All’ombra del sicomoro. “La voce di Gaza” di Paola Caridi

Pressenza - Tuesday, May 26, 2026

È una luminosa giornata di maggio quando, percorrendo i viali alberati dell’Orto Botanico di Palermo, rigogliosi di piante esotiche e tropicali, con Paola Caridi giungiamo all’ombra del sicomoro, l’unico custodito nell’Orto, nonché il più grande e longevo tra i rarissimi esemplari presenti in Italia. 

L’occasione è data dalla presentazione, in prima assoluta, del suo ultimo libro “La Voce di Gaza” edito da Feltrinelli. Paola Caridi ha scelto proprio Palermo, perché è qui, all’ombra di questo albero, dalle antichissime origini e dal grande valore simbolico, che può iniziare il racconto. 

È il sicomoro, infatti, il protagonista e narratore della storia: l’unico superstite tra i mille alberi che un tempo, maestosi, verdeggiavano a Gaza e nella Palestina antica, costeggiando la strada di Rafah verso l’Egitto. Ora, dall’altura di Tell Ali al-Muntar, non contempla che macerie e palazzi sventrati, mentre le sue radici si tendono e si ritraggono convulsamente al vibrare della terra, scossa dalle esplosioni che saturano l’aria di odore acre di morte e di spari. 

È lontano il tempo in cui il profumo del mare gli giungeva fin sulla collina e il vento trasportava alle sue fronde le fragranze di spezie, di essenze pregiate e di frutti. Perché una volta Gaza non era sigillata da muri invalicabili e il suo mare non era un “mare chiuso”, ma il suo “respiro”: da lì arrivavano popoli da terre lontane, e lì giungevano mercanti e carovane cariche di merci verso l’Occidente. Perché Gaza era porto, era centro di commerci, crocevia di popoli e di civiltà, via dell’Incenso, scrigno di reminiscenze bibliche. Ricca e rigogliosa, centro di cultura, sede di una Scuola Teologica che richiamava studenti da tutto l’impero bizantino, Gaza era come Atene. È le nostre origini.

Attraverso una storia di ben 5000 anni segnata da incursioni e guerre feroci, ma anche da incontri, ingegno, arte e cultura, si giunge al tempo presente, funestato da un’occupazione lunga decenni e imprigionato nella morsa di un genocidio ancora drammaticamente in corso.

Come raccontare, dunque, un genocidio ai ragazzi? Perché questo libro è pensato per loro ma, come spesso accade alla buona letteratura per ragazzi, parla molto anche agli adulti. Come raccontare, dunque, l’orrore che sta cancellando un intero territorio e il suo popolo? E come strappare all’oblio la ricchezza di una storia millenaria? Con quali parole? Da quale prospettiva? Paola Caridi sceglie quella di un “non umano”: il sicomoro dell’altura di Tell Ali al-Muntar che, antico e silenzioso testimone, narra di una storia millenaria al piccola Ilyas, “il ragazzino dai capelli color della pece”. Rimasto solo nella sua fuga dal Nord di Gaza, dove imperversano i bombardamenti, egli giunge nel quartiere di Zeytun e, dalla casa dell’uomo che lo accoglie, scorge il sicomoro. Lo elegge a suo rifugio: e lì, all’ombra del grande albero, schiena appoggiata al suo maestoso tronco, se ne sta, si accovaccia pensoso, piange, si assopisce in un sonno colmo di sogni, che sanno di nostalgia, di dolci ricordi e di incubi. 

È anche così che si racconta un genocidio: attraverso le storie dei singoli uomini, delle donne e dei bambini, perché la Storia, quella con la S maiuscola, quella decisa dai potenti, sovrasta ogni essere vivente della terra, si incunea nella sua esistenza, ne determina i percorsi mentre rimodella i paesaggi e la natura, che ora asseconda, ora sconvolge con la violenza del suo imperio. E il sicomoro ha sentito tanta Storia scuotere il terreno sotto le sue radici, sovrastare le sue fronde, impregnare l’aria di profumi o di terrore; ne ha ascoltato le vibrazioni attraverso le voci di chi, nel tempo della sua lunghissima vita, si è fermato all’ombra delle sue fronde, è salito sui suoi tronchi, ha parlato, ha gridato, ha bisbigliato, ha raccontato. Perché “è sotto il sicomoro che si raccontano le storie”.

Tutta la scrittura è un vibrare dei sensi, veritieri trasmettitori dei sentimenti più nascosti, di emozioni e di quel non detto che abita il corpo e l’anima. Perché non tutto può essere veramente spiegato a parole: non certo il non-senso della devastazione, non il dolore di un popolo, né, tanto meno, lo sconcerto muto e profondo di un bambino. Le parole possono solo evocare, e per approssimazione, “dire” ciò che il corpo sente. Il sicomoro lo sa, lui che con i suoi “sensori” avverte ogni minima vibrazione dell’aria e del terreno. Vede il ragazzino salire su per la collina, lo accoglie alla sua ombra, lo sostiene col suo maestoso tronco; la sua corteccia ne “sente” i palpiti e il respiro, percepisce le vibrazioni del suo minuto corpo, il singhiozzare o il silente fluire del suo pianto; i suoi sensori “vedono” quei neri capelli sprofondare tra le esili braccia che avvolgono il corpo accovacciato, come a rintanarsi nel punto più intimo e profondo del sé, là dove un magma di sensazioni gli affollano l’animo e la mente, non ancora pronte per essere dette. Perché è il non detto che dice tutto, e perché non tutto può essere detto. 

Allora è il sicomoro a dire: dalle vibrazioni del corpo immagina i pensieri che affollano la mente del ragazzino, ne legge la storia. Ilyas è lì, ai suoi piedi, accolto dall’abbraccio discreto e avvolgente di questa antica e maestosa creatura della natura e che per lui si fa fratello, amico, padre e madre. È qui che egli può finalmente “sentirsi”: ascoltare il dolore sordo del vuoto, la nostalgia dell’abbraccio materno, lo struggimento della perdita. Allora il suo corpo sussulta e il sicomoro ne percepisce le vibrazioni, ma non può far altro che far stormire le sue fronde per accarezzarlo con una foglia che librandosi nell’aria, dolcemente si poggia infine sul suo braccio. 

Ilyas andrà via per percorrere la sua di storia mentre, tutto intorno, la Storia continua la sua folle corsa.   

In questo racconto, che procede per immagini sensoriali, passato e presente si sfiorano, si inseguono fino a sovrapporsi senza tregua. Struggimento e smarrimento avvolgono questi fotogrammi del tempo in cui il ricordo della bellezza dei luoghi si intreccia con il senso dell’attuale devastazione. 

Ed è in questo ondeggiare – come le fronde del grande albero –  tra memoria e presente, che la storia di Ilyas ci mette innanzi l’attuale e  crudele realtà di una giovanissima esistenza costretta a confrontarsi con la violenza cieca della Storia, che tenta di cancellare la memoria di un passato glorioso e l’identità stessa di un popolo. Ma: “le storie non scompaiono sotto le macerie: restano nelle radici, nelle parole e negli occhi di chi le ascolta. Finché qualcuno continuerà a raccontarle, e finché un bambino riuscirà a mettersi in salvo, Gaza non sarà mai cancellata per davvero”. 

Perché raccontare è resistere. Raccontare è esistere.

Redazione Palermo