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Servando Rocha / L’odio dentro alla Transición democratica
Ormai assediati da una cronaca nera spesso piena di narrazioni tossiche sulle cosiddette “baby gang” – con una declinazione peculiare della definizione di “maranza” che si è poi rivelata essere funzionale a una legge repressiva descritta, appunto, come “anti-maranza” – può forse sorprendere ogni narrazione memorialistica o storica che riporti il fenomeno europeo delle “bande giovanili” ad almeno sessant’anni fa. Mod e teddy boys, senz’altro, a partire dalla culla britannica delle sub- o contro-culture, ma anche – com’è spesso accaduto con la macchina dei sogni, e degli incubi, hollywoodiana – una chiara importazione europea dell’immaginario statunitense, ad esempio con un film oggi considerato un classico piuttosto innocuo come West Side Story. Tuttavia, quando il film arriva nelle sale spagnole, tra il 1962 e il 1963, gli adolescenti della penisola «non hanno mai visto niente di simile» – scrive Servando Rocha all’interno del suo monumentale volume, in realtà principalmente dedicato a José Luis “Dum Dum” Pacheco, ex pugile (e molto altro) di Madrid, oggi settantasettenne: è un titolo del 2021 L’odio dentro, ora meritoriamente tradotto in Italia da Readerforblind nella godibilissima traduzione di Alessandro Gianetti. Tornando a West Side Story, «Veder[lo] fu indimenticabile» racconta, nel libro, una delle tante persone intervistate da Rocha. «L’idea di riunirsi tra bande per picchiarsi a vicenda nacque da quel film. Vederlo ci fece impazzire. Al cinema, nei corridoi, urlavamo, davamo calci al pavimento e alcuni si mettevano a ballare». Ed è così che, riprende a raccontare Rocha, «gruppi di adolescenti, molti dei quali ragazzini, ma con volti segnati e sguardi di sfida, ballano e combattono. Lo fanno ogni fine settimana. Usano coltelli a serramanico e catene, tutto ciò su cui possono mettere le mani in vicoli e vicoletti. Le città del dopoguerra sono delle vere miniere e il bottino è sempre in bella vista; è facile trovare una barra di ferro dimenticata, pietre o tubi presi in prestito dalle case in demolizione». Tra questi c’è Dum Dum Pacheco, appunto, che entra nella banda degli Ojos Negros – dominante in alcune parti delle periferie meridionali di Madrid – e finisce presto in carcere per aggressione; quando ne esce, si arruola nella Legione spagnola, che poi abbandonerà per dedicarsi, infine, alla boxe. Una traiettoria, dunque, interna, o perlomeno compiacente, con alcune aree di estrema destra, e in un’epoca di franchismo pieno, capace così di delineare una precisa afferenza – per quanto senza diretta appartenenza – politica anche per le azioni di bande come gli Ojos Negros. Dum Dum Pacheco, che non esita a fare «giochi di parole che solo lui trova divertenti», in occasione di una dichiarazione rilasciata alla rivista franchista Fuerza Nueva, dichiara: «Sono di Fuerza Nueva e ho una bella faccia», con la sempre puntuale traduzione di Gianetti che  si trova a dover ricorrere a una nota a piè di pagina per esplicitare il doppio senso – non troppo sofisticato, in origine – della parola facha usata da Pacheco, da intendersi sia come “faccia” che come diminutivo di “fascista”. Non dev’essere dunque stato facile per Rocha – editore e autore di Santa Cruz de la Palma, classe 1974, cresciuto negli ambienti dell’underground anarco-situazionista – confrontarsi con «un personaggio eccessivo, estremo e quasi irreale» diametralmente opposto alle proprie posizioni e inclinazioni. Tuttavia, l’esito della scommessa, per la scrittura di Rocha, si rivela in tutto e per tutto positivo, non solo per la scrittura fluviale (e inarrestabile, anche nell’esperienza di lettura) delle 650 pagine dell’edizione italiana, ma anche per la capacità di attraversare, con piglio documentaristico e in generale con notevole acume, la storia del franchismo e del post-franchismo sottraendosi alle luci degli stroboscopi e delle paillettes della movida della Transición per immergersi in una zona buia (che non si è nemmeno estinta del tutto, per quanto riguarda il radicamento politico, se si guarda alle risorgenze più recenti dell’estrema destra spagnola). Per raccontare un personaggio certamente singolare ed eterodosso e al tempo stesso del tutto integrato in quella zona oscura – «un delinquente che era solo un ragazzino, un legionario che si è fatto strada a pugni, un pugile quasi suicida, un sognatore dal cuore sempre spezzato, un uomo coraggioso e temerario che non si è mai arreso, un cattivo attore nel teatro della vita, qualcuno che lotta contro il tempo» – Rocha ha esplicitamente adottato la formula barthesiana, dalla Camera chiara, del «vedere gli occhi che hanno visto gli occhi». Non ne è uscita una visione distorta o contaminata, anzi: Rocha si è guardato bene, ad esempio, dal farsi influenzare dall’autobiografia pubblicata nel 1976 dallo stesso Pacheco e intitolata, sempre senza mezzi termini, Mear sangre (“Pisciare sangue”). Rocha ha voluto invece raccogliere innumerevoli testimonianze vis à vis e recuperare, al contempo, una bibliografia molto ampia – diligentemente inclusa in coda al libro – allo scopo di creare un ritratto di un personaggio che è anche il racconto, in filigrana, di varie decadi della storia spagnola. «Quando sono buono, sono buono; quando sono cattivo, sono divertente», amava ripetere Dum Dum Pacheco: quella di Rocha è invece un’opera buona, e anche divertente (o meglio, coinvolgente, per un volumone che è anche un page turner), che non può mancare negli scaffali – che necessitano, in effetti, di essere assai capienti – di chi si voglia interessare alla storia delle sub- o contro-culture del secondo Novecento e della contemporaneità. L'articolo Servando Rocha / L’odio dentro alla Transición democratica proviene da Pulp Magazine.
August 26, 2026
Pulp Magazine
Consigli di lettura per l’estate
Siamo alle porte del nostro agosto narrativo, che quest’anno dialoga col Premio Calvino. Prima, però, amici e amiche di questa rivista vi propongono… L'articolo Consigli di lettura per l’estate sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 31, 2026
L'INDISCRETO
Javier Tomeo / Quando la risata sardonica diventa un dolce sorriso
Cosa succede quando un autore strabordante e sardonico – oltre il barocco, dunque, e oltre il comico – come Javier Tomeo, attivo in Spagna nella seconda parte del Novecento e nella prima parte di questo secolo, si mette alla prova con una narrazione, solo apparentemente più paludata, di ambito ottocentesco? L’uomo bicolore (uscito in Spagna nel 2014) è la risposta, raccolta con coraggio dalla casa editrice Occam – già responsabile, con grande merito, della pubblicazione di quattro titoli di Tomeo – e affidata alle sapienti cure del traduttore Alberto Bile Spadaccini. L’uomo bicolore è infatti una narrazione forse più lineare e meno bizzarra – o meglio, meno imbizzarrita – rispetto ad altri libri di Tomeo, ma presenta in ogni caso alcune deviazioni dal piano della realtà quotidiana che ne accrescono il fascino estetico, da un lato, e anche una certa capacità gnomica, dall’altro, lasciando affiorare il ghigno sardonico di Tomeo, ma anche le sue argute riflessioni filosofiche di fondo, per mezzo alcuni elementi gotici, che tuttavia, com’è ormai prevedibile a questo punto, non si lasciano impigliare nell’ortodossia ottocentesca del genere. Non si possono forse rivelare questi pochi elementi senza togliere parte del piacere della lettura a chi vorrà avvicinarsi all’opera di Tomeo a partire da questo libro. Si può, in ogni caso, far leva già sul titolo per alludere alla capacità della narrazione di mantenersi sulla soglia tra un resoconto assai strano, e tuttavia verosimile, e l’ancor più verosimile ipotesi che tutto si svolga nella psiche divisa a metà – come segnala l’aggettivo “bicolore” del titolo – del protagonista e narratore. Come già in occasione dello Sguardo della bambola gonfiabile di Tomeo, la bizzarria della realtà è sempre in stretta relazione con una discesa nella psiche umana che è, a propria volta, niente meno che una catabasi, dai tratti ora più pacificati ora più inquietanti. Come nel libro appena citato, c’è anche spazio per il sospetto della manipolazione delle coscienze – sospetto veicolato stavolta non dai mass media novecenteschi e da alcuni ragionamenti politici, o pseudo-tali, ma da un’interrogazione, ai confini della lucidità, sul tramonto del sole: «E se i grandi manipolatori delle coscienze ci avessero censurato l’ovest, ritenendo che gli uomini come noi non meritano di arrivare nello stesso punto cardinale in cui ogni sera si nasconde niente meno che il Re Sole?». Tali dilemmi rendono ancor più improbabile la saggezza – a tratti popolare, a tratti colta, ma più spesso kitsch – cui il protagonista fa ricorso in memoria della zia Rosamunda, lasciando così trasparire quel basso continuo di riflessione filosofica che in principio si distanzia dal riferimento puntuale, ma poi se ne fa contaminare, al punto da originare interrogativi di condensato lirismo come questo: «[…] l’amore non c’entra niente con la bellezza e la cultura? È vero, come dicono i cinesi, che l’amore, che è tutto occhi, non distingue niente?». Il protagonista e narratore non sa rispondere, e così, con ogni probabilità chi vorrà leggere, perché è in fondo meglio accontentarsi dell’atmosfera di accettazione – anzi, di condono – generale che è la nota sulla quale si chiude questo romanzo breve, assai meno kafkiano di quel che vorrebbe forse sembrare. È qui che la risata sardonica di Tomeo si stempera e diventa un sorriso più dolce, pur se con una punta inscalfibile di amarezza. L'articolo Javier Tomeo / Quando la risata sardonica diventa un dolce sorriso proviene da Pulp Magazine.
July 31, 2026
Pulp Magazine
Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran
“L’Iran è un gatto” scrive Jina Khayyer a circa metà del suo romanzo, descrivendone poi i confini. Da qui il titolo del libro, Nel cuore del gatto, un viaggio profondo attraverso l’Iran. La narrazione si apre attorno a un evento traumatico per la protagonista e per un’intera nazione, l’uccisione per mano della polizia morale di Jina Mahsa Amini, giovane ragazza catturata a Teheran, nel 2022, che dà origine alla prima rivolta organizzata da donne in Iran. L’autrice è particolarmente colpita, sia perché teme per la vita dei suoi cari, ma anche a causa dell’omonimia che la lega alla giovane e che la porta indietro nel tempo, in un percorso magico e doloroso nella sua esistenza e in quella del Paese. Il punto di vista di Khayyer è interessante: figlia di genitori iraniani, è nata e cresciuta in Europa – per la precisione in Germania – dove vive tuttora, e da dove segue gli avvenimenti con apprensione, temendo per il destino della sorella e della nipote che vivono a Teheran e che stanno prendendo parte attivamente alle proteste. Subito dopo l’incipit, torniamo indietro ai primi anni 2000, ovvero quando Khayyer, allora venticinquenne, visita per la prima volta la sua terra di origine, intraprendendo con la sorella Roya un viaggio alla scoperta dei territori più selvaggi, e delle antiche tradizioni. A cavallo tra meraviglia e tormento e con una buona dose di inadeguatezza, l’autrice ci fa scoprire l’Iran tra paura, nostalgia, ma anche stupore e una grande dolcezza. La dolcezza del miele, dei datteri, degli abbracci dei parenti mai incontrati, dei saluti degli sconosciuti e di un forte senso di comunità, e di una lingua, il persiano, conosciuta solo nella forma parlata, ma che già nelle frasi di circostanza e nei nomi delle stagioni è ricca di poesia, e regala immagini struggenti, anche e soprattutto di chi la parla e la vive tutti i giorni. Un popolo che combatte, silenziosamente prima, e poi facendo sempre più rumore, vessato da violenze e soprusi di un regime che annichilisce lo spirito, e che dopo anni di libertà e di conquiste, ha portato di nuovo la società al grado zero, o probabilmente ancora più in basso. La resistenza c’è sempre, e chi scrive ce lo racconta attraverso le vite delle donne e degli uomini che cercano con i piccoli gesti di tutti i giorni di ottenere la libertà, anche e soprattutto chi non l’ha mai conosciuta: i più giovani che non hanno mai visto un Iran senza gli ayatollah. Khayyer non fa sconti, nemmeno a se stessa, tormentata dal senso di colpa di non essere lì, di “nascondersi” in Europa al riparo dalle violenze dirette, ma offrendo aiuto come può, comprendendo l’importanza della ribellione. Un racconto autobiografico che crea immagini vivide e ci trasporta lontano, risvegliando le nostre intorpidite coscienze. Iman, ragazza che si fa passare per un uomo per non portare il velo e vivere libera dice, già venticinque anni fa, parlando del velo: «Ci marchiano perché il mondo occidentale ci tratti come lebbrose. Il mondo occidentale parla del mondo islamico come se qui non ci fosse nient’altro che la religione, l’uomo islamico, i mullah, gli ayatollah, […] ci hanno marchiato perché l’Occidente ci ignori, si volti dall’altra parte: chi guarda volentieri degli spettri neri? Senza il controllo sui nostri corpi non ci sarebbe una repubblica islamica». Un lucido sguardo su di noi, che ci distogliamo lo sguardo, insensibili al dolore degli altri, delle vittime di regimi di cui siamo complici, convinti di essere dal lato giusto della storia, e migliori di chi “si lascia maltrattare”, che siamo svelti ad etichettare un popolo come perduto: Khayyer ci mostra volti e storie di chi continua a restare e combattere per il paese che ama “molto più di quanto un amore possa sopportare”.           L'articolo Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran proviene da Pulp Magazine.
July 9, 2026
Pulp Magazine
Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026
In quei giorni di luglio 2001 l’asfalto delle strade di Genova si scioglieva. Una vampata mai sentita si stendeva su ardesie e animi, perfino Sottoripa e i vicoli ne erano impestati. Nessuno era immune da quell’inferno, tranne i potenti asserragliati nel palazzo Ducale o nelle suite milionarie. Protetti nei suv raggiungevano le sale potenziate di microfoni mentre all’esterno i residenti non riuscivano a rientrare nei loro appartamenti a causa della foresta di barriere metalliche e container messi in fila e di traverso sulle vie principali e presidiate da forze dell’ordine e militari in assetto antisommossa. Ancora non si sapeva, il primo giorno, che la vampata avrebbe sciolto manti stradali e resistenze umane, e martoriato le carni di ragazzi e ragazze trasportati e rinchiusi in una caserma. A Bolzaneto, 13 chilometri a nord del centrocittà. Militanza e violenze, mondi che diventano cose, dove l’umano è sconfitto, dove solo la voce di Primo Levi si può ancora sentire. Stefano Valenti, valtellinese, traduttore e narratore, s’immerge nella storia selvaggia di Genova, a 25 anni dalle oscure “giornate” del G8. Partendo dalla poesia di Rimbaud del “battello ebbro”, la storia di questo libro è misurata dalle parole del narratore intorno all’amico Francesco, professore universitario adepto di Walter Benjamin che non regge il veleno delle violenze, delle torture. Dopo il suicidio, la testimonianza di quanto accaduto, della realtà a cui – come in Thomas Bernhard – meccanicamente si soccombe, investe il superstite che ora fa risuonare non solo la mente di Francesco (piena di Benjamin, Marcuse, Kafka, Bernhard) ma anche quella di Carlo che detesta la letteratura e che con la stoffa e il talento genovese dell’attivista trovava la morte proprio sui selciati di Genova. Compito arduo dove vocazione, debolezza e qualità di intelligenza s’uniscono in un processo sotterraneo a cui pochi resistono. Come farfalla a luglio è la storia di amicizie, di ragionamenti filosofici di esseri unici al mondo che si scontrano nelle nuvole nere dei lacrimogeni, partendo dal “ventre gravido di vita” delle tende allestite allo stadio Carlini nella Genova blindata, villaggio di anime del Milano social forum e “donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e cittadini, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale”. Le grate alte cinque metri hanno diviso la città (Don Gallo chiede: “come si fa a dialogare con le sbarre?”), chi ha voluto contrastare pacificamente l’attacco dei black bloc riceve minacce e calci, dal 19 al 22 luglio le camionette vanno veloci come gli scatti dei manganelli, qualcuno racconta che sembra di essere piombati in Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Tutto scritto, nelle pagine di Genova. Il libro bianco. E in molti furono portati alla caserma di Bolzaneto. Un benvenuto di ginocchia a terra, calci e manganellate. Parole irripetibili. E nessuno cada, che è peggio. Poche tracce di umanità dentro qualcosa che niente più assomiglia al “normale”. Mentre Bernhard va a trovare in sogno il narratore, e gli ricorda che i morti ricordano mancanze, errori e fallimenti, nelle pagine del libro di Valenti emerge il terrore delle celle e dei corridoi insanguinati. La paura dello stupro per le donne, crudeltà concrete le cui implicazioni sorpassano il senso comune. Nessuno ne è immune. E il narratore vuole rendere omaggio all’amico che ha sversato l’anima. Più che ricordare i fatti, più che dare spazio e luce a Francesco impiccato e a Carlo steso a terra. Sentiamo ancora, noi che lavoravamo negli ospedali del Centro, gli elicotteri volteggiare dall’alba al tramonto – mentre tutto decadeva, e alla caserma di Bolzaneto accadevano cose in una sospensione dell’agibilità umana. Valenti si chiede: come si improvvisa un tale “montaggio della crudeltà”? La città è sfibrata, nucleo del “tempo devastato e vile” fortemente voluto dai poteri – il gioco duro e sporco trova compimento a Bolzaneto, 13 chilometri a nord del Centro. È scritto. L'articolo Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026 proviene da Pulp Magazine.
July 5, 2026
Pulp Magazine
Tara Menon / La potenza distruttiva dell’acqua
Il 26 dicembre 2004, mentre turisti e residenti si preparavano a festeggiare Santo Stefano nelle spiagge idilliache della Thailandia, un maremoto si abbatté e devastò il Sud-est asiatico. Otto anni più tardi, a fine ottobre del 2012, Marissa si trova a New York e osserva la città prepararsi per l’arrivo dell’uragano Sandy. Tra gli scettici (“Hanno detto la stessa identica cosa l’anno scorso”) e titoli di giornale catastrofisti (“L’East Coast si prepara per una tempesta apocalittica”), Marissa vaga per la città che va svuotandosi, ragionando su come l’apocalisse che i giornalisti decantano non tenga conto del significato più letterale del termine. Dal greco ‘rivelare’, apokaluptein risuona più ferocemente in quello che accadde in Thailandia: “l’acqua spogliò tutto, denudò la terrà, smascherò il pianeta”. Entra nel marchio Gramma di Feltrinelli la voce inedita della scrittrice indiana Tara Menon, residente a Cambridge, Stati Uniti. Con una scrittura limpida ed empatica, Menon intreccia il disastro ambientale in Thailandia con le percezioni ambivalenti contemporanee degli effetti del cambiamento climatico, ponendo l’accento sull’importanza del preservare l’ambiente naturale. Vita sommersa intervalla la vita di Marissa in Thailandia nel 2004 con la vacuità dell’esistenza più adulta a New York nel 2012, nel tentativo di superare la perdita di Arielle, scomparsa nel maremoto. Marissa è nata negli Stati Uniti, ma ha imparato a chiamare casa solo la Thailandia, dove si è traferita con il padre dopo la morte prematura della madre. Vive in un’isola non lontana dalla terraferma, dove le immersioni, le creature acquatiche e il fondale marino le riempiono le giornate di nuove scoperte e immensa gioia per il mondo naturale. Quando conosce Arielle, Marissa trova un’amicizia che si snoda in pomeriggi passati su spiagge incontaminate, viaggi subacquei alla ricerca di mante e temporali scoppiati all’improvviso, passati tra fogli bianchi e matite colorate. Marissa e Arielle vivono in simbiosi con il mondo naturale thailandese, condividendo il rispetto per l’ambiente, il bisogno di proteggerlo dall’inquinamento di rifiuti e la meraviglia del mondo sott’acqua. L’autrice ci conduce a quel lunedì 26 dicembre 2004 in punta di piedi: un mare senza pesci, un cielo senza uccelli, mammiferi che scappano. Quando, dal bagnasciuga dove si trovano, Marissa e Arielle vedono l’oceano ritirarsi, è ormai troppo tardi. I capitoli thailandesi si alternano ai capitoli newyorkesi: sono passati otto anni, ma nel cuore e nella mente di chi è pervaso dal dolore, il tempo non scorre più. Marissa lavora per una rivista di viaggi, ha la testa piena di incubi e un fantasma che la segue. Passeggia per Central Park conoscendo le specie di animali che la popolano, confrontandole con la ricchezza del mondo marino in cui è crescita. È il 2012 e New York si prepara ad affrontare l’arrivo dell’uragano Sandy, tra scetticismo e ansia generalizzata; Marissa, invece, vaga per le strade con passo apatico, senza direzione, sentendosi sommersa. Ha già vissuto la paura che deriva dall’impotenza nei confronti della furia della natura: solo attraversando, incolume, una tempesta, può risalire in superficie e tornare a casa. Menon pone l’accento sulla natura, accompagnando la lettura a meravigliose descrizioni dell’ambiente sottomarino, tra coralli e una varietà immensa di animali acquatici. L’autrice affronta il doloroso tema della perdita e la meraviglia dell’amicizia, ma il romanzo ha un cuore pulsante che richiama l’attenzione su quello che ci circonda. Ciò che innalza Vita sommersa a romanzo di attualità è l’abilità di Menon di riscrivere le percezioni ambigue della popolazione mondiale nei confronti del cambiamento climatico e di eventi naturali sempre più imprevedibili, veicolando l’importanza sostanziale della cura dell’ambiente e del clima. Uno dei più importanti messaggi per la contemporaneità.         L'articolo Tara Menon / La potenza distruttiva dell’acqua proviene da Pulp Magazine.
June 29, 2026
Pulp Magazine
Andrée A. Michaud / Una notte da incubo
È una notte da incubo quella che vivono Max, Laurence e la piccola Charlie, di soli cinque anni. Quella che avrebbe dovuto essere la prima vacanza dopo tanto tempo e molti sacrifici, un momento per riposare, divertirsi, un’occasione in cui convogliare la speranza di staccare la famigerata spina, si trasforma rapidamente in un incubo ad occhi aperti. L’acqua del lago, così placida e invitante, un piccolo campeggio sperduto nella meravigliosa natura canadese e nulla più. E invece. Un brusco scontro, evitabile a ben guardare, l’umiliazione, la vergogna, e poi un gesto, forse frainteso, forse no, il dubbio che qualcosa di terribile sarebbe potuto accadere. Da qui la rabbia cieca, la furia di un genitore che decide che il vaso è colmo. Forse non era destino il potersi godere la meritata vacanza di famiglia, fatto sta che da quel momento in poi le cose precipitano. È notte, la tempesta scoppiata all’improvviso non è di aiuto, la guida maldestra di un camper su stradine sconosciute nel bosco nemmeno. E poi i rumori, le grida nel buio, la fuga sotto la pioggia, il fulmine. Ma era davvero un fulmine? Madre e figlia restano sole e devono cavarsela per sopravvivere alla notte, una tremenda notte che non scorderanno mai. In un ritmo frenetico e concitato gli eventi si susseguono senza lasciare il tempo di un respiro, la tensione si taglia con il coltello e si corre sulla pagina in attesa di un colpo di scena che risolva la situazione. E non siamo nemmeno a metà libro. La svolta arriva ma fa comunque male. Anni dopo, il ritrovo di famiglia alla casa sul lago, un altro lago, altre acque dolci che tuttavia riaprono vecchie ferite come un promemoria fissato nella testa. L’inevitabile tragedia finale che si consuma come previsto, simile ad un’auto che imbocca ad alta velocità una via senza uscita. E di nuovo dolore e lacrime in un non detto che sa di sale sulle ferite. I dialoghi senza punteggiatura inseriti nel testo scorrono come flussi di coscienza e spingono sull’acceleratore della trama che scappa inesorabile e profondamente disturbante. L’autrice, due volte vincitrice del Gouverneur Général, il più importante premio letterario canadese, con L’ultima estate (pubblicato in Italia da Marsilio nel 2019), ha conseguito anche il Prix Quais du Polar, il Prix Saint-Pacome per il romanzo poliziesco, il Prix du Conseil des art set des lettres du Québec, il Prix Rivages del Libraires e il Prix Arthur-Ellis Acque dolci si presenta al pubblico come un thriller che sfugge le classiche regole del genere, non aspettatevi dunque serial killer o indagini poliziesche né commissari ma solo tanta tensione e la rappresentazione della crudeltà dell’animo umano davanti alla paura delle conseguenze. Se non sapete quale libro mettere in valigia, per restare svegli e vivere un incubo scegliete Acque dolci. A meno che non andiate in campeggio.   L'articolo Andrée A. Michaud / Una notte da incubo proviene da Pulp Magazine.
June 9, 2026
Pulp Magazine
Ben Shattuck / La voce di un’America diversa
“Sulle note di un amore” è il sottotitolo di questa bella raccolta di dodici racconti di Ben Shattuck, da cui è stato tratto anche un film con lo stesso titolo. L’amore che sopravvive al tempo e perfino alle persone è quello che troviamo subito, nel primo racconto: l’incontro fra Lionel e David, entrambi musicisti appassionati, entrambi giovani, ingenui, delicati. Si incontrano nel 1916 in un pub, David suona il pianoforte, Lionel canta, all’amore per la musica si aggiunge l’amore tra di loro. Ma David parte subito per la guerra, e Lionel ne perde le tracce. Finché non riceve una lettera, nel 1919, in cui David gli propone di accompagnarlo nei villaggi del nord est degli Stati Uniti per registrare, con un nuovo sistema chiamato fonografo, le canzoni popolari e le ballate tradizionali. David e Lionel vanno di casa in casa, seguendo indizi e tracce e passaparola, raccogliendo sui cilindri di cera le voci di gente che canta per il piacere di farlo, o per aiutarsi, o per lenire il dolore, o per mandare un messaggio che chissà poi se arriverà. Il loro amore fiorisce mentre percorrono miglia e miglia di foresta, dormono sotto le stelle, nuotano nei fiumi e sotto le cascate. Ma quando finisce l’estate, David ritorna al college in cui insegna, e Lionel è esitante, vorrebbe fermarlo o andare con lui ma si lascia prendere dalla timidezza, dalla giovinezza. Dopo poco verrà a sapere che David è morto nell’autunno del 1919. Verrà anche a sapere che aveva una fidanzata di nome Belle. Ma proseguendo nella lettura, ci dimentichiamo di Belle e anche di David e Lionel; incontriamo altri amori, in altri secoli e in altri luoghi. Amori come quello di Laurel per Will, la cui impronta destinata a restare è un disegno bellissimo, di un uccellino con un nastro legato a una zampa. Come quello di Hope per il figlio, che ha lasciato piccolissimo in custodia al fratello e alla moglie che di figli non potevano averne, e che ora cerca e crede di trovare negli occhi e nelle fattezze di ogni bambino che incontra; lo continuerà a cercare per tutta la vita. Come l’amore di Mark per il figlio Ian, tossicodipendente e probabilmente cattivo, a cui non potrà mai perdonare l’uccisione senza motivo di un cigno bianco, ma a cui dedicherà delle piante che forse un giorno cresceranno e si ricorderanno di loro. Come l’amore di August e Elizabeth, e il cruccio di lui, poeta, quando scopre che quello scritto che in passato è stato un atto di rabbia e invidia oggi, stampato nero su bianco su una rivista letteraria, può sembrare un tradimento e come tale va confessato. Oppure come il taglialegna, che dopo aver lasciato la moglie Annabelle a casa per avventurarsi nei boschi e vivere da uomo rude e maschio, le scrive lettere piene di tenerezza e di scuse. O ancora il fratello che rinuncia alla sorella e ne protegge il giovane amore, e il marito che manipola una fotografia e alimenta l’illusione che la rarissima alca non sia estinta, per far felice la moglie malata. O i giovanissimi innamorati Philip e Caroline, che seguono il pastore Karl Dietenz in un’avventura folle, alla ricerca del giardino dell’Eden sulle tracce di una Bibbia reinterpretata, alla ricerca di una vita proba e felice insieme alla natura, per finire massacrati dai francesi nelle terre paludose vicino a Boston. E alla fine Belle, che ha conservato i cilindri di David nascondendoli nella casa in cui ha vissuto pochissimo con lui e moltissimo da sola. Belle che consegna i cilindri ad Annie, la nuova proprietaria di casa. Annie che ha sentito alla radio la storia di Lionel e ha visto un libro che la racconta. Annie che sta cercando una storia nuova, una vita nuova forse, e rimette in circolo l’amore da cui siamo partiti, che non è mai morto e anzi ha fatto da sostegno a Lionel. Ed ecco che tutto si ricompone, il cerchio si chiude, l’amore messo in circolo ritorna, un amore apre le porte a un altro amore in una sequenza che potrebbe andare avanti, forse che andrà davvero avanti per sempre. Con una scrittura elegante, con uno stile sempre sobrio, con uno sguardo gentile e profondo, Ben Shattuck ci porta attraverso un mondo americano che non ha nulla a che vedere con quello becero, arrogante, ignorante che ora ci viene in mente ogni volta che pensiamo a quella nazione. Ed è bello e confortante che la letteratura non manchi mai di trovarsi spazi differenti, voci differenti, rappresentazioni del mondo differenti. Certo, ora siamo in questo momento di caos, violenza, prepotenza e vessazione, ma un altro mondo è possibile. E intanto possiamo immaginarlo, anche grazie a questa lettura. L'articolo Ben Shattuck / La voce di un’America diversa proviene da Pulp Magazine.
June 6, 2026
Pulp Magazine
Joan Samson / Cosa sei disposto a perdere?
«Cosa sei disposto a perdere? Questa è la domanda. Sappiamo che la bilancia dovrà tornare in pari, che per ottenere ciò che desideriamo dovremo sacrificare qualcosa, che si tratti di tempo, fatica oppure di un bene più sotterraneo, una parte di noi, magari un pezzo di anima. Giochiamo con i pesi, allora, valutiamo se il gioco valga la candela e alla fine esercitiamo il nostro più grande potere: quello della scelta». Già dalla prefazione di Paola Barbato intuiamo il punto focale attorno a cui questa storia ruota, lo annusiamo, ne siamo incuriositi perché in fondo parla di noi, di ciascuno di noi e allora proseguiamo nella lettura ma non siamo pronti a quello che ci aspetta. Se il serpente tentatore del giardino dell’Eden avesse delle sembianze umane sarebbero quelle di Perly Dunsmore. Il banditore, primo e unico romanzo della scrittrice statunitense Joan Samson e pubblicato nel 1976 poche settimane prima della sua prematura scomparsa a soli trentotto anni, raccoglie le atmosfere cupe e angoscianti dei migliori romanzi di Stephen King e Shirley Jackson e le trasforma in un romanzo difficilmente etichettabile ma estremamente magnetico. C’è qualcosa di profondamente malvagio e ipnotico nel banditore, un forestiero giunto nella piccola comunità rurale di Harlowe con mille nuove idee e pronto a rivoluzionare tutto in nome dei sani vecchi valori americani. Qui il progresso non sembra ancora essere arrivato così come il benessere economico delle grandi città non ha intaccato questo piccolo angolo d’America fatto di campi, fattorie e pascoli. Almeno fino a quando il misterioso Perly Dunsmore non convince tutti che il riscatto dalla povertà è possibile. Attraverso il ritmo lento di una scrittura precisa ed essenziale in cui il peso della sottomissione psicologica degli abitanti – e del lettore con loro – cresce fino a diventare insostenibile, si comprende troppo tardi che quello che inizialmente appare un beneficio collettivo non è che un perverso meccanismo di controllo di massa. La facilità con cui le persone si lasciano manipolare, la conseguente e progressiva perdita di libertà e la fragilità della democrazia sono le tematiche fondanti di questo romanzo quanto mai attuale. Senza l’utilizzo di creature mostruose o scene splatter, la vera magia di Joan Samson è costruire una trama angosciante e disturbante descrivendo un contesto totalmente plausibile. Qui il vero mostro è l’uomo, Dunsmore nel caso specifico, che porta al limite gli abitanti costringendoli a donare qualsiasi tipo di oggetto e non solo, ed è questo aspetto a rendere Il banditore più efficace di un qualsiasi altro horror o thriller con elementi soprannaturali perché ci obbliga a confrontarci con la crudeltà a cui potremmo arrivare. Una penna ammaliante, elegante, che riesce a regalarci un romanzo agghiacciante, di una raffinata spietatezza, proposto una manciata di anni fa da Sperling & Kupfer nella collana Macabre (recensito su “Pulp Magazine” da Walter Catalano) e rilanciato da Neri Pozza con il preciso proposito di salvare dall’oblio opere di profondo valore letterario. Se vorrete addentrarvi in questo piccolo inferno che è Harlowe e mettere alla prova la vostra capacità di resistenza psicologica, c’è un’unica raccomandazione: abbandonate ogni speranza ai cancelli d’ingresso. L'articolo Joan Samson / Cosa sei disposto a perdere? proviene da Pulp Magazine.
June 1, 2026
Pulp Magazine
Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità
Basta un dettaglio per evocare la fine di un mondo; l’aquila bicipite e la corona imperiale su un mantello sono i simboli di un potere già estinto, del quale restano solo le vestigia. Sceglie questa immagine peculiare Jenny Erpenbeck per mostrare la caduta degli Asburgo e il conseguente precipitare degli eventi nell’Europa del Novecento. E non è subito sera elude i consueti meccanismi narrativi per farci presentire quello che avrebbe potuto accadere, ma che non è stato. Un libro colto, complesso, profondamente letterario, intriso di corrispondenze. Nelle sue pagine gli eventi formano una rete di possibilità che evoca la poetica di Sebald, quella testarda ricerca di un senso nella massa informe del reale. Partendo dal livello individuale, ovvero dalla morte di una bambina nella Galizia asburgica, la scrittrice parla delle occasioni non realizzate. Quella bambina avrebbe potuto avere un destino, che invece è stato soffocato sul nascere. Un discorso che può essere facilmente applicato a un livello più ampio; chissà come sarebbe potuta evolvere la storia, se le cose fossero andate in un altro modo, se in un determinato momento si fossero prese delle decisioni diverse rispetto a quelle che tracciarono il tragico cammino dell’umanità. I fenomeni di carattere generale, come i conflitti, si calano nei volti dei singoli, imbiancandone i capelli, o scavando una trincea di rughe in guance un tempo incantevoli. La scelta del luogo non è casuale: la Galizia è un territorio eternamente conteso, albergo di conflitti e odi inestinguibili, nelle cui viscere si annidano segreti inconfessabili. Il matrimonio fra un’ebrea e un cristiano sfocia in una serie di catastrofi. Vienna inizia a inabissarsi pian piano, come un vetusto bastimento in balia delle onde. La guerra porta a un imbarbarimento dei costumi. Si fa tutto pur di sopravvivere. La fame porta alla disperazione, costringe le donne a vendersi per un tozzo di pane, mentre le giovani generazioni vengono intossicate dai gas e straziate dai reticolati. L’utopia socialista rivela il suo reale volto, forgiato da arresti e oppressioni. La bambina defunta attraversa in volo l’Europa devastata, come in quei quadri di Chagall dall’aria sognante, intrisi di poesia ma anche forieri di turbamento. La scrittrice architetta per lei diversi ipotetici destini, tutti segnati dalla sofferenza e dalla disillusione. Un infinito ventaglio di ragioni e possibilità indirizza la vita verso un approdo piuttosto che verso un altro. L’aleatorietà dell’esistenza fa rabbrividire. L’individualità si dissolve in innumerevoli rivoli. L’atto stesso dello scrivere è minato dalla transitorietà e dall’incertezza. Tutto è teoricamente possibile “nel bel mezzo di tanta oscurità”. A questo punto torniamo all’immagine di apertura. Il padre non toglie mai il mantello dai bottoni dorati, perché tiene caldo, o perché si illude di conservare un passato idealizzato come idilliaco, ma che in realtà non lo era e che comunque non potrà mai tornare. Dopo la sua morte, la moglie stacca quei bottoni prima di vendere il mantello al mercato nero. La Storia non fa sconti. “Bisognerebbe muover guerra alla guerra”, scrive Erpenbeck, ma come questo sia possibile nessuno lo sa. L’uomo non può far altro che subirne le atroci conseguenze. L'articolo Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità proviene da Pulp Magazine.
May 27, 2026
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