Lee Chihoi / 10 sfumature di Cina
Quando ho preso in mano Sto con il mio santo – colpita dallo strano titolo – per
qualche secondo ho pensato a un nuovo libro di Lorenzo Mattotti. Per il
tratteggio della copertina, i colori acidi, i contrasti violenti: il blu
compatto, la luce arancione che brucia il centro dell’immagine, i corpi come
masse emotive dentro lo spazio, l’anatomia fluida che li attraversa. Poi ho
guardato meglio: non era Mattotti. Era Chihoi, fumettista e illustratore nato a
Hong Kong nel 1977, una delle voci del fumetto indipendente di area cinese, da
anni in dialogo con la scena internazionale e con Canicola, che aveva già
pubblicato Il treno (2008).
Sto con il mio santo non è un’opera pensata come libro unitario, ma una raccolta
di dieci racconti realizzati tra il 2003 e il 2018. Anche il racconto che dà il
titolo al volume aveva già avuto una sua vita editoriale, essendo apparso sulla
rivista “Canicola” nel 2009. Questa origine composita va tenuta presente: il
libro interessa meno come opera autonoma e compatta che come attraversamento del
lavoro di Chihoi, delle sue ossessioni, dei suoi passaggi di tono, dei modi
diversi in cui il suo segno incontra il quotidiano, il sogno, il corpo, la
memoria, il libro.
Le storie sono diverse, accomunate da un bianco e nero mobile, ora fitto e cupo,
ora più leggero, quasi esitante, ora a matita, ora a inchiostro. Ci sono
racconti domestici e perturbanti, come quello del padre morto che chiede al
figlio qualcosa di impossibile, mentre le figure si moltiplicano e finiscono per
guidare il racconto. C’è poi “Scusa”, uno dei racconti urbani graficamente più
riusciti: la folla della metropolitana diventa una massa nera e compatta,
attraversata da una sola parola ripetuta in decine di balloon, “Scusa…”. La
formula della cortesia si svuota e diventa rumore mentale, brusio collettivo.
Qui il nero non è semplice sfondo, ma materia della folla: una pressione che
cancella lo spazio e riduce i corpi a presenze anonime. Ci sono storie di
separazioni, ritorni, sveglie che suonano da luoghi inspiegabili, stanze
trasformate in prigioni mentali. Chihoi procede spesso così: parte da una
situazione minima, quasi ordinaria, e la lascia scivolare lentamente verso
l’enigma.
Il racconto che dà il titolo al volume è il più sensuale e visionario. Mette in
scena un corpo giovane, nudo, esposto alla natura, alle palme, al vento, al
desiderio. Il corpo si confonde con il paesaggio, la carne con la vegetazione,
il dolore con una specie di abbandono panico. È una storia di adolescenza, di
solitudine, di pulsione fisica e insieme di perdita. Divertenti e leggere sono
le storie dedicate ai libri e alle biblioteche, soprattutto Inferno dei libri,
forse il racconto più apertamente ludico della raccolta. Qui il mondo ordinato
del prestito e della consultazione si rovescia in un piccolo oltremondo dei
castighi: demoni, ammonimenti morali, ponti del non ritorno, specchi dei
peccati. La biblioteca diventa una macchina insieme burocratica e infernale. Un
libro si può rubare materialmente, non restituendolo, ma lo si può rubare anche
simbolicamente, appropriandosi delle parole altrui, plagiandole. In entrambi i
casi arriva la punizione, secondo una logica di contrappasso quasi infantile e
insieme severissima.
L’interesse della raccolta sta proprio in questa instabilità. Non siamo davanti
a una graphic novel, non c’è una storia lunga, non c’è una progressione
compatta, non c’è un arco narrativo da seguire. Ci sono piuttosto frammenti,
soglie, apparizioni, stati d’animo. Ogni racconto sembra l’illustrazione di
un’inquietudine: un lutto, un desiderio, una separazione, una paura infantile,
una fantasia erotica, un pensiero ossessivo. Il fumetto diventa meno racconto
che luogo psichico.
Un po’ come in Mattotti per l’appunto, con il quale la parentela è un po’
inevitabile soprattutto nelle pagine più nere, dove corpi, stanze e masse scure
sembrano appartenere a una stessa famiglia visiva; parentela che rischia però di
oscurare ciò che in Chihoi lavora in sottrazione. Chihoi è più trattenuto, meno
sontuoso, più dimesso.
Colpiscono anche i volti: non riconducibili a una fisionomia occidentale o
orientale, sembrano sottrarsi a questa alternativa. Sono volti sospesi, quasi
neutri, nei quali l’identità geografica conta meno della pressione emotiva del
segno.
Sto con il mio santo va letto come una piccola mappa di un percorso. Per chi si
accosta per la prima volta a Chihoi, il sito dell’autore — chihoi.net — è utile:
vi si trovano illustrazioni, dipinti e brevi fumetti che aiutano a vedere quanto
il suo lavoro abiti una zona mobile fra immagine autonoma e sequenza narrativa.
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