Deportazioni al tempo di Trump (II parte)Dopo la storia di Leo, con la “piccola” storia di Joaquín continua lo sguardo
veloce sul dramma delle deportazioni nel primo anno dell’era Trump, nel contesto
delle politiche anti-immigrati che flagellano il continente americano e
dell’ostinata resistenza di chi difende il diritto alla vita ed alla libertà di
movimento.
Reportage e inchieste/Racconti di vita
DEPORTAZIONI AL TEMPO DI TRUMP
La storia di Leo, nato in El Salvador, tra violenza e resistenza
Mara Girardi
10 Marzo 2026
LA VITA PRECOCE DI JOAQUÍN
Città del Messico – Joaquín ha appena 19 anni, ma una vita già segnata dalla
violenza. Cresce senza padre né madre, affidato ad una nonna con troppi nipoti e
poco tempo da dedicare loro:
«Ho conosciuto mia madre e mio padre a due anni. Poi mia madre è andata in
Spagna quando avevo 5 anni e mio padre è stato ucciso dalle pandillas a San
Miguel quando ne avevo 7».
Cresce in un quartiere dove circola molto fumo e in cui la polizia arresta
chiunque senza badare all’età:
«Non ero un fannullone, studiavo, andavo a scuola, ma mi piaceva stare per
strada… quando mi hanno arrestato la prima volta avevo 8 anni. Ho conosciuto la
“Casa Grande”: si suppone sia una struttura per minori, ma è un carcere. Se ti
beccano a fumare, è lì che ti rinchiudono».
A 12 anni, nel 2018, lascia il suo paese natale con zio e fratello maggiore,
fuggendo dalla violenza. A Chihuahua, alla frontiera con gli Stati Uniti, lo zio
viene assassinato e lui rimane solo con il fratello. Rifugiati in una casa del
migrante, conoscono un uomo che li aiuta a passare il confine attraverso un
tunnel, gli procura documenti messicani falsi e li aiuta a trovare lavoro.
Così, Joaquín perde la propria infanzia, ma impara a lavorare: lavapiatti,
pittore, consegne… già a 13 anni si mantiene da solo.
SCOPRENDO UN MONDO NUOVO, CERCANDO NEL MONDO UNA VITA
Dopo alcuni anni in Nuovo Messico (frontiera con lo stato di Chihuahua), Joaquín
si sposta verso la zona sud di Los Angeles e poi a Santa Monica, dove si separa
dal fratello, perdendone ogni traccia. Successivamente si trasferisce a Las
Vegas.
La sua prima deportazione avviene alla fine del 2023, a seguito di un piccolo
incidente in un parcheggio: guidava senza patente. Chiede il “ritorno
volontario” in Messico, dichiarando di essere messicano e di avere parenti a
Reynosa, dove effettivamente viene rimandato.
Dopo alcuni mesi, la polizia messicana lo ferma con altri centroamericani e lo
consegna all’INM (Instituto Nacional de Migración), che lo rimanda a Tapachula.
Qui, poco dopo, si unisce a una carovana e trascorre tutto il 2024 in Messico,
cercando più volte di raggiungere la frontiera nord, ma viene puntualmente
respinto:
«A Reynosa la polizia mi ha acchiappato con altri centroamericani e ci ha
consegnato a migrazione locale, che ci ha respinto verso sud, lasciandoci a
Tapachula. Non avevo niente, allora mi sono unito a una carovana, e nel 2024 ho
continuato a fare su e giù per il Messico: ogni volta che riuscivo ad
avvicinarmi alla frontiera nord, mi ricacciavano il più a sud possibile».
All’inizio del 2025, già con la seconda amministrazione Trump, tenta il tutto
per tutto e riesce a entrare negli Stati Uniti attraverso Nuovo Laredo. Si
stabilisce a Laredo, Texas, e lavora in vari mestieri: pittura, elettricità,
manovalanza, consegne. Trova rifugio temporaneo nel parcheggio di un Walmart,
finché a inizio aprile viene catturato durante una retata:
«Hanno fatto una retata a Walmart, ci hanno intervistati uno a uno. Mostravo il
mio permesso di soggiorno messicano (falso) e mi hanno chiesto dove fosse la mia
famiglia. Ho detto che era a Città del Messico. Poi mi hanno messo su un aereo e
riportato qui, era il 22 aprile».
Joaquín torna così a Città del Messico. Dopo alcuni mesi, trova ospitalità a
Casa Tochan, un centro d’accoglienza della società civile che già conosceva e
dove, qualche settimana più tardi, arriva anche Leo.
LA GUERRA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI NEGA L’UMANO
Le storie di Leo e Joaquín mostrano come funzionano le politiche migratorie del
“trumpfascismo”:
* Criminalizzazione dei migranti, etichettati come “terroristi”.
* Deportazioni verso carceri in paesi terzi.
* Violazioni dello status di città e stati santuario, che dovrebbe proteggere
persone migranti, cittadini/e e funzionari/e pubblici dalle imposizioni delle
politiche federali anti immigrati.
* Retate nei luoghi di vita quotidiana: scuole, posti di lavoro, parcheggi,
case.
* Detenzioni eseguite senza ordini ufficiali, quindi veri e propri sequestri, e
deportazioni veloci, senza la possibilità di recuperare documenti o beni, o
di vedere la famiglia, dopo processi lampo senza possibilità di difesa.
* Autodeportazione come unica alternativa per evitare punizioni più severe,
come condanne ad anni di carcere e lunghe proibizioni di entrata negli Stati
Uniti.
I bambini e gli adolescenti subiscono un trattamento particolarmente crudele.
Joaquín, arrivato negli USA nel 2019, non ha mai visto attivarsi meccanismi di
protezione, a cui aveva diritto, anzi le autorità hanno ignorato la sua presenza
o hanno cercato di disfarsi di lui.
La vicenda di Liam Conejo, cinque anni, uno di quattro minori arrestati nello
stesso distretto scolastico in poche settimane, ha riacceso l’indignazione
globale già suscitata dalle immagini del primo mandato Trump, di bambini
rinchiusi in gabbie.
MESSICO, LA PRIMA FRONTIERA DELL’ESTERNALIZZAZIONE
I recenti accordi con Bukele ed altri regimi permettono agli Stati Uniti di
trasferire “all’estero il lavoro sporco” della deportazione e del castigo alle
persone migranti, calpestando norme nazionali e internazionali.
È emblematico l’uso del CECOT per detenere persone di qualsiasi nazionalità,
sottoponendole a torture e maltrattamenti, e a desaparición forzata, facilitata
dalle modalità illegali di arresto, deportazione e detenzione praticate 1.
Sono però i governi messicani, ormai da decenni, gli esecutori più fedeli dei
diktat migratori degli USA, prestandosi a fare del proprio territorio la lunga
frontiera sud del suo vicino, con il compito prioritario di contenere i
movimenti migratori, funzionando come paese tappo ed impedendo agli “aliens”,
come Trump definisce le persone migranti, di toccare suolo statunitense.
Questo ha determinato una gestione dei flussi migratori sempre più repressiva:
* Bloccare chi si avvicina alla frontiera nord e respingerlo ripetutamente a
sud.
* Restringere le aree di movimento e opportunità di lavoro.
* Suggerire il “ritorno volontario” a chi è ormai stremato, anche proponendo
voli umanitari offerti da paesi d’origine e da organismi internazionali.
* Smantellare accampamenti informali, distruggendo strutture precarie tirate su
con molto sforzo, offrendo in alternativa solo sistemazioni di breve durata
che, tra l’altro, non restituiscono gli spazi “familiari” distrutti dalle
ruspe del governo.
LA SOLIDARIETÀ RADICALE: CASA TOCHAN
Leo e Joaquín trovano sostegno in centri come Casa Tochan. Gabriela Hernández,
direttrice del centro, racconta:
«Stiamo cercando di riconfigurarci, conservando sempre i nostri obiettivi di
integrazione ed autonomia. Nel contesto attuale le priorità sono casa e
documenti, perché chi non ha un permesso di soggiorno perde opportunità di
lavoro e subisce maggiori livelli di precarietà e sfruttamento, oltre ad
affrontare difficoltà sempre maggiori per coprire i costi di un alloggio, in
costante aumento».
Casa Tochán, il cui nome significa “casa nostra” in náhuatl, è un rifugio per
persone migranti situato a Città del Messico, nell’alcaldia Álvaro Obregón.
Offrono assistenza psicologica, medica e legale, oltre a servizi di orientamento
per l’inserimento lavorativo e attività culturali e ricreative a chi transita
nel paese.
«Da parte nostra, – continua la Hernández – offriamo ai migranti tochaneros
orientamento al lavoro ed appoggio legale, anche per ottenere documenti di
residenza, consentiamo permanenze più lunghe e inseriamo alcuni ospiti nella
gestione del centro. E abbiamo rafforzato l’area di sostegno psicologico, più
essenziale che mai perché ansie, problemi del sonno, depressioni, ed anche
dipendenze, si sono aggravate. La nostra sfida è formare tutta l’equipe per
gestire situazioni assai complesse, pur sapendo che in alcuni casi dovremo
ricorrere al trasferimento in strutture di accoglienza specializzate».
Un altro problema serio in questa fase è una generale diminuzione degli appoggi
esterni, ci spiega Gabriela: «i tagli dei finanziamenti destinati alle
associazioni di difesa dei diritti dei migranti creano serie difficoltà a tutti
i centri. Anche noi ne risentiamo, e stiamo puntando ad una maggiore generazione
di fondi propri, per esempio potenziando i laboratori esistenti di falegnameria
e di serigrafia».
IL DEBITO STORICO DELLO STATO MESSICANO E DEL TRUMPFASCISMO
Il Messico mostra così il suo “debito storico” nei confronti dei migranti: da
una parte repressione, deportazioni, mano libera alla criminalità organizzata;
dall’altra, delega di fatto a collettivi, associazioni e movimenti di
solidarietà delle politiche umanitarie, dell’accoglienza e del sostegno a
percorsi di integrazione e di autonomia.
Le persone migranti che oggi si trovano in Messico hanno visto troncati i propri
progetti; alcuni/e hanno visto frustrate le speranze di raggiungere gli USA, ma
chi è stato deportato ha perso tutto ciò che era riuscito a costruire, in pochi
mesi, in pochi anni, o in decenni.
L’intento delle politiche di Trump è cancellare ogni speranza di un futuro
migliore. Eppure la capacità di resistenza non muore: molti, come Leo e Joaquín,
sono lacerati ma non distrutti, sfiniti ma non finiti. Pazienti, continuano a
guardare a nord, adattandosi alle circostanze e pianificando la prossima mossa.
Leo aspira a tornare a Mexicali, Joaquín a Monterrey, cercando opportunità di
lavoro migliori che nel centro del paese, e soprattutto avvicinandosi a quella
frontiera che sperano di superare di nuovo, non importa quanto dovranno
aspettare.
È come il tormento di Sisifo: ogni perdita è uno sforzo da iniziare di nuovo, ma
ogni risalita dimostra una forza straordinaria. Trump ha accumulato un debito
storico verso bambini come Joaquín, giovani come Leo e adulti, costringendoli a
vivere nello sradicamento e nella precarietà, negando loro un luogo sicuro da
chiamare casa.
IL RE NUDO: LA CRISI DEL REGNO DI TRUMP
Anche negli USA il momento è critico. Le proteste contro Trump, – le più
clamorose quelle del gennaio di Minneapolis-, interrompono la sua corsa sfrenata
e mostrano la resistenza dei cittadini contro la violenza dell’ICE. La
mobilitazione non si ferma: temperature sotto lo zero, aggressioni, sparatorie,
niente spegne il clamore delle strade.
Una vasta alleanza sociale e politica sfida la presidenza con manifestazioni,
scioperi e protezione delle comunità migranti. Nuovi movimenti, come un rinato
Black Panther Power, partecipano attivamente. Sondaggi di diverse testate
mostrano un calo costante dell’approvazione di Trump: New York Times 40%, CBS
41%, Reuters 41%, Wall Street Journal 45%.
Le autorità locali, da Minneapolis a New York, ed alle altre città e stati
santuario, contrastano apertamente le politiche dell’ICE, e la battaglia
giudiziaria contro le violazioni costituzionali della presidenza torna
protagonista. Voci critiche emergono anche all’interno del partito repubblicano,
mostrando che le pratiche brutali di Trump non sono più accettate senza
discussione.
Tuttavia, la sostituzione a caldo di Bovino -come responsabile delle operazioni
in Minnesota – con Tom Homan, falco della frontiera, poi quella più recente di
Kristi Noem, Segretaria della Sicurezza Nazionale (DHS) con Markwayne Mullin,
indicano che il cambio di facciata non significa una vera moderazione, mentre la
strategia rimane aggressiva.
Il numero di deportazioni, poco più di 600.000 nel 2025, resta inferiore
all’obiettivo a sei cifre sbandierato in campagna e al tempo dei decreti di
gennaio 2025, ma secondo Keith Ellison, Procuratore Generale del Minnesota, non
si tratta di numeri, perché l’operazione non è tecnica, ma politica: colpire il
modello democratico dello stato santuario.
IL FUTURO NELLE NOSTRE MANI
Non è una battaglia facile, ma la speranza risiede nella partecipazione attiva
delle e dei cittadini. Le masse indignate continuano a sfidare la violenza,
abbassando progressivamente l’indice di gradimento di Trump prima delle elezioni
di metà periodo.
Intanto, le persone migranti in Messico e le loro famiglie seguono con ansia gli
avvenimenti negli USA: sanno che il loro futuro dipende anche dall’esito di
queste lotte. Pur marginalizzate e private di diritti, possono resistere,
trovare supporto nelle organizzazioni e nei collettivi, e stringere legami con
chi lotta dall’altro lato del muro per un mondo senza frontiere.
Al di là del silenzio stampa seguito agli avvenimenti di gennaio in Minnesota,
la resistenza continua, con un’organizzazione comunitaria capillare contro
l’ICE, che si infittisce e si fa sempre più efficace 2.
Ma si preparano anche nuove manifestazioni di massa convocate dal movimento NO
KINGS 3 che, nato a febbraio del 2025, riunisce circa 300 organizzazioni: alla
prima protesta, il 14 giugno 2025, hanno partecipato 5 milioni di persone e alla
seguente, il 18 ottobre, 7 milioni. Attualmente il movimento sta organizzando
una terza manifestazione per il prossimo 28 marzo, quando si prevede una
partecipazione ancora maggiore.
Il 28 marzo anche il Messico si mobiliterà contro le politiche anti immigranti
dell’amministrazione Trump e anche dell’amministrazione Sheinbaum, per
iniziativa di organizzazioni e collettivi di persone messicane deportate,
ritornate, con doppia nazionalità e statunitensi.
Sono le stesse organizzazioni che hanno convocato a protestare di fronte
all’ambasciata degli Stati Uniti il 30 gennaio scorso a Città del Messico, in
solidarietà e a difesa della comunità migrante.
È chiaro, nulla garantisce che le iniziative in Messico possano invertire le
politiche di pulizia migratoria o scardinare l’alleanza con gli Stati Uniti. Ma
la società civile non tace.
La sfida è far convergere i processi in diversi paesi, mobilitare solidarietà e
protezione, e riaccendere la fiducia in un mondo umano, dove nessun budget sia
destinato a guerre contro i movimenti sociali e le popolazioni in lotta.
Per Leo, Joaquín e migliaia di altre persone, la resistenza quotidiana è la
prova che, anche di fronte a perdite ripetute, il futuro non è deciso: può
essere costruito, passo dopo passo, con coraggio e solidarietà.
1. Arresti eseguiti come veri e propri sequestri, voli frettolosi, isolamento
completo con l’impossibilità di comunicare all’esterno, con la famiglia o
con un/a legale ↩︎
2. Así se organiza la comunidad ante las detenciones de ICE, Conexion Migrante
(6 marzo 2026) ↩︎
3. Sul movimento No Kings: Visita il sito; No Kings 2026: Encuentra la protesta
más cercana a ti para este 28 de marzo ↩︎