Teoria e critica politica del sorteggio

Jacobin Italia - Wednesday, March 18, 2026

Le democrazie sono continuamente alla ricerca di un equilibrio tra conflitti da un lato e intese dall’altro. Questo equilibrio, che regola la vita democratica, è fondamentale, a maggior ragione, nei percorsi di riforma che toccano gli aspetti cruciali delle nostre istituzioni. Tra questi, le questioni costituzionali che andrebbero affrontate attraverso percorsi condivisi in cui il disaccordo viene gestito in maniera costruttiva. 

Una riforma imposta

Nel caso della riforma della magistratura in Italia questa strada non è stata ritenuta praticabile e la logica della contrapposizione ha prevalso su quella della collaborazione. Un organo dello Stato, il governo, cerca di imporsi su un altro, la magistratura, prescrivendone la riforma. Non avendo i numeri per farlo in parlamento, il governo persegue la strada del referendum. La campagna referendaria però tende inevitabilmente a trasformare una questione di design istituzionale in uno scontro di legittimazioni reciproche, dove si chiede all’elettorato di prendere le parti del governo o della magistratura. O meglio, di schierarsi, contro uno o l’altro attore. 

Perseguendo la logica della polarizzazione viene così sminuito il fatto che, con tutti i loro limiti, non uno solo, ma entrambi gli organi dello Stato sono necessari ai cittadini per vivere in una democrazia. Questa dinamica inoltre palesa un’incapacità di dialogare e trovare un compromesso. Assente in questa fase, è auspicabile che il dialogo efficace tra istituzioni, cruciale per governare democraticamente, torni al più presto. 

Quindi il sorteggio previsto per i nuovi Csm – che di per sé non ha alcun legame diretto con la maniera in cui si emettono  sentenze – si inserisce non solo all’interno di una riforma più ampia, ma di una ridefinizione unilaterale della maniera di organizzarsi della magistratura. Non essendoci condivisione la riforma viene percepita come un’imposizione e il sorteggio come una vera e propria umiliazione. 

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Il sorteggio e come (non) usarlo 

Fatta questa premessa è necessario spendere qualche parola su cosa sia il sorteggio. Il sorteggio è ovunque attorno a noi: give away sui social, lotteria Italia, gironi dei mondiali, verifiche dei requisiti negli appalti, giurie popolari nei procedimenti legali. A noi però del sorteggio interessa un uso specifico e meno riconosciuto. Ossia il sorteggio quale modalità di selezione di individui che appartengono a un gruppo al fine di rappresentarlo in sedi istituzionali. Per capirci, il fatto che delle persone chiamate a rappresentarne altre vengano estratti a sorte anziché scelte. 

L’uso politico del sorteggio, seppur non molto conosciuto, è connesso alla democrazia sin dai tempi di Atene antica ed è oggi associato a numerosi tentativi di innovare le istituzioni democratiche, per esempio, con le assemblee, le giurie e i parlamenti dei cittadini e delle cittadine. Ci sono diverse altre modalità di selezione impiegate in politica, come: l’acclamazione (si pensi ad Angelino Alfano così divenuto segretario del Pdl di Berlusconi), la nomina (per i vertici delle partecipate e delle autorità di vigilanza), e ovviamente le elezioni. Ognuno di questi metodi ha alcuni pregi e limiti, che dipendono molto dal contesto e dalla modalità in cui si usano. Per utilizzare il sorteggio affinché arricchisca la vita democratica, invece che svuotarla, si devono seguire alcune accortezze di base. 

Innanzitutto, il sorteggio andrebbe introdotto – non imposto – in aggiunta agli altri strumenti di rappresentanza, non in sostituzione. Il sorteggio ha diversi vantaggi, tra cui quello di facilitare la collaborazione e l’apprendimento di gruppo, e funziona efficacemente per esempio quando si mettono assieme cittadini estratti a sorte che per la prima volta si trovano a parlare e prendere decisioni su questioni politiche, come accade sempre più spesso in Europa

Il sorteggio però non agevola l’autorganizzazione. Per esempio, quando c’è un’elezione ci si organizza per vincerla. Con il sorteggio decide il caso e quindi organizzarsi serve poco, ma senza organizzazione viene meno sia la capacità di articolare e confrontare diverse visioni, sia la possibilità di far valere il proprio voto. Sembrerà strano ma lasciare alla sorte la scelta dei rappresentanti non è necessariamente negativo in democrazia. Promuove delle logiche di funzionamento diverse da quelle della competizione, cosa di cui la nostra società ha un disperato bisogno. Un conto però è dare questa possibilità, ad esempio, a cittadini che, oltre a eleggere i rappresentanti, vengono estratti a sorte per comporre degli spazi in cui spesso per la prima volta possono riflettere e decidere assieme su questioni politiche. Altro invece è sostituire le elezioni con il sorteggio come si propone con i magistrati. Per il governo questo processo garantisce maggiore indipendenza. In realtà si disarticola la capacità di organizzarsi senza sostituirla con un’alternativa. Ciò rende i magistrati meno capaci di tutelare la propria autonomia e più dipendenti dalla politica. Il problema è lampante se consideriamo che nei nuovi Consigli superiori della magistratura (e nella prevista Alta Corte Disciplinare) i componenti che rappresentano il parlamento (un terzo del totale) verrebbero estratti a sorte da una lista fatta di laici eletti, loro sì. Nella stessa assemblea che dovrebbe garantire autonomia e indipendenza dei magistrati, i politici sceglierebbero chi potrà essere estratto a sorte, i magistrati no. Nel tentativo di «depoliticizzare» si «superpoliticizza» l’amministrazione della giustizia. 

In secondo luogo, connesso a quanto detto sopra, quando si usa il sorteggio lo si fa in parallelo all’introduzione di misure di formazione e spazi di discussione. Nelle giurie cittadine, ad esempio, vengono estratti a sorte i cittadini che in spazi partecipativi innovativi e protetti vengono formati per adempiere ai compiti che li attendono (ad esempio, redigere un testo legale dopo un confronto informato). Mentre ciò è perfettamente comprensibile per cittadini che nella vita fanno altro, sembra «blasfemo» voler formare magistrati sul come si deliberi e scriva un testo legale. Anche in questo caso il sorteggio non democratizza alcunché, disarticola la rappresentanza e non si affiancano a esso strumenti che garantiscano una migliore qualità della deliberazione. 

In terzo luogo, il sorteggio si usa fondamentalmente per rappresentare le diversità e includere quanti di solito sono ai margini della vita politica. Per questo motivo quando si utilizza il sorteggio nelle nuove forme di partecipazione democratica, come ad esempio nelle assemblee cittadine, lo si fa con criteri che «stratificano» il sorteggio. L’idea è avere un campione di estratti a sorte che somigli all’universo di riferimento. Nelle assemblee cittadine, ad esempio, in genere si estraggono il 50 per cento di uomini e di donne (tutelando quindi la parità di genere), persone con diversi livelli di educazione scolastica o di reddito (dando quindi la possibilità di partecipare a chi di solito lo fa meno) e diversa provenienza geografica (per evitare di rappresentare solo alcune aree). Nel caso in questione verosimilmente l’intento non è rappresentare la diversità e infatti ciò non c’è proprio (l’eccezione è che il sorteggio si restringe ai magistrati più anziani per l’Alta Corte Disciplinare, quindi in maniera da escludere i giovani). In generale, utilizzare il sorteggio per un gruppo di persone tendenzialmente omogenee (quantomeno dal punto di vista educativo e di distribuzione sul territorio come i magistrati) è piuttosto singolare. Infatti, lo si usa di solito quando l’universo di riferimento è una città, una regione o un intero paese, non un organo dello Stato. Questa idea, che di democratico ha poco, non ha neanche granché di innovativo dato che, come notom il primo a proporre l’uso del sorteggio per gli organi della magistratura fu il capo del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante nel 1971. Ovviamente la proposta, che oltre 30 anni dopo è al centro del dibattito politico, non ricevette alcuna attenzione.

Per concludere, giungiamo alla tesi secondo cui il sorteggio contrasta le correnti e premia il merito, ossia il cuore della proposta di riforma che ha come intento fondamentale quello di neutralizzare le logiche interne del Csm. La questione è legittima, le istituzioni, tra queste la magistratura, sono tutt’altro che impeccabili. Come discusso però, il cambiamento proposto avviene al costo di sacrificare la capacità di darsi una rappresentanza organizzata. O meglio, il passaggio dall’elezione al sorteggio sposta l’attenzione dall’organizzazione della rappresentanza alla neutralizzazione delle reti, facendo venire meno la costruzione di visioni programmatiche e la responsabilizzazione interna. Mentre i magistrati sorteggiati non dovrebbero rispondere agli altri magistrati, l’influenza della politica non viene toccata: una situazione che difficilmente giova all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. La politicizzazione non si riduce, si squilibra a favore dei politici. Il sorteggio prospetta non una magistratura meno esposta alla politicizzazione ma più assoggettata a chi detiene il potere politico. 

Riguardo alla questione del merito invece, come visto, non c’è alcun dispositivo che metta i magistrati in condizione di fare un lavoro migliore nei nuovi Csm estratti a sorte. Ovviamente non c’è neanche alcun legame tra il «merito» di una persona e l’essere sorteggiato. Detto ciò, anche se non si può escludere che il merito abbia un ruolo nella scelta dei rappresentanti che si candidano e che si votano, le elezioni possono certamente premiare l’appartenenza anziché il merito. Questo però si applica a ogni tipo di elezione, a partire da quella dei nostri rappresentanti in parlamento. Anzi, è verosimile che ci siano più dubbi sui meriti dei politici che su quello dei magistrati, che comunque sono soggetti a una selezione pubblica incredibilmente stringente. Il punto è che il sorteggio non deve sostituirsi all’elezione senza per di più prevedere alcuno spazio di valorizzazione delle logiche cooperative che introduce. Il sorteggio così proposto è un’anomalia, non appropriata né nei confronti della magistratura né di qualsiasi altro gruppo che provi a darsi una rappresentanza democratica istituzionale. 

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Il sorteggio come strumento democratico 

Esempi di impiego democratico del sorteggio ce ne sono molti in Europa: le camere dei cittadini che affiancano quelle elettive, a Parigi o Bruxelles, le assemblee cittadine su temi ostici quali il clima, il benessere delle future generazioni. Il sorteggio si usa anche per creare spazi di dibattito pre-referendario. Un gruppo di cittadini estratto a sorte è chiamato a lavorare assieme per diversi giorni per informarsi, riflettere ed esprimersi nel merito di un referendum. Le loro valutazioni vengono poi condivise con il resto della cittadinanza. Ovviamente per il Referendum sulla magistratura (o qualsiasi altro referendum in Italia) questa possibilità nemmeno si è mai considerata, non sia mai che i comitati referendari perdano il controllo della narrazione. Più in generale in Italia né il governo attuale né quelli che l’hanno preceduto hanno mai mostrato interesse a tali innovazioni democratiche. Non mi riferisco tanto al fatto che, ad esempio, a livello nazionale, siamo praticamente l’unico paese dell’Europa occidentale a non avere sperimentato nemmeno una semplice assemblea cittadina. Rifletto sul fatto che la classe politica e la cultura politica dominante, che tendenzialmente ignorano o avversano l’innovazione democratica, si accorgono del sorteggio solo per usarlo senza alcun legame con la democratizzazione. 

Ci si potrebbe chiedere però: se il sorteggio piace tanto, perché i politici non lo sperimentano a partire da loro stessi? Certo, creare spazi di vita politica popolati da cittadini estratti a sorte, a fianco di quelli eletti, comporterebbe una redistribuzione di potere verso i cittadini e questo sarebbe un problema per chi il potere politico se lo tiene ben saldo. Eppure gli organi elettivi non brillano per capacità di rappresentanza a giudicare dai livelli di astensionismo, e non è detto che si riesca a lungo a esercitare il potere infischiandosene beatamente di questo aspetto elementare. 

Introdurre delle camere dei cittadini estratti a sorte, ad esempio, farebbe tre cose democraticamente sensate che l’utilizzo del sorteggio nella riforma della magistratura non fa. Aggiungerebbe una nuova forma di rappresentanza, quella per sorteggio, che a oggi è preclusa alla cittadinanza. Aumenterebbe la diversità all’interno delle nostre istituzioni. Queste sono a oggi popolate prevalentemente da maschi, laureati (in poche discipline molto specifiche) e/o persone con patrimoni consistenti. Si riproducono le diseguaglianze che già esistono in società, a esclusione di tutti gli altri, che pure qualcosa da dire lo avrebbero. Infine, aprire a forme di partecipazione innovativa offrirebbe la possibilità di sperimentare il confronto tra vedute diverse e la presa di decisioni da parte di cittadini ai quali, a oggi, ciò che viene offerto in abbondanza sono scontri calati dall’alto e tanta propaganda.

*Andrea Felicetti è docente di Scienza Politica all’Università di Padova. Si occupa di democrazia, innovazione e governance.

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