Verso lo sciopero del 29 maggio: come opporci alla guerra esterna e a quella interna
Tra il 4 e il 5 maggio sono stati diffusi i comunicati delle lavoratrici e dei
lavoratori di Leonardo Caselle e Leonardo Torino, in sostegno alla Freedom
Flotilla e contro la guerra. In quei testi si parla anche dell’impoverimento che
l’economia di guerra produce sulla classe lavoratrice, anche qui, e si rilancia
lo sciopero come strumento di opposizione concreta alla produzione bellica,
rifiutando il ricatto tra “lavorare per la guerra” e perdere il proprio posto di
lavoro.
Già prima dei grandi scioperi del 22 settembre dello scorso anno, l’assemblea
palestina intercategoriale aveva iniziato a interrogarsi su come sostenere chi
sceglie di scioperare contro la guerra, costruendo relazioni e percorsi comuni
con lavoratrici e lavoratori del comparto bellico. Chi produce materialmente la
guerra ha il potere di smettere di farlo, se sostenut anche da chi è fuori da
quei luoghi di produzione.
Ne abbiamo parlato con un compagno del collettivo Colpo.
Ma la guerra non si combatte solo fuori dai confini nazionali. Si costruisce e
si organizza anche dentro i nostri territori. Economia di guerra significa anche
rafforzamento della repressione e del controllo sociale: decreto sicurezza dopo
decreto sicurezza. In questo quadro, la guerra interna passa anche attraverso la
costruzione di un “nemico interno”, utile a scaricare verso il basso le tensioni
sociali e a colpire chi viene considerato non conforme o sacrificabile. È una
dinamica che si manifesta nella violenza contro persone migranti e
razzializzate, nei quartieri, nei CPR, nelle carceri e nelle strade.
Dentro questo ragionamento si inserisce anche il percorso che guarda alla data
del 29 come a un passaggio importante: un tentativo di collegare l’opposizione
alla guerra “esterna”, alla complicità nel genocidio in Palestina e al sostegno
politico e militare garantito a Israele da USA e NATO, con l’opposizione alla
guerra interna e alla macchina del razzismo di stato.
Ragionare su come le pratiche e i percorsi costruiti contro la guerra esterna
possano essere estesi verso quei soggetti che rendono possibili
criminalizzazione, repressione e razzismo di stato; come mobilitarsi quindi
contro chi gestisce i dispositivi di detenzione, controllo e reclusione, dai CPR
alle aziende che ne traggono profitto, come Sanitalia.
Ne abbiamo parlato con un compagno dell’assemblea No CPR.
Prossimi appuntamenti:
29 maggio h8 concentramento in piazza Massaua
6 giugno h15 presidio sotto le mura del CPR di Corso Brunelleschi