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Bassoli, Moccia, Alessi / Inciampando si impara
Sull’isola di Nebula gli spiriti dei defunti continuano a vivere accanto ai vivi. Giocano a carte, si incontrano per chiacchierare o portano avanti le attività di quando erano in vita, invisibili agli occhi di tutti tranne che alle Guardiane: una stirpe di donne dotate di poteri magici, incaricate di proteggere l’isola e i suoi abitanti (vivi e non) dalle minacce più oscure, prima fra tutte Akli, dea della disperazione e del caos. Un compito gravoso, di quelli che possono essere affrontati solo con il sostegno delle persone care. Questa è la premessa di Nebula, nuovo volume della collana Tipitondi edita dalla casa editrice Tunuè. Il fumetto è firmato dal trio tutto al femminile di Beatrice “Bibi” Bassoli (Disney, Beccogiallo, Feltrinelli tra gli altri) e Valeria “Dixie” Moccia alla sceneggiatura, e da Bianca Alessi (Webtoon France) ai disegni. Si tratta di un lavoro chiaramente rivolto al pubblico più giovane, ma pensato per essere anche in grado di conquistare una porzione di lettori di ogni età. In particolare, lo stile di Bianca Alessi è morbido ed espressivo, perfetto per restituire la magia e l’atmosfera dell’isola: le tavole sfruttano con intelligenza la gabbia fumettistica, regalando soluzioni grafiche sorprendenti e molto efficaci quando si tratta di “uscire dagli schemi”. Al centro della storia c’è Gioia, la più recente Guardiana degli Spiriti di Nebula. Quando una ragazza della sua famiglia compie dodici anni, essa eredita il ruolo di protettrice dell’isola. Per Gioia però le cose sono più complicate: sua madre Isabella, precedente Guardiana, è scomparsa anni prima durante uno scontro con Akli. Nonostante il sostegno del padre e della nonna Ida, anche lei Guardiana, Gioia fatica ad adattarsi a una vita in cui vede e interagisce con spiriti che gli altri non possono percepire. Questo dono la isola dai compagni di scuola. Solo la sua amica Chloe, dal carattere deciso e peperino, e il gentile Abby riescono ad accettarla per quella che è. Nebula è una storia di crescita che parla di responsabilità enormi, di quelle che arrivano troppo presto, di solitudine e di quanto sia importante non affrontare le battaglie da soli. Gioia, alla ricerca di un modo per ricongiungersi all’amata madre, invocherà un incantesimo che avrà conseguenze imprevedibili, riportando sulla scena una minaccia che sembrava sconfitta. Sarà compito suo riuscire a porre rimedio al proprio errore, ma senza per questo cedere alla disperazione. Con un tono fresco e una narrazione semplice ma mai banale, il fumetto di Bassoli, Moccia e Alessi mostra come anche ciò che sembra mostruoso e irreparabile possa essere affrontato, e come i legami affettivi e i ricordi di chi ci ha preceduto possano essere la nostra più grande fonte di forza. Gioia commette errori, inciampa, a volte cadendo in malo modo, eppure senza arrendersi mai e poi mai. La protagonista di questo fumetto si trova a crescere prima del tempo, conservando però il sorriso e la capacità di fare affidamento sugli altri senza vergognarsi, qualità che la rendono una piccola, grande eroina. Tunuè consegna ai propri lettori un fumetto che celebra il coraggio di andare avanti a testa alta, sostenuti da chi ci vuole bene, anche quando il mondo intero sembra remarci contro. L'articolo Bassoli, Moccia, Alessi / Inciampando si impara proviene da Pulp Magazine.
May 25, 2026
Pulp Magazine
Lee Chihoi / 10 sfumature di Cina
Quando ho preso in mano Sto con il mio santo – colpita dallo strano titolo – per qualche secondo ho pensato a un nuovo libro di Lorenzo Mattotti. Per il tratteggio della copertina, i colori acidi, i contrasti violenti: il blu compatto, la luce arancione che brucia il centro dell’immagine, i corpi come masse emotive dentro lo spazio, l’anatomia fluida che li attraversa. Poi ho guardato meglio: non era Mattotti. Era Chihoi, fumettista e illustratore nato a Hong Kong nel 1977, una delle voci del fumetto indipendente di area cinese, da anni in dialogo con la scena internazionale e con Canicola, che aveva già pubblicato Il treno (2008). Sto con il mio santo non è un’opera pensata come libro unitario, ma una raccolta di dieci racconti realizzati tra il 2003 e il 2018. Anche il racconto che dà il titolo al volume aveva già avuto una sua vita editoriale, essendo apparso sulla rivista “Canicola” nel 2009. Questa origine composita va tenuta presente: il libro interessa meno come opera autonoma e compatta che come attraversamento del lavoro di Chihoi, delle sue ossessioni, dei suoi passaggi di tono, dei modi diversi in cui il suo segno incontra il quotidiano, il sogno, il corpo, la memoria, il libro. Le storie sono diverse, accomunate da un bianco e nero mobile, ora fitto e cupo, ora più leggero, quasi esitante, ora a matita, ora a inchiostro. Ci sono racconti domestici e perturbanti, come quello del padre morto che chiede al figlio qualcosa di impossibile, mentre le figure si moltiplicano e finiscono per guidare il racconto. C’è poi “Scusa”, uno dei racconti urbani graficamente più riusciti: la folla della metropolitana diventa una massa nera e compatta, attraversata da una sola parola ripetuta in decine di balloon, “Scusa…”. La formula della cortesia si svuota e diventa rumore mentale, brusio collettivo. Qui il nero non è semplice sfondo, ma materia della folla: una pressione che cancella lo spazio e riduce i corpi a presenze anonime. Ci sono storie di separazioni, ritorni, sveglie che suonano da luoghi inspiegabili, stanze trasformate in prigioni mentali. Chihoi procede spesso così: parte da una situazione minima, quasi ordinaria, e la lascia scivolare lentamente verso l’enigma. Il racconto che dà il titolo al volume è il più sensuale e visionario. Mette in scena un corpo giovane, nudo, esposto alla natura, alle palme, al vento, al desiderio. Il corpo si confonde con il paesaggio, la carne con la vegetazione, il dolore con una specie di abbandono panico. È una storia di adolescenza, di solitudine, di pulsione fisica e insieme di perdita. Divertenti e leggere sono le storie dedicate ai libri e alle biblioteche, soprattutto Inferno dei libri, forse il racconto più apertamente ludico della raccolta. Qui il mondo ordinato del prestito e della consultazione si rovescia in un piccolo oltremondo dei castighi: demoni, ammonimenti morali, ponti del non ritorno, specchi dei peccati. La biblioteca diventa una macchina insieme burocratica e infernale. Un libro si può rubare materialmente, non restituendolo, ma lo si può rubare anche simbolicamente, appropriandosi delle parole altrui, plagiandole. In entrambi i casi arriva la punizione, secondo una logica di contrappasso quasi infantile e insieme severissima. L’interesse della raccolta sta proprio in questa instabilità. Non siamo davanti a una graphic novel, non c’è una storia lunga, non c’è una progressione compatta, non c’è un arco narrativo da seguire. Ci sono piuttosto frammenti, soglie, apparizioni, stati d’animo. Ogni racconto sembra l’illustrazione di un’inquietudine: un lutto, un desiderio, una separazione, una paura infantile, una fantasia erotica, un pensiero ossessivo. Il fumetto diventa meno racconto che luogo psichico. Un po’ come in Mattotti per l’appunto, con il quale la parentela è un po’ inevitabile soprattutto nelle pagine più nere, dove corpi, stanze e masse scure sembrano appartenere a una stessa famiglia visiva; parentela che rischia però di oscurare ciò che in Chihoi lavora in sottrazione. Chihoi è più trattenuto, meno sontuoso, più dimesso.  Colpiscono anche i volti: non riconducibili a una fisionomia occidentale o orientale, sembrano sottrarsi a questa alternativa. Sono volti sospesi, quasi neutri, nei quali l’identità geografica conta meno della pressione emotiva del segno. Sto con il mio santo va letto come una piccola mappa di un percorso. Per chi si accosta per la prima volta a Chihoi, il sito dell’autore — chihoi.net — è utile: vi si trovano illustrazioni, dipinti e brevi fumetti che aiutano a vedere quanto il suo lavoro abiti una zona mobile fra immagine autonoma e sequenza narrativa. L'articolo Lee Chihoi / 10 sfumature di Cina proviene da Pulp Magazine.
May 15, 2026
Pulp Magazine
Il futuro scritto in sogni, fantasie e speranze dei lettori più ‘piccoli’
Il tema della 38esima edizione della fiera dell’editoria è intitolato come la raccolta di liriche di Elsa Morante e nella serata di mercoledì 13 maggio il programma di eventi collaterali all’esposizione propone lo spettacolo “L’infanzia del mondo. Innocenza, umanità, resistenza a partire dalla poetica di Dylan Thomas” di e con Vinicio Capossela.   Il mondo salvato dai ragazzini Nel titolo del libro, edito da Einaudi nel 1968, e di una sua sezione, la seconda della terza parte, dedicata alle canzoni popolari, sono sintetizzati i contenuti della collezione di poesie, canti e annotazioni, e di una pièce teatrale, La commedia chimica. Un’opera singolare, che sfugge alle catalogazioni. «In sostanza e verità – precisò Elsa Morante – tutto questo non è nient’altro che un gioco». Nella presentazione della sua ristampa nel 2012 la casa editrice spiega: “Non c’è nulla nella tradizione letteraria italiana che gli assomigli anche lontanamente. Il poemetto, il teatro, la poesia visiva, il libello sono mescolati con un’alchimia che sembra far esplodere l’oggetto libro, proiettare il testo fuori dalle pagine, anche graficamente: come un appello che esca da una gabbia e vada alla ricerca dei ragazzini di tutto il mondo. Un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione politica per cambiare il mondo”. Nel 1957 con il romanzo L’isola di Arturo la prima donna insignita del Premio Strega e autrice del romanzo La Storia, pubblicato nel 1974 e nel 2002 annoverato nella World Library, l’elenco dei cento migliori libri di tutti i tempi, la prolifica e famosa, ma riluttante alle esaltazioni della celebrità, scrittrice italiana con Il mondo salvato dai ragazzini ha consegnato ai suoi contemporanei e posteri una testimonianza, anche il proprio testamento, che nella rubrica Il Caos pubblicata su Tempo Pier Paolo Pasoli ha definito “un manifesto politico scritto con la grazia della favola, con umorismo, con gioia”.   Nel 2026, mentre il mondo è dilaniato da tante guerre e molte problematiche, il Salone Internazionale del Libro di Torino è una rassegna culturale che si svolge all’insegna di questo libro-manifesto e del manifesto grafico disegnato de Gabriella Giandelli, illustratrice e fumettista milanese che ha raffigurato La mia intifada, il libro scritto da Susan Abulhawa incluso nel ‘catalogo’ Invicta Palestina. In questa edizione della fiera torinese le case editrici presenteranno numerosi saggi, romanzi e libri illustrati di ogni genere, anche di didattica e letteratura per bambini e ragazzi, che propongono riflessioni sul futuro dell’umanità e organizzano molteplici eventi in sintonia con il titolo della rassegna, un programma in cui spicca lo spettacolo di Vinicio Capossela, e tantissimi incontri tra editori, autori e lettori. La casa editrice per la pace, la nonviolenza e i diritti umani Multimage presenta l’iniziativa, intitolata Il futuro conteso: giovani tra violenza e bellezza, che si terrà presso la Casa Umanista di Torino (Lungo Dora Firenze, 31) nel pomeriggio di sabato 16 maggio e in cui verrà presentato, a cura di Giorgio Mancuso, il Quaderno di Pressenza 2025 – Moltitudini ribelli. Un’alternativa possibile alla guerra permanente.   L’infanzia del mondo. Innocenza, umanità, resistenza a partire dalla poetica di Dylan Thomas. Mercoledì 13 maggio, serata inaugurale della rassegna, all’Auditorium Rai di Torino alle 20:30 va in scena lo spettacolo che il Salone Internazionale del Libro insieme a Rai Radio3 presenta annunciando: “L’evento unisce musica e parole e prende ispirazione da Dylan Thomas. Al centro, Sotto il bosco di latte, opera scritta per la radio che racconta un villaggio attraverso i sogni dei suoi abitanti. Capossela sarà sul palco insieme a Pietro Del Soldà”. La rappresentazione, interpretata da Vinicio Capossela, anche il suo autore, insieme a Nada e Paolo Rossi e con Pietro Del Soldà, inoltre con Raffaele Tiseo e Vincenzo Vasi, anticipa la trasmissione del radiodramma programmata da Rai Radio3 in due versioni – una a puntate, cinque episodi, dal 25 al 29 maggio alle ore 17 in onda all’interno del programma Ad Alta Voce e una integrale, inclusa nella diretta di Radio 3 Suite di mercoledì 3 giugno alle 20:05 – e a seguire diffusa su Raiplay. Questa trasposizione della commedia Under Milk Wood che Dylan Thomas scrisse nel 1954, per la prima volta trasmessa dalla radio inglese BBC nel 1957 e nel 1968 recitata da Richard Burton, in cui è narrata un’intera giornata della vita quotidiana in paesino gallese sito ai margini di un bosco e gli eccentrici e stravaganti protagonisti raccontano tante storie divertenti o tristi che ne compongono una tragicomica, è stata ideata dal dj e speaker radiofonico torinese Renato Striglia. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2020, Vinicio Capossela ha deciso di realizzare il progetto, la cui concretizzazione è stato “un lavoro lungo, intenso e partecipativo che ha coinvolto una polifonia di 56 voci, raccolte tra amici della comunità torinese di Striglia e artisti e compagni di viaggio”. Oltre che dall’autore, Vinicio Capossela, e da Paolo Rossi nel ruolo di ‘voci narranti’, la performance è interpretata anche da Alessandro Bergonzoni, Enzo Bianchi, Stefano Bollani, Ermanno Cavazzoni, Geppi Cucciari, Mauro Ermanno Giovanardi, Marisa Laurito, Luciana Littizzetto, Ermanna Montanari, Nada, Roy Paci, Daniela Pes, Patty Pravo, Johnson Righeira… e Ornella Vanoni. «Il bosco di latte è il ‘canto alla vita’ dell’umanità – spiega il cantautore – Copre tutte le generazioni e le classi sociali. L’arco ciclico di una giornata rimanda alla ciclicità del tempo naturale e universale. Non c’è trama. C’è solo il brulicare della vita che non porta alla felicità, ma alla vita stessa, alla sua generazione e alla sua decomposizione. I morti si confondono con i vivi. I sogni con il reale. È per questo che Sotto il Bosco di Latte è doppiamente dedicato a Renato: per la sua intima relazione con l’umanità e perché i morti in questo racconto, come gli annegati di Capitan Gatto, tornano nei ricordi dei vivi reclamando la memoria. Affinché, come nel passo più toccante del poema, come Rosie, non ci si dimentichi anche di essere nati». Nel presentare la serie di trasmissioni radiofoniche, Vinicio Capossela anticipa anche che lo spettacolo messo in scena per l’inaugurazione del Salone Interazionale del Libro, cioè la rappresentazione che, mediante il dialogo con il giornalista Pietro Del Soldà, ripercorre il lungo viaggio creativo dell’opera, “è il primo, fondamentale tassello di un nuovo percorso creativo che culminerà nei prossimi mesi in una trasposizione teatrale che debutterà a Romaeuropa Festival il 3 e 4 ottobre, e in un nuovo progetto discografico”. La crociata dei bambini Nella biografia e carriera artistica di Vinicio Capossela il percorso tracciato dalle sue interpretazioni della commedia di Dylan Thomas prosegue nel solco della canzone composta ispirandosi al dramma La crociata dei bambini del 1939 scritto da Bertolt Brecht nel 1941. Un brano musicale anche illustrato con disegni in gesso bianco su carta nera di Stefano Ricci  a cura di Ahmed Ben Nessib assemblati nel videoclip diffuso mediante i canali social-media che viene anche rappresentato nella ‘cornice’ della mostra esperienziale Polvere di Guerra – dalle macerie alla costruzione di pace.   Maddalena Brunasti
May 13, 2026
Pressenza
“Falastin Hurra 2.0 – From Strip to Motion” in esposizione a Saluzzo
La collezione di opere artistiche “da e per la Palestina” viene presentata nella cittadina piemontese per iniziativa promossa dal gruppo Saluzzo per Gaza e dalla Rete Cuneese per la Palestina, che spiegano: > Riprende il percorso, con grande slancio politico e artistico, a Ssluzzo, in > provincia di Cuneo, quindi ancora in Piemonte, dell’ormai nota esposizione > curata da alino e Giansandro Morelli e inaugurata a Napoli nel gennaio 2024 > con una grande esposizione al Complesso di San Domenico, poi ospitata in tante > città, e in tante micro-iniziative sparse per tutto il paese, oltre che presso > il museo di Bogotà in Colombia, da ormai quasi due anni. > > Grazie alla partnership con un concerto di associazioni – Saluzzo per Gaza, > Libera Saluzzo, ANPI Saluzzo, Circolo Arci “Ratatoj”, con il sostegno di Rete > Cuneese per la Palestina e con il patrocinio di Voci Erranti, Terres Monviso > e del Comune di Saluzzo, presso il Bistrò Lo Spaccio l’esposizione Falastin > Hurra (Palestina Libera, in lingua araba) giunge nella sua nuova veste, 2.0 – > From Strip to Motion, così concepita a Torino nell’ottobre 2025, e ora pronta > per una nuova unica tappa nella provincia piemontese. > > La mostra raccoglie illustrazioni e fumetti che si muovono tra produzione > artistica e narrazione del presente, restituendo uno sguardo plurale e in > continuo aggiornamento. Molte delle opere nascono anche nel contesto della > comunicazione contemporanea, mantenendo un legame diretto con ciò che accade. > > Aggiornata artisticamente in collaborazione con NAZRA Palestine Short Film > Festival, ancora curata da alino e Giansandro Morelli con la preziosa aggiunta > della fumettista Lorena Canottiere, si focalizza su autori e autrici > arabo-palestinesi, con una piccola sezione di autor* italian* e > internazionali, nella quale si trovano molte nuove acquisizioni, fra cui la > stessa Canottiere, Andrea Bruno, La Verve, Eva Daffara, Samuele Canestrari e > tant* altr* (e si conta di averne ancora nuovi per la tappa di Saluzzo); e si > affiancano alle immagini della storica sezione Kufia, matite italiane per la > Palestina, il portfolio di disegnator* italiani – tra cui Andrea Pazienza > [inoltre Magnus, Guido Crepax, Josè Munoz, Lorenzo Mattotti, Filippo Scozzari, > Milo Manara,…] e Cinzia Ghigliano  da cui tutto è partito, con un > aggiornamento delle ormai quasi 240 opere del progetto (data la prolifica > produzione degli artist* stessi, in costante supporto del drammatico periodo > che vive il mondo Palestinese, nel pieno del Genocidio perpetrato > dall’invasore e criminale Stato d’Israele). > > In mostra, soprattutto, ci saranno le tavole e le illustrazioni (anche quelle > nuovissime realizzate quotidianamente per i social) di: Leila Abdelrazaq, Naji > Al-ali, ma anche il giovane Naji Al Alì, nato nel 99, Fuad Alymani, Mazen > Kerbaj, Gina Nakhle-Koller, Hassan Manasrah, Mohammad Saba’aneh, Othman Selmi; > e le aggiunte di Lina Gaibeh e AnnaMay Khoury, e un ricordo della scomparsa > fumettista, illustratrice e artista Palestinese Mahasen Al-Kethib [a soli 31 > anni uccisa dal bombardamento dell’esercito israeliano a Jabaliya, nella > Striscia di Gaza, del 18 ottobre 2024]. A Saluzzo la mostra allestita negli spazi dello Spaccio Bistrò verrà inaugurata venerdì 15 maggio alle 17:30 insieme al fumettista e illustratore alino in una serata a tema, a cui gli organizzatori dell’esposizione invitano a partecipare per “continuare l’attivismo in supporto del Popolo Palestinese e contro il Genocidio in atto per mano di Israele”. Precedentemente, venerdì 8 maggio, hanno proposto l’incontro sul tema Le parole per dirlo. Una bibliografia di storie e racconti sulla Palestina a L’Ortica Libreria Indipendente di Saluzzo, dove il suo titolare, Giuseppe Cavaglieri, insieme a Francesca Galliano, referente territoriale di Libera, hanno guidato il pubblico in “un percorso editoriale dedicato alla tematica palestinese: una selezione delle pubblicazioni più rilevanti e interessanti sull’argomento, attraversando diversi generi letterari — dai romanzi ai saggi, fino ai racconti — con proposte pensate sia per un pubblico adulto che per i più giovani”. Contemporaneamente, proseguono le iniziative promosse dalla Rete Cuneese per la Palestina, che recentemente ha coordinato la mobilitazione Per la pace, contro la corsa riarmo e l’assemblea sul tema Sicurezza, o repressione? Parliamone… per “costruire pensieri, costruire dialogo” ed elaborato il volantino “L’Italia ripudia la guerra, eppure ne ha fatto un business!” divulgato nel territorio alle manifestazioni e nei presidi. E, parallelamente all’esposizione della rassegna, saranno proposti eventi e verranno svolte attività di cui gli organizzatori comunicheranno presto il programma. FALASTIN HURRA 2.0. FROM STRIP TO MOTION dal 15 al 29 maggio in esposizione a Saluzzo (Cuneo) Lo Spaccio Bistrò / Il Quartiere – piazza Montebello 1 visite a ingresso libero dal lunedì al venerdì a orario continuato, dalle 7 alle 18 al sabato e alla domenica dalle 10 alle 12:30 e dalle 15 alle 18:30 INFORMAZIONI: notiziario di ARCI Cuneo – Asti Rete Cuneese per la Palestina – retecuneeseperlapalestina@gmail.com Articolo redatto a cura di Maddalena Brunasti Redazione Torino
May 13, 2026
Pressenza
Luz / Da Charlie Hebdo alla Mostra dell’arte degenerata
Luz è lo pseudonimo di Rénald Luzier, disegnatore francese scampato alla strage di “Charlie Hebdo”, il settimanale francese che ha subito una serie di attentati culminati con la strage del novembre 2011, che costò la vita a dodici persone. Sfuggito a quell’attentato nel giorno del suo compleanno a causa di un ritardo, Luz ha raccontato nell’albo Catarsi (Bao, 2015) la sua esperienza di sopravvissuto, e da quella data cessa la sua attività di autore satirico, abbandona la rivista di cui era stato uno degli autori più significativi, per dedicarsi al graphic novel. Nel 2024 viene tradotto da Rizzoli Testoterrore, una storia dedicata alla denuncia della mascolinità tossica, ma la maggior parte dei suoi lavori rimane ancora inedita in Italia. Anche per questo ora la pubblicazione di Due ragazze nude (Deux filles nues, 2024) rappresenta un evento importante per un autore che non può essere completamente staccato dalla violenza degli avvenimenti che lo hanno coinvolto. E,  in questo senso, una chiave di lettura di Due ragazze nude può essere il rapporto tra arte e potere, tra creatività e conservatorismo, tra libertà e repressione, tra creatività e violenza, che certo proviene dall’esperienza drammatica di “Charlie Hebdo”. Ma Luz mette in campo una storia che attraversa la visione complessiva del ciclo di produzione artistica e che dal pittore e dai suoi strumenti, tramite la modella e il suo corpo, percorre l’intera catena del valore tra i galleristi, i collezionisti, i musei e infine il pubblico. Non a caso il protagonista della storia non è il tormentato pittore Otto Mueller, ma suo il quadro, Zwei weibliche Halbakte, che letteralmente significa “due ragazze seminude” o, più rigorosamente “due seminudi femminili”, in quanto la completa nudità dei soggetti è solo ipotizzabile, perché il dipinto le ritrae dai fianchi in su.  Noi lettori vediamo lo scorrere del tempo attraverso i suoi “occhi” invisibili incastonati nella tela, abbiamo la visuale da parte del quadro. Nelle prime pagine, bellissime, le pennellate di Otto iniziano a rendere viva la tela, letteralmente crea l’opera che percepire prima piccole parti, schegge ancora incomplete della realtà intorno a lei, fino a riempire la pagina e rendere la figura intera del pittore e della sua modella più importante, Maria Mayerhofer Mueller, la sua Maschka, che all’epoca della realizzazione della tela aveva 39 anni. Il quadro nasce e la sua prima visione è quella della coppia che lo ha creato, Otto e Maschka. Per tutta la narrazione non vediamo mai il quadro, se non nell’ultima pagina, ma è il quadro che guarda e che vede transitare la storia della Germania di fronte a sé, cambiando proprietario e seguendo i venti tormentati del fascismo europeo. Dopo Maschka è Iréne Altmann a posare per Otto, la donna dall’aspetto zingaro della tela nota in Italia come Innamorati gitani, del 1919 (Liebespaar, ovvero “coppia di innamorati”), e infine Elsbeth Lübke, con cui viaggiò nell’Europa Orientale per conoscere finalmente da vicino le comunità gitane che tanto lo avevano attratto. Nel 1925 Otto vende il quadro a Ismar Littmann, un facoltoso avvocato collezionista di Breslavia, e da quel momento non sapremo più nulla del pittore, che morirà nel 1930, perché il quadro, in un rigoroso piano sequenza che ricorda Nodo alla gola di Alfred Hitchcock, ci riporta solo quello che si trova nello spazio antistante. Ma le vicissitudini che il quadro collocato tra i capolavori della Sammlung Ismar Littmann (la rinomata Collezione Littmann) riporta, è una rappresentazione privata della crisi di Weimar e dell’avvento del nazionalsocialismo con la sua cultura violenta. È Berthold Hinz, nel suo saggio L’arte del nazismo (Mazzotta, 1975), uno dei pochi testi italiani dedicato all’argomento, a osservare che “quanto alla forma e al contenuto della nuova arte, anche negli stessi cervelli degli ideologi dominanti, dominavano in realtà idee molto confuse (…), la figura del nemico [invece], la entartete Kunst, l’arte degenerata, era delineata in modo abbastanza preciso.” E in effetti è così, la politica dell’arte portata avanti dal nazismo, su musica, letteratura, arti visive, cinema e teatro, si è sviluppata in negativo, distruggendo le forme che non condivideva, bruciandole letteralmente, e operando in maniera netta, precisa, chiara, mentre un’arte del nazionalsocialismo è invece rimasta un intento, un funesto ideale irrealizzato. Dai progetti architettonici di Albert Speer alla Große Deutsche Kunstausstellung (la Grande mostra dell’arte tedesca), la funzione positiva che il regime nazionalsocialista affidava all’arte rimase inevitabilmente incompiuta e confusa. In Due ragazze nude, il quadro ha la fortuna di assistere alla visita di Adolf Hitler, Joseph Goebbels e Adolf Ziegler (Presidente della Camera delle belle arti) alla Mostra di arte degenerata di Monaco del 1937, la prima tappa del tour itinerante che attraverserà la Germania, e ascoltarne i commenti, almeno nella fantasia di Luz. La degenerazione dell’arte, così frequentemente richiamata, è intesa dai fascisti tedeschi come l’aspetto esteriore e sociale di una degenerazione molto complessa e profonda del popolo tedesco, una degenerazione biologica e interiore. Lo stesso Hitler, durante l’inaugurazione della Grande mostra dell’arte tedesca, sempre a Monaco il 19 luglio 1937, e poco distante dalla Mostra di arte degenerata, dichiara che “la sconfitta militare non aveva generato, ma soltanto liberato quel torrente di melma e di lordura che il 1918 [con la Repubblica di Weimar] aveva vomitato alla superficie della nostra esistenza.” E ancora, “dopo il collasso delle precedenti forme sociali, statali e culturali, che in apparenza continuavano a comporre un ordine, aveva inizio il trionfo di quella volgarità da lungo tempo in agguato nel fondo di tutti i settori della nostra vita”. Le mostre dell’arte nazista saranno tre, l’ultima nel luglio del 1939, a poco più di un mese dallo scoppio del conflitto mondiale. Le mostre si tennero in una nuova costruzione, la Haus der Kunst, la Casa dell’arte realizzata in stile classicheggiante e che divenne un esempio dell’architettura nazional socialista. Non a caso, io credo, la Mostra di arte degenerata venne ospitata nella vicina sede dell’Istituto di antropologia, a sottolineare che il contenuto dell’esposizione riguardasse lo studio dell’essere umano anche in contesti socio-culturali dislocati in altri tempi e in altri luoghi, rispetto a quello contemporaneo della Germania degli anni Trenta, sottintendendone l’arretratezza, l’appartenenza a sistemi sociali diversi e arretrati. Il nazionalsocialismo prende il potere con il progetto di salvare la Germania, una nazione il cui popolo è stato indebolito e corrotto dal meticciato, il cui sangue è stato contaminato da elementi allogeni che lo indeboliscono. Hitler e i suoi seguaci intendevano intervenire per riportare indietro l’orologio biologico attraverso gli strumenti del razzismo e dell’eutanasia, e salvare così la Germania e il suo popolo. Un progetto di tale portata, in cui non si può che notare un intrinseco senso folle di tragicità e disperazione, si basava su una percezione del pensiero scientifico che, pur condividendo alcuni elementi della  conoscenza ufficiale, ne aggiungeva di propri profondamente irrazionali. Édouard Conte e Cornelia Essner analizzano lo svilupparsi di questo progetto in Culti di sangue. Antropologia del nazismo (Carrocci, 2004). Le vignette di Luz denunciano come il potere della Germania nazista interpretasse l’arte contemporanea, e in particolare l’espressionismo, come una proiezione dell’interiorità del corpo sociale capace di svelarne gli aspetti patologici che erano conseguenza del degrado portato dalla contaminazione razziale. Nel capitolo Il discorso del graphic novel, Adolf Ziegler, un mediocre pittore diventato il prediletto di Hitler, davanti alla tela di Mueller tiene la sua orazione. “Siete circondati dal prodotto della demenza, dell’impudenza, dell’impotenza e della degenerazione. Le opere presentate in questa mostra hanno lo scopo di far provare a tutti un disgusto sconvolgente”. Ma uno spettatore commenta a bassa voce: “I nazisti hanno organizzato la più straordinaria mostra d’arte moderna della storia”. Bruciate, finite all’asta, deprezzate, rubate, le opere combattono una la loro guerra mondiale. Davanti a Due ragazze nude, in un magazzino, transita il ritratto di Maschka che indossa una camicia azzurra. È Bildnis Maschka Mueller, del 1924-25 e ora esposto al Museo delle belle arti di Berna. Idealmente la stessa donna si guarda in due immagini diverse di se stessa. L’indumento sembra dissolversi nella tempera dello sfondo, la figura è di una sobrietà eccezionale, i corti capelli neri pettinati, l’incarnato roseo, mentre la Maschka del nostro quadro, Due ragazze nude, ha il volto triangolare, quasi duro, severo, i tratti secchi della tempera lasciano intravedere la rozza tela scelta per quel quadro, la pelle è scura. Un tratto nero delimita con forza le figure, distanziandole dallo sfondo. Luz, oltre a mostrare una eccezionale sapienza nella sceneggiatura, si dimostra capace di un disegno meticoloso ed essenziale, in grado di esprimere lo scorrere del tempo della travagliata vita del quadro fino ad arrivare a oggi, al Museo Ludwig di Colonia. Letta l’ultima pagina, dove finalmente Luz offre una sua interpretazione della tela e ribalta il punto di vista, si ha l’impressione di avere imparato qualcosa, di avere avuto un’occasione unica di sbirciare oltre la tela, abituati a quella visione frontale, spesso frettolosa, che caratterizza la fruizione turistica del museo, dove troppi quadri si rincorrono nel ricordo. Ma questo albo di Luz ci consente di correre avanti e indietro, rileggere, guardare ancora, fino a quando Due ragazze nude inizia a dispiegarsi di fronte a noi con sempre maggiore nitidezza. L'articolo Luz / Da Charlie Hebdo alla Mostra dell’arte degenerata proviene da Pulp Magazine.
May 5, 2026
Pulp Magazine
Milano, cronache da un’agenzia immobiliare di succhiasuolo
Appeso al sottopasso ferroviario di via Padova c’è un enorme cartello pubblicitario: sei uomini su uno sfondo arancio, vestiti di tutto punto, con eleganti completi scuri, camicie e sorrisi bianchissimi, braccia conserte in posizione di ostentato e rassicurante paternalismo, osservano dall’alto chiunque percorra la via allontanandosi da Piazzale Loreto. Più mi avvicino e più vengo fissata da quegli occhietti ridenti che sembrano proprio dirmi: «Vieni da noi, ti puoi fidare». Che forse conoscano i miei inutili tentativi di trovare un bilocale in affitto che non mi prosciughi il conto? Quasi quasi… Continuo a guardarli, sorridendo anch’io, quasi convinta; ma d’un tratto lo sfondo si trasforma… da un caldo tramonto sul mare di Forte dei Marmi prende le sfumature di un arancio post apocalittico, i denti brillanti si fanno zanne puntute – e pure un po’ sporche – i volti iniziano a scolorare, assumendo dei toni verdognoli e persino i completi scuri si allungano convulsamente in tessuti ampi e sfilacciati che occupano il cielo, oscurando la luce… Ma che succede? Si stanno staccando dal muro del cavalcavia, si avvicinano… Abietti Nazgul urbani, Orribili Nosferatu imbellettati.  D’istinto mi copro il collo con una mano! Presto! Non c’è altra soluzione che entrare nel primo posto aperto che trovo. Ci entro. > Mi ritrovo in via Padova 94 dove, per tre giorni, dal 10 al 12 aprile, è stata > aperta una particolare agenzia immobiliare che, citando il comunicato, è «la > prima agenzia immobiliare per i soli vampiri della Rigenerazione Urbana. > Desiderate acquistare un inquilino Aler per venderlo a tranci in un carissimo > food hub alla moda? Volete prosciugare una piscina comunale e farci uno > studentato di lusso?» * * Entro nella stanza sovraffollata e vengo accolta da sinistre bottiglie di vino “Sangue di Aler”. Appesi alle pareti, se si riescono a raggiungere, si intravedono i disegni irriverenti delle tavole di Hurricane. Spuntano ridicoli pipistrelli incravattati, dal colorito verde vomito, che adocchiano qualsiasi spazio vuoto per distruggerne vita e memoria e trasformarlo in luogo mercificato. Sono la stirpe dei Succhiasuolo, una razza di vampiri che si nutrono di suolo pubblico, cemento e abusi edilizi, respingendo a suon di “week” varie chi non può permettersi di stare al passo con il progresso. I cieli sono cupamente sanguigni e schiacciano come coperchi roventi una città in cui manca l’aria, mentre grattacieli altissimi e crudeli incombono vertiginosamente e allungano le loro finestre dentate, quasi a voler fagocitare qualsiasi elemento sottostante. Il grigio che fuoriesce da nasi-betoniere, novello e ben più volgare Blob, sommerge senza scampo tutto ciò che incontra. La sensazione di asfissia mi rimane a lungo in gola. Si scorgono, poi, strani edifici animati, con braccia, gambe e ghigni brutali, mentre le persone, private di anima, avanzano come zombie lobotomizzati, nel nome della riqualificazione di lusso. Ecco allora le parole diaboliche di improbabili vecchine ri-generate, che inneggiano a promettenti ed esclusivi apericena, quelle di personaggi politici imbellettati (o, meglio, “in gran pompetta”), che ripetono mantra satanici, come “green”, “glamour”, “food”, “miniloft”… È un carosello di immagini degne di un body horror, fin troppo disarmante nella sua didascalia: i pezzi di cemento valgono più delle vite umane, che farebbero bene a de-umanizzarsi per liberare la strada al capitale, quello che conta. Chi è al centro di questa strana agenzia è quindi circondato dalle strisce di Hurricane, iniziate nel maggio 2025 e poi raccolte nel volume Milano horror stories – incubi della rigenerazione urbana. Come spesso avviene per quelle persone che hanno sia intelligenza che coraggio, queste storie hanno denunciato una realtà ben peggiore, precedendo di qualche settimana gli scandali dell’urbanistica milanese, con le successive indagini su archistar, assessori all’urbanistica, CEO di gruppi di investimenti immobiliari e persino sul sindaco in persona… trasformando il loro autore, forse, in uno dei personaggi più invisi a Palazzo Marino. * * Superata la folla e raggiunte le pareti, però, si possono seguire anche le vicende coraggiose dei personaggi di Spazio WOW, museo del fumetto tristemente destinato a vedere la chiusura della sua sede storica a giugno 2025; si può studiare la mappa di nidificazione dei succhiasuolo milanesi e delle loro storie nefande, da Carmilla Gobba a Rogoredrum, a Monte Rogito… per citarne alcuni; si possono trovare dei possibili rimedi contro lo sgombero di spazi sociali autonomi, non generatori di lucro – terrore di giunta e holding. Leggo affitti di «mansardini semiabitabili provvisti di angolo angoscia e scantinato per stipare gli ospiti»… e mi vengono in mente gli ultimi annunci di case in affitto che ho visionato, e che quasi mi avevano convinta. Ma a guardar bene c’è ancora di più. I vermi a Milano di Pat Carra fanno un po’ meno paura. Gli incredibili “amuleti urbani” di Isa Depica, ossia «potenti dispositivi apotropaici contemporanei concepiti per la difesa degli spazi fragili della città», mi sembrano ora indispensabili per difendermi dagli orrori della gentrificazione. Ascoltare le confessioni di agenti immobiliari pentiti mi dà addirittura una rinnovata speranza e vedere il succhiasuolo appollaiato alla gru nell’angolo mi permette di ridimensionarlo un po’ e riderne, come di un mostrino puerile. Riferirsi a questi tre giorni con il termine “mostra” è ingiustamente riduttivo, perché chi ci è entratə è statə invitatə a partecipare attivamente, lasciando segni e testimonianze concrete, aggiungendo storie personali e collettive, che hanno contribuito a creare narrazioni differenti, in opposizione quella “gentrificazione” che si trasforma sempre più in “finanziarizzazione”. Tre giorni di fumetti, arte, incontri, discussioni aperte e partecipate sul tema dell’abitare, oggi, a Milano. Tre giorni in cui realtà sociali, collettivə, singole persone si sono ritrovate in un unico strano spazio per costruire insieme una coscienza comune sul cambiamento di una città sempre più esclusiva ed escludente. Tre giorni in cui la satira delle tavole di Hurricane è stata messa a disposizione di tuttə, per iniziare a sgretolare, almeno con la fantasia, quei meccanismi di rigenerazione urbana e speculazione edilizia incrementati nell’ultimo decennio, che, stando a un recente articolo del “Financial Times”, hanno contribuito a creare una crisi abitativa più grave persino di quella di Londra, con l’aumento del 57% del costo delle case e di oltre il 70% per gli affitti. Oltre alle meravigliose Horror stories, e ai contributi di tuttə lə artistə, l’agenzia è diventata luogo condiviso e partecipato, gli spazi si sono animati, questa volta con le parole di chi i succhiasuolo li combatte ogni giorno, mantenendo saldo il principio fondamentale del diritto alla casa e della dignità dell’abitare. E così, ad esempio, domenica 12 aprile abbiamo ascoltato l’esperienza di “Giù le Mani dalla Città” progetto nato circa un anno fa dalla collaborazione tra il Centro Sociale Cantiere e CURAlab, che hanno costruito una mappatura partecipata per poter raccogliere dati e informazioni sui cantieri attivi a Milano. Una collezione di impalcature, reti arancio e S.C.I.A., per poter costruire una maggior consapevolezza sulle trasformazioni urbane. > “Giù le mani dalla città”, con i suoi mappatour, è anche il tentativo di > custodire storie, ricordi ed esperienze socio-culturali di una Milano > profonda, che viene rosa e prosciugata delle sue energie, date in pasto alle > holding finanziarie pronte a radere al suolo muri e memorie, in nome degli > 8.000 euro al mq. Alle voci di “Giù le mani dalla città” si sono aggiunte quelle di Abitare in via Padova e di SicetMilano, con testimonianze di quotidiana resistenza a sgomberi spietati e denunce per la mancata assegnazione delle case popolari. In una Milano respingente, svuotata dei suoi abitanti, inaccessibile per chi non è riccə, gli incubi grotteschi, visionari e caustici dei disegni di Ivan sono stati il punto di partenza da cui iniziare a guardare al reale (e al real-estate) con un’arma nuova, che sa di lotta, di azione plurale e, sì, lo dico, di speranza, perché «c’è bisogno di generare conflitto per cambiare lo status quo». Quando sono uscita dall’Agenzia immobiliare Succhiasuolo  ho guardato nuovamente il cartellone pubblicitario. Erano ancora lì, tutti e sei, con i loro sorrisi affilati, pedine di succhiasuolo ben peggiori. E mi hanno fatto un po’ meno paura. Tutte le immagini sono di Giulia Elli SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Milano, cronache da un’agenzia immobiliare di succhiasuolo proviene da DINAMOpress.
April 29, 2026
DINAMOpress
Anji Matono / 100 candele di paura
Ci si riunisce in una stanza, si accendono cento candele dopodiché i partecipanti raccontano un kwaidan (letteralmente storia, racconto di fantasmi), al termine del quale si spegne una candela. Il buio avanza nella stanza e si dice che una volta spente tutte le candele compaia un Aoandon, uno spirito maligno. Queste sono le regole di un antico gioco giapponese risalente al Periodo Edo (1603-1868, epoca di pace sotto lo shogunato Tokugawa), lo Hyakumonogatari kaidankai che significa “insieme di cento racconti fantastici”, le cui origini esatte sono tutt’oggi sconosciute. Si pensa che sia stato inventato da alcuni samurai come prova di coraggio per le giovani reclute o per scacciare la noia nelle rigide notti invernali.  Nel 1660 se ne trova menzione in una versione simile, l’Otogi Monogatari, in cui un singolo narratore raccontava le cento storie di paura a dei giovani samurai e spegneva le cento candele, ma di base il numero dei partecipanti è variabile mentre il numero delle candele dovrebbe essere pari a quello dei giocatori. La sua fama crebbe a tal punto che si diffuse anche tra i contadini e in città, e allo scopo di avere sempre storie nuove e misteriose le persone cercavano spunti nelle campagne, trasformando il passatempo in un vero e proprio fenomeno popolare.  Questo gioco è alla base di una nuova mini-serie di manga firmata Anji Matono in cui Yuma, un bambino delle elementari, dopo un tentativo fallito di suicidio, diventa ossessionato da una leggenda che la compagna di scuola Hina gli racconta per prendere tempo e dissuaderlo dal compiere il gesto. Se davvero è possibile vedere un fantasma, allora non resta altro da fare che raccontare cento storie di paura. Il lettore osserva Yuma nella sua camera e ascolta sera dopo sera i suoi racconti del terrore, accompagnandolo in un’avventura con l’incognita del risultato finale.  Il primo volume raccoglie una decina di storie, disturbanti, cupe, degli incubi ad occhi aperti, che in parte ricordano le scene altamente ansiogene tanto amate dal maestro del genere Junji Ito. Presenze inquietanti che ti seguono per strada ogni volta che metti piede fuori casa, tua moglie torna a casa ma in realtà è morta, una scuola vittima di una maledizione e così via in tensione crescente che culmina con l’episodio finale. Anche la camera di Yuma però muta in qualche modo, un cambiamento lento e impercettibile ma i più attenti coglieranno alcuni dettagli fondamentali.  Se siete in procinto di organizzare un pigiama party e non avete idea di come intrattenere gli ospiti potreste munirvi di alcune candele e provare un’esperienza davvero terrificante. L'articolo Anji Matono / 100 candele di paura proviene da Pulp Magazine.
April 23, 2026
Pulp Magazine
[2026-04-24] Stand-up & comics against fascism! @ Casale Alba 2
STAND-UP & COMICS AGAINST FASCISM! Casale Alba 2 - Via Gina Mazza 1 (Parco di Aguzzano) (venerdì, 24 aprile 20:00) Dalla parte giusta della storia. Venerdì 24 aprile dalle 20 Stand-up & comics against fascism @ Casale Alba 2 (Parco di Aguzzano - Rebibbia) Serata a sostegno della campagna Free All Antifas 🤝 Verso il 25 aprile in piazza e nelle strade 🌹 H.10:30 Piazza delle Camelie Ho.10:30 Piramide #25aprile #antifa
April 21, 2026
Gancio de Roma
Ancora sull’«Eternauta»
Quando un fumetto costa la vita e attraversa il tempo. di Fabrizio Melodia. In coda i nostri link. Nevica su Buenos Aires. Una neve che non è neve, ma morte che scende dal cielo, silenziosa e inesorabile. Chi la tocca, muore. Chi esce di casa, muore. Chi si affida alle autorità, muore lo stesso. È il 1957 quando Héctor Germán
Manu Larcenet / Il buio ai confini di un mondo bianco e nero
La guerra è finita, Brodeck torna al suo paese dopo lunga prigionia in un campo di concentramento che lascia nella sua psiche profonde ferite che intaccano la sua capacità di vivere in pace. Ma se lui è cambiato, il suo paese – un borgo di campagna sperduto e lontano dalla città – è rimasto uguale nella sua miseria, nella sua grettezza e nel suo vivere di non detti. Brodeck scrive rapporti che spedisce al governo centrale, e proprio per questo i suoi compaesani lo cercano, per redigere il rapporto del delitto efferato dell’Anderer, uno straniero eccentrico e fin troppo curioso, in grado di vedere attraverso coni d’ombra che loro vorrebbero restassero oscuri. Il rapporto che Brodeck si appresta a scrivere lo conduce attraverso molteplici inferni, da quello che è sempre stato il paese in cui vive, a quello che in cui si è trasformata la sua vita.  Manu Larcenet è un artista immenso, senza timore di esagerazione uno dei più grandi sulla scena fumettistica contemporanea. La sua bravura gli ha permesso di confrontarsi con un classico della letteratura come La Strada, di Cormac McCarthy, e di farne un adattamento a fumetti riuscendo ad aggiungere qualcosa a un romanzo che sembrava completo così com’era, facendo con la sua arte quello che Stanley Kubrick ha fatto, con il cinema, di Arancia Meccanica di Burgess. Larcenet ha la forza del fumettista completo, che racconta con le immagini senza soluzione di continuità con il testo. La qualità dell’amalgama che crea è stellare. E non dimentichiamo la quadrilogia di Blast, pubblicata sempre da Coconino Press. E se La Strada è un capolavoro, Il rapporto di Brodeck non è da meno. La sinergia di testo e disegni è perfetta, con quei neri pesantissimi che raccontano le persone attraverso i panneggi, la ristrettezza angusta degli spazi chiusi quei volti da contadino, scuri, con la barba spettinata e gli occhi vigili e diffidenti, volti popolani che trasmettono diffidenza, grettezza. I neri di Larcenet inghiottono la tavola così come si vorrebbero nascondere i segreti che Brodeck, poco per volta, porta alla luce. Per contrasto i suoi bianchi raccontano una natura dura e inospitale ma al tempo stesso liberatoria, perché solo quando Brodeck esce di casa a fare la legna, o per eseguire altri lavori in mezzo alla natura, riesce finalmente a stare solo, a pensare e a fuggire per un attimo dalla sua missione e da quel paesino di montagna che lo opprime. La sua solitudine liberatoria dura poco, perché il paese lo sorveglia e c’è  sempre qualcuno che lo osserva, avvicinandolo per chiedergli a che punto è il suo rapporto, a ricordargli che da esso dipende la sua vita e che non può sgarrare se non vuole finire come l’Anderer, perché quella è la fine che fanno le persone troppo sveglie e curiose in una comunità di gente gretta che sa di esserlo, ma che non ama sentirselo dire. Il paese insomma controlla Brodeck ma forse non ce n’è bisogno perché Brodeck sa che non può scappare, in primo luogo da sé stesso. La sua indagine corre infatti su due binari paralleli, e se uno di essi apre il vaso di Pandora della comunità in cui vive, l’altro corre a ritroso nella sua vita, a ciò che ha dovuto fare per sopravvivere nel campo di concentramento in cui è stato rinchiuso e a cosa è diventato si conseguenza. A cosa gli è costata la possibilità di riabbracciare le persone che ama. Il dramma di Brodeck è questo, trovarsi sempre in balia di una situazione che non si è scelto e che minaccia costantemente di schiacciarlo, a meno di non accettare compromessi che lo porterebbero sempre un passo avanti lungo la spirale discendente di rinuncia alla propria umanità. Ed è qui che testo e disegni si ricongiungono, in un corto circuito tanto alto quanto disperato, che ricorda al lettore che non si scappa dal nero, che il bianco luminoso e liberatorio è possibile solo a tratti prima che la nostra condizione di morituri che non vogliono morire, di esseri piccoli in balia di un mondo che può annullarci da un momento all’altro torni a ricordarci qual è il nostro posto. L'articolo Manu Larcenet / Il buio ai confini di un mondo bianco e nero proviene da Pulp Magazine.
April 13, 2026
Pulp Magazine