Emmanuel Carrère / Un romanzo di lutto e di felicità

Pulp Magazine - Saturday, May 23, 2026

È un ricordo di grandissima tenerezza e gioia, quello che evoca la parola “kolchoz” per Emmanuel Carrère: il ricordo di quando il padre era in viaggio per lavoro, e i tre piccoli Carrère dormivano con la madre. La figlia più piccola, Marina, nel lettone, gli altri due, Emmanuel e Nathalie, si portavano i materassi oppure prendevano dei cuscini, e si stendevano intorno. Si chiamava “fare kolchoz”, dal nome delle comunità contadine dell’Unione Sovietica, nate in uno slancio di cooperazione egualitaria e poi miseramente fallite. Nel ricordo di Carrère, fare kolchoz vuol dire felicità. E c’è molta felicità nei suoi ricordi d’infanzia. Lo conferma lui stesso, intervistato da Concita De Gregorio al Salone del Libro di Torino, dicendo che non si è mai percepito come una persona felice, finché scrivendo questo libro dopo la morte della madre, andando a riscoprire e a ricercare le memorie d’infanzia, si è reso conto che da bambino era stato molto felice. E lì sul palco dell’Auditorium, di fronte a una folla appassionata, raccontando questo Kolchoz appena pubblicato, si rende conto e ci dice che è un libro nato da un lutto ma è un libro felice. Forse persino gioioso.

E Kolchoz è un libro felice non solo nel senso della felicità dell’autore, ma anche di quella del lettore. Perché è una lettura così ricca, così generosa, così piena di meraviglia, di ragionamenti, di ricordi e di attualità, di mondi scomparsi e del mondo in cui viviamo, che non può che renderci felici. Il libro racconta Hélène Carrère d’Encausse, nata Hélène Zourabichvili, figlia di nobili russi e affluenti georgiani fuggiti dalla rivoluzione comunista, che passa dalla più disperata povertà e solitudine a una carriera accademica strepitosa, fino a diventare la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e della Russia, segretaria perpetua dell’Académie française. Donna bellissima e affascinante, generosa, amorosa, ma anche inflessibile, intransigente. Durissima con il marito che ha smesso di amare ma non ha mai lasciato. Autoritaria e avida di riconoscimenti accademici e mondani. Affettuosa con i figli e i nipoti. Emmanuel ha con lei quello che oggi si chiamerebbe un rapporto fusionale, un amore esclusivo, totale, immutabile. Anche se, a seguito della pubblicazione di Un romanzo russo (in cui Carrère svelava che il padre di Helène era stato un collaborazionista, per quanto marginale, ed era stato fucilato, e insieme rivelava anche il perenne senso di vergogna della figlia), madre e figlio non si parleranno per qualche anno, il loro amore resta immutato fino all’ultimo respiro. Fino a un kolchoz altrettanto amoroso di quelli d’infanzia ma molto più triste, un addio alla madre dei tre fratelli insieme, accampati intorno al letto di una confortevole stanza di un hospice parigino.

Quasi altrettanto totale ma molto più sfortunato è l’amore che il padre di Carrère porta alla madre. Sarà lui a ricostruire la genealogia della famiglia, sarà lui a fare le ricerche e a scrivere la storia a cui poi lo scrittore attinge per scrivere Kolchoz. Il percorso alla ricerca del passato e delle radici porta Carrère nel cuore dell’attualità. In Ucraina, in Russia, in Georgia. Lo porta fisicamente in quei paesi, che sono stati attraversati dalla rivoluzione comunista, dominati dalla dittatura del proletariato che era in realtà una dittatura e basta, e anche delle più spietate (se mai si può fare una graduatoria delle atrocità), e poi si sono ritrovati in una sorta di anarchia non dichiarata, per finire prede di un’altra dittatura, seppur sotto mentite spoglie, ovvero quella attuale di Putin. Progressivamente, la Russia che era stata per Carrère la lingua materna, l’oggetto di studio della madre, l’oggetto di un amore impossibile ma fortissimo, la Russia diventa un luogo vero, un luogo fisico, un luogo di relazioni. La Georgia, la patria del ramo paterno della famiglia della madre, da lei considerata marginale, periferica, pittoresca e irrilevante, e quindi ignorata da Carrère per tutta la vita, ora diventa il punto di vista privilegiato da cui osservare l’impero di Putin. E da cui cominciare a capire, o almeno cercare di capire, anche le ragioni dell’invasione dell’Ucraina.

La storia personale e famigliare e la storia delle nazioni e degli stati si intrecciano. Come è normale nella letteratura. Solo che qui lo fanno al contrario: non sono le singole vite che scontano le grandi vicende storiche e che sono involontariamente attraversate da quelle vicende, quanto una storia famigliare che getta una luce di chiarezza e di disvelamento sulla grande storia, costringendo l’autore a cambiare prospettiva e a prendere una posizione. Dice lui stesso durante l’incontro al Salone di Torino: mentre prima quando gli amici ucraini dicevano di odiare i russi, pensavo che fosse necessario distinguere i russi buoni che non appoggiano Putin da quelli che lo sostengono, e piangere anche i soldati russi morti nel conflitto; ora comincio a pensare che non importa, che non si può fare questa distinzione, che tutti i russi sono ugualmente responsabili di quello che succede in Ucraina.

Kolchoz è dunque un romanzo famigliare intimo e personale, ma anche un romanzo politico. Un romanzo che corre lungo un secolo e ci richiama all’oggi, in cui la continuità della nostra eredità e dei nostri lasciti è concreta, tangibile e indiscutibile. Così che la tenerezza, la comprensione, la pietas che Carrère prova per i genitori, il perdono con cui dà loro l’ultimo saluto, sono gli stessi sentimenti che percorrono il racconto dell’oggi: le relazioni con le sorelle, con i figli, con la compagna, ma anche i viaggi verso est, gli incontri più o meno casuali, la scoperta di vite diverse. E il fatto che tutto il libro sia pervaso di affetto, di generosità, di ascolto e di possibilità è qualcosa che ci fa conoscere un Carrère insospettato, nuovo. Che possiamo amare ancora di più.

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