Vladimir Sabourin / L’operaio, la morte e la (nostra) alienazione
Pur costituendo materia d’elezione della scrittura poetica da ormai due secoli,
operaio e morte sono due lemmi che non compaiono di frequente sulla copertina
dei libri di poesia (un’eccezione recente è senz’altro la pubblicazione di Opera
operaia di Fabio Franzin per Marcos y Marcos) e men che meno in una combinazione
che, nel dibattito poetico italiano, potrebbe evocare i fantasmi del cosiddetto
“heideggerismo di sinistra”. Tuttavia, è proprio questo che accade con il titolo
della prima opera tradotta in italiano dell’autore bulgaro-cubano Vladimir
Sabourín, pubblicata da Interno Poesia per iniziativa della traduttrice e
curatrice Alessandra Bertuccelli, di stanza da alcuni decenni a Sofia e senza
dubbio una delle voci più rilevanti della letteratura bulgara in traduzione
italiana.
Autore spesso verboso, con deviazioni talora barocche, talora surrealiste,
talora – anche involontariamente – epiche, Sabourín è un autore che solo
occasionalmente esce da un’impronta realistico-sociale di fondo, ma questo non
significa mai una completa adesione a uno schema ideologico di fondo. Anzi, è
incontrando la morte che l’operaio di Sabourín esce da ogni mitologia
socialista, di stampo bulgaro o cubano che sia, e si rivela “operaio-mostro” –
come sottolinea Kiril Vasilev nella sua preziosa e assai incisiva introduzione,
partendo da questi, lapidari versi dell’autore: «Molte sono le cose mostruose Ma
più / mostruoso dell’operaio / non c’è niente di cui non sia capace» (Antigonae.
Le Germanie, 2003). La specificazione «di cui non sia capace» non è tuttavia
peregrina e rinvia ad ulteriori riflessioni; per il momento, non si può non
concordare con Vasilev sulla trasformazione dell’operaio, con il 1989 e il
crollo del socialismo reale, in un «sognatore di consumi illimitati», capace di
molteplici aberrazioni – “di una bassa ricerca del piacere”, per usare le stesse
parole di Vasilev – pur di sostenersi in un contesto che si è manifestato ancora
più irto di difficoltà rispetto all’economia socialista.
Ora, pur avendo il pregio di scrivere una introduzione critica davvero nitida e
precisa – lontana dal gergo decostruzionista cui talvolta indulge la critica di
poesia italiana, e capace invece di esprimere posizioni politiche chiare, come
ad esempio nel biasimo della società civile russa per la guerra in Ucraina –
Vasilev si mostra forse troppo rigido e sintetico quando individua una
tripartizione di tale figurazione teratologica della classe operaia,
associandovi, nella sua lettura della poesia di Sabourín, «dominio»,
«espiazione» e «risentimento». Uno schema che si vuole magari anti-dialettico,
in principio, ma che finisce per essere paradossalmente dialettico, alla ricerca
di una “liberazione dal dominio della liberazione” (sono sempre parole di
Vasilev), vale a dire di quella liberazione che è stata ideologicamente imposta
con il sorgere del sol dell’avvenire. Diventa infatti possibile uscire dallo
stato di alienazione – marchio apparentemente indelebile dell’esperienza della
classe operaia, anche qualora venga a mancare un’enfasi sulla lotta di classe
propriamente detta, e che rischia di farsi persino processo organico di
decomposizione, in Sabourín («Uno stato di cui solitamente sei privato ossia che
a tua / insaputa ti è vietato e di cui a tua insaputa sei privato / […] sulla
via di Damasco vedi lo spirito della decomposizione anaerobica», Operai VI.
L’operaio caduto) – per mezzo del lavoro stesso, da intendersi però in una
chiave salvifica e quasi religiosa. In altre parole, e contrariamente a una
condizione generalizzata, nel nuovo sistema turbocapitalista, in cui «il lavoro
morto continua / a dominare su quello vivo», esiste per Sabourín una dimensione
sacra del lavoro – evidente sin dal testo d’esordio del libro, Ecclesiaste, con
la sua visione ancestrale di un «mattatoio sotto il cielo aperto dell’Africa» –
che può riscattare completamente l’uomo, evidenziando infine, e in modo
autentico, tutto quello di cui «è capace».
L’esito appare peculiare, se non idiosincratico tout court, e piuttosto lontano
dalle premesse che, come si è potuto apprezzare, traducono in versi un’analisi
di impianto ancora marxista; succede questo, ad esempio, nel lungo Poema
documentario posto al centro del libro, nel quale si espongono analiticamente
alcune tendenze fondamentali della società e dell’economia bulgara sia durante
che dopo la fine del regime socialista. «Beata / la pacifica transizione di
mezzo secolo / dal socialismo al capitalismo» è la sarcastica beatitudine
conclusiva, e tuttavia, una volta di più, il diavolo si nasconde nei dettagli:
la transizione “lunga mezzo secolo” equivale a quasi tutto il secondo Novecento
di marca socialista (a propria volta segnato dalla «continuazione del
monarco-fascismo nel potere / popolare della borghesia rossa», come si leggeva
nella prima strofa del Poema) e implica dunque che il ritorno, dopo il 1989, a
un’economia superficialmente liberale e a un regime “democratico” significhi
anche il ritorno a strutture sociali profondamente autoritarie.
Da queste poche righe, emerge dunque il profilo di un autore che –
cronologicamente al riparo da accuse che qualche decennio fa sarebbero state di
“tradimento della rivoluzione” o di “anticomunismo”, e non solo in Bulgaria ma
anche in Italia – non ha paura di criticare la storia socialista del proprio
Paese, senza per questo aderire acriticamente alle utopie della
“controrivoluzione liberale” in atto. Coerentemente con quest’analisi politica
di fondo, l’autore si situa – con l’uso di alcuni riferimenti intertestuali ed
epigrafi – e viene parimenti situato dalla sua traduttrice e curatrice
Alessandra Bertuccelli, nella postfazione, in opposizione al sistema
politico-culturale cui si sono rivelati organici alcuni autori bulgari già
tradotti in Italia, da Georgi Gospodinov al “poeta di partito” Ljubomir Levčev
(con un’antologia dell’opera pubblicata da Bompiani nel 2021). Nei ranghi
dell’opposizione o almeno di una certa non conformità culturale e politica
figura invece Sabourín, insieme al già citato Vasilev e a Kostantin Pavlov
(entrambi tradotti negli anni scorsi da Bertuccelli per la piccola ma combattiva
casa editrice toscana Valigie Rosse), o anche a Mehmed Karajuhseinov (immolatosi
durante le proteste contro i processi di bulgarizzazione etnica del cosiddetto
“Processo di rinascita” dei primi anni Ottanta, messo alla berlina in un testo
centrale, nel libro di Sabourín, come Lode al modello etnico bulgaro la mattina
presto).
Si tratta di una costellazione culturale e politica che il libro di Sabourín
contribuisce inevitabilmente a creare, anche al di là delle connessioni più
esplicitamente invocate dai singoli testi, e che – un po’ come le ricorrenti
immagini di tori che punteggiano i diversi testi, nella loro evidente
correlazione ancestrale con il mito di Europa – concorrono a ricollocare la
scrittura poetica di Sabourín anche al centro delle questioni poetiche,
culturali e politiche più note al pubblico italiano. Mostrano, in altre parole,
come la distanza che ci separava in principio dalla scrittura di Sabourín non
fosse poi così radicale, e l’alienazione dell’operaio-mostro, nella poesia
bulgara contemporanea, non sia tanto dissimile dalla nostra, di lettori.
L'articolo Vladimir Sabourin / L’operaio, la morte e la (nostra) alienazione
proviene da Pulp Magazine.