Lee Chihoi / 10 sfumature di Cina

Pulp Magazine - Friday, May 15, 2026

Quando ho preso in mano Sto con il mio santo – colpita dallo strano titolo – per qualche secondo ho pensato a un nuovo libro di Lorenzo Mattotti. Per il tratteggio della copertina, i colori acidi, i contrasti violenti: il blu compatto, la luce arancione che brucia il centro dell’immagine, i corpi come masse emotive dentro lo spazio, l’anatomia fluida che li attraversa. Poi ho guardato meglio: non era Mattotti. Era Chihoi, fumettista e illustratore nato a Hong Kong nel 1977, una delle voci del fumetto indipendente di area cinese, da anni in dialogo con la scena internazionale e con Canicola, che aveva già pubblicato Il treno (2008).

Sto con il mio santo non è un’opera pensata come libro unitario, ma una raccolta di dieci racconti realizzati tra il 2003 e il 2018. Anche il racconto che dà il titolo al volume aveva già avuto una sua vita editoriale, essendo apparso sulla rivista “Canicola” nel 2009. Questa origine composita va tenuta presente: il libro interessa meno come opera autonoma e compatta che come attraversamento del lavoro di Chihoi, delle sue ossessioni, dei suoi passaggi di tono, dei modi diversi in cui il suo segno incontra il quotidiano, il sogno, il corpo, la memoria, il libro.

Le storie sono diverse, accomunate da un bianco e nero mobile, ora fitto e cupo, ora più leggero, quasi esitante, ora a matita, ora a inchiostro. Ci sono racconti domestici e perturbanti, come quello del padre morto che chiede al figlio qualcosa di impossibile, mentre le figure si moltiplicano e finiscono per guidare il racconto. C’è poi “Scusa”, uno dei racconti urbani graficamente più riusciti: la folla della metropolitana diventa una massa nera e compatta, attraversata da una sola parola ripetuta in decine di balloon, “Scusa…”. La formula della cortesia si svuota e diventa rumore mentale, brusio collettivo. Qui il nero non è semplice sfondo, ma materia della folla: una pressione che cancella lo spazio e riduce i corpi a presenze anonime. Ci sono storie di separazioni, ritorni, sveglie che suonano da luoghi inspiegabili, stanze trasformate in prigioni mentali. Chihoi procede spesso così: parte da una situazione minima, quasi ordinaria, e la lascia scivolare lentamente verso l’enigma.

Il racconto che dà il titolo al volume è il più sensuale e visionario. Mette in scena un corpo giovane, nudo, esposto alla natura, alle palme, al vento, al desiderio. Il corpo si confonde con il paesaggio, la carne con la vegetazione, il dolore con una specie di abbandono panico. È una storia di adolescenza, di solitudine, di pulsione fisica e insieme di perdita. Divertenti e leggere sono le storie dedicate ai libri e alle biblioteche, sopraprattutto Inferno dei libri, forse il racconto più apertamente ludico della raccolta. Qui il mondo ordinato del prestito e della consultazione si rovescia in un piccolo oltremondo dei castighi: demoni, ammonimenti morali, ponti del non ritorno, specchi dei peccati. La biblioteca diventa una macchina insieme burocratica e infernale. Un libro si può rubare materialmente, non restituendolo, ma lo si può rubare anche simbolicamente, appropriandosi delle parole altrui, plagiandole. In entrambi i casi arriva la punizione, secondo una logica di contrappasso quasi infantile e insieme severissima.

L’interesse della raccolta sta proprio in questa instabilità. Non siamo davanti a una graphic novel, non c’è una storia lunga, non c’è una progressione compatta, non c’è un arco narrativo da seguire. Ci sono piuttosto frammenti, soglie, apparizioni, stati d’animo. Ogni racconto sembra l’illustrazione di un’inquietudine: un lutto, un desiderio, una separazione, una paura infantile, una fantasia erotica, un pensiero ossessivo. Il fumetto diventa meno racconto che luogo psichico.

A questo punto il richiamo a Mattotti può tornare, ma anche rivelare il proprio limite. Il confronto è inevitabile e insieme fuorviante: mette in luce una parentela di segno, soprattutto nelle pagine più nere, dove corpi, stanze e masse scure sembrano appartenere a una stessa famiglia visiva; ma rischia anche di oscurare ciò che in Chihoi lavora in sottrazione. Chihoi è più trattenuto, meno sontuoso, più dimesso. Le sue tavole non cercano l’effetto, procedono per minime variazioni, per silenzi, per figure quasi inespressive che però sembrano attraversate da una vita segreta.

Colpiscono anche i volti: non riconducibili a una fisionomia occidentale o orientale, sembrano sottrarsi a questa alternativa. Sono volti sospesi, quasi neutri, nei quali l’identità geografica conta meno della pressione emotiva del segno.

È un fumetto della soglia: fra veglia e sogno, ironia e angoscia, quotidiano e allucinazione. Per questo Sto con il mio santo va letto non come un libro chiuso su se stesso, ma come una piccola mappa di un percorso. Per chi si accosta per la prima volta a Chihoi, il sito dell’autore — chihoi.net — è utile: vi si trovano illustrazioni, dipinti e brevi fumetti che aiutano a vedere quanto il suo lavoro abiti una zona mobile fra immagine autonoma e sequenza narrativa.

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