Servando Rocha / L’odio dentro alla Transición democratica
Ormai assediati da una cronaca nera spesso piena di narrazioni tossiche sulle
cosiddette “baby gang” – con una declinazione peculiare della definizione di
“maranza” che si è poi rivelata essere funzionale a una legge repressiva
descritta, appunto, come “anti-maranza” – può forse sorprendere ogni narrazione
memorialistica o storica che riporti il fenomeno europeo delle “bande giovanili”
ad almeno sessant’anni fa. Mod e teddy boys, senz’altro, a partire dalla culla
britannica delle sub- o contro-culture, ma anche – com’è spesso accaduto con la
macchina dei sogni, e degli incubi, hollywoodiana – una chiara importazione
europea dell’immaginario statunitense, ad esempio con un film oggi considerato
un classico piuttosto innocuo come West Side Story.
Tuttavia, quando il film arriva nelle sale spagnole, tra il 1962 e il 1963, gli
adolescenti della penisola «non hanno mai visto niente di simile» – scrive
Servando Rocha all’interno del suo monumentale volume, in realtà principalmente
dedicato a José Luis “Dum Dum” Pacheco, ex pugile (e molto altro) di Madrid,
oggi settantasettenne: è un titolo del 2021 L’odio dentro, ora meritoriamente
tradotto in Italia da Readerforblind nella godibilissima traduzione di
Alessandro Gianetti. Tornando a West Side Story, «Veder[lo] fu indimenticabile»
racconta, nel libro, una delle tante persone intervistate da Rocha. «L’idea di
riunirsi tra bande per picchiarsi a vicenda nacque da quel film. Vederlo ci fece
impazzire. Al cinema, nei corridoi, urlavamo, davamo calci al pavimento e alcuni
si mettevano a ballare». Ed è così che, riprende a raccontare Rocha, «gruppi di
adolescenti, molti dei quali ragazzini, ma con volti segnati e sguardi di sfida,
ballano e combattono. Lo fanno ogni fine settimana. Usano coltelli a serramanico
e catene, tutto ciò su cui possono mettere le mani in vicoli e vicoletti. Le
città del dopoguerra sono delle vere miniere e il bottino è sempre in bella
vista; è facile trovare una barra di ferro dimenticata, pietre o tubi presi in
prestito dalle case in demolizione».
Tra questi c’è Dum Dum Pacheco, appunto, che entra nella banda degli Ojos Negros
– dominante in alcune parti delle periferie meridionali di Madrid – e finisce
presto in carcere per aggressione; quando ne esce, si arruola nella Legione
spagnola, che poi abbandonerà per dedicarsi, infine, alla boxe. Una traiettoria,
dunque, interna, o perlomeno compiacente, con alcune aree di estrema destra, e
in un’epoca di franchismo pieno, capace così di delineare una precisa afferenza
– per quanto senza diretta appartenenza – politica anche per le azioni di bande
come gli Ojos Negros. Dum Dum Pacheco, che non esita a fare «giochi di parole
che solo lui trova divertenti», in occasione di una dichiarazione rilasciata
alla rivista franchista Fuerza Nueva, dichiara: «Sono di Fuerza Nueva e ho una
bella faccia», con la sempre puntuale traduzione di Gianetti che si trova a
dover ricorrere a una nota a piè di pagina per esplicitare il doppio senso – non
troppo sofisticato, in origine – della parola facha usata da Pacheco, da
intendersi sia come “faccia” che come diminutivo di “fascista”.
Non dev’essere dunque stato facile per Rocha – editore e autore di Santa Cruz de
la Palma, classe 1974, cresciuto negli ambienti dell’underground
anarco-situazionista – confrontarsi con «un personaggio eccessivo, estremo e
quasi irreale» diametralmente opposto alle proprie posizioni e inclinazioni.
Tuttavia, l’esito della scommessa, per la scrittura di Rocha, si rivela in tutto
e per tutto positivo, non solo per la scrittura fluviale (e inarrestabile, anche
nell’esperienza di lettura) delle 650 pagine dell’edizione italiana, ma anche
per la capacità di attraversare, con piglio documentaristico e in generale con
notevole acume, la storia del franchismo e del post-franchismo sottraendosi alle
luci degli stroboscopi e delle paillettes della movida della Transición per
immergersi in una zona buia (che non si è nemmeno estinta del tutto, per quanto
riguarda il radicamento politico, se si guarda alle risorgenze più recenti
dell’estrema destra spagnola).
Per raccontare un personaggio certamente singolare ed eterodosso e al tempo
stesso del tutto integrato in quella zona oscura – «un delinquente che era solo
un ragazzino, un legionario che si è fatto strada a pugni, un pugile quasi
suicida, un sognatore dal cuore sempre spezzato, un uomo coraggioso e temerario
che non si è mai arreso, un cattivo attore nel teatro della vita, qualcuno che
lotta contro il tempo» – Rocha ha esplicitamente adottato la formula
barthesiana, dalla Camera chiara, del «vedere gli occhi che hanno visto gli
occhi». Non ne è uscita una visione distorta o contaminata, anzi: Rocha si è
guardato bene, ad esempio, dal farsi influenzare dall’autobiografia pubblicata
nel 1976 dallo stesso Pacheco e intitolata, sempre senza mezzi termini, Mear
sangre (“Pisciare sangue”). Rocha ha voluto invece raccogliere innumerevoli
testimonianze vis à vis e recuperare, al contempo, una bibliografia molto ampia
– diligentemente inclusa in coda al libro – allo scopo di creare un ritratto di
un personaggio che è anche il racconto, in filigrana, di varie decadi della
storia spagnola.
«Quando sono buono, sono buono; quando sono cattivo, sono divertente», amava
ripetere Dum Dum Pacheco: quella di Rocha è invece un’opera buona, e anche
divertente (o meglio, coinvolgente, per un volumone che è anche un page turner),
che non può mancare negli scaffali – che necessitano, in effetti, di essere
assai capienti – di chi si voglia interessare alla storia delle sub- o
contro-culture del secondo Novecento e della contemporaneità.
L'articolo Servando Rocha / L’odio dentro alla Transición democratica proviene
da Pulp Magazine.