Deportazioni al tempo di Trump (II parte)

Progetto Melting Pot Europa - Monday, March 16, 2026

Dopo la storia di Leo, con la “piccola” storia di Joaquín continua lo sguardo veloce sul dramma delle deportazioni nel primo anno dell’era Trump, nel contesto delle politiche anti-immigrati che flagellano il continente americano e dell’ostinata resistenza di chi difende il diritto alla vita ed alla libertà di movimento.  

Reportage e inchieste/Racconti di vita

Deportazioni al tempo di Trump

La storia di Leo, nato in El Salvador, tra violenza e resistenza

Mara Girardi 10 Marzo 2026

La vita precoce di Joaquín

Città del Messico – Joaquín ha appena 19 anni, ma una vita già segnata dalla violenza. Cresce senza padre né madre, affidato ad una nonna con troppi nipoti e poco tempo da dedicare loro:

«Ho conosciuto mia madre e mio padre a due anni. Poi mia madre è andata in Spagna quando avevo 5 anni e mio padre è stato ucciso dalle pandillas a San Miguel quando ne avevo 7».

Cresce in un quartiere dove circola molto fumo e in cui la polizia arresta chiunque senza badare all’età:

«Non ero un fannullone, studiavo, andavo a scuola, ma mi piaceva stare per strada… quando mi hanno arrestato la prima volta avevo 8 anni. Ho conosciuto la “Casa Grande”: si suppone sia una struttura per minori, ma è un carcere. Se ti beccano a fumare, è lì che ti rinchiudono».

A 12 anni, nel 2018, lascia il suo paese natale con zio e fratello maggiore, fuggendo dalla violenza. A Chihuahua, alla frontiera con gli Stati Uniti, lo zio viene assassinato e lui rimane solo con il fratello. Rifugiati in una casa del migrante, conoscono un uomo che li aiuta a passare il confine attraverso un tunnel, gli procura documenti messicani falsi e li aiuta a trovare lavoro.

Così, Joaquín perde la propria infanzia, ma impara a lavorare: lavapiatti, pittore, consegne… già a 13 anni si mantiene da solo.

Scoprendo un mondo nuovo, cercando nel mondo una vita

Dopo alcuni anni in Nuovo Messico (frontiera con lo stato di Chihuahua), Joaquín si sposta verso la zona sud di Los Angeles e poi a Santa Monica, dove si separa dal fratello, perdendone ogni traccia. Successivamente si trasferisce a Las Vegas.

La sua prima deportazione avviene alla fine del 2023, a seguito di un piccolo incidente in un parcheggio: guidava senza patente. Chiede il “ritorno volontario” in Messico, dichiarando di essere messicano e di avere parenti a Reynosa, dove effettivamente viene rimandato.

Dopo alcuni mesi, la polizia messicana lo ferma con altri centroamericani e lo consegna all’INM (Instituto Nacional de Migración), che lo rimanda a Tapachula. Qui, poco dopo, si unisce a una carovana e trascorre tutto il 2024 in Messico, cercando più volte di raggiungere la frontiera nord, ma viene puntualmente respinto:

«A Reynosa la polizia mi ha acchiappato con altri centroamericani e ci ha consegnato a migrazione locale, che ci ha respinto verso sud, lasciandoci a Tapachula. Non avevo niente, allora mi sono unito a una carovana, e nel 2024 ho continuato a fare su e giù per il Messico: ogni volta che riuscivo ad avvicinarmi alla frontiera nord, mi ricacciavano il più a sud possibile».

All’inizio del 2025, già con la seconda amministrazione Trump, tenta il tutto per tutto e riesce a entrare negli Stati Uniti attraverso Nuovo Laredo. Si stabilisce a Laredo, Texas, e lavora in vari mestieri: pittura, elettricità, manovalanza, consegne. Trova rifugio temporaneo nel parcheggio di un Walmart, finché a inizio aprile viene catturato durante una retata:

«Hanno fatto una retata a Walmart, ci hanno intervistati uno a uno. Mostravo il mio permesso di soggiorno messicano (falso) e mi hanno chiesto dove fosse la mia famiglia. Ho detto che era a Città del Messico. Poi mi hanno messo su un aereo e riportato qui, era il 22 aprile».

Joaquín torna così a Città del Messico. Dopo alcuni mesi, trova ospitalità a Casa Tochan, un centro d’accoglienza della società civile che già conosceva e dove, qualche settimana più tardi, arriva anche Leo.

La guerra contro le persone migranti nega l’umano

Le storie di Leo e Joaquín mostrano come funzionano le politiche migratorie del “trumpfascismo”:

  • Criminalizzazione dei migranti, etichettati come “terroristi”.
  • Deportazioni verso carceri in paesi terzi.
  • Violazioni dello status di città e stati santuario, che dovrebbe proteggere persone migranti, cittadini/e e funzionari/e pubblici dalle imposizioni delle politiche federali anti immigrati.
  • Retate nei luoghi di vita quotidiana: scuole, posti di lavoro, parcheggi, case.
  • Detenzioni eseguite senza ordini ufficiali, quindi veri e propri sequestri, e deportazioni veloci, senza la possibilità di recuperare documenti o beni, o di vedere la famiglia, dopo processi lampo senza possibilità di difesa.
  • Autodeportazione come unica alternativa per evitare punizioni più severe, come condanne ad anni di carcere e lunghe proibizioni di entrata negli Stati Uniti.

I bambini e gli adolescenti subiscono un trattamento particolarmente crudele. Joaquín, arrivato negli USA nel 2019, non ha mai visto attivarsi meccanismi di protezione, a cui aveva diritto, anzi le autorità hanno ignorato la sua presenza o hanno cercato di disfarsi di lui.

La vicenda di Liam Conejo, cinque anni, uno di quattro minori arrestati nello stesso distretto scolastico in poche settimane, ha riacceso l’indignazione globale già suscitata dalle immagini del primo mandato Trump, di bambini rinchiusi in gabbie.

Messico, la prima frontiera dell’esternalizzazione

I recenti accordi con Bukele ed altri regimi permettono agli Stati Uniti di trasferire “all’estero il lavoro sporco” della deportazione e del castigo alle persone migranti, calpestando norme nazionali e internazionali.

È emblematico l’uso del CECOT per detenere persone di qualsiasi nazionalità, sottoponendole a torture e maltrattamenti, e a desaparición forzata, facilitata dalle modalità illegali di arresto, deportazione e detenzione praticate 1.

Sono però i governi messicani, ormai da decenni, gli esecutori più fedeli dei diktat migratori degli USA, prestandosi a fare del proprio territorio la lunga frontiera sud del suo vicino, con il compito prioritario di contenere i movimenti migratori, funzionando come paese tappo ed impedendo agli “aliens”, come Trump definisce le persone migranti, di toccare suolo statunitense.

Questo ha determinato una gestione dei flussi migratori sempre più repressiva:

  • Bloccare chi si avvicina alla frontiera nord e respingerlo ripetutamente a sud.
  • Restringere le aree di movimento e opportunità di lavoro.
  • Suggerire il “ritorno volontario” a chi è ormai stremato, anche proponendo voli umanitari offerti da paesi d’origine e da organismi internazionali.
  • Smantellare accampamenti informali, distruggendo strutture precarie tirate su con molto sforzo, offrendo in alternativa solo sistemazioni di breve durata che, tra l’altro, non restituiscono gli spazi “familiari” distrutti dalle ruspe del governo.

La solidarietà radicale: Casa Tochan

Leo e Joaquín trovano sostegno in centri come Casa Tochan. Gabriela Hernández, direttrice del centro, racconta:

«Stiamo cercando di riconfigurarci, conservando sempre i nostri obiettivi di integrazione ed autonomia. Nel contesto attuale le priorità sono casa e documenti, perché chi non ha un permesso di soggiorno perde opportunità di lavoro e subisce maggiori livelli di precarietà e sfruttamento, oltre ad affrontare difficoltà sempre maggiori per coprire i costi di un alloggio, in costante aumento».

Casa Tochán, il cui nome significa “casa nostra” in náhuatl, è un rifugio per persone migranti situato a Città del Messico, nell’alcaldia Álvaro Obregón. Offrono assistenza psicologica, medica e legale, oltre a servizi di orientamento per l’inserimento lavorativo e attività culturali e ricreative a chi transita nel paese.

«Da parte nostra, – continua la Hernández – offriamo ai migranti tochaneros orientamento al lavoro ed appoggio legale, anche per ottenere documenti di residenza, consentiamo permanenze più lunghe e inseriamo alcuni ospiti nella gestione del centro. E abbiamo rafforzato l’area di sostegno psicologico, più essenziale che mai perché ansie, problemi del sonno, depressioni, ed anche dipendenze, si sono aggravate. La nostra sfida è formare tutta l’equipe per gestire situazioni assai complesse, pur sapendo che in alcuni casi dovremo ricorrere al trasferimento in strutture di accoglienza specializzate».

Un altro problema serio in questa fase è una generale diminuzione degli appoggi esterni, ci spiega Gabriela: «i tagli dei finanziamenti destinati alle associazioni di difesa dei diritti dei migranti creano serie difficoltà a tutti i centri. Anche noi ne risentiamo, e stiamo puntando ad una maggiore generazione di fondi propri, per esempio potenziando i laboratori esistenti di falegnameria e di serigrafia».

Il debito storico dello stato messicano e del trumpfascismo

Il Messico mostra così il suo “debito storico” nei confronti dei migranti: da una parte repressione, deportazioni, mano libera alla criminalità organizzata; dall’altra, delega di fatto a collettivi, associazioni e movimenti di solidarietà delle politiche umanitarie, dell’accoglienza e del sostegno a percorsi di integrazione e di autonomia.

Le persone migranti che oggi si trovano in Messico hanno visto troncati i propri progetti; alcuni/e hanno visto frustrate le speranze di raggiungere gli USA, ma chi è stato deportato ha perso tutto ciò che era riuscito a costruire, in pochi mesi, in pochi anni, o in decenni.

L’intento delle politiche di Trump è cancellare ogni speranza di un futuro migliore. Eppure la capacità di resistenza non muore: molti, come Leo e Joaquín, sono lacerati ma non distrutti, sfiniti ma non finiti. Pazienti, continuano a guardare a nord, adattandosi alle circostanze e pianificando la prossima mossa.

Leo aspira a tornare a Mexicali, Joaquín a Monterrey, cercando opportunità di lavoro migliori che nel centro del paese, e soprattutto avvicinandosi a quella frontiera che sperano di superare di nuovo, non importa quanto dovranno aspettare.

È come il tormento di Sisifo: ogni perdita è uno sforzo da iniziare di nuovo, ma ogni risalita dimostra una forza straordinaria. Trump ha accumulato un debito storico verso bambini come Joaquín, giovani come Leo e adulti, costringendoli a vivere nello sradicamento e nella precarietà, negando loro un luogo sicuro da chiamare casa.

Il re nudo: la crisi del regno di Trump

Anche negli USA il momento è critico. Le proteste contro Trump, – le più clamorose quelle del gennaio di Minneapolis-, interrompono la sua corsa sfrenata e mostrano la resistenza dei cittadini contro la violenza dell’ICE. La mobilitazione non si ferma: temperature sotto lo zero, aggressioni, sparatorie, niente spegne il clamore delle strade.

Una vasta alleanza sociale e politica sfida la presidenza con manifestazioni, scioperi e protezione delle comunità migranti. Nuovi movimenti, come un rinato Black Panther Power, partecipano attivamente. Sondaggi di diverse testate mostrano un calo costante dell’approvazione di Trump: New York Times 40%, CBS 41%, Reuters 41%, Wall Street Journal 45%.

Le autorità locali, da Minneapolis a New York, ed alle altre città e stati santuario, contrastano apertamente le politiche dell’ICE, e la battaglia giudiziaria contro le violazioni costituzionali della presidenza torna protagonista. Voci critiche emergono anche all’interno del partito repubblicano, mostrando che le pratiche brutali di Trump non sono più accettate senza discussione.

Tuttavia, la sostituzione a caldo di Bovino -come responsabile delle operazioni in Minnesota – con Tom Homan, falco della frontiera, poi quella più recente di Kristi Noem, Segretaria della Sicurezza Nazionale (DHS) con Markwayne Mullin, indicano che il cambio di facciata non significa una vera moderazione, mentre la strategia rimane aggressiva.

Il numero di deportazioni, poco più di 600.000 nel 2025, resta inferiore all’obiettivo a sei cifre sbandierato in campagna e al tempo dei decreti di gennaio 2025, ma secondo Keith Ellison, Procuratore Generale del Minnesota, non si tratta di numeri, perché l’operazione non è tecnica, ma politica: colpire il modello democratico dello stato santuario.

Il futuro nelle nostre mani

Non è una battaglia facile, ma la speranza risiede nella partecipazione attiva delle e dei cittadini. Le masse indignate continuano a sfidare la violenza, abbassando progressivamente l’indice di gradimento di Trump prima delle elezioni di metà periodo.

Intanto, le persone migranti in Messico e le loro famiglie seguono con ansia gli avvenimenti negli USA: sanno che il loro futuro dipende anche dall’esito di queste lotte. Pur marginalizzate e private di diritti, possono resistere, trovare supporto nelle organizzazioni e nei collettivi, e stringere legami con chi lotta dall’altro lato del muro per un mondo senza frontiere.

Al di là del silenzio stampa seguito agli avvenimenti di gennaio in Minnesota, la resistenza continua, con un’organizzazione comunitaria capillare contro l’ICE, che si infittisce e si fa sempre più efficace 2.

Ma si preparano anche nuove manifestazioni di massa convocate dal movimento NO KINGS 3 che, nato a febbraio del 2025, riunisce circa 300 organizzazioni: alla prima protesta, il 14 giugno 2025, hanno partecipato 5 milioni di persone e alla seguente, il 18 ottobre, 7 milioni. Attualmente il movimento sta organizzando una terza manifestazione per il prossimo 28 marzo, quando si prevede una partecipazione ancora maggiore.

Il 28 marzo anche il Messico si mobiliterà contro le politiche anti immigranti dell’amministrazione Trump e anche dell’amministrazione Sheinbaum, per iniziativa di organizzazioni e collettivi di persone messicane deportate, ritornate, con doppia nazionalità e statunitensi.

Sono le stesse organizzazioni che hanno convocato a protestare di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti il 30 gennaio scorso a Città del Messico, in solidarietà e a difesa della comunità migrante.

È chiaro, nulla garantisce che le iniziative in Messico possano invertire le politiche di pulizia migratoria o scardinare l’alleanza con gli Stati Uniti. Ma la società civile non tace.

La sfida è far convergere i processi in diversi paesi, mobilitare solidarietà e protezione, e riaccendere la fiducia in un mondo umano, dove nessun budget sia destinato a guerre contro i movimenti sociali e le popolazioni in lotta.

Per Leo, Joaquín e migliaia di altre persone, la resistenza quotidiana è la prova che, anche di fronte a perdite ripetute, il futuro non è deciso: può essere costruito, passo dopo passo, con coraggio e solidarietà.

  1. Arresti eseguiti come veri e propri sequestri, voli frettolosi, isolamento completo con l’impossibilità di comunicare all’esterno, con la famiglia o con un/a legale ↩︎
  2. Así se organiza la comunidad ante las detenciones de ICE, Conexion Migrante (6 marzo 2026) ↩︎
  3. Sul movimento No Kings: Visita il sito; No Kings 2026: Encuentra la protesta más cercana a ti para este 28 de marzo ↩︎