
Georges Simenon / Simenon non scriveva mattoni
Pulp Magazine - Monday, April 6, 2026C’è un tipo di violenza che non ha bisogno di urla né di sangue. Si consuma in uno sguardo tenuto un secondo di troppo, in una frase lasciata a metà, in un silenzio che pesa più di qualsiasi accusa. Georges Simenon lo sapeva meglio di chiunque altro, e La vecchia — scritto in una settimana nel gennaio 1959, come quasi sempre faceva, e ora riproposto da Adelphi nella nuova traduzione di Simona Mambrini — è forse uno degli esempi più riusciti di questa sua capacità di fare letteratura con il minimo indispensabile.
Il romanzo è, per usare un termine teatrale, un huis clos: una vicenda che si svolge quasi interamente in uno spazio chiuso. La scena è un appartamento sull’Île Saint-Louis, a Parigi. La proprietaria è Sophie Émel, paracadutista di professione, esistenza dissipata e molto alcolica, abituata a condividere la propria stanza da letto con giovani donne più o meno sbandate. Un giorno, per una sorta di svagata curiosità, accetta di ospitare la nonna, che non vede da tempo: una temibile ottantenne che si era barricata nella sua casa del quartiere Saint-Paul — destinata alla demolizione — minacciando di buttarsi dalla finestra pur di non andarsene. Da questo incontro tra due donne apparentemente agli antipodi — la giovane sopravvissuta per eccesso, la vecchia sopravvissuta per caparbietà — si innesca un meccanismo narrativo di rara precisione.
Simenon non costruisce una storia di sentimenti ritrovati né di riconciliazione familiare. Non è interessato alla redenzione. Tra Sophie e la nonna si apre subito un “complicato gioco al massacro”, fatto di sospetti reciproci e sottili crudeltà, che presto coinvolge anche l’ultima amichetta di Sophie e la domestica dall’occhio vigile. Quattro donne in uno spazio ristretto: quattro modi diversi di stare al mondo, quattro sistemi di difesa e di attacco che Simenon studia con la pazienza e il distacco di un entomologo. Nessuna è del tutto innocente. Nessuna è del tutto colpevole. Ciascuna obbedisce a una logica interna ferrea, che l’autore non giudica mai — si limita a registrare, con quella prosa asciutta e implacabile che è il suo marchio inconfondibile.
Ciò che rende il romanzo straordinario è proprio la gestione dello spazio e del tempo. L’appartamento sull’Île Saint-Louis diventa progressivamente soffocante, claustrofobico, una scatola in cui le tensioni si accumulano senza via di sfogo. Ogni dettaglio — un bicchiere lasciato sul tavolo, una porta chiusa, un orario dei pasti — assume un peso specifico enorme. Simenon era maestro in questo: trasformare il quotidiano in campo di battaglia, fare della routine domestica una forma di guerra. E la vecchia del titolo — con la sua ostinazione, la sua storia di resistenza fisica e morale, la sua presenza ingombrante e al tempo stesso enigmatica — è uno dei personaggi più memorabili che abbia mai creato. C’è anche, implicita, una riflessione sul modo in cui due generazioni di donne ai margini delle convenzioni si riconoscono e al tempo stesso si temono. Sophie salta dagli aerei e guida automobili da corsa; la nonna si barricava in una casa senza acqua né luce pur di non cedere. Entrambe hanno fatto della propria indipendenza una questione di sopravvivenza. Eppure questa somiglianza profonda non produce armonia: produce attrito, rispecchiamento distorto, guerra silenziosa. Simenon non scioglie questa contraddizione. La porta alle sue estreme conseguenze, in un crescendo che sfocia, inevitabilmente, nella violenza. Paul Morand, dopo aver letto il manoscritto, scrisse a Simenon: «Lei non ha mai scritto niente di simile. Magnifico!». Non era piaggeria: La vecchia ha davvero qualcosa di diverso rispetto al resto della produzione dell’autore belga. È più compresso, più feroce, più femminile nel senso migliore del termine — tutto costruito sulle dinamiche relazionali tra donne che si studiano, si sfidano, si feriscono in modi che gli uomini della storia non riescono nemmeno a percepire.
L’edizione Adelphi, come di consueto, è impeccabile: la traduzione di Simona Mambrini, restituisce il ritmo sincopato dell’originale senza cedere alla tentazione di addolcire gli spigoli. Il volume si inserisce nel lungo e meritorio lavoro di recupero dell’opera «dura» di Simenon che l’editore porta avanti da decenni, restituendo al pubblico italiano un autore che troppo spesso viene ridotto al solo Maigret. La vecchia è un romanzo breve — Simenon non scriveva mattoni — ma la sua brevità è ingannevole. Si legge in poche ore e si porta addosso per giorni. Come un disagio che non riesci a localizzare: una storia senza consolazioni, senza redenzioni, senza la minima concessione al sentimentale. Simenon al suo meglio: letteratura nel senso più alto del termine, quella che non consola, ma che illumina.
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