
Samah Karaki / Contro la mercificazione dell’empatia
Pulp Magazine - Thursday, May 21, 2026Benché il titolo scelto da Samah Karaki possa richiamare il venerando schema sessantottesco “anche X è politica” – sostituendo di volta in volta “X” con il Personale, la Coca Cola o gli spaghetti western – l’intento della biologa libanese è decisamente attuale. Il suo obiettivo è infatti smontare l’empatia come concetto universale, facoltà naturale e intrinsecamente “buona”, panacea in grado di risolvere i conflitti sociali. Con il suo approccio multidisciplinare, non accademico e divulgativo, Karaki dimostra attraverso la lente delle neuroscienze, della sociologia e della filosofia politica, che l’empatia – una risorsa limitata, che si appoggia a circuiti neurali in parte noti e comportamenti riscontrabili anche dopo pochi mesi in un neonato – è profondamente modellabile dalle gerarchie di potere e dalle narrazioni egemoniche.
Chiarite, almeno sommariamente, le basi e la differenza tra contagio emotivo, empatia cognitiva e compassione il libro analizza i meccanismi del favoritismo endogruppo e le gerarchie della morte in una società multietnica, là dove i gruppi anonimi, ostili o devianti, finiscono più facilmente ai margini o fuoricampo, esclusi dal cerchio magico dello scrupolo e della preoccupazione morale. Non è una novità che, ad esempio, i “bianchi” si mostrano estremamente selettivi nelle tragedie umanitarie, più interessati all’incendio di Notre-Dame che a migliaia di morti in Sudan, solidali con i rifugiati ucraini assai più che per quelli siriani, ecc. L’esposizione decontestualizzata al dolore altrui non genera automaticamente solidarietà.
Il saggio sottolinea come l’entropia sia invece molto spesso il prodotto spalmato da strategie di marketing politico o di razzializzazione, basando il ragionamento su un dato “scientifico” acquisito in laboratorio. Qui, infatti, gli umani hanno già ampiamente dimostrato la capacità di dividersi su basi anche più frivole del genere o della razza, arrivando persino a identificarsi con il gruppo che esprime le medesime predilezioni artistiche o, limite, indossa la stessa t-shirt. La malleabilità si conferma, insomma, una specificità della nostra specie, l’unica certezza, fornita dall’evoluzione, è che l’empatia produce un “sovraccarico emotivo”, e quindi un costo, che può facilmente condurre all’assuefazione, alla paralisi dell’“effetto spettatore” e in pratica all’evitamento della sofferenza a beneficio della propria salute mentale.
Karaki giudica, giustamente, una pericolosa illusione quella di poter “capire” l’esperienza, e quindi la sofferenza di un’altra persona semplicemente “mettendosi nei suoi panni”. Dietro a questa pretesa – come dietro alla retorica della mindfulness e del self help – ci vede la scusa che l’universalismo adotta per coreografare le vittime e ridurle a soggetti passivi, invece di accettare la sostanziale alterità e incertezza dell’Altro.
Per fare cosa? Il saggio, che fa dialogare la biologia evoluzionistica con la filosofia di Arendt, Lévinas, Butler e gli studi decoloniali di Fanon, Said, bell hooks, indica ovviamente come risposte la critica del privilegio, lo studio storico delle oppressioni e l’azione politica. Non spiega però come individui e gruppi possano oggi avere scampo di fronte all’ampiezza della “manipolazione” empatica che ha così brillantemente illustrato. Ne sembra considerare le conseguenze che la presunzione, dell’empatia – o della “civilizzazione” per dirla in francese – ha già prodotto nel nostro presente, in un mondo già oggi sostanzialmente postcoloniale e non necessariamente bendisposto. L’appello (sacrosanto) all’etica della responsabilità non sembra insomma fare i conti con la radicalità del suo stesso pessimismo, fornendo una visione “woke” benintenzionata quanto già ora probabilmente scaduta.
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