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Vladimir Sabourin / L’operaio, la morte e la (nostra) alienazione
Pur costituendo materia d’elezione della scrittura poetica da ormai due secoli, operaio e morte sono due lemmi che non compaiono di frequente sulla copertina dei libri di poesia (un’eccezione recente è senz’altro la pubblicazione di Opera operaia di Fabio Franzin per Marcos y Marcos) e men che meno in una combinazione che, nel dibattito poetico italiano, potrebbe evocare i fantasmi del cosiddetto “heideggerismo di sinistra”. Tuttavia, è proprio questo che accade con il titolo della prima opera tradotta in italiano dell’autore bulgaro-cubano Vladimir Sabourín, pubblicata da Interno Poesia per iniziativa della traduttrice e curatrice Alessandra Bertuccelli, di stanza da alcuni decenni a Sofia e senza dubbio una delle voci più rilevanti della letteratura bulgara in traduzione italiana. Autore spesso verboso, con deviazioni talora barocche, talora surrealiste, talora – anche involontariamente – epiche, Sabourín è un autore che solo occasionalmente esce da un’impronta realistico-sociale di fondo, ma questo non significa mai una completa adesione a uno schema ideologico di fondo. Anzi, è incontrando la morte che l’operaio di Sabourín esce da ogni mitologia socialista, di stampo bulgaro o cubano che sia, e si rivela “operaio-mostro” – come sottolinea Kiril Vasilev nella sua preziosa e assai incisiva introduzione, partendo da questi, lapidari versi dell’autore: «Molte sono le cose mostruose Ma più / mostruoso dell’operaio / non c’è niente di cui non sia capace» (Antigonae. Le Germanie, 2003). La specificazione «di cui non sia capace» non è tuttavia peregrina e rinvia ad ulteriori riflessioni; per il momento, non si può non concordare con Vasilev sulla trasformazione dell’operaio, con il 1989 e il crollo del socialismo reale, in un «sognatore di consumi illimitati», capace di molteplici aberrazioni – “di una bassa ricerca del piacere”, per usare le stesse parole di Vasilev – pur di sostenersi in un contesto che si è manifestato ancora più irto di difficoltà rispetto all’economia socialista. Ora, pur avendo il pregio di scrivere una introduzione critica davvero nitida e precisa – lontana dal gergo decostruzionista cui talvolta indulge la critica di poesia italiana, e capace invece di esprimere posizioni politiche chiare, come ad esempio nel biasimo della società civile russa per la guerra in Ucraina – Vasilev si mostra forse troppo rigido e sintetico quando individua una tripartizione di tale figurazione teratologica della classe operaia, associandovi, nella sua lettura della poesia di Sabourín, «dominio», «espiazione» e «risentimento». Uno schema che si vuole magari anti-dialettico, in principio, ma che finisce per essere paradossalmente dialettico, alla ricerca di una “liberazione dal dominio della liberazione” (sono sempre parole di Vasilev), vale a dire di quella liberazione che è stata ideologicamente imposta con il sorgere del sol dell’avvenire. Diventa infatti possibile uscire dallo stato di alienazione – marchio apparentemente indelebile dell’esperienza della classe operaia, anche qualora venga a mancare un’enfasi sulla lotta di classe propriamente detta, e che rischia di farsi persino processo organico di decomposizione, in Sabourín («Uno stato di cui solitamente sei privato ossia che a tua / insaputa ti è vietato e di cui a tua insaputa sei privato / […] sulla via di Damasco vedi lo spirito della decomposizione anaerobica», Operai VI. L’operaio caduto) – per mezzo del lavoro stesso, da intendersi però in una chiave salvifica e quasi religiosa. In altre parole, e contrariamente a una condizione generalizzata, nel nuovo sistema turbocapitalista, in cui «il lavoro morto continua / a dominare su quello vivo», esiste per Sabourín una dimensione sacra del lavoro – evidente sin dal testo d’esordio del libro, Ecclesiaste, con la sua visione ancestrale di un «mattatoio sotto il cielo aperto dell’Africa» – che può riscattare completamente l’uomo, evidenziando infine, e in modo autentico, tutto quello di cui «è capace». L’esito appare peculiare, se non idiosincratico tout court, e piuttosto lontano dalle premesse che, come si è potuto apprezzare, traducono in versi un’analisi di impianto ancora marxista; succede questo, ad esempio, nel lungo Poema documentario posto al centro del libro, nel quale si espongono analiticamente alcune tendenze fondamentali della società e dell’economia bulgara sia durante che dopo la fine del regime socialista. «Beata / la pacifica transizione di mezzo secolo / dal socialismo al capitalismo» è la sarcastica beatitudine conclusiva, e tuttavia, una volta di più, il diavolo si nasconde nei dettagli: la transizione “lunga mezzo secolo” equivale a quasi tutto il secondo Novecento di marca socialista (a propria volta segnato dalla «continuazione del monarco-fascismo nel potere / popolare della borghesia rossa», come si leggeva nella prima strofa del Poema) e implica dunque che il ritorno, dopo il 1989, a un’economia superficialmente liberale e a un regime “democratico” significhi anche il ritorno a strutture sociali profondamente autoritarie. Da queste poche righe, emerge dunque il profilo di un autore che – cronologicamente al riparo da accuse che qualche decennio fa sarebbero state di “tradimento della rivoluzione” o di “anticomunismo”, e non solo in Bulgaria ma anche in Italia – non ha paura di criticare la storia socialista del proprio Paese, senza per questo aderire acriticamente alle utopie della “controrivoluzione liberale” in atto. Coerentemente con quest’analisi politica di fondo, l’autore si situa – con l’uso di alcuni riferimenti intertestuali ed epigrafi – e viene parimenti situato dalla sua traduttrice e curatrice Alessandra Bertuccelli, nella postfazione, in opposizione al sistema politico-culturale cui si sono rivelati organici alcuni autori bulgari già tradotti in Italia, da Georgi Gospodinov al “poeta di partito” Ljubomir Levčev (con un’antologia dell’opera pubblicata da Bompiani nel 2021). Nei ranghi dell’opposizione o almeno di una certa non conformità culturale e politica figura invece Sabourín, insieme al già citato Vasilev e a Kostantin Pavlov (entrambi tradotti negli anni scorsi da Bertuccelli per la piccola ma combattiva casa editrice toscana Valigie Rosse), o anche a Mehmed Karajuhseinov (immolatosi durante le proteste contro i processi di bulgarizzazione etnica del cosiddetto “Processo di rinascita” dei primi anni Ottanta, messo alla berlina in un testo centrale, nel libro di Sabourín, come Lode al modello etnico bulgaro la mattina presto). Si tratta di una costellazione culturale e politica che il libro di Sabourín contribuisce inevitabilmente a creare, anche al di là delle connessioni più esplicitamente invocate dai singoli testi, e che – un po’ come le ricorrenti immagini di tori che punteggiano i diversi testi, nella loro evidente correlazione ancestrale con il mito di Europa – concorrono a ricollocare la scrittura poetica di Sabourín anche al centro delle questioni poetiche, culturali e politiche più note al pubblico italiano. Mostrano, in altre parole, come la distanza che ci separava in principio dalla scrittura di Sabourín non fosse poi così radicale, e l’alienazione dell’operaio-mostro, nella poesia bulgara contemporanea, non sia tanto dissimile dalla nostra, di lettori.     L'articolo Vladimir Sabourin / L’operaio, la morte e la (nostra) alienazione proviene da Pulp Magazine.
May 15, 2026
Pulp Magazine
CHIAMATA INTERNAZIONALE: “RAICES Y RADICALIDAD” DA MIGUEL PERALTA E JUAN SORROCHE
Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto “Haiku senza haiku” del 2023. La nuova raccolta prenderà il nome di “Raices y radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che … Leggi tutto "CHIAMATA INTERNAZIONALE: “RAICES Y RADICALIDAD” DA MIGUEL PERALTA E JUAN SORROCHE"
May 12, 2026
Brughiere
Francesca Mannocchi, Franco Marcoaldi / Doppia resistenza
Grata di parole, Paul Celan. Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese. Poeti che nella guerra personale e diffusa collettivamente hanno indicato la degradazione dell’uomo difendendo la lingua, e anche strattonandola senza per questo farsi intrappolare da semplificazioni e sentenze sommarie. Francesca Mannocchi è al centro della guerra “non più dichiarata, ma proseguita” come Ingeborg Bachmann certificava in una sua poesia e che Francesca pone in esergo al suo libro: messa alla prova di quella scrittura che varca le soglie per sedersi accanto al fuoco. Sempre con la possibilità che quel fuoco allunghi le proprie lingue e bruci l’intero corpo. Il corpo della poesia è il corpo dell’autrice in questi undici testi accompagnati da un Prologo e un Epilogo. A favore della memoria, contro l’oblio, una lingua da sempre messa al servizio delle genti che in Ucraina, Siria, Afghanistan, Palestina sperimentano ogni minuto l’esattezza di missili e bombe, di crudeltà militari e politiche. Lo sappiamo, le sue testimonianze circolano in filmati e libri e articoli in cui la responsabilità del dolore è sempre in primo piano, tagliando di netto la redenzione che in nessun caso può reggere. Essere vivi per Mannocchi è sempre un riconoscersi lungo vie che vanno messe in luce attraverso ciò che l’umano ha inventato per denunciare l’inumano, anche con tutte le imperfezioni e le cadute aggiunte da malattie, paure, disgrazie temporali. Il mondo così com’è, e la lingua brucia prima di tutto incontrando gli altri avvelenati dallo spazio strappato. Autrice cancella e riscrive, riconosce le ferite con le altre ferite, e improvvisamente comprendiamo come il caos stia tutto in quella virgola fra le parole “crescere” e “guerra” – il mondo contenuto in un segno d’interpunzione. Lì imploso. Fra le ombre ostili e le macerie i nomi trovano voce in queste pagine, più che testimoni sanno stare nell’energia e nel respiro della lingua, esprimono la vera realtà attraverso un passaggio di parole, quelle che Mannocchi proietta direttamente sul foglio attraverso l’intensificazione della sua attitudine allo sguardo. A cui s’appoggia perché le genti facciano testimonianza del loro viaggio terrestre. La visione che tutto esiste, nel crogiolo delle guerre, è contraria allo scadimento mondiale, “la memoria è corpo” può servire alla resistenza degli archivi, al sentimento della “disperanza”. Quel sentimento, nel nostro tempo, trova appiglio nel libro di Franco Marcoaldi. Il secondo volume del dittico aperto con I cani sciolti si ritrova in una strada che ha fatto della tragedia l’attrezzeria compiuta da governanti fuori sesto. In questo nostro mondo l’orrore ha inzuppato le cartografie reali, che più non possono appoggiarsi ai fabbricanti antichi disegni che ci confortavano – oggi, nel crogiolo ben più che bizzarro dei confini saltati, nessuno si raccapezza più. E dunque, in questa selva di contrade dominate dagli inferi, Marcoaldi si ritrova nell’ora migliore di Orbetello, lungo l’Aurelia ascolta l’amico che improvvisamente sbotta: a vent’anni lui non sa cosa voglia dire “sperare”. A Franco, in quel pomeriggio maremmano, torna in mente il libro di Adam Greenfield Emergenza. Quell’emergenza “lunga” e concreta che avviluppa i contorni della Terra, fra riscaldamento globale e crisi climatica, e governo trumpiano. E noi, donne e uomini, angosciati e impotenti. Auto-organizzarsi? Forse. Azioni non violente come quella di Global Flotilla? Imparare a memoria le poesie di Giorgio Caproni? Soffermarsi, suggerisce Marcoaldi, sul termine desueto della “disperanza”. Il “poco ma proprio” di Caproni che con spietatezza ben conosciuta nella sua opera ci addita secondo una logica disposta da Marcoaldi al proprio sentire. Il poeta, ramingo e smarrito, e noi con lui nell’attuale epoca, è profeta di disinganno. Però indica la disperanza come sentimento che spinge in avanti verso altre libertà. Enea, l’eroe virgiliano, è solo nella guerra, ma cammina, avanza. E Il passaggio di Enea è uno dei grandi libri di Caproni. Marcoaldi viaggia veloce, nel suo sguardo la disperanza non è affatto cupa e inerte, se mai è rivolta al desiderio leopardiano di qualcosa che riempia il vuoto, se mai si rivolge alla lucidità con cui Álvaro Mutis (scrittore per lo più oggi dimenticato da troppi) guardava alla speranza come sorta di inganno che dà dipendenza. In Summa di Maqroll il Gabbiere, la poesia di Mutis assimila serenamente l’accettazione della morte escludendo l’ingenuità delle illusioni. Le aspirazioni di Maqroll, personaggio chiave di Mutis, portano a trasgredire, a adattarsi al momento in un picaresco viaggiare senza fissa destinazione ma esaltando il suo essere funambolo. Marcoaldi ne fa immagine centrale: in lui i sensi sono rivendicati, rifiuta la loro “progressiva rimozione”. Come in I cani sciolti l’autore continua il cammino per i terreni della sua Maremma, tra presente, passato prossimo e classicità, respira tra filosofi e poeti amati, colloquia intimamente con essi in nome della sempre presente wilderness: una rete prossima di pensieri e versi mai dimenticati. Come non dimentica, al termine del libro, l’amico Emilio Tadini: l’Emilio pittore che scrive e scrittore che dipinge (così definito da Umberto Eco) per il quale il comico serve a far ritirare il tragico offrendoci alla vista quel che la realtà offusca, un paesaggio di rovine. Tadini, in uno scritto qui ricordato (Sul comico), scriveva che “ciò che nel tragico è disperazione diventa nel comico qualcosa che potremmo chiamare col nome di ‘disperanza’”. Solare, beffardo Tadini. Ecco perché nella copertina di La disperanza, campeggia il tondo di due metri di diametro che fa parte del ciclo Oltremare, dipinto dall’artista nel 1992. Vi si vede “una città in pieno caos, dove tutto oscilla”, e la scritta nowhere (“nessun luogo”) che si spezza in now here (“ora e qui”, simbolo della disperanza): Per Marcoaldi, l’intero tragitto del libro.   L'articolo Francesca Mannocchi, Franco Marcoaldi / Doppia resistenza proviene da Pulp Magazine.
May 10, 2026
Pulp Magazine
Poesia urgenza testimoniale che arde
a cura di Sandro Sardella “Alle volte è dentro di noi qualcosa / (che tu sai bene, perché è la poesia) / qualcosa di buio in cui si fa luminosa qualcosa / la vita: un pianto interno, una nostalgia / gonfia di asciutte, pure lacrime / .. “                                               (P.P. Pasolini)   Michele Licheri da poeta jazz man crea band di
nella polvere dei passi .. Sinan Gudzevic
a cura di Sandro Sardella nella ricca variegata letteratura dei Balcani Sinan Gudzevic è una leggenda .. ed io qui racconto come e dove .. in modo leggendario .. l’ho incontrato .. è un episodio speciale che da tempo desideravo rendere pubblico .. per accennare alle “virtù miracolistiche” della poesia .. stavo in gita a Belgrado con un gruppo di
“Cento semi di rubino”. Un memoriale per le bambine di Minab
Nei giorni in cui, sotto le bombe americane e israeliane, le vetrine andavano in frantumi, gli scaffali crollavano e i muri venivano crepati, molte cose in questa città rimanevano salde e non soccombevano alla distruzione: il nostro desiderio di leggere, di ricordare, di amare la vita. La sede centrale di […] L'articolo “Cento semi di rubino”. Un memoriale per le bambine di Minab su Contropiano.
April 5, 2026
Contropiano
NON BASTA UNA NOTTE PER FARCI SPARIRE
Riceviamo e diffondiamo questa poesia per Sara. Non basta una notte per farci sparire Occhi celesti, un oceano di rabbia. Un corpo minuto che trasuda determinazione e forza. Un vulcano in eruzione. “Mi hai tirato una manganellata e non ho sentito niente!” Una compagna gentile, sempre attenta agli altri, di una generosità rara su questo … Leggi tutto "NON BASTA UNA NOTTE PER FARCI SPARIRE"
March 22, 2026
Brughiere
Marco Ercolani / Viaggio non finito
Nell’universo linguistico di Marco Ercolani si notava l’assenza del motivo classico per eccellenza, il mito, lo stesso che bussa alla porta quando l’epoca sfida la propria sussistenza con azioni persecutorie, caotiche e infine belliche. I verbi dei delitti si affidano allora a dèi ed eroi dando sfogo alle loro “classiche” insidie. La crudezza del technicolor novecentesco va al servizio dei circuiti elettronici invasi da quella combriccola mitologica che sembrava improbabile ma vera. E dunque nominabile e innominabile si alleano gravando sul mondo trasformato in qualcosa di sacrificabile. Uno dei poemi dell’umanità non ha più voglia di consumarsi nelle aule decrepite, in fondo sa di potersi considerare “massimo”, e una nostra vecchia conoscenza comincia a sbracciare per scrollarsi di dosso la veste di fantasma: Odisseo. Lui incarna le leggi dell’essere errabondo, arriviamo a dubitare della sua esistenza nel grande catino funesto del Mediterraneo. È qui che Ercolani si prende la scena poetica, con non poca presenza di spirito e simpatica incoscienza. Entra di botto nella classicità più prossima alle nostre coste, e comincia a reggere nelle proprie mani l’autorità eroica il cui copyright è toccato in sorte alla Grecia prestigiosa degli antichi. È uno spirito estatico quello che la voce di Odisseo espone in Non tornare è la grazia, quasi incantato dalla propria incompetenza geografica, non del tutto giustificata dall’avversità che a tratti gli riserva la folla di dèi, dee (Atena in primis), ninfe ed eroine che popolano la sua funesta avventura marinara. Ercolani dà voce, in questo suo libro, a un uomo che sembra conoscere per filo e per segno la sorte a lui destinata dal poema omerico. E a ogni pagina coltiva l’ansia di dimostrare come il proprio fluttuare nello spazio del mito tenda a una “grazia” che possa riordinare il paesaggio “infranto”. Pensiero laico o teologico, o qualità naturale del mondo, pensiero originale di Odisseo o spinto a forza nel tessuto nervoso da Ercolani in veste di biografo definitivo, non sapremo mai la verità. Ma sappiamo – è lo stesso protagonista a dircelo – che dopo ogni sua mossa, ciò che resta alle spalle è bellezza. Per questo Odisseo esiste solo nel suo andare avanti. Scompare durante le soste erotiche con Circe e Calipso, diventa etereo, talvolta si sgretola. Ma la voce qui emerge devozionale, e consapevole d’essere rinforzata dall’eccellente interpretazione che Ercolani, scrittore moderno e a ogni buon conto sebaldiano (e non privo di indagini ombrose che altrove, in prosa, qualcosa devono a Simenon), regala al suo “eroe”. Essendo un’esistenza mitologica, per Odisseo non resta che costante l’insistenza, teatralmente riferita, sul proprio “viaggio non terminabile”: se fosse il contrario, vacillerebbe l’intero spaziotempo che condividiamo, Itaca e altre isole sparirebbero dalle carte ideali per trasformarsi in vacue e fantasmatiche lande rocciose prive di nome. Al dunque, a che varrebbe sperare, regalando alla realtà la storia di tutte le storie? Forse Ercolani ha trovato il modo per aggirare rovine e cenere avendo ben presente che già in poesia rovina e cenere sono al centro del cibo di cui nutrirsi, soprattutto in quest’epoca distruttrice di mondi. Chi meglio di Odisseo errabondo, in dialogo privato con la sua corte non umana (ma terribilmente invidiosa degli umani), potrebbe riassumere i nostri attuali tentativi, quanto mai vani, di mescolare il nuovo tollerabile con la tradizione millenaria? Dandogli voce, oracolare, sulla propria sconfitta, nei versi di questo libro si scopre una volta per tutte la minaccia e l’anima persecutoria della nostra umanità. Come stanno le cose, lo sa Odisseo (che continua a scambiarsi fra la civiltà arcaica e l’attuale) e lo sappiamo noi, grazie a lui.                                                                             L'articolo Marco Ercolani / Viaggio non finito proviene da Pulp Magazine.
March 22, 2026
Pulp Magazine
ProMosaik Poetry – un Manifesto aperto per una poesia del cambiamento e dei diritti umani
ProMosaik Poetry è un progetto aperto di ProMosaik Art, convinto dell’importanza della poesia e della terapia della poesia in un’epoca difficile caratterizzata da guerre, militarizzazione, violenza e narrative del potere. Qui di seguito la fondatrice, Milena Rampoldi, presenta il “Manifesto” dei principi fondamentali di ProMosaik Poetry come impulso per posizionare la dimensione della poesia, dell’estetica e dell’impegno per i diritti umani e il dialogo al centro della vita delle persone che aspirano al cambiamento e alla pace. LA POESIA NON È ELITARIA La poesia deve essere resa accessibile a tutti. Siamo tutti poeti. Questo approccio universale alla poesia/poetoterapia è fondamentale per i gruppi emarginati e discriminati. Audre Lorde nel suo saggio “La poesia non è un lusso” afferma: > “Per le donne la poesia non è un lusso. È una necessità vitale della nostra > esistenza. È la qualità della luce in cui ancoriamo le nostre speranze e i > nostri sogni di sopravvivenza e di cambiamento, che si traducono prima nel > linguaggio, poi nelle idee e infine in azioni più concrete”. La poesia è la voce di chi vuole cambiare il mondo dal basso. Chi considera la poesia come una forza non elitaria, si occupa della poesia dei gruppi emarginati e non la svaluta come poesia sgradevole, ma riconosce il suo sostanziale potenziale di sconvolgimento sociale e politico. LA POESIA PROMUOVE L’ACCETTAZIONE DI SÉ E IL CAMBIAMENTO SOCIALE La poesia è un linguaggio creativo ed emotivo che viene dall’anima ed esprime emozioni e sentimenti. Attraverso la poesia si giunge alla conoscenza/accettazione di sé, esprimendo tutto. Nella poesia raccontiamo noi stessi e la nostra storia mediante simboli e immagini. La poesia influisce sulla società in senso lato e si trasforma nella voce della lotta per i diritti umani, posizionandosi contro guerra, militarismo, oppressione politica, violenza contro le donne e abusi sui bambini. La poesia supera discriminazione e razzismo. LA POESIA È ALLO STESSO TEMPO INTERDISCIPLINARE, MULTIDISCIPLINARE E TRANSDISCIPLINARE La poesia crea immagini mentali ancorate alla vita emotiva della persona e della sua cultura e società. Esiste uno stretto legame tra poesia ed espressione artistica generale. La poesia può essere espressa sotto forma di duetti in collegamento con altre correnti artistiche. La poesia è interdisciplinare, multidisciplinare e transdisciplinare. L’interdisciplinarietà rappresenta un’interazione interdisciplinare attraverso la quale si combinano armoniosamente diverse discipline per creare innovazione. La multidisciplinarietà, a differenza dell’interdisciplinarità, non produce l’integrazione, ma l’elaborazione parallela di un argomento in diverse discipline. La transdisciplinarità sostiene la poesia e supera il suo carattere elitario, attribuitole nella storia e dato per scontato in una determinata cultura, senza mai metterlo in discussione. Questo approccio supera il mondo accademico, coinvolgendo i partner sociali nella creazione di conoscenze condivise che combinano competenze scientifiche e pratiche. La poesia trasforma le relazioni interpersonali nella società e nella politica. LA POESIA È DIALOGO Secondo il concetto di Martin Buber, la poesia è dialogo. La poesia del dialogo, grazie al suo potenziale innovativo, cambia e migliora il mondo locale e globale. La poesia è un luogo di incontro, tra il poeta e se stesso, tra il poeta e il lettore e tra il poeta e la società o il mondo in generale. Il poeta non parla mai con se stesso, ma sempre con un “tu”. Il dialogo per ProMosaik Poetry significa impegno per la pace e resistenza contro ogni forma di oppressione, discriminazione, esclusione, razzismo e colonialismo. Ovunque dominano la brutalità e la stupidità, l’indifferenza e la malvagità, la violenza contro le donne, la tratta di esseri umani, l’abuso di bambini e la proliferazione di droghe e prostituzione, l’astuzia e il calcolo del potere. L’autentico socialismo è degenerato e si piega al potere delle lobby delle armi. Gli anarchici sono diventati una forza d’élite. La vita delle persone è priva di senso o svuotata di qualsiasi significato. I gravi problemi economici del mondo capitalista, lacerando sempre più la forbice tra ricchi e poveri, danno un’immagine di un’Europa pericolosa e narcisistica, caratterizzata da declino demografico e passivazione della popolazione, messa a tacere da pane e giochi, digitalizzazione forzata e superficialità. Questi fenomeni vanno di pari passo con la radicalizzazione del pensiero di destra, diretto contro migranti e richiedenti asilo, e la totale esclusione della dimensione del bello e del vero dalla vita delle persone. Il brutale genocidio di Israele nella Striscia di Gaza e l’avanzata del sionismo armato con i suoi obiettivi espansionistici-imperialisti, che hanno raggiunto il loro apice con l’attacco allo stato sovrano dell’Iran, la mancanza assoluta di coraggio civile nella vita quotidiana delle persone, capovolgono ogni ideologia. Gli avversari politici non si combattono più con dialettica ed intelligenza, ma da macchine irrazionali di demonizzazione. Quello che ci rimane per opporci a questo mondo sono le nostre voci, che possiamo o non possiamo alzare, con tutte le conseguenze possibili e sapendo che possono essere soffocate. Nel senso di Martin Buber, non vedo il tu come oggetto, ma come soggetto. Per dirlo con le parole di Edward Said, il tu non viene orientalizzato, ma riconosciuto come soggetto autonomo. La lotta contro violenza e brutalità presuppone la promozione di giustizia sociale e diversità. Questo a sua volta presuppone l’esistenza di un contratto sociale diverso da quello capitalista-imperialista. E questo a sua volta presuppone che le persone comunichino e si confrontino con i punti di vista e le idee altrui. Questa comunicazione richiede la rimozione dell’alienazione sociale, controllata dalla demagogia di chi governa. Infine, la lotta contro la violenza e la brutalità presuppone la fine del sistema di dominio, che poggia proprio su questa violenza e brutalità. L’esclusione e l’emarginazione producono una violenza ancora maggiore. Il silenzio e la rimozione dei problemi favoriscono la violenza. Dove non si pronunciano più parole, dove non ci si impegna più per la diplomazia, parlano le armi sofisticate della nostra era digitale. LA POESIA È UNA FORZA CHE CURA L’INDIVIDUO E LA SOCIETÀ Per ProMosaik, la poetoterapia è un aspetto importante della poesia e del lavoro con la poesia come forza curativa per l’individuo e la società. La poetoterapia è un approccio innovativo all’arteterapia e presuppone che la scrittura di versi poetici supporti l’autosviluppo. Nel contesto contemporaneo, la poetoterapia si concentra sempre più sull’aspetto biografico della poesia. Attraverso la poesia, soprattutto per le donne che hanno subito traumi e violenze, è possibile socializzare esperienze di sé e raccontare storie di vita sotto forma di immagini e simboli metaforici. La poetoterapia rafforza l’autostima e la resilienza. Costruisce un ponte tra la psicoterapia e la psicologia sociale e la sociologia psicologica. HA UN EFFETTO CURATIVO SULL’INDIVIDUO E SULLA SOCIETÀ L’aspetto principale della poetoterapia è il suo metodo collaborativo, che può aiutare le persone emarginate e traumatizzate a costruire l’autostima come individui e come gruppo. Il vantaggio della poesia è che è una forma di espressione universale dell’anima umana, che agisce a livello interculturale ed esprime anche il suo potenziale di cambiamento interreligioso. Nel setting della poetoterapia, la poesia si trasforma in una forza di problem-solving e di elaborazione creativa di soluzioni socio-politiche alternative. La poetoterapia dovrebbe anche superare l’ambito della psicoterapia, affermandosi come socioterapia. Mediante la poetoterapia, le persone rielaborano la propria biografia e ottengono un accesso migliore alle proprie emozioni. L’aumento dell’autostima ha un effetto positivo sulla società come potenziale di cambiamento. Come le soluzioni socio-politiche in una società sono sempre aperte, così lo è anche la poesia. La poesia ci offre l’opportunità di esplorare possibilità alternative e di credere in un cambiamento reale. LA POESIA È POLITICA La poesia è sempre politica, indipendentemente dal fatto che includa un approccio diretto alle questioni politiche o piuttosto consideri la poesia come un ritiro dal campo d’azione politico. Ogni poeta fa parte di una società ed è politicamente coinvolto in essa. La poesia politica autentica si oppone a regimi ingiusti, oppressione, guerra, disuguaglianza o oppressione politica. La poesia è una forza persuasiva che sprona al cambiamento politico. Possiede potenti mezzi di sconvolgimento e può stimola la lotta per la giustizia sociale e i diritti umani. Anche in campo politico, la poesia non è un “lusso”, perché non è elitaria e abbraccia le idee di tutti, perché siamo tutti poeti. La poesia è la voce degli oppressi. LA POESIA È UN MEZZO PER DIFENDERE I DIRITTI UMANI La poesia per i diritti umani può essere scritta sia da poeti che analizzano e denunciano le violazioni dei diritti umani che dalle vittime a cui danno voce. Una tematica importante della poesia per i diritti umani è la poesia della resistenza contro il colonialismo / neocolonialismo / sionismo. ProMosaik
March 16, 2026
Pressenza