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Emmanuel Carrère / Un romanzo di lutto e di felicità
È un ricordo di grandissima tenerezza e gioia, quello che evoca la parola “kolchoz” per Emmanuel Carrère: il ricordo di quando il padre era in viaggio per lavoro, e i tre piccoli Carrère dormivano con la madre. La figlia più piccola, Marina, nel lettone, gli altri due, Emmanuel e Nathalie, si portavano i materassi oppure prendevano dei cuscini, e si stendevano intorno. Si chiamava “fare kolchoz”, dal nome delle comunità contadine dell’Unione Sovietica, nate in uno slancio di cooperazione egualitaria e poi miseramente fallite. Nel ricordo di Carrère, fare kolchoz vuol dire felicità. E c’è molta felicità nei suoi ricordi d’infanzia. Lo conferma lui stesso, intervistato da Concita De Gregorio al Salone del Libro di Torino, dicendo che non si è mai percepito come una persona felice, finché scrivendo questo libro dopo la morte della madre, andando a riscoprire e a ricercare le memorie d’infanzia, si è reso conto che da bambino era stato molto felice. E lì sul palco dell’Auditorium, di fronte a una folla appassionata, raccontando questo Kolchoz appena pubblicato, si rende conto e ci dice che è un libro nato da un lutto ma è un libro felice. Forse persino gioioso. E Kolchoz è un libro felice non solo nel senso della felicità dell’autore, ma anche di quella del lettore. Perché è una lettura così ricca, così generosa, così piena di meraviglia, di ragionamenti, di ricordi e di attualità, di mondi scomparsi e del mondo in cui viviamo, che non può che renderci felici. Il libro racconta Hélène Carrère d’Encausse, nata Hélène Zourabichvili, figlia di nobili russi e affluenti georgiani fuggiti dalla rivoluzione comunista, che passa dalla più disperata povertà e solitudine a una carriera accademica strepitosa, fino a diventare la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e della Russia, segretaria perpetua dell’Académie française. Donna bellissima e affascinante, generosa, amorosa, ma anche inflessibile, intransigente. Durissima con il marito che ha smesso di amare ma non ha mai lasciato. Autoritaria e avida di riconoscimenti accademici e mondani. Affettuosa con i figli e i nipoti. Emmanuel ha con lei quello che oggi si chiamerebbe un rapporto fusionale, un amore esclusivo, totale, immutabile. Anche se, a seguito della pubblicazione di Un romanzo russo (in cui Carrère svelava che il padre di Helène era stato un collaborazionista, per quanto marginale, ed era stato fucilato, e insieme rivelava anche il perenne senso di vergogna della figlia), madre e figlio non si parleranno per qualche anno, il loro amore resta immutato fino all’ultimo respiro. Fino a un kolchoz altrettanto amoroso di quelli d’infanzia ma molto più triste, un addio alla madre dei tre fratelli insieme, accampati intorno al letto di una confortevole stanza di un hospice parigino. Quasi altrettanto totale ma molto più sfortunato è l’amore che il padre di Carrère porta alla madre. Sarà lui a ricostruire la genealogia della famiglia, sarà lui a fare le ricerche e a scrivere la storia a cui poi lo scrittore attinge per scrivere Kolchoz. Il percorso alla ricerca del passato e delle radici porta Carrère nel cuore dell’attualità. In Ucraina, in Russia, in Georgia. Lo porta fisicamente in quei paesi, che sono stati attraversati dalla rivoluzione comunista, dominati dalla dittatura del proletariato che era in realtà una dittatura e basta, e anche delle più spietate (se mai si può fare una graduatoria delle atrocità), e poi si sono ritrovati in una sorta di anarchia non dichiarata, per finire prede di un’altra dittatura, seppur sotto mentite spoglie, ovvero quella attuale di Putin. Progressivamente, la Russia che era stata per Carrère la lingua materna, l’oggetto di studio della madre, l’oggetto di un amore impossibile ma fortissimo, la Russia diventa un luogo vero, un luogo fisico, un luogo di relazioni. La Georgia, la patria del ramo paterno della famiglia della madre, da lei considerata marginale, periferica, pittoresca e irrilevante, e quindi ignorata da Carrère per tutta la vita, ora diventa il punto di vista privilegiato da cui osservare l’impero di Putin. E da cui cominciare a capire, o almeno cercare di capire, anche le ragioni dell’invasione dell’Ucraina. La storia personale e famigliare e la storia delle nazioni e degli stati si intrecciano. Come è normale nella letteratura. Solo che qui lo fanno al contrario: non sono le singole vite che scontano le grandi vicende storiche e che sono involontariamente attraversate da quelle vicende, quanto una storia famigliare che getta una luce di chiarezza e di disvelamento sulla grande storia, costringendo l’autore a cambiare prospettiva e a prendere una posizione. Dice lui stesso durante l’incontro al Salone di Torino: mentre prima quando gli amici ucraini dicevano di odiare i russi, pensavo che fosse necessario distinguere i russi buoni che non appoggiano Putin da quelli che lo sostengono, e piangere anche i soldati russi morti nel conflitto; ora comincio a pensare che non importa, che non si può fare questa distinzione, che tutti i russi sono ugualmente responsabili di quello che succede in Ucraina. Kolchoz è dunque un romanzo famigliare intimo e personale, ma anche un romanzo politico. Un romanzo che corre lungo un secolo e ci richiama all’oggi, in cui la continuità della nostra eredità e dei nostri lasciti è concreta, tangibile e indiscutibile. Così che la tenerezza, la comprensione, la pietas che Carrère prova per i genitori, il perdono con cui dà loro l’ultimo saluto, sono gli stessi sentimenti che percorrono il racconto dell’oggi: le relazioni con le sorelle, con i figli, con la compagna, ma anche i viaggi verso est, gli incontri più o meno casuali, la scoperta di vite diverse. E il fatto che tutto il libro sia pervaso di affetto, di generosità, di ascolto e di possibilità è qualcosa che ci fa conoscere un Carrère insospettato, nuovo. Che possiamo amare ancora di più. L'articolo Emmanuel Carrère / Un romanzo di lutto e di felicità proviene da Pulp Magazine.
May 23, 2026
Pulp Magazine
Patti Smith / Il corredo di una vita on the road
Quando Bob Dylan ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 2016 e non si presentò alla premiazione, mandò al suo posto a rappresentarlo proprio lei, un’emozionatissima Patti Smith, la ex ragazzina terribile che era piombata a New York dalla provincia a ventun anni, per diventare in un breve volgere di stagioni, alla metà esatta dei ’70, mentre il fenomeno punk sconvolgeva l’Europa, l’indiscussa regina del new wave dall’altra parte dell’Oceano. Profondamente yankee ma innamorata della cultura europea, figlia della Beat Generation e del Rock’n’Roll, ma anche di Arthur Rimbaud, del surrealismo e di Jean Genet, Patti erompe sulla scena con il primo, feroce 45 giri, Piss Factory (un titolo che potremmo tradurre più o meno come fabbrica di merda) che svela il volto punk dell’America nello spasmo di una giovane proletaria che vuole farsi largo, che non ne può più della squallida provincia, fatta di gente di merda, di un lavoro di merda: “And I’m gonna go, I’m gonna get out of here, I’m gonna get out of here, I’m gonna get on that train, I’m gonna go on that train and go to New York City. I’m gonna be somebody, I’m gonna get on that train, go to New York City, I’m gonna be so bad, I’m gonna be a big star and I will never retur. Never return, no, never return, to burn out in this piss factory. And I will travel light. Oh, watch me now”.‎ Fra il 1975 e il 1979 sforna quattro LP memorabili che la proiettano in vetta non tanto alle classifiche – l’unico vero hit che produce è la celeberrima Because the Night scritta in coppia con Bruce Springsteen – quanto alla stima e all’affetto di critica e pubblico: l’epico e allucinatorio Horses, disco della free-form poetica e musicale che esordisce con il distico apparentemente blasfemo “Jesus died for somebody’s sins but not mine”; l’ineffabile Radio Ethiopia, in equilibrio fra psichedelia e stream-of-consciousness poetica; il ritorno alle proprie radici di Rock’n’roll Nigger e al culto di Rimbaud di Easter; l’elegia e la riscoperta della spiritualità anche nella forma cattolica con, tra l’altro, un pezzo commosso dedicato alla scomparsa di Albino Luciani, Giovanni Paolo I (che chiude con le parole: “Good-Bye Sir, Good-Bye Papa…”, pronunciato come papà), di Wave. Al culmine della fama, Patti, da donna intelligente quale è sempre stata, molla tutto, abbandona senza rimpianti il music business e si ritira a Detroit a fare la moglie e la mamma insieme al suo amore più grande, Fred “Sonic” Smith, già chitarrista dei protometallici MC5. Scompare dalle scene per otto anni per concedersi solo un’episodica rentrée a sorpresa nel 1988 con Dream of Life, album meno eclatante dei precedenti ma in cui è contenuto un altro anthem consegnato a imperitura memoria, People have the Power. Poi di nuovo niente fino al 1996 quando due terribili lutti – l’improvvisa scomparsa del fratello e del marito – la spingono a cercare ancora sfogo nella creatività artistica con il suo disco più dolente e mesto, Gone Again. Da quel momento in poi Patti, passati i 50 anni e fino agli attuali quasi 80, alternerà la carriera di musicista e di scrittrice, pubblicando altri dischi (Peace and Noise, 1997; Gung Ho, 2000; Trampin’, 2004; Twelve, 2007; Banga, 2012; ecc.), raccolte di poesie e testi narrativi (cito solo quelli tradotti in italiano: Babel, Newton Compton 1980; I tessitori di sogni, Bompiani 2013; Il sogno di Rimbaud, Einaudi 1996; Mar dei coralli, Bompiani 1996; Complete: canzoni, riflessioni, diari, Sperling & Kupfer 2000; Presagi d’innocenza, Frassinelli 2006; Just kids, Feltrinelli 2010; M Train, Bompiani 2016; L’anno della scimmia, Bompiani 2020). Il pane degli angeli, appena pubblicato da Bompiani, è probabilmente fra tutte le sue opere, quella che più si avvicina ad una vera e propria autobiografia in cui l’autrice americana ripercorre in dodici appassionanti capitoli i vari periodi della sua vita e della sua maturazione umana ed artistica. Partendo dall’infanzia (“La mia è stata un’infanzia proustiana, fatta di quarantene e convalescenze intermittenti”), la precoce scoperta dell’arte e della letteratura (“Di fronte alla stazione dei pullman c’era una bancarella di libri a 99 centesimi. Come sempre la stavo passando in rassegna e sono stata attratta dal volto di un giovane poeta sulla copertina di Illuminazioni. Pochi istanti di lettura e sono rimasta ammaliata dalle sue parole quanto dalla sua insolente bellezza. Non avendo un dollaro e non essendo disposta a separarmi dal libro, ho infilato Illuminazioni in tasca, un crimine di cui non mi sono mai pentita”), e quello altrettanto precoce per la musica (“A diciassette anni il passaggio da Rimbaud a Bob Dylan è stato naturale. Ecco un altro che reinventava la mano sacra della poesia. Persino nei loro volti angelici eppure ribelli si rifletteva un’eco reciproca. Non c’era dubbio che A Hard Rains’s A-Gonna Fall avesse tratto beneficio da Dopo il diluvio in Illuminazioni, e riuscivo benissimo a immaginare Rimbaud disteso in un campo ad ascoltare It’s Allright Ma, I’m Only Bleedin’”), la fuga da casa, ormai madre-bambina, il sodalizio amichevole-amoroso con Robert Mapplethorpe e i loro comuni primi passi di ventenni alla conquista di New York (già magistralmente descritti in Just Kids), poi la partenza come rocker, la formazione della band, la faticosa registrazione di Piss Factory e della cover di Hey Joe – omaggio a Jimi Hendrix – i concerti in coppia coi Television di Tom Verlaine negli storici locali dell’underground, il Max’s Kansas City e il CBGB, il primo incontro con Dylan che saluta il gruppo in camerino chiedendo se ci sono poeti in giro e Patti, senza sapere perché, che prorompe dicendo “Odio la poesia”. Prosegue poi con un dettagliato e interessante excursus sulla carriera musicale e i retroscena disco per disco; la memoria dello storico concerto allo stadio di Firenze nel settembre 1979 – chi scrive era presente e se lo ricorda benissimo – e l’innalzamento della bandiera americana sul palco scatenando l’inferno tra il pubblico (“Non era una dichiarazione politica, ma un omaggio al dono dell’America alla cultura: il rock’n’roll”): il fratello Todd ammaina e le riconsegna la bandiera, ricordo dei suoi trascorsi in Marina, ha sventolato per l’ultima volta e quella stessa notte passeggiando per le vie di Firenze insieme al poeta beat Gregory Corso, Patti decide di chiudere il suo percorso musicale e ritirarsi dalle scene. I capitoli seguenti sono dedicati all’amore per Fred Smith, alla vita familiare con lui e i loro figli, poi i lutti, a quelli familiari si unisce il compianto per il suicidio di Kurt Cobain (in sua memoria scrive la canzone About a Boy) e per la scomparsa degli amici di sempre Allen Ginsberg e William Burroughs. Infine gli ultimi capitoli: la delusione per il mondo di oggi, così tristemente diverso da quello che la sua generazione aveva sognato; l’amore per l’Italia, i ricordi di Trieste e di Roma; gli autori amati, Joyce, Gogol, Mishima; e, nelle sue parole così semplici e sincere, la preparazione all’ultimo atto: “in un certo senso non sono cambiata poi tanto. Ma l’incandescente irrequietezza si è in qualche modo placata e ho la sensazione che tutte le cose che ho amato siano state così profondamente assorbite da poter immaginare Guernica senza vederla, sentire Ascension e i My Bloody Valentine senza ascoltarli, sfogliare Il gioco delle perle di vetro senza leggerlo, sentendoli con tutto il mio essere. Ogni cosa deve andare. I preziosi pezzi di stoffa ripiegati in un piccolo baule come un corredo abbandonato, i libri della mia vita, le medaglie nelle loro custodie. Liberarsi delle cose è uno dei compiti più difficili della vita. Uno a uno distribuiamo i nostri talismani. Ma io mi terrò la mia fede nuziale e l’amore dei miei figli.”.   L'articolo Patti Smith / Il corredo di una vita on the road proviene da Pulp Magazine.
December 16, 2025
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