
50 anni di Repubblica, 150 di Corriere: il compleanno dei morti
Popoff Quotidiano - Wednesday, March 18, 2026Presente e futuro di un giornalismo che non c’è più
Cinquant’anni sono una bella età, figurarsi 150. Centocinquanta sono gli anni del Corrierone sulla breccia, un terzo quelli di Repubblica. Un bell’anniversario, duplice e tondo, che nelle due città di riferimento vede una panoplìa d’eventi festeggiare degnamente le due maggiori testate nazionali. A Milano s’è scomodata la Scala per le celebrazioni di rito, a Roma una bella mostra al Mattatojo rievoca gli anni del giornale fondato e retto da Scalfari per un ventennio. Fatto più unico che raro nel panorama giornalistico, non solo italiano. A rivederla, la prima pagina di quest’ultima, colonne piombate che manco la Pravda, viene un misto di mestizia e d’orrore. Eppure quella grafica, la formula del tabloid, al tempo era una novità non da poco. A rileggerli, quei titoli su Moro e Berlinguer, si ha un sorriso che sa di paresi. A passeggiarci, tra le cupe pannellature rossonere dell’ex scannatojo romano, in tema e in tinta col luogo, si è presi da una sorta d’angoscia per quel che è stato e più non è. Mai più sarà, nonostante i proclami di rito e di reviviscenza del panorama giornalistico (inter)nazionale. Ha un bel dire Luciano Fontana, attuale direttore del Corriere, che «solo chi utilizza il passato non come una vetrina ma come una leva per progettare il futuro ha lo sguardo giusto». Hanno un bel cantarsi la mezza messa i soloni della comunicazione. Anche gli occhi più foderati di prosciutto, come spesso accade per convenienza e autoinganno a quelli dei giornalisti d’ogni parrocchia, troppo occupati a guardarsi l’ombelico per vedere ciò che accade attorno a loro; anche gli orbi che volgono lo sguardo per non vedere ciò che è hanno sotto gli occhi, la dura realtà.

I dati Ads oggi, ma è già domani
I dati appena resi noti da Ads sulla diffusione dei quotidiani parlano chiaro, ma non abbastanza. Sono velati d’ottimismo, tarati come sono sull’oggi mentre è già domani. Stando ai numeri – vedi sopra – Repubblica è calata sotto le centomila copie di venduto, il Corriere veleggia poco sopra. Con le copie digitali si arriva un po’ più su, ma con quelle neanche puoi incartarci le verdure al mercato, per non parlare d’altri meno nobili scopi, per quel che valgono. Degli altri meglio non parlare, un tracollo continuo, un rosso esangue. Il fatto è uno e uno solo. Il giornalismo cartaceo è finito e l’altro, televisivo, radiofonico, online eccetera non se la passa niente bene. Tra qualche anno – tempo che schiattino gli ottuagenari e chiudano l’ultime edicole – i giornali saranno un ricordo. Neanche carta straccia. Pezzi da museo come le linotype. Sopravviveranno, forse, poche grandi testate e qualche prodotto di nicchia, per un pubblico specialistico, ma la loro funzione residuale, larvale, non potrà risollevarsi. Checché ne dicano i sedicenti esperti che puntano sulla deficienza artificiale per l’auspicata rinascita. Confondendo pii desideri per fatti – come al tempo della fola che la free press avrebbe guarito il malato terminale – e continuando così a gettare benzina sul rogo del morto. Colpa della tecnologia che fa strame d’ogni passato? Del fato? Colpa d’Alfredo? Colpa, o meglio responsabilità, di nessuno e di tutti quanti in questo mestiere hanno creduto e han vissuto.

Fogli e figli migliori
Quando nacque il Corriere, ai primi di marzo del 1876, con trentamila lire di tre soci meneghini, l’ideatore e fondatore, il napoletano Eugenio Torelli Viollier, scrisse nel suo primo editoriale: “Se c’è una cosa che abbiamo in odio è il giornale a tesi”. Quindi, spazio alla libertà di giudizio, nel momento del trapasso dalla destra alla sinistra storica. Vent’anni dopo il nuovo direttore, Domenico Oliva, lamentava che Bava Beccaris fosse stato troppo morbido a prendere a cannonate la folla provocando centinaia tra morti e feriti. Quando nacque Repubblica, nel gennaio 1976, il fondatore e ideatore Eugenio Scalfari (nato a Civitavecchia ma d’origini calabresi), scrisse: “Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere operato una scelta di campo”. Cioè di buttarsi a sinistra, togliendo spazio e idee ai progressisti in funzione antisovietica – come già vent’anni prima con l’Espresso – grazie anche al mancorrente e al placet d’oltre Oceano, decretando così la morte di un’altra gloria del giornalismo nostrano, Paese Sera. Erano gli anni dell’apertura al centrosinistra e della carta morotea che Scalfari, da ex deputato socialista, volle giocarsi. Tant’anni dopo, nel suo ultimo editoriale, “il morso velenoso del serpente russo” sulla guerra in Ucraina, il vecchio liberale non rinnegava le sue idee radicalmente antirusse. Il suo giornale, voce di libertà oggi in vendita, sarebbe divenuto organo ufficiale del Pud, il Partito unico dominante. Sempre in prima fila nello spacciare verità di comodo e conformismo di tendenza per obiettività di giudizio. Illeggibile, come (quasi) tutti. E se questi sono stati i fogli e i figli migliori, figurarsi gli altri, quelli che manco sanno quello che scrivono e per chi lo fanno.

L’età dell’oro è trapassata
Così, non ci si può lagnare più di tanto se sui muri appare da tempo una scritta: giornalista terrorista. Se nessuno che abbia meno di vent’anni (ma anche assai di più) abbia mai sfogliato un giornale e se a scuola ti guardano come un alieno se solo ci provi a raccontare com’è fatto. La sua funzione, ormai residuale e larvale, è stata fin dalla nascita quella d’indottrinare le masse più che d’informarle, secondo i desiderata dei gruppi di potere di riferimento e con rarissime eccezioni. Oggi che la loro età dell’oro – il secolo appena trascorso – è trapassata, sono roba buona per addetti ai lavori e anziani ai giardinetti. Quanto ai giovani, neanche quel che passa la rete o la tivù vedono, figurarsi un pezzo di carta straccia. Altro che insegnare loro a leggere con incredulità i giornali, come ammoniva Bertrand Russell. È già una scommessa fargli staccare l’occhi dal cellulare e il cervello dall’algoritmo che li devasta. Sia festa, dunque, per il doppio anniversario. È il compleanno dei morti.
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