Samah Karaki / Contro la mercificazione dell’empatia
Benché il titolo scelto da Samah Karaki possa richiamare il venerando schema
sessantottesco “anche X è politica” – sostituendo di volta in volta “X” con il
Personale, la Coca Cola o gli spaghetti western – l’intento della biologa
libanese è decisamente attuale. Il suo obiettivo è infatti smontare l’empatia
come concetto universale, facoltà naturale e intrinsecamente “buona”, panacea in
grado di risolvere i conflitti sociali. Con il suo approccio multidisciplinare,
non accademico e divulgativo, Karaki dimostra attraverso la lente delle
neuroscienze, della sociologia e della filosofia politica, che l’empatia – una
risorsa limitata, che si appoggia a circuiti neurali in parte noti e
comportamenti riscontrabili anche dopo pochi mesi in un neonato – è
profondamente modellabile dalle gerarchie di potere e dalle narrazioni
egemoniche.
Chiarite, almeno sommariamente, le basi e la differenza tra contagio emotivo,
empatia cognitiva e compassione il libro analizza i meccanismi del favoritismo
endogruppo e le gerarchie della morte in una società multietnica, là dove i
gruppi anonimi, ostili o devianti, finiscono più facilmente ai margini o
fuoricampo, esclusi dal cerchio magico dello scrupolo e della preoccupazione
morale. Non è una novità che, ad esempio, i “bianchi” si mostrano estremamente
selettivi nelle tragedie umanitarie, più interessati all’incendio di Notre-Dame
che a migliaia di morti in Sudan, solidali con i rifugiati ucraini assai più che
per quelli siriani, ecc. L’esposizione decontestualizzata al dolore altrui non
genera automaticamente solidarietà.
Il saggio sottolinea come l’entropia sia invece molto spesso il prodotto
spalmato da strategie di marketing politico o di razzializzazione, basando il
ragionamento su un dato “scientifico” acquisito in laboratorio. Qui, infatti,
gli umani hanno già ampiamente dimostrato la capacità di dividersi su basi anche
più frivole del genere o della razza, arrivando persino a identificarsi con il
gruppo che esprime le medesime predilezioni artistiche o, limite, indossa la
stessa t-shirt. La malleabilità si conferma, insomma, una specificità della
nostra specie, l’unica certezza, fornita dall’evoluzione, è che l’empatia
produce un “sovraccarico emotivo”, e quindi un costo, che può facilmente
condurre all’assuefazione, alla paralisi dell’“effetto spettatore” e in pratica
all’evitamento della sofferenza a beneficio della propria salute mentale.
Karaki giudica, giustamente, una pericolosa illusione quella di poter “capire”
l’esperienza, e quindi la sofferenza di un’altra persona semplicemente
“mettendosi nei suoi panni”. Dietro a questa pretesa – come dietro alla retorica
della mindfulness e del self help – ci vede la scusa che l’universalismo adotta
per coreografare le vittime e ridurle a soggetti passivi, invece di accettare la
sostanziale alterità e incertezza dell’Altro.
Per fare cosa? Il saggio, che fa dialogare la biologia evoluzionistica con la
filosofia di Arendt, Lévinas, Butler e gli studi decoloniali di Fanon, Said,
bell hooks, indica ovviamente come risposte la critica del privilegio, lo studio
storico delle oppressioni e l’azione politica. Non spiega però come individui e
gruppi possano oggi avere scampo di fronte all’ampiezza della manipolazione
empatica che ha così brillantemente illustrato. Ne sembra considerare le
conseguenze che la presunzione e l’equivoco dell’ “empatia” – o della
“civilizzazione” per dirla in francese – ha già prodotto nel nostro presente, in
un mondo già oggi sostanzialmente postcoloniale e non necessariamente
bendisposto. L’appello (sacrosanto) all’etica della responsabilità non sembra
insomma fare i conti fino in fondo con la radicalità del suo stesso pessimismo,
fornendo in positivo una visione “woke” benintenzionata quanto scarsamente
trasformativa.
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