
Francesca Mannocchi, Franco Marcoaldi / Doppia resistenza
Pulp Magazine - Sunday, May 10, 2026Grata di parole, Paul Celan. Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese. Poeti che nella guerra personale e diffusa collettivamente hanno indicato la degradazione dell’uomo difendendo la lingua, e anche strattonandola senza per questo farsi intrappolare da semplificazioni e sentenze sommarie. Francesca Mannocchi è al centro della guerra “non più dichiarata, ma proseguita” come Ingeborg Bachmann certificava in una sua poesia e che Francesca pone in esergo al suo libro: messa alla prova di quella scrittura che varca le soglie per sedersi accanto al fuoco. Sempre con la possibilità che quel fuoco allunghi le proprie lingue e bruci l’intero corpo. Il corpo della poesia è il corpo dell’autrice in questi undici testi accompagnati da un Prologo e un Epilogo. A favore della memoria, contro l’oblio, una lingua da sempre messa al servizio delle genti che in Ucraina, Siria, Afghanistan, Palestina sperimentano ogni minuto l’esattezza di missili e bombe, di crudeltà militari e politiche. Lo sappiamo, le sue testimonianze circolano in filmati e libri e articoli in cui la responsabilità del dolore è sempre in primo piano, tagliando di netto la redenzione che in nessun caso può reggere.
Essere vivi per Mannocchi è sempre un riconoscersi lungo vie che vanno messe in luce attraverso ciò che l’umano ha inventato per denunciare l’inumano, anche con tutte le imperfezioni e le cadute aggiunte da malattie, paure, disgrazie temporali. Il mondo così com’è, e la lingua brucia prima di tutto incontrando gli altri avvelenati dallo spazio strappato. Autrice cancella e riscrive, riconosce le ferite con le altre ferite, e improvvisamente comprendiamo come il caos stia tutto in quella virgola fra le parole “crescere” e “guerra” – il mondo contenuto in un segno d’interpunzione. Lì imploso.
Fra le ombre ostili e le macerie i nomi trovano voce in queste pagine, più che testimoni sanno stare nell’energia e nel respiro della lingua, esprimono la vera realtà attraverso un passaggio di parole, quelle che Mannocchi proietta direttamente sul foglio attraverso l’intensificazione della sua attitudine allo sguardo. A cui s’appoggia perché le genti facciano testimonianza del loro viaggio terrestre. La visione che tutto esiste, nel crogiolo delle guerre, è contraria allo scadimento mondiale, “la memoria è corpo” può servire alla resistenza degli archivi, al sentimento della “disperanza”. Quel sentimento, nel nostro tempo, trova appiglio nel libro di Franco Marcoaldi.
Il secondo volume del dittico aperto con I cani sciolti si ritrova in una strada che ha fatto della tragedia l’attrezzeria compiuta da governanti fuori sesto. In questo nostro mondo l’orrore ha inzuppato le cartografie reali, che più non possono appoggiarsi ai fabbricanti antichi disegni che ci confortavano – oggi, nel crogiolo ben più che bizzarro dei confini saltati, nessuno si raccapezza più. E dunque, in questa selva di contrade dominate dagli inferi, Marcoaldi si ritrova nell’ora migliore di Orbetello, lungo l’Aurelia ascolta l’amico che improvvisamente sbotta: a vent’anni lui non sa cosa voglia dire “sperare”. A Franco, in quel pomeriggio maremmano, torna in mente il libro di Adam Greenfield Emergenza. Quell’emergenza “lunga” e concreta che avviluppa i contorni della Terra, fra riscaldamento globale e crisi climatica, e governo trumpiano. E noi, donne e uomini, angosciati e impotenti. Auto-organizzarsi? Forse. Azioni non violente come quella di Global Flotilla? Imparare a memoria le poesie di Giorgio Caproni? Soffermarsi, suggerisce Marcoaldi, sul termine desueto della “disperanza”. Il “poco ma proprio” di Caproni che con spietatezza ben conosciuta nella sua opera ci addita secondo una logica disposta da Marcoaldi al proprio sentire. Il poeta, ramingo e smarrito, e noi con lui nell’attuale epoca, è profeta di disinganno. Però indica la disperanza come sentimento che spinge in avanti verso altre libertà. Enea, l’eroe virgiliano, è solo nella guerra, ma cammina, avanza. E Il passaggio di Enea è uno dei grandi libri di Caproni.
Marcoaldi viaggia veloce, nel suo sguardo la disperanza non è affatto cupa e inerte, se mai è rivolta al desiderio leopardiano di qualcosa che riempia il vuoto, se mai si rivolge alla lucidità con cui Álvaro Mutis (scrittore per lo più oggi dimenticato da troppi) guardava alla speranza come sorta di inganno che dà dipendenza. In Summa di Maqroll il Gabbiere, la poesia di Mutis assimila serenamente l’accettazione della morte escludendo l’ingenuità delle illusioni. Le aspirazioni di Maqroll, personaggio chiave di Mutis, portano a trasgredire, a adattarsi al momento in un picaresco viaggiare senza fissa destinazione ma esaltando il suo essere funambolo. Marcoaldi ne fa immagine centrale: in lui i sensi sono rivendicati, rifiuta la loro “progressiva rimozione”.
Come in I cani sciolti l’autore continua il cammino per i terreni della sua Maremma, tra presente, passato prossimo e classicità, respira tra filosofi e poeti amati, colloquia intimamente con essi in nome della sempre presente wilderness: una rete prossima di pensieri e versi mai dimenticati. Come non dimentica, al termine del libro, l’amico Emilio Tadini: l’Emilio pittore che scrive e scrittore che dipinge (così definito da Umberto Eco) per il quale il comico serve a far ritirare il tragico offrendoci alla vista quel che la realtà offusca, un paesaggio di rovine. Tadini, in uno scritto qui ricordato (Sul comico), scriveva che “ciò che nel tragico è disperazione diventa nel comico qualcosa che potremmo chiamare col nome di ‘disperanza’”. Solare, beffardo Tadini. Ecco perché nella copertina di La disperanza, campeggia il tondo di due metri di diametro che fa parte del ciclo Oltremare, dipinto dall’artista nel 1992. Vi si vede “una città in pieno caos, dove tutto oscilla”, e la scritta nowhere (“nessun luogo”) che si spezza in now here (“ora e qui”, simbolo della disperanza): Per Marcoaldi, l’intero tragitto del libro.
L'articolo Francesca Mannocchi, Franco Marcoaldi / Doppia resistenza proviene da Pulp Magazine.