
La riforma dell’ingiustizia
Popoff Quotidiano - Friday, March 20, 2026Sì & no. Le ragioni per non essere complici di certa politica al referendum sulla magistratura
Diciamolo subito: non mi sarei occupato del tema se un tal avvocato non mi ci avesse tirato per i capelli (che non ho). Non direttamente, ma propugnando le ragioni del sì. E siccome dell’amico in questione ho sincera stima e non dubito della sua integrità intellettuale, tantomeno morale, va da sé che mi tocca scrivere dell’imminente referendum sulla giustizia. Diciamolo prima: non ne avrei scritto per una semplice, duplice ragione. Perché reputo che una questione eminentemente tecnica come quella posta dal referendum del 22 e 23 marzo non si possa risolvere affidandosi alle ragioni del sì e del no ma piuttosto ai tecnici, appunto, esperti di diritto et similia, anziché al volgo. E perché sono restìo a modifiche della Costituzione, che nonostante limiti e acciacchi porta piuttosto bene i suoi ottant’anni e passa, e se i costituenti han deciso in un senso meglio non mettere a soqquadro casa. Ma tant’è, i giuristi sono in questo caso equiparabili a medici e meccanici: ognuno dice la sua, il conto sale e la macchina non cammina. Per capirci qualcosa, fuori dal coro, m’accompagno a esperti del settore. I primi, ancorché trapassati, corifèi del sì d’opposte sponde.
Due corifei del sì
Era l’immediato primo dopoguerra quando l’avvocato Giacomo Matteotti, non sospetto di simpatie fasciste, scrisse sulla necessità di separare le carriere nella magistratura tra giudicante e requirente, per garantirne autonomia e trasparenza. Erano gli anni ‘70 quando un ex repubblichino, fascistissimo e privo di titoli di studio, ma poeta a tempo perso e intrallazzone al punto d’avere l’Italia praticamente in mano per un decennio, Licio Gelli, fece scrivere sul suo Piano di rinascita democratica, meglio noto come P2, Propaganda due, la necessità di separare le carriere dei magistrati e duplicarne gli organi di controllo per ridurne l’indipendenza, sottomettendola all’autorità dell’esecutivo. Il testo della riforma della magistratura a firma Carlo Nordio è un copincolla di quello scritto allora dal notabile democristiano Francesco Cosentino.
Tre ragioni del no
Non sbroglia la matassa l’accompagnarsi a due eminenti giuristi & garantisti, Giuliano Vassalli e Piero Calamandrei, attivi nella Resistenza da socialista l’uno e azionista l’altro, fautori delle ragioni del sì e del no, rispettivamente, con le medesime motivazioni. Passiamo in quest’ultimo campo per sfogliare l’ultimo numero de Lavialibera, bel bimestrale illustrato a cura dell’omonima associazione antimafie e del Gruppo Abele, interamente dedicato al tema della giustizia riformata. Nell’editoriale a cura del direttore, don Luigi Ciotti, può leggersi: “Non fermiamoci ai tecnicismi. Non spaventiamoci di fronte alla fatica di comprendere e decidere. Perché in gioco non ci sono formule astratte, c’è un delicato assetto istituzionale che costituisce la spina dorsale della nostra democrazia”. Giusto. Poi leggo, nell’editoriale della direttrice Elena Ciccarello, le tre ragioni “non tecniche ma politiche” da tenere a mente per il voto: la riforma non migliora affatto la giustizia; è animata da spirito punitivo nei confronti della magistratura disallineata col governo; dà alla maggioranza un assegno in bianco nel momento in cui si serra il nodo del premierato. Più che giusto. Anche se le motivazioni addotte a riprova della bontà di certe decisioni dei magistrati a salvaguardia dei diritti dei cittadini, poche pagine avanti, dalla santità del fine vita all’adozione per coppie dello stesso sesso, all’accoglienza agli stranieri tout court e via includendo & sfarfallando fanno nutrire dubbi su tanta bontà. La questione, però, è un’altra. Fuori da ogni questione di merito o tecnica: tutta politica.

Una questione politica
È politica la decisione di riproporre una riforma della giustizia svicolando da modifiche costituzionali per le quali il governo non avrebbe la maggioranza necessaria in parlamento, col ricorso a un referendum confermativo per il quale non occorre quorum ma che lo stesso governo potrebbe tranquillamente ignorare anche in caso di vittoria del no. È anche politica la strumentalizzazione di una vicenda privata e dolorosa come quella della famiglia del bosco per denunciare le presunte malefatte di certa magistratura. Non è solamente politica la volontà di vari esponenti del governo e della maggioranza di votare sì per scampare ai propri guai giudiziari, con improvvide dichiarazioni. Proprio come i due compari, Bibi e Big Don, che hanno incendiato il Medio Oriente e con esso il mondo anche per non finire ai ceppi. È totalmente politica la volontà di questo governo di maldestri – in senso letterale – servi del potere globale di ridurre ogni dissenso al lumicino. Per questo, per non spegnere anche gli ultimi cerini, è bene dire no. Anche se in buona fede e con buone ragioni, agli amici del sì dico meglio un no chiaro che complici di certa politica. L’Italietta ammanta di politica, di destra e sinistra che più non sono, pure quello che si mette nel piatto, ma dalle mie parti si dice che dove non c’è guadagno la remissione è certa. La giustizia giusta è un pleonasmo: meglio così che peggio.
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