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Georges Simenon / Simenon non scriveva mattoni
C’è un tipo di violenza che non ha bisogno di urla né di sangue. Si consuma in uno sguardo tenuto un secondo di troppo, in una frase lasciata a metà, in un silenzio che pesa più di qualsiasi accusa. Georges Simenon lo sapeva meglio di chiunque altro, e La vecchia — scritto in una settimana nel gennaio 1959, come quasi sempre faceva, e ora riproposto da Adelphi nella nuova traduzione di Simona Mambrini — è forse uno degli esempi più riusciti di questa sua capacità di fare letteratura con il minimo indispensabile. Il romanzo è, per usare un termine teatrale, un huis clos: una vicenda che si svolge quasi interamente in uno spazio chiuso. La scena è un appartamento sull’Île Saint-Louis, a Parigi. La proprietaria è Sophie Émel, paracadutista di professione, esistenza dissipata e molto alcolica, abituata a condividere la propria stanza da letto con giovani donne più o meno sbandate. Un giorno, per una sorta di svagata curiosità, accetta di ospitare la nonna, che non vede da tempo: una temibile ottantenne che si era barricata nella sua casa del quartiere Saint-Paul — destinata alla demolizione — minacciando di buttarsi dalla finestra pur di non andarsene. Da questo incontro tra due donne apparentemente agli antipodi — la giovane sopravvissuta per eccesso, la vecchia sopravvissuta per caparbietà — si innesca un meccanismo narrativo di rara precisione. Simenon non costruisce una storia di sentimenti ritrovati né di riconciliazione familiare. Non è interessato alla redenzione. Tra Sophie e la nonna si apre subito un “complicato gioco al massacro”, fatto di sospetti reciproci e sottili crudeltà, che presto coinvolge anche l’ultima amichetta di Sophie e la domestica dall’occhio vigile. Quattro donne in uno spazio ristretto: quattro modi diversi di stare al mondo, quattro sistemi di difesa e di attacco che Simenon studia con la pazienza e il distacco di un entomologo. Nessuna è del tutto innocente. Nessuna è del tutto colpevole. Ciascuna obbedisce a una logica interna ferrea, che l’autore non giudica mai — si limita a registrare, con quella prosa asciutta e implacabile che è il suo marchio inconfondibile. Ciò che rende il romanzo straordinario è proprio la gestione dello spazio e del tempo. L’appartamento sull’Île Saint-Louis diventa progressivamente soffocante, claustrofobico, una scatola in cui le tensioni si accumulano senza via di sfogo. Ogni dettaglio — un bicchiere lasciato sul tavolo, una porta chiusa, un orario dei pasti — assume un peso specifico enorme. Simenon era maestro in questo: trasformare il quotidiano in campo di battaglia, fare della routine domestica una forma di guerra. E la vecchia del titolo — con la sua ostinazione, la sua storia di resistenza fisica e morale, la sua presenza ingombrante e al tempo stesso enigmatica — è uno dei personaggi più memorabili che abbia mai creato. C’è anche, implicita, una riflessione sul modo in cui due generazioni di donne ai margini delle convenzioni si riconoscono e al tempo stesso si temono. Sophie salta dagli aerei e guida automobili da corsa; la nonna si barricava in una casa senza acqua né luce pur di non cedere. Entrambe hanno fatto della propria indipendenza una questione di sopravvivenza. Eppure questa somiglianza profonda non produce armonia: produce attrito, rispecchiamento distorto, guerra silenziosa. Simenon non scioglie questa contraddizione. La porta alle sue estreme conseguenze, in un crescendo che sfocia, inevitabilmente, nella violenza. Paul Morand, dopo aver letto il manoscritto, scrisse a Simenon: «Lei non ha mai scritto niente di simile. Magnifico!». Non era piaggeria: La vecchia ha davvero qualcosa di diverso rispetto al resto della produzione dell’autore belga. È più compresso, più feroce, più femminile nel senso migliore del termine — tutto costruito sulle dinamiche relazionali tra donne che si studiano, si sfidano, si feriscono in modi che gli uomini della storia non riescono nemmeno a percepire. L’edizione Adelphi, come di consueto, è impeccabile: la traduzione di Simona Mambrini, restituisce il ritmo sincopato dell’originale senza cedere alla tentazione di addolcire gli spigoli. Il volume si inserisce nel lungo e meritorio lavoro di recupero dell’opera «dura» di Simenon che l’editore porta avanti da decenni, restituendo al pubblico italiano un autore che troppo spesso viene ridotto al solo Maigret. La vecchia è un romanzo breve — Simenon non scriveva mattoni — ma la sua brevità è ingannevole. Si legge in poche ore e si porta addosso per giorni. Come un disagio che non riesci a localizzare: una storia senza consolazioni, senza redenzioni, senza la minima concessione al sentimentale. Simenon al suo meglio: letteratura nel senso più alto del termine, quella che non consola, ma che illumina.   L'articolo Georges Simenon / Simenon non scriveva mattoni proviene da Pulp Magazine.
April 6, 2026
Pulp Magazine
Georges Simenon / Simenon non scriveva mattoni
C’è un particolare tipo di violenza che non fa rumore, che non lascia lividi visibili, che si consuma nel silenzio di una casa borghese tra odori di minestra riscaldata e il ticchettio di un orologio da parete. È la violenza dell’indifferenza, della vecchiaia ignorata, dell’amore che si è trasformato – per lenta erosione – in sopportazione. Georges Simenon la conosce bene, e in La vecchia (pubblicato in Francia nel 1945 con il titolo La vieille) la mette in scena con quella precisione chirurgica che è il marchio della sua prosa migliore. Al centro del romanzo c’è Élise, la “vecchia” del titolo — definizione brutale, quasi anatomica, che Simenon usa senza pietà e senza ironia, come si etichetta un referto. Élise è la madre anziana che torna a vivere con il figlio adulto, Xavier, e con la nuora Mathilde, in una casa piccolo-borghese di provincia. Non accade nulla di straordinario: nessun delitto, nessun segreto melodrammatico, nessun colpo di scena. Eppure La vecchia è uno dei romanzi più disturbanti che Simenon abbia mai scritto, proprio perché il dramma che racconta è quello di ogni giorno, riconoscibile, domestico, insostenibile nella sua normalità. Simenon costruisce la sua storia con lo stesso metodo che usa nei romans durs – i romanzi “duri”, non polizieschi, quelli in cui abbandona Maigret e si avventura nell’oscurità della psicologia ordinaria. Lo spazio è ristretto: la casa, la cucina, il piccolo giardino. Il tempo è ciclico e soffocante: i pasti, i silenzi, i gesti abitudinari. I personaggi sono pochi e ben delimitati, ognuno prigioniero di sé stesso. Xavier è un uomo mediocre che ha costruito una vita mediocre e che vede nell’arrivo della madre una minaccia all’equilibrio faticosamente raggiunto. Mathilde è la nuora che sopporta, sorride, e nel sorriso nasconde un rancore che Simenon svela a piccole dosi, con la precisione di un entomologo. Ed Élise – la vecchia – è al tempo stesso vittima e carnefice inconsapevole: la sua sola presenza, il suo occupare spazio fisico e emotivo, il suo essere ancora viva quando sarebbe più comodo che non lo fosse, è sufficiente a far precipitare tutto. Quello che colpisce di questo romanzo è la capacità di Simenon di abitare simultaneamente i punti di vista senza giudicare nessuno. Non c’è il cattivo e il buono. Xavier non è un mostro: è un uomo stanco, limitato, che non sa come amare sua madre e che ha paura di ammetterlo. Mathilde non è una malvagia: è una donna che difende il suo territorio con le uniche armi che la sua condizione le consente. Ed Élise non è una santa martire: è una donna con i suoi difetti, le sue manie, il suo modo di occupare l’esistenza altrui senza rendersene del tutto conto. Simenon guarda ai suoi personaggi come guarda la pioggia fuori dalla finestra – senza moralizzare, senza assolvere, senza condannare. Semplicemente registra. La prosa è quella caratteristica dell’autore belga nella sua fase più matura: asciutta, diretta, quasi telegrafica, eppure capace di una densità atmosferica straordinaria. Ogni frase porta il peso di ciò che non viene detto. I dialoghi sono brevi e obliqui, carichi di sottotesti. Le descrizioni degli ambienti – la cucina, il letto della vecchia, la finestra da cui guarda il mondo che non le appartiene più – diventano paesaggi interiori, mappe di uno stato d’animo. Simenon era convinto che la letteratura dovesse cogliere “l’uomo nudo”, spogliato delle sue difese sociali e delle sue narrazioni consolatorie, e in La vecchia questo progetto raggiunge una delle sue realizzazioni più compiute. C’è anche una riflessione, implicita ma potente, sul modo in cui la società borghese gestisce – o meglio, rimuove – la vecchiaia. Élise è scomoda non perché faccia qualcosa di sbagliato, ma perché ricorda a tutti la destinazione finale, l’inevitabilità del declino. La sua presenza è uno specchio che nessuno vuole guardare. E così viene marginalizzata, non con atti eclatanti, ma con piccoli gesti quotidiani: il posto a tavola, la camera assegnata, l’orario dei pasti, la televisione tenuta bassa. La violenza del dettaglio, sempre. L’edizione, come di consueto, è impeccabile: la traduzione di Simona Mambrini, restituisce il ritmo sincopato dell’originale senza cedere alla tentazione di addolcire gli spigoli. Il volume si inserisce nel lungo e meritorio lavoro di recupero dell’opera “dura” di Simenon che Adelphi porta avanti da decenni, restituendo al pubblico italiano un autore che troppo spesso viene ridotto al solo Maigret. La vecchia è un romanzo breve – Simenon non scriveva mattoni – ma la sua brevità è ingannevole. Si legge in poche ore e si porta addosso per giorni. Come un disagio che non riesci a localizzare, come il ricordo di qualcosa che non sei sicuro di aver fatto o di aver lasciato incompiuto. È letteratura nel senso più alto del termine: quella che non consola, ma che illumina.     L'articolo Georges Simenon / Simenon non scriveva mattoni proviene da Pulp Magazine.
April 1, 2026
Pulp Magazine