Francesca Mannocchi, Franco Marcoaldi / Doppia resistenza
Grata di parole, Paul Celan. Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese. Poeti che nella
guerra personale e diffusa collettivamente hanno indicato la degradazione
dell’uomo difendendo la lingua, e anche strattonandola senza per questo farsi
intrappolare da semplificazioni e sentenze sommarie. Francesca Mannocchi è al
centro della guerra “non più dichiarata, ma proseguita” come Ingeborg Bachmann
certificava in una sua poesia e che Francesca pone in esergo al suo libro: messa
alla prova di quella scrittura che varca le soglie per sedersi accanto al fuoco.
Sempre con la possibilità che quel fuoco allunghi le proprie lingue e bruci
l’intero corpo. Il corpo della poesia è il corpo dell’autrice in questi undici
testi accompagnati da un Prologo e un Epilogo. A favore della memoria, contro
l’oblio, una lingua da sempre messa al servizio delle genti che in Ucraina,
Siria, Afghanistan, Palestina sperimentano ogni minuto l’esattezza di missili e
bombe, di crudeltà militari e politiche. Lo sappiamo, le sue testimonianze
circolano in filmati e libri e articoli in cui la responsabilità del dolore è
sempre in primo piano, tagliando di netto la redenzione che in nessun caso può
reggere.
Essere vivi per Mannocchi è sempre un riconoscersi lungo vie che vanno messe in
luce attraverso ciò che l’umano ha inventato per denunciare l’inumano, anche con
tutte le imperfezioni e le cadute aggiunte da malattie, paure, disgrazie
temporali. Il mondo così com’è, e la lingua brucia prima di tutto incontrando
gli altri avvelenati dallo spazio strappato. Autrice cancella e riscrive,
riconosce le ferite con le altre ferite, e improvvisamente comprendiamo come il
caos stia tutto in quella virgola fra le parole “crescere” e “guerra” – il mondo
contenuto in un segno d’interpunzione. Lì imploso.
Fra le ombre ostili e le macerie i nomi trovano voce in queste pagine, più che
testimoni sanno stare nell’energia e nel respiro della lingua, esprimono la vera
realtà attraverso un passaggio di parole, quelle che Mannocchi proietta
direttamente sul foglio attraverso l’intensificazione della sua attitudine allo
sguardo. A cui s’appoggia perché le genti facciano testimonianza del loro
viaggio terrestre. La visione che tutto esiste, nel crogiolo delle guerre, è
contraria allo scadimento mondiale, “la memoria è corpo” può servire alla
resistenza degli archivi, al sentimento della “disperanza”. Quel sentimento, nel
nostro tempo, trova appiglio nel libro di Franco Marcoaldi.
Il secondo volume del dittico aperto con I cani sciolti si ritrova in una strada
che ha fatto della tragedia l’attrezzeria compiuta da governanti fuori sesto. In
questo nostro mondo l’orrore ha inzuppato le cartografie reali, che più non
possono appoggiarsi ai fabbricanti antichi disegni che ci confortavano – oggi,
nel crogiolo ben più che bizzarro dei confini saltati, nessuno si raccapezza
più. E dunque, in questa selva di contrade dominate dagli inferi, Marcoaldi si
ritrova nell’ora migliore di Orbetello, lungo l’Aurelia ascolta l’amico che
improvvisamente sbotta: a vent’anni lui non sa cosa voglia dire “sperare”. A
Franco, in quel pomeriggio maremmano, torna in mente il libro di Adam Greenfield
Emergenza. Quell’emergenza “lunga” e concreta che avviluppa i contorni della
Terra, fra riscaldamento globale e crisi climatica, e governo trumpiano. E noi,
donne e uomini, angosciati e impotenti. Auto-organizzarsi? Forse. Azioni non
violente come quella di Global Flotilla? Imparare a memoria le poesie di Giorgio
Caproni? Soffermarsi, suggerisce Marcoaldi, sul termine desueto della
“disperanza”. Il “poco ma proprio” di Caproni che con spietatezza ben conosciuta
nella sua opera ci addita secondo una logica disposta da Marcoaldi al proprio
sentire. Il poeta, ramingo e smarrito, e noi con lui nell’attuale epoca, è
profeta di disinganno. Però indica la disperanza come sentimento che spinge in
avanti verso altre libertà. Enea, l’eroe virgiliano, è solo nella guerra, ma
cammina, avanza. E Il passaggio di Enea è uno dei grandi libri di Caproni.
Marcoaldi viaggia veloce, nel suo sguardo la disperanza non è affatto cupa e
inerte, se mai è rivolta al desiderio leopardiano di qualcosa che riempia il
vuoto, se mai si rivolge alla lucidità con cui Álvaro Mutis (scrittore per lo
più oggi dimenticato da troppi) guardava alla speranza come sorta di inganno che
dà dipendenza. In Summa di Maqroll il Gabbiere, la poesia di Mutis assimila
serenamente l’accettazione della morte escludendo l’ingenuità delle illusioni.
Le aspirazioni di Maqroll, personaggio chiave di Mutis, portano a trasgredire, a
adattarsi al momento in un picaresco viaggiare senza fissa destinazione ma
esaltando il suo essere funambolo. Marcoaldi ne fa immagine centrale: in lui i
sensi sono rivendicati, rifiuta la loro “progressiva rimozione”.
Come in I cani sciolti l’autore continua il cammino per i terreni della sua
Maremma, tra presente, passato prossimo e classicità, respira tra filosofi e
poeti amati, colloquia intimamente con essi in nome della sempre presente
wilderness: una rete prossima di pensieri e versi mai dimenticati. Come non
dimentica, al termine del libro, l’amico Emilio Tadini: l’Emilio pittore che
scrive e scrittore che dipinge (così definito da Umberto Eco) per il quale il
comico serve a far ritirare il tragico offrendoci alla vista quel che la realtà
offusca, un paesaggio di rovine. Tadini, in uno scritto qui ricordato (Sul
comico), scriveva che “ciò che nel tragico è disperazione diventa nel comico
qualcosa che potremmo chiamare col nome di ‘disperanza’”. Solare, beffardo
Tadini. Ecco perché nella copertina di La disperanza, campeggia il tondo di due
metri di diametro che fa parte del ciclo Oltremare, dipinto dall’artista nel
1992. Vi si vede “una città in pieno caos, dove tutto oscilla”, e la scritta
nowhere (“nessun luogo”) che si spezza in now here (“ora e qui”, simbolo della
disperanza): Per Marcoaldi, l’intero tragitto del libro.
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