Luz / Da Charlie Hebdo alla Mostra dell’arte degenerataLuz è lo pseudonimo di Rénald Luzier, disegnatore francese scampato alla strage
di “Charlie Hebdo”, il settimanale francese che ha subito una serie di attentati
culminati con la strage del novembre 2011, che costò la vita a dodici persone.
Sfuggito a quell’attentato nel giorno del suo compleanno a causa di un ritardo,
Luz ha raccontato nell’albo Catarsi (Bao, 2015) la sua esperienza di
sopravvissuto, e da quella data cessa la sua attività di autore satirico,
abbandona la rivista di cui era stato uno degli autori più significativi, per
dedicarsi al graphic novel. Nel 2024 viene tradotto da Rizzoli Testoterrore, una
storia dedicata alla denuncia della mascolinità tossica, ma la maggior parte dei
suoi lavori rimane ancora inedita in Italia. Anche per questo ora la
pubblicazione di Due ragazze nude (Deux filles nues, 2024) rappresenta un evento
importante per un autore che non può essere completamente staccato dalla
violenza degli avvenimenti che lo hanno coinvolto. E, in questo senso, una
chiave di lettura di Due ragazze nude può essere il rapporto tra arte e potere,
tra creatività e conservatorismo, tra libertà e repressione, tra creatività e
violenza, che certo proviene dall’esperienza drammatica di “Charlie Hebdo”. Ma
Luz mette in campo una storia che attraversa la visione complessiva del ciclo di
produzione artistica e che dal pittore e dai suoi strumenti, tramite la modella
e il suo corpo, percorre l’intera catena del valore tra i galleristi, i
collezionisti, i musei e infine il pubblico. Non a caso il protagonista della
storia non è il tormentato pittore Otto Mueller, ma suo il quadro, Zwei
weibliche Halbakte, che letteralmente significa “due ragazze seminude” o, più
rigorosamente “due seminudi femminili”, in quanto la completa nudità dei
soggetti è solo ipotizzabile, perché il dipinto le ritrae dai fianchi in su.
Noi lettori vediamo lo scorrere del tempo attraverso i suoi “occhi” invisibili
incastonati nella tela, abbiamo la visuale da parte del quadro. Nelle prime
pagine, bellissime, le pennellate di Otto iniziano a rendere viva la tela,
letteralmente crea l’opera che percepire prima piccole parti, schegge ancora
incomplete della realtà intorno a lei, fino a riempire la pagina e rendere la
figura intera del pittore e della sua modella più importante, Maria Mayerhofer
Mueller, la sua Maschka, che all’epoca della realizzazione della tela aveva 39
anni. Il quadro nasce e la sua prima visione è quella della coppia che lo ha
creato, Otto e Maschka. Per tutta la narrazione non vediamo mai il quadro, se
non nell’ultima pagina, ma è il quadro che guarda e che vede transitare la
storia della Germania di fronte a sé, cambiando proprietario e seguendo i venti
tormentati del fascismo europeo. Dopo Maschka è Iréne Altmann a posare per Otto,
la donna dall’aspetto zingaro della tela nota in Italia come Innamorati gitani,
del 1919 (Liebespaar, ovvero “coppia di innamorati”), e infine Elsbeth Lübke,
con cui viaggiò nell’Europa Orientale per conoscere finalmente da vicino le
comunità gitane che tanto lo avevano attratto.
Nel 1925 Otto vende il quadro a Ismar Littmann, un facoltoso avvocato
collezionista di Breslavia, e da quel momento non sapremo più nulla del pittore,
che morirà nel 1930, perché il quadro, in un rigoroso piano sequenza che ricorda
Nodo alla gola di Alfred Hitchcock, ci riporta solo quello che si trova nello
spazio antistante. Ma le vicissitudini che il quadro collocato tra i capolavori
della Sammlung Ismar Littmann (la rinomata Collezione Littmann) riporta, è una
rappresentazione privata della crisi di Weimar e dell’avvento del
nazionalsocialismo con la sua cultura violenta. È Berthold Hinz, nel suo saggio
L’arte del nazismo (Mazzotta, 1975), uno dei pochi testi italiani dedicato
all’argomento, a osservare che “quanto alla forma e al contenuto della nuova
arte, anche negli stessi cervelli degli ideologi dominanti, dominavano in realtà
idee molto confuse (…), la figura del nemico [invece], la entartete Kunst,
l’arte degenerata, era delineata in modo abbastanza preciso.” E in effetti è
così, la politica dell’arte portata avanti dal nazismo, su musica, letteratura,
arti visive, cinema e teatro, si è sviluppata in negativo, distruggendo le forme
che non condivideva, bruciandole letteralmente, e operando in maniera netta,
precisa, chiara, mentre un’arte del nazionalsocialismo è invece rimasta un
intento, un funesto ideale irrealizzato. Dai progetti architettonici di Albert
Speer alla Große Deutsche Kunstausstellung (la Grande mostra dell’arte tedesca),
la funzione positiva che il regime nazionalsocialista affidava all’arte rimase
inevitabilmente incompiuta e confusa.
In Due ragazze nude, il quadro ha la fortuna di assistere alla visita di Adolf
Hitler, Joseph Goebbels e Adolf Ziegler (Presidente della Camera delle belle
arti) alla Mostra di arte degenerata di Monaco del 1937, la prima tappa del tour
itinerante che attraverserà la Germania, e ascoltarne i commenti, almeno nella
fantasia di Luz. La degenerazione dell’arte, così frequentemente richiamata, è
intesa dai fascisti tedeschi come l’aspetto esteriore e sociale di una
degenerazione molto complessa e profonda del popolo tedesco, una degenerazione
biologica e interiore. Lo stesso Hitler, durante l’inaugurazione della Grande
mostra dell’arte tedesca, sempre a Monaco il 19 luglio 1937, e poco distante
dalla Mostra di arte degenerata, dichiara che “la sconfitta militare non aveva
generato, ma soltanto liberato quel torrente di melma e di lordura che il 1918
[con la Repubblica di Weimar] aveva vomitato alla superficie della nostra
esistenza.” E ancora, “dopo il collasso delle precedenti forme sociali, statali
e culturali, che in apparenza continuavano a comporre un ordine, aveva inizio il
trionfo di quella volgarità da lungo tempo in agguato nel fondo di tutti i
settori della nostra vita”. Le mostre dell’arte nazista saranno tre, l’ultima
nel luglio del 1939, a poco più di un mese dallo scoppio del conflitto mondiale.
Le mostre si tennero in una nuova costruzione, la Haus der Kunst, la Casa
dell’arte realizzata in stile classicheggiante e che divenne un esempio
dell’architettura nazional socialista. Non a caso, io credo, la Mostra di arte
degenerata venne ospitata nella vicina sede dell’Istituto di antropologia, a
sottolineare che il contenuto dell’esposizione riguardasse lo studio dell’essere
umano anche in contesti socio-culturali dislocati in altri tempi e in altri
luoghi, rispetto a quello contemporaneo della Germania degli anni Trenta,
sottintendendone l’arretratezza, l’appartenenza a sistemi sociali diversi e
arretrati.
Il nazionalsocialismo prende il potere con il progetto di salvare la Germania,
una nazione il cui popolo è stato indebolito e corrotto dal meticciato, il cui
sangue è stato contaminato da elementi allogeni che lo indeboliscono. Hitler e i
suoi seguaci intendevano intervenire per riportare indietro l’orologio biologico
attraverso gli strumenti del razzismo e dell’eutanasia, e salvare così la
Germania e il suo popolo. Un progetto di tale portata, in cui non si può che
notare un intrinseco senso folle di tragicità e disperazione, si basava su una
percezione del pensiero scientifico che, pur condividendo alcuni elementi della
conoscenza ufficiale, ne aggiungeva di propri profondamente irrazionali. Édouard
Conte e Cornelia Essner analizzano lo svilupparsi di questo progetto in Culti di
sangue. Antropologia del nazismo (Carrocci, 2004).
Le vignette di Luz denunciano come il potere della Germania nazista
interpretasse l’arte contemporanea, e in particolare l’espressionismo, come una
proiezione dell’interiorità del corpo sociale capace di svelarne gli aspetti
patologici che erano conseguenza del degrado portato dalla contaminazione
razziale. Nel capitolo Il discorso del graphic novel, Adolf Ziegler, un mediocre
pittore diventato il prediletto di Hitler, davanti alla tela di Mueller tiene la
sua orazione. “Siete circondati dal prodotto della demenza, dell’impudenza,
dell’impotenza e della degenerazione. Le opere presentate in questa mostra hanno
lo scopo di far provare a tutti un disgusto sconvolgente”. Ma uno spettatore
commenta a bassa voce: “I nazisti hanno organizzato la più straordinaria mostra
d’arte moderna della storia”. Bruciate, finite all’asta, deprezzate, rubate, le
opere combattono una la loro guerra mondiale. Davanti a Due ragazze nude, in un
magazzino, transita il ritratto di Maschka che indossa una camicia azzurra. È
Bildnis Maschka Mueller, del 1924-25 e ora esposto al Museo delle belle arti di
Berna. Idealmente la stessa donna si guarda in due immagini diverse di se
stessa. L’indumento sembra dissolversi nella tempera dello sfondo, la figura è
di una sobrietà eccezionale, i corti capelli neri pettinati, l’incarnato roseo,
mentre la Maschka del nostro quadro, Due ragazze nude, ha il volto triangolare,
quasi duro, severo, i tratti secchi della tempera lasciano intravedere la rozza
tela scelta per quel quadro, la pelle è scura. Un tratto nero delimita con forza
le figure, distanziandole dallo sfondo.
Luz, oltre a mostrare una eccezionale sapienza nella sceneggiatura, si dimostra
capace di un disegno meticoloso ed essenziale, in grado di esprimere lo scorrere
del tempo della travagliata vita del quadro fino ad arrivare a oggi, al Museo
Ludwig di Colonia. Letta l’ultima pagina, dove finalmente Luz offre una sua
interpretazione della tela e ribalta il punto di vista, si ha l’impressione di
avere imparato qualcosa, di avere avuto un’occasione unica di sbirciare oltre la
tela, abituati a quella visione frontale, spesso frettolosa, che caratterizza la
fruizione turistica del museo, dove troppi quadri si rincorrono nel ricordo. Ma
questo albo di Luz ci consente di correre avanti e indietro, rileggere, guardare
ancora, fino a quando Due ragazze nude inizia a dispiegarsi di fronte a noi con
sempre maggiore nitidezza.
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