della repressione; in qualche raro momento le notizie hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, ma sono scomparse subito dopo. A parte il romanzo vincitore del Booker Prize nel 2022, Le sette lune di Maali Almeida (recensito su “Pulp Magazine”) di Shehan Karunatilaka, in cui quella realtà intricata e complicata veniva illuminata da un racconto ai limiti del surreale, lo Sri Lanka è davvero fuori dai nostri radar, personali e collettivi. Miei fratelli perduti comincia in un periodo storico non tanto lontano ma ancora pacifico e tranquillo: il 1981, quando Sashi, protagonista e voce narrante, allora sedicenne, si prepara per gli esami sognando di diventare medico, come la dottoressa Premachandran, l’unica donna nella facoltà di medicina della sua città, Jaffna. Sashi ha quattro fratelli, una famiglia normale, sono tutti pieni di energia e di progetti, proiettati verso un futuro di realizzazione professionale e personale. Sono esattamente come noi. La minoranza Tamil a cui Sashi appartiene non è proprio ben vista, ma le rivendicazioni sono pacifiche e la situazione è largamente accettabile. E poi quasi impercettibilmente tutto degenera e deflagra in una guerra civile tra le più violente e durature del nostro tempo (che da quel punto di vista non si è fatto mancare nulla). È una situazione in cui non si può restare a guardare. Non si può neppure prendersi il tempo di riflettere. Bisogna stare da una parte o dall’altra. E starci vuol dire o combattere o sostenere chi combatte. Sashi viene subito chiamata a lavorare nell’ospedale di emergenza dei resistenti. È ancora soltanto una studentessa di medicina, ma è brava e impara in fretta. I suoi fratelli si arruolano tra le Tigri e si danno alla lotta armata, per i ragazzi c’è ancora meno scelta. E Sashi perde i suoi fratelli, a uno a uno, i primi tre li perde materialmente, fisicamente; ma anche il quarto, quello che sopravvive, lo perde come affetto, come alleato, come compagno. All’università, sotto la guida della professoressa Premachandran, Sashi non solo diventa medico, ma partecipa all’attività veramente sovversiva di registrare e scrivere tutto quello che succede, tutti i soprusi, tutte le efferatezze, tutte le atrocità che vengono commesse da entrambe le parti, dal governo singalese come dalle Tigri e dagli altri movimenti di lotta armata. Le informazioni vengono ottenute attraverso interviste, condotte con discrezione, rispetto ed empatia, perché l’importante è che le persone possano raccontare e condividere quello che hanno vissuto e così alleggerirne il peso e la sofferenza. I resoconti vengono diffusi clandestinamente, con grandi rischi personali. Infatti, Premachandran pagherà con la vita il suo impegno di documentazione. Sashi alla fine emigra, senza convinzione o slancio ma come pure scelta di sopravvivenza. Da medico negli Stati Uniti cerca comunque di rimanere in contatto con il suo paese, cosa di per sé difficilissima, e di alimentare il lavoro di raccolta di informazioni, di costruzione di una memoria che, un giorno che finalmente la guerra civile sarà finita, permetterà di ricreare una coesistenza pacifica. È questo secondo me il messaggio forte del libro: che quando la vita diventa impossibile e le sofferenze sono parte della quotidianità, quando le ingiustizie, le vessazioni, gli abusi diventano la normalità, l’unico modo per restare umani è quello di raccontare, di scrivere, di dare forma e voce a quello che succede. Di permettere alle persone, a chi subisce, di mettere in parole quello che provano e sentono e pensano. Non è la soluzione del problema, certo che no, come del resto non lo è armarsi e intraprendere la lotta. Ma in certi momenti è l’unico modo per restare vivi, per non soccombere, e per lasciare a chi viene dopo una memoria su cui fondare il futuro. Di nuovo la scrittura, questo modo concreto e materiale che può prendere la narrazione, questo fenomeno che ci distingue da tutte le altri specie (forse l’unico che ci distingue in meglio), si rivela una delle poche armi che abbiamo a disposizione nei momenti estremi della nostra storia. Arma spuntata ma non distruttiva. Arma di costruzione invece che arma di distruzione. Magari un giorno riusciremo a dotarci di armi di costruzione come strumento di difesa. Per il momento le testimonianze, i racconti, le parole sono quello che ci ricorda la nostra verità di specie umana. Terribile ma anche compassionevole. Anche nella peggiore delle guerre ci sono persone che lottano non per distruggere ma per aiutare. È importante ricordarsene e questo romanzo memoir dà un contributo prezioso.     L'articolo V.V. Ganeshananthan / Il dolore degli altri non è solo degli altri proviene da Pulp Magazine.
January 31, 2026
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Richard Powers / Il banco vince sempre
Su Makatea, un’isola della Polinesia francese, si incontrano per l’ennesima e decisiva volta i destini di quattro esseri umani le cui vite sono legate, per un motivo o per l’altro, da lunghi anni di vita e reciproca influenza. Todd Keane, uno che ha raggiunto la ricchezza, il riscatto sociale a seguito di una caduta e la fama grazie alla tecnologia il cui ultimo sviluppo è un’intelligenza artificiale all’avanguardia; Rafi Young, un letterato di estrazione proletaria impegnato con Todd in un confronto a distanza nel gioco strategico in cui hanno trasformato la loro amicizia pluridecennale; Ina Aroita, artista e moglie di Rafi, cresciuta tra le basi militari; Evelyne Beaulieu, oceanografa che ha fatto della ricerca sul campo la sua vita senza mai riuscire fino in fondo a vivere la propria famiglia. Si incontrano in occasione di un progetto gestito da Playground, l’azienda di Todd, che consiste nella costruzione della prima isola artificiale completamente autonoma e abitabile, per la cui realizzazione è necessario appoggiarsi a Makatea. Il progetto definirà il destino dell’isola e vedrà le vite i Rafi, Todd, Ina ed Evelyne misurarsi con i limiti dell’umanità e dell’agency che le persone hanno sul mondo. Il termine opera-mondo non è solo una moda in letteratura, indica anche l’esigenza di trovare determinate caratteristiche in un libro, sopra tutte le altre la complessità intesa non tanto come struttura articolata, moltiplicazione dei piani temporali, non linearità e quantità elevata di punti di vista. Questi sono certamente strumenti tecnici per ottenerla, ma non esauriscono il concetto stesso di complessità. La stratificazione è anche a livello tematico, ampie e profonde sono le riflessioni che dalla semplice visione di trama come traiettoria, che non va comunque per forza a scomparire, anzi in definitiva può essere un aiuto a mantenere coordinate solide per una leggibilità la cui importanza è troppo spesso sottovalutata, evolvono il romanzo in un dispositivo che produce metafore, concetti, immagini e paradigmi. E la metafora che funge da spina dorsale a Un gioco senza fine, è come minimo solida: il gioco come primordiale e intramontabile creazione di una realtà artificiale mediata da regole stabilite dagli esseri umani, nata dall’esigenza di una forma di controllo sulla realtà stessa, una creazione sulla cui efficacia la domanda resta aperta. Todd e Rafi costruiscono su questo la loro relazione, passando dagli scacchi al go con il farsi più profondo e complesso il loro rapporto, e a modo suo Evelyne stessa usa le immersioni a scopo scientifico come forma di downgrade della vita da una forma di gioco più complicata a una più semplice, limitata e dai confini più definiti. L’arrivo dell’intelligenza artificiale va a intaccare questa metafora e la sineddoche di questa svolta, che si compie a diversi livelli nella trama e nelle interazioni fra i personaggi, è la notizia di Kasparov battuto da Deep Blue con la strategia della forza bruta, che di per sé non risolve il conflitto, comunque il computer fu aiutato dagli scienziati che inserirono quella mole immensa di aperture scacchistiche, mosse e contromosse, ma indica quella che poi sarà la via del futuro, la pura capacità di calcolo come campo in cui l’IA supera di netto l’essere umano e l’unica possibilità, che non è detto si attualizzi, di forma di controllo sulla realtà tutta a fronte del possesso di una mole di dati che le persone non saranno mai in grado né di registrare né di elaborare. Un altro limite dell’umanità, perché essa e ciò che la definisce sono uno dei nuclei tematici di Un gioco senza fine insieme alle ormai imprescindibili riflessioni sull’antropocene, è quello della caducità del corpo. I protagonisti crescono, alcuni di loro partecipano al superamento dei limiti della dimensione fisica attraverso l’applicazione concreta dell’immaginazione – Evelyne con il padre che inventa il respiratore automatico subacqueo – ma sperimentano anche la temporaneità di detto superamento. Il corpo invecchia, si ammala e decade, talvolta è addirittura una tragedia a ucciderlo accidentalmente ben prima di un termine accettato come ragionevole, ma sta di fatto che alla fine il banco vince sempre. Non importa quante mani giochiamo e quanto bene le giochiamo, queste sono le regole e non è possibile barare. Non diversamente da Il sussurro del mondo, quest’ultimo lavoro di Powers è un grande romanzo corale che si apre nello spazio e nel tempo, prendendosi tutta l’ampiezza di respiro di cui ha bisogno per comporre un’architettura ricca e articolata, un’opera che se inserita nella produzione dell’autore, in particolar modo se la si vuol comparare con un romanzo breve e raccolto nella sua altissima densità come Smarrimento, ne testimonia la versatilità e soprattutto muscoli di narratore possenti come in pochi altri, capaci di misurarsi con efficacia con l’iperoggetto mortoniano chiamato realtà nel gestire una mole di racconto non certo mai vista, ma tale da creare un universo narrativo credibilmente definibile come mondo. L'articolo Richard Powers / Il banco vince sempre proviene da Pulp Magazine.
December 31, 2025
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Aisling Rawle / Il consumismo dell’intrattenimento
Nella lista dei migliori libri del 2025 stilata da “The New Yorker”, quest’anno troviamo anche una giovanissima insegnante di inglese, Aisling Rawle, nata e residente in Irlanda, con il suo brillante romanzo d’esordio La vita facile, edito da edizioni e/o nella traduzione di Edoardo Andreoni. Rawle intreccia alcuni tra i più grandi modelli di intrattenimento televisivo a livello globale, partendo da Temptation Island e il Grande Fratello, aggiungendo un tocco di speculazione narrativa, come nel romanzo Il signore delle mosche, e di competizione feroce in un mondo dove non c’è più nulla da perdere, come in Hunger Games. Il risultato è una brutale analisi del mondo materialista in cui viviamo oggi, tra un consumismo distruttivo, una crisi climatica in rapido sviluppo, un capitalismo drenante e una brutale competitività. L’autrice, con la sua scrittura fluida e decisa, analizza alcune problematiche socioeconomiche in rapido sviluppo della nostra epoca trasformandole nel modo più fruibile, e quindi più comprensibile, possibile: in un reality show. Non abbiamo molte informazioni sul mondo fuori dal compound, il luogo dove si svolge il programma a cui partecipano una ventina di ragazzi e ragazze. Sappiamo che c’è una guerra in corso in cui sta combattendo il padre della narratrice, Lily, anche se non ne conosciamo le dimensioni né la portata. Il compound è situato nel deserto e in lontananza grandi incendi circondano questa finta oasi creata per intrattenere, con lo scopo ufficiale di trovare l’amore. Fuori dal compound le persone camminano sotto un cielo “grigio e deprimente” usando delle mascherine, soprattutto nelle grandi città, in un clima bollente. Lily lavora nel reparto trucco di un grande negozio e conduce la vita monotona, quasi robotica, che il capitalismo impone: “tornare a casa e avere l’ansia di dover ricominciare da capo il giorno seguente, e comunque non avere mai abbastanza soldi. E poi che senso aveva […] quando saremmo probabilmente tutti morti nel giro di vent’anni?”. Nei pensieri di Lily riecheggiano le convinzioni condivise da tutti gli inquilini del compound: cercare di rimanere in quell’oasi fittizia il più a lungo possibile, perché fuori la strada è stata smarrita. Non sembra così male vivere nel compound: un grande casa, un giardino immenso, una piscina favolosa, un campo da tennis, un labirinto, un orto e ventiquattro ore al giorno per fare tutto ciò che si vuole. Nel compound, sconnesso dal mondo esterno, tutto ciò di cui si ha bisogno – cibo, acqua, vestiti, oggetti – viene guadagnato tramite delle prove. Le prove collettive sono molteplici, di natura fisica oppure più colloquiali, e prevedono la partecipazione dell’intero gruppo. Solitamente il completamento di una prova prevede l’ottenimento di qualcosa a uso, appunto, collettivo; oppure l’eliminazione di un inquilino, con il conseguente avanzamento verso la finale, un altro dei punti focali del programma. Gli ultimi cinque membri rimanenti possono già considerarsi famosi nel mondo esterno, anche se il vero vincitore è solo l’ultimo inquilino. Se dapprima le prove sono leggere nella loro semplicità, man mano che il numero di partecipanti diminuisce, le prove diventano più pressanti: se la posta in gioco è l’eliminazione degli inquilini, la competitività diventa feroce, brutale, quasi animale, fino a tingersi di un rosso vivo. È a questo punto che emerge fino a quanto si è disposti a spingersi per non tornare alle proprie vite di prima e rischiare di perdere quell’umanità, quella compassione, che costituisce le fondamenta di chi siamo. La fine può giustificare i mezzi? La vita facile risponde chiaramente di no. Assieme alle prove collettive ciascun inquilino ha uno schermo personale dove appaiono delle prove individuali, sempre e solo associate a degli oggetti da ottenere: più un inquilino prosegue all’interno del programma, più gli oggetti diventano sfarzosi e i brand mittenti più lussuosi. Chi riceve un oggetto deve sempre ringraziare il brand che lo invia, con la segreta promessa di poterci collaborare una volta fuori dal compound. Rawle integra magistralmente il materialismo e il consumismo che governano la nostra società in un programma televisivo che deve obnubilare le menti di chi guarda. Un desiderio sfrenato di avere sempre più cose, spesso inutili, che conduce ad un’insoddisfazione precoce di ciò che si è ottenuto, portando a cercare altro con cui distrarci, entrando in un loop infinito di accumulazione compulsiva di cose, sempre più cose, sempre più oggetti. I partecipanti, Lily inclusa, affrontano una prova individuale dopo l’altra, godendosi l’oggetto ottenuto giusto il tempo di desiderarne un altro, fino a quando l’accesso facile ed esclusivo ad oggetti che non ci si sarebbe potuto permettere nel mondo reale prende il sopravvento e diventa l’unico, vero, motivo di permanenza al compound. Assieme alla ferocia delle prove collettive, dove vince chi prevale sugli altri, il materialismo delle prove individuali descrive un mondo che, seppur in un contesto narrativo, scivola fuori dalla pagina per incontrare un fratello nel mondo reale.       L'articolo Aisling Rawle / Il consumismo dell’intrattenimento proviene da Pulp Magazine.
December 29, 2025
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Xueting C. Ni / Ecco l’horror cinese
Sinofagia è un’antologia virtualmente gemella alla precedente Sinopticon, la raccolta di fantascienza cinese curata tre anni fa da Xueting C. Ni, sinologa, traduttrice e ricercatrice indipendente devota ai miti e alla letteratura speculativa della Repubblica Popolare. Con questa nuova silloge Xueting C. Ni, nata a Guangzhou nel periodo di riapertura delle frontiere a ovest ed emigrata a Londra all’età di undici anni, intende ora far conoscere al pubblico occidentale anche quella letteratura che dalle nostre parti è stata a suo tempo definita “gotica” e, più recentemente, “dell’orrore”. Come spiega la stessa Xueting nell’introduzione al volume, e ribadisce nelle numerose interviste che trovate in rete, le storie di fantasmi sono sempre state di casa nella tradizione cinese senza che nessuno mettesse in discussione la loro appartenenza al canone classico. L’horror, inteso anche come filone pulp più grafico e sanguinario, a differenza della fantascienza, è stato invece a lungo messo all’indice come genere underdog, poco raccomandabile per il sentire comune e attenzionato dalla censura politica. Rispetto a venti anni fa, la situazione oggi sta cambiando, lo stigma editoriale che circondava il genere horror è in gran parte venuto meno, e l’orrore torna a riaffacciarsi nelle preferenze dei lettori cinesi. Sicuramente grazie alla crescente popolarità della letteratura online rispetto alla carta, ma, più in generale, in ragione delle ansie e della concitazione di una società condannata a vivere nel futuro, che si interroga ora sull’accelerazione dell’ultimo trentennio. Come interrogazione problematica e aperta alle risoluzioni dell’ignoto, non stupisce quindi se l’orrore è rappresentato molto spesso attraverso il conflitto tra le figure della mentalità cittadina – il medico, lo scrittore di successo, ecc. – e quelle della tradizione contadina, meglio se intesa e declinata al plurale – le tradizioni – stante la vastità del quasi continente cinese. Un folklore occulto, e comunque invisibile per gli agenti della razionalità, molto spesso impregnato della miseria della campagna e del sangue ancora fresco della storia novecentesca, come i fantasmi dei banditi della montagna in Camminando nella notte di She Gong Ge. O come la violenza patriarcale tramandata da “usanze” come il ratto, l’abuso e la compravendita della sposa (Il matrimonio fantasma di Yimei Tangguo). In un mondo di spettri, dove nulla è veramente come appare, anche la cultura gastronomica può rivelarsi un’arma a doppio taglio per lo sprovveduto cittadino (L’hotpot dello yin e dello yan).  Fuori dalle certezze della metropoli, la tecnologia stessa perde la sua allure rassicurante per trasformarsi nella sua versione “frankenstein”, come i golem surrogati utilizzati dai paesani in Ti’Naang di Su Min. L’antologia, che raccoglie 14 tra racconti lunghi e short stories, pubblicati nell’arco di circa venti anni (2002-2022), non manca comunque di affrontare anche in modo più esplicito i temi della modernità e dell’horror metropolitano. In Conosci le torri dell’antico splendore? ci ritroviamo ad esempio, dopo qualche pagina, in un’atmosfera ballardiana, mentre scopriamo che in un nuovo condominio della periferia la gente ha iniziato a tumulare le ceneri dei cari estinti perché gli appartamenti risultano ormai più economici dei loculi al cimitero. Nel futuro prossimo di Sognare ad occhi aperti, di Fin Zhuo, i mostri che spuntano tra gli avatar degli impiegati durante le riunioni di lavoro in realtà virtuale rivelano il perturbante che, nemmeno troppo nascostamente, si cela dietro alla noia aziendale e ai grandi progetti di Metaverso. Una realtà ipercompetitiva che inizia all’università dove anche le leggende urbane più sanguinose possono servire a farsi largo nel campus come ne La ragazza sotto la pioggia di Hong Niangzi. Nell’antologia – apparsa con il titolo originale di Sinophagia: A Celebration of Chinese Horror – merita ancora sicuramente una menzione Il villaggio desolato di Cai Jun, una storia delicata e perturbante, che richiama l’ideale gotico e forse per questo può suonare più familiare al lettore europeo. Che in ogni caso non avrà difficoltà ad apprezzare anche tutti gli altri racconti di questa ottima antologia.     L'articolo Xueting C. Ni / Ecco l’horror cinese proviene da Pulp Magazine.
December 18, 2025
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Ken Follett / E fu così che venne costruita Stonehenge – forse
Ken Follett è una certezza. I suoi romanzi storici escono puntuali in autunno, misurano intorno alle 700/800 pagine, ricostruiscono un pezzo di storia per lo più medioevale, e lo raccontano con abilità, competenza e passione. Spesso, come anche in questo Il cerchio dei giorni, protagoniste sono le grandi opere dell’ingegno umano, realizzate per lo più da un uomo solo che ha delle particolari capacità oltre alla tenacia, al coraggio, alla convinzione delle proprie idee. Stonehenge è il punto di partenza perfetto. Nessuno sa quando, perché, da chi fu costruito il grande monumento di pietra che resiste tuttora. Follett immagina allora che in un luogo imprecisato della Gran Bretagna, tra colline e pianura, ci sia un tempio gestito da un gruppo di sacerdotesse, e che la funzione di questo tempio sia quella di contare. Contare i giorni, contare gli anni. Siamo nel medioevo, le società sono fatte di coltivatori o di pastori, ma nessuno sa contare oltre le dita di una mano. Le capacità di astrazione sono molto poco sviluppate. La lotta per la sopravvivenza è durissima, e anche quando si raggiunge un certo benessere, questo significa cibo in abbondanza, un tetto sopra la testa e dei figli che crescono sani. Non molto di più. Uno strumento per tener conto dei giorni, delle settimane e degli anni è prezioso. Ma il tempio è fatto di legno, brucia una prima volta e viene ricostruito più solido e più consistente ma sempre in legno. Brucia una seconda volta. A questo punto la giovane Joia, diventata sacerdotessa per la sua abilità nel tessere relazioni e convincere le persone a seguirla, decide di ricostruire il tempio con le pietre. Pietre grandi come quelle necessarie non ci sono nei dintorni, bisogna andarle a prendere in una valle che dista diversi giorni di cammino. E sono pietre molto più grandi di un uomo, pietre che tutti ritengono impossibili da spostare. Per fortuna c’è Seft, un giovane e abile cavatore di selce che si è stabilito nella comunità di pastori che vive intorno al tempio, e ha dimostrato grandi doti nel lavorare il legno e soprattutto nel trovare soluzioni impensate a problemi che si ritenevano insolubili. Il carisma di Joia e l’abilità di Seft renderanno possibile il progetto visionario di un monumento di pietre enormi, che potrà durare per sempre. Naturalmente l’epopea della costruzione del tempio è teatro di una grande lotta tra il bene e il male, che è sempre uno dei temi immancabili nei romanzi di Follett. La comunità dei pastori, dove si trova il tempio, è sostanzialmente pacifica. È anche piuttosto benestante, gestita da un gruppo di anziani saggi, vi si lavora con calma. Mentre più sotto, nella pianura, la comunità dei coltivatori è bellicosa e arrabbiata. Le donne non hanno voce in capitolo e devono obbedire agli uomini. Il capo è un uomo violento e poco intelligente, che comanda grazie alla prepotenza e all’assenza di scrupoli. Il lavoro è sfiancante e senza soste. C’è una terza comunità, il popolo dei boschi, che vive una vita primitiva e semplice, cibandosi di quel che trova e riparandosi in capanne precarie. I rapporti tra le tre comunità sono tesi ma civili, finché una lunga e persistente siccità mette a dura prova le possibilità di sopravvivenza di tutti. Superamento dei confini, sabotaggi, incendi, uccisioni cominciano a verificarsi sempre più spesso mentre il bestiame muore e i campi sono arsi e senza frutti. L’impresa della costruzione del tempo di pietra sembra particolarmente impossibile, ma è anche vero che proprio nei momenti tragici bisogna trovare un progetto, un piano, una visione che aiuti a immaginare un futuro, proprio quando il futuro sembra non poterci essere. Come sempre nei romanzi di Follett il personaggio femminile è quello più forte e significativo. Joia è una donna determinata, intelligente, carismatica. Cresce con una madre equilibrata e saggia che fa parte del gruppo degli anziani e che la sostiene e la aiuta a coltivare la sua diversità e peculiarità. Il contraltare maschile è un falegname/ingegnere ante litteram, capace di immaginare e sperimentare soluzioni che oggi definiremmo tecnologiche e che, per la prima volta, permettono alla società degli uomini di costruire qualcosa di più grande di loro. C’è dunque qualcosa di epico, nell’impresa di costruzione del tempio ma anche nel racconto, nei tempi, nello spazio, nelle attese, nelle sorprese della narrazione. C’è certamente una visione del mondo estremamente individualista, di quell’individualismo tipicamente occidentale che tende ad anteporre l’individuo alla comunità. In realtà sappiamo che le grandi scoperte, le grandi invenzioni, le grandi imprese non sono mai un’opera individuale. Se un individuo emerge e poi diventa il titolare della scoperta o dell’invenzione, è perché nella nostra narrazione abbiamo bisogno di eroi e di grandezza. Ma tutte le invenzioni e le scoperte sono frutto di un pensiero e di un lavoro collettivo, di moltissimi tentativi ed errori che a un certo momento culminano nella soluzione. Il fortunato o abile che si trova in quel culmine passa alla storia e tutti quelli che gli hanno preparato il terreno restano nell’oblio. Ma è importante che si sappia come stanno davvero le cose. E certo stiamo parlando di un romanzo e non di un libro di storia, e Follett dà conto ampiamente dell’importanza della società e della vita comunitaria. Resta il fatto che in questo momento storico così complicato e fragile, così teso e scivoloso, questa scelta mi sembra mettere in evidenza un elemento del nostro tempo sul quale dovremmo riflettere e prestare attenzione. Dunque, anche quello che si definisce un bestseller (con una punta di scorno) e che è una buona lettura di intrattenimento ci può far vedere qualcosa che sta nascosto ma è importante.         L'articolo Ken Follett / E fu così che venne costruita Stonehenge – forse proviene da Pulp Magazine.
December 13, 2025
Pulp Magazine
Chloé Delaume / Storia di una donna come noi
«Clotilde non vuole morire prima di aver visto donne e ragazze alzarsi a una a una tenendosi per mano. Carmagnola sororale che smantella un sistema che colonizza corpo e pensiero; che ribalta ridendo i valori della fallocrazia; che distrugge in un coro di collera i bastioni del virilismo sovrano. Insieme devono ballare al suono dei cannoni: non si possono uccidere i costumi, solo farli evolvere. La distruzione delle gerarchie non si fa con l’ascia, e la tranciatura della giugulare o del pene dei maschi alfa sporcherebbe il tappeto facendone dei martiri. Non servono armi, ma strumenti». Partiamo da qui, da questo concetto che è un po’ l’essenza del libro. L’autrice francese Chloè Delaume è solita concentrarsi con la sua opera letteraria su esperienze autobiografiche e con un approccio decisamente sperimentale, a colpi di femminismo e autofiction. In questo suo ultimo lavoro, infatti, ne conosciamo l’alter ego, Clotilde Mélisse, scrittrice che esorcizza episodi della sua vita nei libri, la incontriamo in treno durante un suo viaggio che parallelamente intraprende anche nei ricordi. La sua passione per la poesia nata dal desiderio di compiacere la madre e catturarne l’attenzione, tutti i disturbi che negli anni le hanno presentato il conto dopo aver assistito all’omicidio della madre commesso dal padre, quegli istanti durati un’eternità in cui il genitore prima di spararsi le ha puntato contro una pistola. Quando ciò accade è il 1983 e Clotilde ha poco più di dieci anni, da quel momento tutto verrà rivoluzionato e quell’uxoricidio inciderà per sempre sulle relazioni future della bambina. Da lei apprendiamo che non c’erano parole per descrivere un gesto così brutale come un femminicidio, che avremmo dovuto aspettare il 2015 per vedere quel termine sul dizionario anche se nel 1976 a Bruxelles è stato pronunciato per la prima volta dal Tribunale dei crimini contro le donne durante un evento di quattro giorni, in occasione del quale Simone de Beauvoir ha tenuto il discorso d’apertura definendo quel Tribunale come l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne. Sul treno con Clotilde, ormai adulta, proseguiamo il viaggio dentro la sua memoria attraverso ragionamenti puntuali, precisi, anche tecnici nella loro terminologia mai scontata, sebbene si potesse correre il rischio di scadere nel banale, e arriviamo a toccare corde molto intime del suo personale come il bipolarismo o la prostituzione, sempre con una narrazione priva di vittimismo e più incentrata sull’autoanalisi, per arrivare poi al cuore del libro: Guillaume. La loro intensa storia d’amore torna dopo dieci anni a turbare un equilibrio che si era stabilito in maniera forzata per istinto di sopravvivenza da parte di Clotilde. Guillaume, regista omosessuale che sconvolge la scrittrice e nasce da un colpo di fulmine in una sera d’estate. Guillaume che la sconvolge a tal punto da farle provare un amore assoluto e minare al contempo la sua autostima. Un racconto spietato quanto coraggioso di una personalità complessa, espressa con una voce schietta e profonda che davvero arriva alla mente prima che al cuore, e fa nascere discussioni e riflessioni da affrontate senza maschere o attenuanti. Sono molti i passaggi da sottolineare che si imprimono come quelli inerenti alla terapia farmacologica e sul pregiudizio della società nei confronti di un malato di mente. Una prosa quasi poetica, a tratti graffiante scava pagina dopo pagina nell’inconscio in un’eterna disamina dell’animo. Una lettura straordinaria pubblicata da una piccola casa editrice che porta il nome della sua fondatrice Mariangela Mincione, ex libraia appassionata e curiosa lettrice, che con molto coraggio ha scelto di andare controcorrente non solo con la scelta del suo catalogo, ma anche con la copertina di questo libro in particolare. Non troverete infatti la solita foto piaciona e ammiccante ma solo scritte e nessun disegno. Il titolo, il nome dell’autrice, l’editore e la traduttrice, stop. Minimalista ed essenziale, come piace ai veri lettori, il resto è superfluo e distoglie l’attenzione dal contenuto. Che in questo caso è imperdibile. L'articolo Chloé Delaume / Storia di una donna come noi proviene da Pulp Magazine.
December 8, 2025
Pulp Magazine
Magdalena Blažević / Gli scomparsi
“Preparatevi, il tempo sta per scadere. Il silenzio e la lentezza dureranno ancora per poco”. L’eclissi del periodo estivo coincide con l’esordio dell’orrore, mentre “il cielo si dissolve nelle prime scintille e nell’odore della polvere da sparo”. In tarda estate è il potente esordio romanzesco di Magdalena Blažević, critica letteraria che già nel panorama narrativo si era imposta con alcuni racconti di rilievo. Le sue pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche. La memoria tiene insieme la fragile trama narrativa. I ricordi balenano intensi, come dettagli illuminati per un istante dal sole attraverso le foglie e poi di nuovo celati. Giochi di fanciulli dalla durata effimera, bambole rinchiuse in una scatola per non vedere più la luce. La quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue e del fango impregna l’aria mentre le galline vengono macellate. Suini nati morti vengono gettati in una fossa, mentre sciami di corvi e di mosconi infestano l’aria. Il fratello di Ivana, la protagonista, porta a spalla un fucile ad aria compressa che anticipa quelli reali e ben più perigliosi che a breve sconvolgeranno quelle terre. Gazze mettono in scena “uno spettacolo nero”, mentre “l’aria rimbomba e il bosco si oscura”. Come nelle fiabe, la foresta è buia e minacciosa, albergo di inconsci timori. La paura percorre gli animi come un vento furioso. Nella casa giace abbandonata una fisarmonica, che nessuno è in grado di suonare. Paesaggi impregnati di gelo e di morte, nei quali il più lieve rumore echeggia furente. Le finestre delle case in rovina appaiono come orribili occhi cavati. Blažević, come Virginia Woolf in time passes, riesce a rendere il trascorrere del tempo, le piazze un tempo vive e ora deserte, i tetti piagati dalla pioggia e dalla neve, sotto i quali non vi è più riparo, le stanze vuote percorse da topi e da insetti, le mura aggredite da muschi e umidità. Il libro è dedicato agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. Un episodio poco noto dalle nostre parti, come altri che vengono posti all’attenzione solo ora, a così grande distanza di tempo, a dimostrazione di come ogni conflitto porti con sé strascichi infiniti e devastazioni morali enormi. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”. Gli odori e i sapori di un tempo si estinguono, inevitabilmente. Fotografie sbiadite simboleggiano la necessità di ricordare, prima che l’oblio renda tutto illeggibile. “Come fa il mondo a essere ancora lo stesso?”, si domanda l’autrice. Dopo tanto orrore il normale corso dell’esistenza appare sfigurato, per sempre. Le scarpe da ginnastica di Ivana restano appoggiate al muro; nessuno le indosserà più. Un telefono squilla invano nel vuoto popolato solo dalla morte.   L'articolo Magdalena Blažević / Gli scomparsi proviene da Pulp Magazine.
December 3, 2025
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