Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità
Basta un dettaglio per evocare la fine di un mondo; l’aquila bicipite e la
corona imperiale su un mantello sono i simboli di un potere già estinto, del
quale restano solo le vestigia. Sceglie questa immagine peculiare Jenny
Erpenbeck per mostrare la caduta degli Asburgo e il conseguente precipitare
degli eventi nell’Europa del Novecento. E non è subito sera elude i consueti
meccanismi narrativi per farci presentire quello che avrebbe potuto accadere, ma
che non è stato. Un libro colto, complesso, profondamente letterario, intriso di
corrispondenze. Nelle sue pagine gli eventi formano una rete di possibilità che
evoca la poetica di Sebald, quella testarda ricerca di un senso nella massa
informe del reale.
Partendo dal livello individuale, ovvero dalla morte di una bambina nella
Galizia asburgica, la scrittrice parla delle occasioni non realizzate. Quella
bambina avrebbe potuto avere un destino, che invece è stato soffocato sul
nascere. Un discorso che può essere facilmente applicato a un livello più ampio;
chissà come sarebbe potuta evolvere la storia, se le cose fossero andate in un
altro modo, se in un determinato momento si fossero prese delle decisioni
diverse rispetto a quelle che tracciarono il tragico cammino dell’umanità. I
fenomeni di carattere generale, come i conflitti, si calano nei volti dei
singoli, imbiancandone i capelli, o scavando una trincea di rughe in guance un
tempo incantevoli.
La scelta del luogo non è casuale: la Galizia è un territorio eternamente
conteso, albergo di conflitti e odi inestinguibili, nelle cui viscere si
annidano segreti inconfessabili. Il matrimonio fra un’ebrea e un cristiano
sfocia in una serie di catastrofi. Vienna inizia a inabissarsi pian piano, come
un vetusto bastimento in balia delle onde. La guerra porta a un imbarbarimento
dei costumi. Si fa tutto pur di sopravvivere. La fame porta alla disperazione,
costringe le donne a vendersi per un tozzo di pane, mentre le giovani
generazioni vengono intossicate dai gas e straziate dai reticolati. L’utopia
socialista rivela il suo reale volto, forgiato da arresti e oppressioni. La
bambina defunta attraversa in volo l’Europa devastata, come in quei quadri di
Chagall dall’aria sognante, intrisi di poesia ma anche forieri di turbamento.
La scrittrice architetta per lei diversi ipotetici destini, tutti segnati dalla
sofferenza e dalla disillusione. Un infinito ventaglio di ragioni e possibilità
indirizza la vita verso un approdo piuttosto che verso un altro. L’aleatorietà
dell’esistenza fa rabbrividire. L’individualità si dissolve in innumerevoli
rivoli. L’atto stesso dello scrivere è minato dalla transitorietà e
dall’incertezza. Tutto è teoricamente possibile “nel bel mezzo di tanta
oscurità”. A questo punto torniamo all’immagine di apertura. Il padre non toglie
mai il mantello dai bottoni dorati, perché tiene caldo, o perché si illude di
conservare un passato idealizzato come idilliaco, ma che in realtà non lo era e
che comunque non potrà mai tornare. Dopo la sua morte, la moglie stacca quei
bottoni prima di vendere il mantello al mercato nero. La Storia non fa sconti.
“Bisognerebbe muover guerra alla guerra”, scrive Erpenbeck, ma come questo sia
possibile nessuno lo sa. L’uomo non può far altro che subirne le atroci
conseguenze.
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