Convivere con l’inflazione

Jacobin Italia - Monday, March 23, 2026

Correva l’anno 1960 e l’economista italiano Piero Sraffa, nella sua opera più importante dal titolo Produzione di merci a mezzo di merci, definiva basic good, o beni di base, alcuni beni presenti un po’ ovunque nelle nostre vite. Si tratta di cose che consumiamo direttamente e che sono parte integrante di quasi tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Alcuni di questi beni, come l’acqua dolce, siamo abituati a pensarli come quasi gratuiti e abbondanti. Altri, come il petrolio, il gas naturale e i loro derivati, li associamo a una maggiore scarsità e a un prezzo. 

Non serve guardare molto lontano per trovare un esempio di ciò che Sraffa intendeva dire. Basta partire dalle mani che reggono lo schermo su cui questo articolo viene letto, o che toccano i tasti con cui viene scritto. La tastiera di un computer è fatta di plastica, prodotta a partire dal petrolio mediante processi industriali che richiedono acqua dolce. L’energia che consente al lettore di leggere queste lettere sullo schermo è ottenuta almeno in parte dal gas naturale e dal vapore (acqueo). Il computer su cui viene scritto questo articolo è pieno di minerali di vario genere (tra cui spicca, in percentuale, l’alluminio). Molti degli occhiali attraverso cui queste righe vengono lette hanno montature prodotte utilizzando l’alluminio, la plastica e l’acqua dolce. Le lenti a contatto sono prodotte a partire da plastiche di vario genere. Come è facile intuire, fluttuazioni anomale nel livello dei prezzi di questi beni sono eventi molto gravi, che possono avere effetti destabilizzanti a livello economico e sociale. 

Nel momento in cui queste righe vengono scritte, ci troviamo all’inizio di un nuovo shock per i prezzi di un vasto numero di beni di base. La guerra scatenata dagli Stati uniti e da Israele contro l’Iran è arrivata alla quarta settimana. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso, il che significa che lì sono ora intrappolati circa il 20% della produzione globale di petrolio, oltre il 20% della produzione globale di gas naturale liquefatto (Gnl), il 7% di quella di urea (componente essenziale dei fertilizzanti) e il 7% circa di quella di alluminio, il 20% di quella di elio e molti altri prodotti essenziali per l’industria. Allo stesso tempo, il settore petrolifero dell’Iran, che conta per circa il 4-5% della produzione mondiale, è stato pesantemente bombardato dall’aviazione israeliana. La durata e i fini di questa guerra non sono chiari, i civili morti si contano già nelle migliaia, e gli sviluppi futuri del conflitto paiono incerti e ondeggianti. Il prezzo del petrolio ha superato i 110 dollari al barile, quello del Gnl è raddoppiato da 32€/Mwh a oltre 60€/Mwh, il prezzo dell’alluminio è aumentato del 20%, quello dell’urea del 30% circa. Più a lungo durerà la destabilizzazione dei mercati internazionali, più saranno profondi gli impatti sull’economia globale. Nei paesi ricchi tutto ciò potrebbe tradursi in un nuovo esteso shock inflazionistico. Per i paesi poveri, soprattutto quelli del Sud-est asiatico, invece, il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe essere catastrofico. 

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Ma come funziona la propagazione di uno shock sui prezzi di beni di base come il petrolio, il gas o l’alluminio? Prendiamo come esempio proprio il caso che stiamo vivendo. I problemi, ovviamente, iniziano a monte, quando la produzione o il commercio di gas naturale, di petrolio e di derivati viene destabilizzata. Di questo fatto ne approfittano spesso i mercati finanziari, dove meccanismi speculativi amplificano la portata dello shock sui prezzi. Dal punto di vista di un normale cittadino, la prima cosa che si sperimenta è un aumento del costo dei beni di base consumati direttamente: aumenta il prezzo della benzina, del diesel e del gas utilizzato in casa. A causa di scelte politiche, poi, il prezzo dell’energia elettrica dipende da quello del gas naturale, per cui lo shock si espande in modo speculare sul mercato dell’elettricità. In brevissimo tempo, quindi, aumenta il costo di ciò a cui una famiglia con reddito mediano dedica già circa il 20% delle sue spese. Allo stesso tempo, anche i prezzi di tutti i beni che vengono prodotti utilizzando derivati fossili subiscono un rincaro. Più petrolio e gas sono contenuti in un bene, più il suo prezzo aumenterà. Questa categoria include un po’ di tutto, dal fertilizzante, alla plastica, ai prodotti dell’industria chimica. L’effetto, poi, si propaga come un’onda d’urto lungo le altre catene produttive dell’economia: tutto ciò che viene prodotto utilizzando i beni sopra menzionati subisce a sua volta un rincaro. La lista include quasi tutti i prodotti alimentari e i beni di consumo finali. L’ondata inflattiva, infine, tocca anche il settore dei servizi, che non utilizzano i combustibili fossili se non come fonte energetica. Così, quasi ogni settore dell’economia subisce rincari. Chiaramente, dagli shock inflattivi c’è anche chi ci guadagna. Ci guadagnano le imprese energetiche che non subiscono un aumento nei propri costi di produzione, ma che possono vendere i propri prodotti a prezzi molto più alti. Ci guadagnano certi settori dell’economia dominati da oligopoli di poche grandi aziende, che possono aumentare il prezzo più dell’aumento dei costi subiti. Ci guadagna l’1% più ricco, il cui patrimonio è solitamente investito in azionariato di molte di queste aziende «vincitrici», anche se bisogna dire che l’inflazione tende a svalutare le grandi fortune in termini reali. Infine, tendono a guadagnarci quasi tutti i debitori (ad esempio lo Stato o chi ha mutui a tasso fisso) e a perderci molti creditori. Chi soffre di più nell’immediato sono le persone più povere di ogni paese e i paesi più poveri a livello globale. All’interno dei singoli paesi, a seconda del potere strutturale delle classi lavoratrici e degli sforzi che possono essere profusi dai governi per difendere il potere d’acquisto salariale, il costo dello shock può essere più equamente assorbito da lavoratori e imprese. I salari, specialmente quelli più bassi, possono essere adeguati al costo dell’inflazione. I governi possono contenere la portata di meccanismi speculativi, oltre che l’ampiezza delle fluttuazioni nei livelli dei prezzi, con interventi di vario genere. Possono anche innescarsi spirali in cui da un lato i salari vengono alzati per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori ,ma dall’altro gli imprenditori rispondono innalzando nuovamente i prezzi. 

Un esempio piuttosto traumatico di tutto ciò si è vissuto nel 1973, allo scoppio della Guerra dello Yom Kippur, quando gli stati arabi attuarono un embargo (di sei mesi) nei confronti dei paesi che supportavano lo stato di Israele. In Europa e negli Stati uniti il risultato fu una fiammata inflattiva che diede inizio a un decennio di inflazione (e stagnazione economica). Lo shock inflattivo si intrecciò con una situazione economica che presentava già delle fragilità, e il tasso di crescita delle economie diminuì. Le classi lavoratrici, che allora potevano vantare un’organizzazione sindacale importante, lottarono per difendere il proprio potere d’acquisto, ottenendo spesso aumenti salariali. Le classi imprenditoriali, a loro volta, si adoperarono per difendere i propri profitti, aumentando i prezzi dei beni che vendevano e innescando così un nuovo ciclo di rincari. Il ciclo si ripeté dando vita a una spirale, che si interruppe definitivamente a partire dalla fine degli anni Settanta, quando il combinato disposto di un assalto al potere sindacale, di politiche di austerità, dell’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e dell’inizio della globalizzazione contribuì a stabilizzare la situazione a svantaggio delle classi lavoratrici. 

Oggi differenti dinamiche di potere tra le classi sociali (le classi lavoratrici sono ovunque molto più deboli) rendono questo genere di spirali prezzi salari molto poco probabile. Lo si è visto durante lo shock inflazionistico del 2022, che iniziò mentre il sistema economico internazionale si stava riaprendo al termine della Pandemia. La ripresa di una vita normale in molti paesi, infatti, riattivò la domanda globale di beni. Le catene logistiche che normalmente avrebbero soddisfatto questa domanda erano però state ridimensionate dai lockdown. La conseguenza di tutto ciò fu che si vennero a creare dei colli di bottiglia all’interno di molte catene globali di approvvigionamento: beni destinati agli Stati uniti erano bloccati in Europa, beni destinati all’Europa erano bloccati in Cina. I prezzi dei container salirono vertiginosamente e lo shock si propagò come un’onda inarrestabile al resto dei settori economici. A questo stress si aggiunse poi uno shock energetico determinato dall’invasione russa dell’Ucraina. Come già detto, però, il risvolto di questa crisi fu fondamentalmente diverso da quanto avvenuto cinquant’anni prima. La debolezza delle classi lavoratrici e dei sindacati occidentali, infatti, fece sì che furono queste ultime a assorbire la maggior parte dei costi, mentre le classi imprenditoriali riuscirono a difendere i propri tassi di profitto. I governi di molti paesi fecero poco per adeguare i salari all’inflazione, e le banche centrali alzarono vertiginosamente i tassi di interesse (rendendo  così l’accesso al credito più costoso) nel tentativo di deprimere le economie, diminuire la domanda e «raffreddare» così l’inflazione. 

La storia, dunque, ci insegna che le conseguenze di questo genere di shock possono essere significative. Per i paesi ricchi (soprattutto quelli dell’Europa e dell’Asia) il rischio è quello di un aumento generalizzato dei prezzi. Paesi più poveri come il Pakistan o il Bangladesh, invece, rischiano di ritrovarsi senza gas, petrolio e fertilizzanti. In assenza di circa il 20% dell’offerta globale di combustibili fossili, si creerà una sorta di asta globale al rialzo per assicurarsi le forniture di gas e petrolio. I paesi ricchi si troveranno costretti a offrire prezzi elevatissimi per assicurarsi di non rimanere a secco, e i paesi poveri resteranno esclusi dal mercato. 

Per la seconda volta in cinque anni, dunque, ci troviamo di fronte a una crisi globale, ed è opportuno cercare di guardare a questa nuova emergenza con una prospettiva storica. Ciò che stiamo vivendo è un avvenimento isolato o è invece un evento che potrebbe caratterizzare gli anni a venire? 

Quest’ultima guerra è l’ottava scoppiata negli ultimi quattro anni. Nel 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina, nel 2023 hanno avuto inizio la Seconda guerra tra Azerbaijan e l’Armenia, la Guerra civile del Sudan, la Guerra tra Israele e Hamas, poi degenerata in genocidio, e la Guerra tra Israele e Hezbollah. Nel 2024 Israele ha invaso e bombardato la Siria dopo la caduta del Regime di Assad. Nel 2025 Israele e gli Stati uniti hanno attaccato l’Iran, il Sud-est asiatico ha visto una breve guerra tra Thailandia e Cambogia e uno scontro piuttosto esteso tra India e Pakistan. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno anche rapito e arrestato il Presidente del Venezuela, nonché imposto un embargo energetico a Cuba. Inoltre, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, sono stati schierati dei militari europei per dissuadere gli Stati Uniti da un tentativo di annessione della Groenlandia. Infine, oltre alla Guerra in Iran, sta avvenendo anche uno scontro esteso tra il Pakistan e l’Afghanistan. 

L’insieme di queste crisi non può che avere conseguenze molto rilevanti per l’economia globale. La destabilizzazione dell’equilibrio geopolitico si somma a quella del sistema climatico e, internamente a molti paesi, della pace sociale. Una delle conseguenze  più rilevanti di questo stress sui sistemi economici è la persistenza di tassi più elevati di inflazione. D’altronde, istituzioni come la Banca centrale europea (Bce) e la Banca d’Inghilterra sono abbastanza consapevoli di questo nuovo stato delle cose. Già nel 2022, Isabel Schabel, membro del Consiglio Direttivo della Bce, sosteneva in un noto discorso che il mondo stava entrando in una nuova era di greenflation, fossilflation e climateflation. L’inflazione, dunque, è qui per restare. La vedremo finché persistono tensioni internazionali e guerre. La vedremo perché abbiamo progettato mercati energetici e finanziari in modo tale da amplificare invece che minimizzare la portata di episodi come quello di queste settimane. La vedremo perché stiamo destabilizzando il delicato equilibrio del nostro sistema climatico, che con sempre maggior frequenza conosce catastrofi naturali ed episodi di scarsità di beni di base come l’acqua e prodotti agricoli.

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L’inflazione uccide il governo

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Se livelli più alti di inflazione sono parte del nostro presente e, verosimilmente, saranno parte del nostro futuro, è necessario per noi economisti chiederci cosa sia possibile fare per riuscire a conviverci. Non è vero, infatti, che siamo senza mezzi. Dobbiamo però completamente cambiare il paradigma con cui almeno da quarant’anni siamo abituati a gestire questo fenomeno. Fino a oggi, infatti, la questione è stata di fatto delegata alle banche centrali. Gli shock inflazionistici si affrontano alzando i tassi d’interesse, che aumentano il costo dell’accesso al credito per famiglie e imprese. Se le imprese fanno meno prestiti per attivare investimenti e le famiglie fanno meno mutui per comprare casa, l’economia rallenta. Un’economia più lenta spinge commercianti e imprenditori ad abbassare i prezzi e a far scendere così l’inflazione. I governi, al limite, si mobilitano per fornire trasferimenti fiscali ai più poveri, in modo da aiutarli a sopravvivere all’effetto combinato del carovita e del rallentamento economico imposto dalle banche centrali. 

Come è facile intuire, questi mezzi sono del tutto inadeguati a gestire i problemi del presente perché non fanno nulla per affrontare le cause dell’inflazione alla radice. Alti tassi d’interesse possono deprimere economie che allo stato attuale sono già stagnanti, mentre i trasferimenti fiscali (come sussidi per il pagamento delle bollette) spesso sono un incentivo per non abbassare i prezzi dell’energia. 

Ciò che serve è un approccio che affronti il problema alla radice. Esperienze derivate proprio dal vissuto degli anni Settanta e da quello degli ultimi anni suggeriscono alcuni piani di azione. Per gli shock di breve termine è necessario creare scorte strategiche di alcuni beni di base particolarmente rilevanti e vulnerabili (come ha iniziato a fare la Cina), in modo non diverso da come si fa tutt’ora con i combustibili fossili e con le munizioni per le forze armate. Strumenti come le tasse sugli extra-profitti e leggi per controllare i rincari (che esistono in paesi come la Svizzera) possono contenere l’ampiezza delle fluttuazioni dei prezzi. Sempre per limitare gli shock di breve termine, va de-privatizzato il mercato retail dell’energia. Un primo passo in tal senso dev’essere la reintroduzione di strumenti come l’acquirente unico (recentemente eliminato in Italia), che acquistava grandi quantità di energia elettrica tramite contratti di lungo termine (e quindi meno propensi a fluttuazioni dei prezzi) senza trarre profitto dalla vendita della stessa. Per garantire maggior stabilità nel lungo periodo, invece, sarebbe necessario un intervento strutturale sui modi in cui viene prodotta e distribuita l’energia. Il prezzo finale dell’elettricità deve essere scollegato da quello del gas naturale. Le aziende che gestiscono le reti elettriche nazionali (trasmissione e distribuzione) sono dei monopoli ed estraggono profitti più o meno pari a quelli di aziende come Meta, Ferrari e Lamborghini. Esse vanno rinazionalizzate e rimesse al servizio della collettività. 

Sul lato della produzione di energia elettrica può essere adottato un approccio misto: un produttore pubblico di energia non-fossile e un’alta penetrazione di comunità energetiche sarebbero molto utili per ridurre il prezzo dell’energia e per cumulare i vantaggi di investimenti in energie rinnovabili. La sistematica sostituzione, per quanto possibile, di idrocarburi fossili nei processi produttivi avrebbe il vantaggio di isolare e proteggere un sistema industriale dall’effetto di shock energetici, oltre che ridurre le emissioni e lo spreco. Discorsi simili possono essere fatti per le catene di approvvigionamento alimentare. Ridurre la finanziarizzazione e le caratteristiche oligopolistiche di molti dei mercati intermediari di prodotti alimentari, puntare a una base produttiva locale e pianificare per un futuro in cui il clima renderà certe colture più difficili è essenziale per assicurarsi che il cibo possa rimanere accessibile a tutti. Infine, è necessario reagire agli shock inflattivi sul lato salariale. Negli ultimi anni gli esempi della Spagna, che ha implementato una politica aggressiva di aumento del salario minimo negli anni dei Governi Sanchez, e del Belgio, che non ha mai abolito la «scala mobile» (ovvero l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), dimostrano come sia possibile difendere i salari anche in situazioni di alta inflazione. 

L’adozione di queste politiche, potrebbe schermarci in parte dalla tempesta che stiamo attraversando. Ciò nonostante, non si può non riflettere sul fatto che le crisi del nostro tempo ci stanno rimettendo in contatto, almeno in Occidente, con un concetto, o una realtà, con cui pensavamo di non dover fare più i conti, ovvero la scarsità. 

A ben vedere, infatti, l’inflazione di cui parla questo articolo non è che un risvolto della scarsità di beni, di servizi ecosistemici (l’acqua) e dell’instabilità globale. Queste due condizioni sono state parte dell’esperienza umana per millenni. Se però un tempo scarsità e instabilità erano sinonimo di catastrofe, oggi disponiamo di mezzi tecnici e organizzativi che possono scongiurare che lo sia nuovamente. Sarà necessaria, tuttavia, una gestione equa e intelligente di ciò che abbiamo. I tempi futuri, in un modo o nell’altro, ci riporteranno coi piedi per terra. La scarsità ci imporrà, collettivamente, di prendere decisioni più coraggiose su questioni come l’equità e la distribuzione di ciò che produciamo, ma anche sul nostro rapporto con i limiti di ciò che il nostro pianeta può offrire. Convivere con l’inflazione vuol dire convivere con i nostri limiti. Farlo è possibile e necessario, ma richiederà un cambio di paradigma e scelte coraggiose. 

*Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità economica e cambiamento climatico.

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