Una storia di intimidazione

Jacobin Italia - Thursday, April 16, 2026

Dopo una giornata di mobilitazione a fine novembre 2025, con un’adesione record attestata attorno al 90%, i giornalisti italiani hanno scioperato il 27 marzo e tornano a farlo il 16 aprile, sempre per la stessa ragione: il rinnovo del contratto nazionale, scaduto da 8 anni. Per la frammentazione dei rapporti di lavoro, comune oggi a molti settori, il contratto nazionale arriva a coprire direttamente soltanto una parte delle persone coinvolte nel mestiere: in Italia ammontano a 17mila i giornalisti assunti come dipendenti, mentre si contano 48mila freelance – di questi ultimi, solo 20mila svolgono come unica attività il giornalismo.

Poche figure lavorative al giorno d’oggi sono emblematiche della precarietà come i freelance dell’informazione: sempre reperibili, pronti a scattare per catturare la notizia, in uno stato di tensione perenne a cui deve corrispondere al contempo la lucidità intellettuale necessaria a produrre i pezzi, spesso costretti ad aprire partita Iva pur lavorando di fatto per un unico committente, pagati a cottimo e spinti a sfornare 4-5 articoli al giorno per guadagnarsi il pane quotidiano.

Quando i giornalisti sono senza tutele, rischiano di diventarlo anche le notizie: in un regime di produzione seriale di pezzi, la conferma e l’approfondimento dei fatti – prima di essere pubblicati – diventano operazioni troppo laboriose e costose. Rischia di affermarsi piuttosto una trama di verità provvisorie, senza garanzie, come gli stessi precari, un rischio che si ingigantisce quando le notizie solleticano umori e pulsioni di odio.

In questo pezzo parliamo di uno di loro, un giornalista precario, in una vicenda che getta ombre raggelanti sul dibattito pubblico e sulla libertà di fare inchiesta. Parliamo dell’intreccio tra disinformazione e intimidazione, parliamo di uno dei maggiori pericoli che corre oggi un giornalista – freelance o dipendente che sia – la minaccia della querela: tra le nazioni europee, l’Italia detiene il più alto numero di querele verso i giornalisti, circa un quarto del totale. Per raccontare questa storia dobbiamo tornare indietro all’estate di otto anni fa.

Un caldo da far perdere la testa

Agosto 2018. Il caldo in Pianura padana è soffocante, molte menti sono annebbiate. In mezzo ai sudori e alle lamentele, un fatto arriva a scalzare il meteo come argomento di conversazione. A darne notizia è il Giornale di Vicenza, quotidiano con un pubblico medio giornaliero stimato attorno alle 215.000 persone, è una testata del gruppo editoriale Athesis, tra i cui azionisti storici figura la Confindustria vicentina. Lo strillo fuori dalle edicole recita: «I richiedenti asilo vogliono avere Sky. Scatta la protesta».

L’articolo guadagna in breve tempo ampia visibilità online, viene letto lungo tutta la penisola, anche per merito dell’allora Ministro degli Interni Matteo Salvini, che poche settimane prima ha bloccato temporaneamente lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti a Trapani. Salvini ri-condivide il pezzo, dandolo in pasto alla propria folta schiera di seguaci digitali. Una storia simile conferma al suo popolo la narrazione secondo la quale gli immigrati vengono in Italia per «fare la pacchia», a guardare le partite di calcio, a spese degli italiani che invece si spaccano di fatica dalla mattina alla sera.

Qualcuno invece aggrotta la fronte dinanzi a quel titolo e afferra il telefono: è Fabio Butera, un precario dell’informazione, sbarca il lunario lavorando per La Repubblica, per cui ha appena realizzato una video-inchiesta sui rider dopo aver svolto lui stesso quel lavoro per un mese. Butera giudica il fatto pubblicato dal Giornale di Vicenza poco verosimile. Davvero delle persone sopravvissute alla traversata del deserto africano e del Mediterraneo adesso starebbero montando una protesta per seguire il campionato di calcio? 

Butera contatta la questura e la prefettura: entrambe negano di aver ricevuto richieste di abbonamenti televisivi, solo permessi di residenza, hanno appreso la notizia dal giornale anche loro. Butera contatta inoltre l’autore del pezzo per chiedergli da dove avesse tratto quell’informazione, ma il collega sostiene di aver avuto l’imbeccata da una fonte confidenziale e di non aver avuto tempo di contattare direttamente i richiedenti asilo. Butera ha la premura di registrare tutte le conversazioni telefoniche e tenerne traccia.

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L’esito delle sue indagini diventa poi un post pubblicato su Facebook, sotto cui si scatenano valanghe di commenti, molti di apprezzamento e altri ingiuriosi nei suoi confronti. Butera si scaglia contro i titoli sensazionalisti, le notizie non verificate e divulgate solo per alimentare discorsi razzisti. Il post viene rilanciato presto dal Bocciodromo, il centro sociale del capoluogo berico, e da altre realtà, raggiungendo presto la cerchia dei media nazionali: Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Il Post… 

Il Giornale di Vicenza nel giro di pochi giorni pubblica una rettifica: i migranti non hanno chiesto un abbonamento a Sky, ma bensì una tv satellitare per rimanere aggiornati sulle notizie del proprio paese d’origine. Pochi mesi dopo, tuttavia, la Questura di Vicenza cambia versione, dichiarando che le erano effettivamente giunte richieste di accesso a piattaforme televisive. A quel punto l’autore del pezzo, il giornalista del Giornale di Vicenza, apre una causa per diffamazione nei confronti di Butera.

Fortunatamente, a distanza di anni, nonostante i molteplici cambi di lavoro e residenza, Butera possiede ancora le registrazioni delle sue conversazioni telefoniche avute al tempo: in base a quelle, il tribunale sentenzia nel 2023 che il lavoro di Butera non è diffamatorio ma ben documentato e di interesse pubblico, al contempo lo condanna però a pagare 33mila euro per non aver rimosso i commenti offensivi verso il collega pubblicati da terze persone sotto il suo post – commenti che non gli è stato chiesto di rimuovere, nel corso degli anni. La sentenza viene poi confermata dalla Corte d’Appello, mentre resta ancora in sospeso il verdetto della Cassazione, atteso a partire dal 10 aprile 2026. I commenti in cui lo stesso Butera viene insultato pesantemente, sotto il suo post e sotto i post del Giornale di Vicenza, non sono stati invece oggetto di considerazione.

Il gelo sul dibattito pubblico

Una vicenda come questa apre interrogativi enormi. Come ha osservato il giornalista Matteo Pucciarelli, laddove testate e politici nazionali pubblicano quotidianamente post sotto i quali si scatenano orde di odiatori social, un comune cittadino attivo sui social media è libero di essere insultato ma al contempo obbligato a cancellare i commenti offensivi scritti da altri sotto i propri post?

La vicenda di cui è stato protagonista Butera risulta intimidatoria soprattutto nei confronti dei cosiddetti media-attivisti, di tutte le persone impegnate a promuovere assieme informazione e campagne sociali, nel tentativo di bilanciare il quarto potere dei mass media con il contropotere dei movimenti sociali. Di fatto, da allora Butera ha smesso di scrivere sui social network, racconta di non essersi esposto come avrebbe voluto su temi a lui cari, come la Palestina, nel timore di subire ulteriori ritorsioni. Del resto, ha avuto altre magagne da gestire nel corso degli anni, tra cui una causa con la stessa Repubblica, da lui vinta, per la sua mancata assunzione dopo anni di collaborazione (vicenda culminata, perdipiù, con un divertente scambio epistolare pubblico).

Nell’estate del 2018 ebbe il coraggio di sfidare la presunta verità sancita da un quotidiano e da un ministro, nonostante fosse un precario con entrate mensili piuttosto magre. Quanti altri colleghi, messi nelle stesse condizioni, si sono potuti permettere una scelta simile? Quanti precari delle redazioni, in questi anni, sono riusciti a vincere le ritrosie e raccontare una storia non detta in cui si erano imbattuti? Quanti giornalisti dipendenti hanno osato sfidare la minaccia della querela?

Le frottole dei potenti possiedono la loro forza nella capacità di infliggere danni a chi cerca di smentirle, o metterle in dubbio. Un mondo in cui i giornalisti si sentono vulnerabili è un mondo in cui trovano spazio più facilmente le verità di comodo, pronte a flettersi a seconda di come soffia il vento, sempre allineate però con le idee della classe dominante. I soggetti che diffondono sentimenti xenofobi, del resto, sono gli stessi che promuovono la precarietà lavorativa, lo scopo è il medesimo: creare una faglia all’interno della forza lavoro, seguendo la linea del colore, della lingua, del credo o del genere. Solo con uno sguardo attento rispetto alla realtà che ci circonda – uno sguardo a cui faccia seguito una fronte aggrottata – potremo districarci dalle storture e dalle ingiustizie strutturali del nostro tempo.

*Gregorio Carolo, metalmeccanico, è autore di Incoscienza di classe (Meltemi, 2026) e del podcast Le faremo sapere.

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