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Camminare al loro fianco
-------------------------------------------------------------------------------- ‘Incontro internazionale “Algunas partes del todo” promosso (dicembre 2025) in Chiapas da zapatiste e zapatisti. Foto di Red de Apoyo Iztapalapa Sexta (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Cronache Ribelli, realtà dell’editoria indipendente, pubblica nella collana di filosofia “archeologia del presente”, Divenire bosco: zapatiste, femministe?, una raccolta di cinque formidabili saggi, introdotti da un dialogo dell’autrice Sylvia Marcos con Diego Ferraris, ricercatore e abile traduttore dell’esperienza più innovativa di costruzione di “altri mondi” indigeni. Lo zapatismo infatti è un “progetto nuovo e antico di filosofia politica”, oggi prezioso per destituire le politiche di distruzione e morte dell’ultimo secolo “occidentale”. Sylvia Marcos è psicologa clinica, promotrice del movimento antipsichiatrico messicano, antropologa, filosofa femminista, interlocutrice diretta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e autrice di Mujeres, indígenas, rebeldes, zapatistas (2011), Tomado de los labios. Género y Eros en Mesoamérica (sylviamarcos.wordpress.com). Ecco alcune sue parole tratte dal testo: «Questo nostro libro cattura le parole sperando che queste facciano apparire le cose, che le (re)inventino, affinché favoriscano la creazione di altri mondi… Occorre decifrare quello che si nasconde in queste parole di donne indigene e zapatiste, ciò che rende le loro parole creatrici e generatrici di una realtà più giusta ed equa…». «L’inserimento della teoria nella pratica pone inevitabilmente rapporti di potere radicalmente asimmetrici, che rendono le donne indigene più vulnerabili ai nostri discorsi. Per questo urge prestare estrema attenzione a ciò che diciamo, a come lo diciamo e a cosa esprimiamo quando ci riferiamo ai valori propri delle nostre lotte per i diritti delle donne…». «Con Otroa compañeroa. La fluidità del genere, si indicano possibili orizzonti di senso attraverso una lettura originale della figura concettuale dell’“otroa” (che in italiano possiamo tradurre come “altro/a”), una figura incarnata nella compagna zapatista Marijosé, promotrice di educazione dell’EZLN da più di vent’anni e donna indigena in lotta che transita tra i generi. Il concetto politico dell’“otroa” si mostra come cifra di una dimensione dinamica e plurale che contiene ed esprime la molteplicità aperta dei mondi LGBTIQ+ in chiave analogica e non identitaria…». «Come dicono le zapatiste nella propria Lettera: “perché dobbiamo obbligare queste persone a essere uomini o donne?”. I discorsi e le proposte femministe di questi ultimi anni cominciano a incorporare prospettive filosofiche radicate nei movimenti emergenti delle donne indigene; forme di resistenza che risignificano e trasformano i modi del conoscere dominanti dal punto di vista di soggettività “subalterne” che sentono e pensano con epistemologie che potremmo chiamare “decoloniali”…». «Le zapatiste ci invitano a tentare di uscire dal nostro mondo di riferimenti e, detto con una delle metafore gloriose e pertinenti che usano spesso, ci invitano a camminare al loro fianco. Cercare di comprendere a fondo le loro specificità nel quadro delle pratiche femministe implica necessariamente denunciare come le nostre stesse interpretazioni siano spesso macchiate di quell’etnocentrismo classista che segna la teoria femminista dominante…». «Io stessa ho intitolato uno dei libri che ho scritto: Dialogo e Differenza. In questa pubblicazione, concettualizzavamo la “differenza” come punto di partenza per costruire un dialogo rispettoso delle differenze stesse… Dobbiamo emigrare dall’epistemologia che ci opprime e che sostiene la proposta per cui l’uguale non può essere differente e il diverso non può e non deve valere ed essere uguale. Lo zapatismo, con la propria filosofia, apre a questa possibilità…». «Per le zapatiste e per le persone appartenenti ai mondi mesoamericani il proprio essere non è “incapsulato”. L’altro, che sia maschio, donna, figlio, madre, nonna, non è fuori da sé stesso. La collettività è parte di sé stessa. L’io è vissuto come realtà attraversata dalla collettività comunitaria. Anche la “realtà” esterna, le colline, le piante, il mais, sono parte di me stessa. Sono “donne e uomini di mais”…». «Voi, compagne, interpellate una molteplicità di livelli teorici con i quali spesso tentiamo di mettere in ordine le nostre analisi femministe, in forme anche molto significative, come lo studio delle ontologie altre, o la cosiddetta intersezionalità, oggi tanto in voga e che sembra inondare le analisi con intersezioni sempre più estese: classe, razza, genere, etnicità, povertà, preferenze sessuali, etc. La proposta per uscire da questo pasticcio teorico delle intersezioni arriva da Maria Lugones, che preferisce riferirsi e teorizzare “la coalizione”. È un passaggio complesso dall’intersezionalità, che si basa sulla logica dell’identità (e l’identità come concetto è una proposta non solo essenzialista, ma statica) alla logica della fusione e della coalizione. Lì, vi trovo, compagne, nella fusione che ci unisce tutte, le “donne che lottano”…». «È di cruciale importanza inventare nuovi strumenti concettuali che rendano conto delle forme specifiche applicate dall’oppressione di genere in contesti come quelli delle donne indigene maya, kichuas, aymaras e mapuche, per esempio. Per di più, è necessario porsi diverse domande: cosa può apportare il sapere prodotto da un movimento indigeno al femminismo in quanto teoria sociale critica? In che modo il legame tra identità-fusione comunitaria e identità di genere indica certi percorsi in un movimento indigeno? Da una prospettiva sociale critica, ciò che emerge dallo zapatismo nelle sue pratiche politiche è un principio secondo il quale tutte le istanze sono necessarie e sono legate le une alle altre, si interconnettono e sono interdipendenti. Questa proposta sembrerebbe riflettere la struttura di un rizoma, metafora adatta a poter creare un possibile immaginario politico rinnovatore di schemi caduchi (Deleuze e Guattari, 1980)…». «Le donne sono centrali e prevalenti nella trasmissione orale. Sono vitali per questa particolare forma del tramandare, rivivere e risignificare le forme culturali. Saper ascoltare è il primo passo per forgiare una metodologia attenta a queste caratteristiche, e costruita su di esse…». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare al loro fianco proviene da Comune-info.
March 18, 2026
Comune-info
Deportazioni al tempo di Trump (II parte)
Dopo la storia di Leo, con la “piccola” storia di Joaquín continua lo sguardo veloce sul dramma delle deportazioni nel primo anno dell’era Trump, nel contesto delle politiche anti-immigrati che flagellano il continente americano e dell’ostinata resistenza di chi difende il diritto alla vita ed alla libertà di movimento.   Reportage e inchieste/Racconti di vita DEPORTAZIONI AL TEMPO DI TRUMP La storia di Leo, nato in El Salvador, tra violenza e resistenza Mara Girardi 10 Marzo 2026 LA VITA PRECOCE DI JOAQUÍN Città del Messico – Joaquín ha appena 19 anni, ma una vita già segnata dalla violenza. Cresce senza padre né madre, affidato ad una nonna con troppi nipoti e poco tempo da dedicare loro: «Ho conosciuto mia madre e mio padre a due anni. Poi mia madre è andata in Spagna quando avevo 5 anni e mio padre è stato ucciso dalle pandillas a San Miguel quando ne avevo 7». Cresce in un quartiere dove circola molto fumo e in cui la polizia arresta chiunque senza badare all’età: «Non ero un fannullone, studiavo, andavo a scuola, ma mi piaceva stare per strada… quando mi hanno arrestato la prima volta avevo 8 anni. Ho conosciuto la “Casa Grande”: si suppone sia una struttura per minori, ma è un carcere. Se ti beccano a fumare, è lì che ti rinchiudono». A 12 anni, nel 2018, lascia il suo paese natale con zio e fratello maggiore, fuggendo dalla violenza. A Chihuahua, alla frontiera con gli Stati Uniti, lo zio viene assassinato e lui rimane solo con il fratello. Rifugiati in una casa del migrante, conoscono un uomo che li aiuta a passare il confine attraverso un tunnel, gli procura documenti messicani falsi e li aiuta a trovare lavoro. Così, Joaquín perde la propria infanzia, ma impara a lavorare: lavapiatti, pittore, consegne… già a 13 anni si mantiene da solo. SCOPRENDO UN MONDO NUOVO, CERCANDO NEL MONDO UNA VITA Dopo alcuni anni in Nuovo Messico (frontiera con lo stato di Chihuahua), Joaquín si sposta verso la zona sud di Los Angeles e poi a Santa Monica, dove si separa dal fratello, perdendone ogni traccia. Successivamente si trasferisce a Las Vegas. La sua prima deportazione avviene alla fine del 2023, a seguito di un piccolo incidente in un parcheggio: guidava senza patente. Chiede il “ritorno volontario” in Messico, dichiarando di essere messicano e di avere parenti a Reynosa, dove effettivamente viene rimandato. Dopo alcuni mesi, la polizia messicana lo ferma con altri centroamericani e lo consegna all’INM (Instituto Nacional de Migración), che lo rimanda a Tapachula. Qui, poco dopo, si unisce a una carovana e trascorre tutto il 2024 in Messico, cercando più volte di raggiungere la frontiera nord, ma viene puntualmente respinto: «A Reynosa la polizia mi ha acchiappato con altri centroamericani e ci ha consegnato a migrazione locale, che ci ha respinto verso sud, lasciandoci a Tapachula. Non avevo niente, allora mi sono unito a una carovana, e nel 2024 ho continuato a fare su e giù per il Messico: ogni volta che riuscivo ad avvicinarmi alla frontiera nord, mi ricacciavano il più a sud possibile». All’inizio del 2025, già con la seconda amministrazione Trump, tenta il tutto per tutto e riesce a entrare negli Stati Uniti attraverso Nuovo Laredo. Si stabilisce a Laredo, Texas, e lavora in vari mestieri: pittura, elettricità, manovalanza, consegne. Trova rifugio temporaneo nel parcheggio di un Walmart, finché a inizio aprile viene catturato durante una retata: «Hanno fatto una retata a Walmart, ci hanno intervistati uno a uno. Mostravo il mio permesso di soggiorno messicano (falso) e mi hanno chiesto dove fosse la mia famiglia. Ho detto che era a Città del Messico. Poi mi hanno messo su un aereo e riportato qui, era il 22 aprile». Joaquín torna così a Città del Messico. Dopo alcuni mesi, trova ospitalità a Casa Tochan, un centro d’accoglienza della società civile che già conosceva e dove, qualche settimana più tardi, arriva anche Leo. LA GUERRA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI NEGA L’UMANO Le storie di Leo e Joaquín mostrano come funzionano le politiche migratorie del “trumpfascismo”: * Criminalizzazione dei migranti, etichettati come “terroristi”. * Deportazioni verso carceri in paesi terzi. * Violazioni dello status di città e stati santuario, che dovrebbe proteggere persone migranti, cittadini/e e funzionari/e pubblici dalle imposizioni delle politiche federali anti immigrati. * Retate nei luoghi di vita quotidiana: scuole, posti di lavoro, parcheggi, case. * Detenzioni eseguite senza ordini ufficiali, quindi veri e propri sequestri, e deportazioni veloci, senza la possibilità di recuperare documenti o beni, o di vedere la famiglia, dopo processi lampo senza possibilità di difesa. * Autodeportazione come unica alternativa per evitare punizioni più severe, come condanne ad anni di carcere e lunghe proibizioni di entrata negli Stati Uniti. I bambini e gli adolescenti subiscono un trattamento particolarmente crudele. Joaquín, arrivato negli USA nel 2019, non ha mai visto attivarsi meccanismi di protezione, a cui aveva diritto, anzi le autorità hanno ignorato la sua presenza o hanno cercato di disfarsi di lui. La vicenda di Liam Conejo, cinque anni, uno di quattro minori arrestati nello stesso distretto scolastico in poche settimane, ha riacceso l’indignazione globale già suscitata dalle immagini del primo mandato Trump, di bambini rinchiusi in gabbie. MESSICO, LA PRIMA FRONTIERA DELL’ESTERNALIZZAZIONE I recenti accordi con Bukele ed altri regimi permettono agli Stati Uniti di trasferire “all’estero il lavoro sporco” della deportazione e del castigo alle persone migranti, calpestando norme nazionali e internazionali. È emblematico l’uso del CECOT per detenere persone di qualsiasi nazionalità, sottoponendole a torture e maltrattamenti, e a desaparición forzata, facilitata dalle modalità illegali di arresto, deportazione e detenzione praticate 1. Sono però i governi messicani, ormai da decenni, gli esecutori più fedeli dei diktat migratori degli USA, prestandosi a fare del proprio territorio la lunga frontiera sud del suo vicino, con il compito prioritario di contenere i movimenti migratori, funzionando come paese tappo ed impedendo agli “aliens”, come Trump definisce le persone migranti, di toccare suolo statunitense. Questo ha determinato una gestione dei flussi migratori sempre più repressiva: * Bloccare chi si avvicina alla frontiera nord e respingerlo ripetutamente a sud. * Restringere le aree di movimento e opportunità di lavoro. * Suggerire il “ritorno volontario” a chi è ormai stremato, anche proponendo voli umanitari offerti da paesi d’origine e da organismi internazionali. * Smantellare accampamenti informali, distruggendo strutture precarie tirate su con molto sforzo, offrendo in alternativa solo sistemazioni di breve durata che, tra l’altro, non restituiscono gli spazi “familiari” distrutti dalle ruspe del governo. LA SOLIDARIETÀ RADICALE: CASA TOCHAN Leo e Joaquín trovano sostegno in centri come Casa Tochan. Gabriela Hernández, direttrice del centro, racconta: «Stiamo cercando di riconfigurarci, conservando sempre i nostri obiettivi di integrazione ed autonomia. Nel contesto attuale le priorità sono casa e documenti, perché chi non ha un permesso di soggiorno perde opportunità di lavoro e subisce maggiori livelli di precarietà e sfruttamento, oltre ad affrontare difficoltà sempre maggiori per coprire i costi di un alloggio, in costante aumento». Casa Tochán, il cui nome significa “casa nostra” in náhuatl, è un rifugio per persone migranti situato a Città del Messico, nell’alcaldia Álvaro Obregón. Offrono assistenza psicologica, medica e legale, oltre a servizi di orientamento per l’inserimento lavorativo e attività culturali e ricreative a chi transita nel paese. «Da parte nostra, – continua la Hernández – offriamo ai migranti tochaneros orientamento al lavoro ed appoggio legale, anche per ottenere documenti di residenza, consentiamo permanenze più lunghe e inseriamo alcuni ospiti nella gestione del centro. E abbiamo rafforzato l’area di sostegno psicologico, più essenziale che mai perché ansie, problemi del sonno, depressioni, ed anche dipendenze, si sono aggravate. La nostra sfida è formare tutta l’equipe per gestire situazioni assai complesse, pur sapendo che in alcuni casi dovremo ricorrere al trasferimento in strutture di accoglienza specializzate». Un altro problema serio in questa fase è una generale diminuzione degli appoggi esterni, ci spiega Gabriela: «i tagli dei finanziamenti destinati alle associazioni di difesa dei diritti dei migranti creano serie difficoltà a tutti i centri. Anche noi ne risentiamo, e stiamo puntando ad una maggiore generazione di fondi propri, per esempio potenziando i laboratori esistenti di falegnameria e di serigrafia». IL DEBITO STORICO DELLO STATO MESSICANO E DEL TRUMPFASCISMO Il Messico mostra così il suo “debito storico” nei confronti dei migranti: da una parte repressione, deportazioni, mano libera alla criminalità organizzata; dall’altra, delega di fatto a collettivi, associazioni e movimenti di solidarietà delle politiche umanitarie, dell’accoglienza e del sostegno a percorsi di integrazione e di autonomia. Le persone migranti che oggi si trovano in Messico hanno visto troncati i propri progetti; alcuni/e hanno visto frustrate le speranze di raggiungere gli USA, ma chi è stato deportato ha perso tutto ciò che era riuscito a costruire, in pochi mesi, in pochi anni, o in decenni. L’intento delle politiche di Trump è cancellare ogni speranza di un futuro migliore. Eppure la capacità di resistenza non muore: molti, come Leo e Joaquín, sono lacerati ma non distrutti, sfiniti ma non finiti. Pazienti, continuano a guardare a nord, adattandosi alle circostanze e pianificando la prossima mossa. Leo aspira a tornare a Mexicali, Joaquín a Monterrey, cercando opportunità di lavoro migliori che nel centro del paese, e soprattutto avvicinandosi a quella frontiera che sperano di superare di nuovo, non importa quanto dovranno aspettare. È come il tormento di Sisifo: ogni perdita è uno sforzo da iniziare di nuovo, ma ogni risalita dimostra una forza straordinaria. Trump ha accumulato un debito storico verso bambini come Joaquín, giovani come Leo e adulti, costringendoli a vivere nello sradicamento e nella precarietà, negando loro un luogo sicuro da chiamare casa. IL RE NUDO: LA CRISI DEL REGNO DI TRUMP Anche negli USA il momento è critico. Le proteste contro Trump, – le più clamorose quelle del gennaio di Minneapolis-, interrompono la sua corsa sfrenata e mostrano la resistenza dei cittadini contro la violenza dell’ICE. La mobilitazione non si ferma: temperature sotto lo zero, aggressioni, sparatorie, niente spegne il clamore delle strade. Una vasta alleanza sociale e politica sfida la presidenza con manifestazioni, scioperi e protezione delle comunità migranti. Nuovi movimenti, come un rinato Black Panther Power, partecipano attivamente. Sondaggi di diverse testate mostrano un calo costante dell’approvazione di Trump: New York Times 40%, CBS 41%, Reuters 41%, Wall Street Journal 45%. Le autorità locali, da Minneapolis a New York, ed alle altre città e stati santuario, contrastano apertamente le politiche dell’ICE, e la battaglia giudiziaria contro le violazioni costituzionali della presidenza torna protagonista. Voci critiche emergono anche all’interno del partito repubblicano, mostrando che le pratiche brutali di Trump non sono più accettate senza discussione. Tuttavia, la sostituzione a caldo di Bovino -come responsabile delle operazioni in Minnesota – con Tom Homan, falco della frontiera, poi quella più recente di Kristi Noem, Segretaria della Sicurezza Nazionale (DHS) con Markwayne Mullin, indicano che il cambio di facciata non significa una vera moderazione, mentre la strategia rimane aggressiva. Il numero di deportazioni, poco più di 600.000 nel 2025, resta inferiore all’obiettivo a sei cifre sbandierato in campagna e al tempo dei decreti di gennaio 2025, ma secondo Keith Ellison, Procuratore Generale del Minnesota, non si tratta di numeri, perché l’operazione non è tecnica, ma politica: colpire il modello democratico dello stato santuario. IL FUTURO NELLE NOSTRE MANI Non è una battaglia facile, ma la speranza risiede nella partecipazione attiva delle e dei cittadini. Le masse indignate continuano a sfidare la violenza, abbassando progressivamente l’indice di gradimento di Trump prima delle elezioni di metà periodo. Intanto, le persone migranti in Messico e le loro famiglie seguono con ansia gli avvenimenti negli USA: sanno che il loro futuro dipende anche dall’esito di queste lotte. Pur marginalizzate e private di diritti, possono resistere, trovare supporto nelle organizzazioni e nei collettivi, e stringere legami con chi lotta dall’altro lato del muro per un mondo senza frontiere. Al di là del silenzio stampa seguito agli avvenimenti di gennaio in Minnesota, la resistenza continua, con un’organizzazione comunitaria capillare contro l’ICE, che si infittisce e si fa sempre più efficace 2. Ma si preparano anche nuove manifestazioni di massa convocate dal movimento NO KINGS 3 che, nato a febbraio del 2025, riunisce circa 300 organizzazioni: alla prima protesta, il 14 giugno 2025, hanno partecipato 5 milioni di persone e alla seguente, il 18 ottobre, 7 milioni. Attualmente il movimento sta organizzando una terza manifestazione per il prossimo 28 marzo, quando si prevede una partecipazione ancora maggiore. Il 28 marzo anche il Messico si mobiliterà contro le politiche anti immigranti dell’amministrazione Trump e anche dell’amministrazione Sheinbaum, per iniziativa di organizzazioni e collettivi di persone messicane deportate, ritornate, con doppia nazionalità e statunitensi. Sono le stesse organizzazioni che hanno convocato a protestare di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti il 30 gennaio scorso a Città del Messico, in solidarietà e a difesa della comunità migrante. È chiaro, nulla garantisce che le iniziative in Messico possano invertire le politiche di pulizia migratoria o scardinare l’alleanza con gli Stati Uniti. Ma la società civile non tace. La sfida è far convergere i processi in diversi paesi, mobilitare solidarietà e protezione, e riaccendere la fiducia in un mondo umano, dove nessun budget sia destinato a guerre contro i movimenti sociali e le popolazioni in lotta. Per Leo, Joaquín e migliaia di altre persone, la resistenza quotidiana è la prova che, anche di fronte a perdite ripetute, il futuro non è deciso: può essere costruito, passo dopo passo, con coraggio e solidarietà. 1. Arresti eseguiti come veri e propri sequestri, voli frettolosi, isolamento completo con l’impossibilità di comunicare all’esterno, con la famiglia o con un/a legale ↩︎ 2. Así se organiza la comunidad ante las detenciones de ICE, Conexion Migrante (6 marzo 2026) ↩︎ 3. Sul movimento No Kings: Visita il sito; No Kings 2026: Encuentra la protesta más cercana a ti para este 28 de marzo ↩︎
Milioni di studenti per il Global Strike for Future
Era il 15 marzo 2019… di Bruno Lai. 15 marzo 2019: milioni di studenti scendono in piazza, in 150 Paesi, con cortei e manifestazioni in oltre 2000 città per il primo Global Strike for Future, Sciopero Mondiale per il Futuro, a sostegno della battaglia in difesa del pianeta dell’attivista 16enne svedese Greta Thunberg. Questo sciopero non è soltanto una protesta
Deportazioni al tempo di Trump
Città del Messico – Le grandi città degli Stati Uniti, con Minneapolis in prima linea, restano teatro di proteste contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) anche nell’ambito di un conflitto istituzionale tra autorità locali e governo federale sulle modalità di controllo dell’immigrazione. Per il 28 marzo 2026 è prevista una nuova giornata nazionale di protesta chiamata “No Kings”, con evento principale proprio nelle Twin Cities 1. L’inquilino della Casa Bianca, con un’aggressiva disperazione, tenta di dare corpo alle promesse di annientamento dei “nemici interni” – da lui stesso fabbricati – mentre televisioni e reti sociali trasmettono immagini dei suoi robocop che sfondano porte, invadono abitazioni, massacrano esseri umani armati solo del desiderio di vivere con giustizia e dignità 2. L’artefice del caos vuole dimostrare al mondo cosa significhi che il suo pensiero e il suo agire – e dunque i destini della terra – non abbiano altri limiti se non la sua morale e la sua volontà: invade un paese, ne minaccia molti altri, applaude ai genocidi, celebra i suoi “tiranni minori” e li rende più letali che mai. Intanto, le comunità e i movimenti sociali si organizzano per resistere insieme, migranti e non, con o senza documenti. Questi eventi scrivono la Storia con la esse maiuscola. Eppure, nello stesso tempo, ha senso volgere lo sguardo verso le storie minori, verso vite giovani vissute in fretta e con intensità. Sono le storie di Leo e Joaquín, entrambi originari di un Centroamerica esplosivo, spesso invivibile. Oggi si trovano in Messico, una delle possibili destinazioni per chi viene deportato dagli Stati Uniti e rifiuta di tornare a un destino di angoscia e morte nel proprio paese d’origine. Nel nostro presente, governato dalla violenza e da una minacciosa incertezza, loro – come molti altri – non si lasciano travolgere. Si salvano, si rialzano, lottano per una vita che possa davvero chiamarsi tale, fatta di rispetto e dignità. Un filo rosso li lega alle vicende del vicino del nord, a quegli eventi convulsi e a quella guerra interna di cui siamo spettatori, e dai cui esiti dipende anche il loro futuro. Dividiamo questo reportage in due parti. La prima racconta l’esperienza migratoria di Leo, che lascia il Salvador nel 2011 a 18 anni. La seconda, che pubblicheremo la prossima settimana, è dedicata alla “piccola” storia di Joaquìn, partito da un paese centroamericano nel 2018, a 12 anni, e colloca le vite di entrambi nel contesto di quanto sta succedendo nelle Americhe dove tante persone migranti, come loro, si ostinano a difendere e rivendicare il diritto alla libertà di movimento. I SOMMERSI E I SALVATI È il 4 ottobre del 2025 quando Leo viene rilasciato dopo ore di interrogatorio in un commissariato di San Salvador. Era arrivato all’aeroporto di Comalapa deportato dagli Stati Uniti insieme ad altre quattro persone: tre uomini e una donna. Tutti marchiati dalla stessa etichetta – “terrorista” – e incatenati mani, piedi e vita con un unico dispositivo che, come denunciano numerosi organismi per i diritti umani, potrebbe costare la vita in caso di emergenza durante il volo. Per tutti, il destino sembrava già scritto: il CECOT, Centro di Confinamento del Terrorismo, il mega-carcere di massima sicurezza che Nayib Bukele, presidente del Salvador, esibisce con orgoglio come monumento alla sua guerra senza quartiere contro le pandillas 3, scatenata nel 2022. Invece, prima del carcere, ci fu una tappa intermedia. «Sembrava che ci stessero portando al CECOT. Invece no: ci hanno portato in una stazione di polizia per interrogarci. Quando hanno visto due dei ragazzi del nostro gruppo, quelli a cui si vedevano “i numeri”, non hanno fatto neppure una domanda. Direttamente al CECOT.» Rimasero in tre. Un altro ragazzo non aveva tatuaggi, come Leo, e nemmeno la donna del gruppo. Ma quando Leo parla di tatuaggi, precisa che si riferisce a quelli delle pandillas. Anche lui, negli anni, aveva inciso sulla pelle alcuni segni che ora doveva spiegare a una serie di agenti decisi a incastrarlo. «Per quel 503 ti sei già guadagnato un posto al CECOT, è la firma delle maras 4», gli dicevano. In realtà, il 503 è semplicemente il prefisso telefonico del Salvador. E quelle due bare tatuate non erano trofei di un sicario, ma un omaggio alle due figure adulte più importanti della sua infanzia e adolescenza: il padre e la nonna, entrambi morti. Un’agente lo insultava e lo minacciava con la sicurezza di chi si sa impunito: «Gli Stati Uniti dicono che sei un terrorista… ci pensiamo noi ad ammazzarti, ti faremo desaparecer». Eppure, contro ogni previsione, Leo riuscì a convincere i suoi aguzzini di non appartenere alle maras. Si salvò. Non così i due compagni di viaggio, anche loro estranei al mondo della criminalità, condannati a sprofondare nel pantano del sistema carcerario salvadoregno. Il rilascio non significò libertà. Mentre lo lasciavano andare, uno degli agenti continuava a riempirlo di insulti e minacce: «Ti verremo a scovare a casa tua, infame figlio di puttana». Leo capì che quella sarebbe stata una libertà assediata. Ebbe la certezza che, per sopravvivere, doveva allontanarsi di nuovo dal paese in cui era nato – un paese in cui la violenza senza freni era ormai concentrata nelle mani delle istituzioni, una guerra dichiarata contro giovani ed emarginati. DALLE STRADE DI SAN SALVADOR ALLE STRADE CHE PORTANO A NORD Leo non ha ricordi della madre, emigrata a New York quando lui era ancora bambino. A quindici anni, nel 2008, perde il padre – ex militare, guardia del corpo di impresari cinesi – assassinato dalle pandillas. Rimasto senza casa, insieme al fratello maggiore, cerca rifugio in un centro per minori che, più che un luogo di protezione, si rivela un carcere. Eppure, in quel momento, gli sembra l’unica possibilità: «Pensavo: almeno potrò studiare, avrò un posto dove dormire e mangiare, non dovrò vivere per strada». Dal 2009 vive per tre anni con la nonna materna. Misura quel periodo attraverso la scuola: settimo, ottavo e nono grado. È lì che termina la sua adolescenza. A diciotto anni, nel 2011, comincia il primo viaggio verso il nord. In tre giorni arriva a Tapachula, Chiapas, la porta d’ingresso al Messico. Vi rimane un mese, poi continua a spostarsi: Arriaga, sempre in Chiapas; Città del Messico; Querétaro; di nuovo Tapachula; ancora Città del Messico; infine Mexicali, in Baja California. In ciascuno di questi luoghi Leo entra in contatto con le case del migrante. Fin dall’inizio collabora alla loro gestione, costruisce relazioni di fiducia con attiviste e attivisti, stringe amicizie profonde. Per alcune e alcuni diventa un pupillo, quasi uno di famiglia. Parallelamente lavora nei classici impieghi “da migrante”: spesso sfruttato, sempre precario. Ma la sua serietà e affidabilità gli aprono porte che restano spalancate anche quando ritorna, mesi o anni dopo, negli stessi luoghi. È così che riesce a ottenere un permesso di soggiorno: prima annuale, poi permanente. Negli anni trascorsi in Messico, Leo mette su famiglia. Quando la relazione finisce, resta suo figlio Donovan, che oggi ha otto anni. LA TENTAZIONE DELLA LUNGA FRONTIERA Nel 2021 si trasferisce a Mexicali, in Baja California. È qui che dal Salvador arrivano due notizie devastanti. La prima riguarda una sorella adolescente, desaparecida per aver rifiutato le avances di un pandillero: «Nel Salvador, quando un pandillero dice qualcosa e tu ti rifiuti… sei morto. Questa è la conclusione a cui siamo arrivati: che mia sorella è morta. Ma in realtà nessuno sa niente di lei». La seconda notizia riguarda un cugino arrestato e incarcerato con l’accusa infondata di legami con le pandillas, proprio il giorno prima dell’arrivo di Leo, che stava per tornare in Salvador per portarlo in Messico e metterlo in salvo dallo stalking della polizia: «Era giovedì. Sabato avevo il volo per il Salvador. Ma venerdì, prima che facesse giorno, lo hanno buttato giù dal letto e gli hanno appiccicato l’etichetta di “pandillero”». La stessa sorte tocca anche a una cugina. Entrambi restano in carcere senza diritto a visite, pur non avendo nulla a che fare con la delinquenza. Lei ha una figlia che aveva un anno e mezzo quando è stata arrestata; oggi ne ha quasi sette. A Mexicali Leo è soddisfatto del lavoro in una compagnia di sicurezza privata. Ma tra lui e gli Stati Uniti c’è una linea sottile e lunghissima: la frontiera. Una tentazione costante. «Il mio obiettivo non era andare negli Stati Uniti. Sono rimasto lì due anni e volevo restarci. Ma perché? Perché non c’è mai stato nessuno che mi aiutasse. Se qualcuno mi avesse detto: “ti pago un coyote”, io sarei andato subito, perché so che lì la vita è diversa». DALL’ALTRO LATO Spinto da un amico, Leo scarica l’app CBP One 5. Dopo molte difficoltà riesce a ottenere un appuntamento. Il 27 giugno 2023 affronta l’intervista di “paura credibile”. Un’amica che vive a Los Angeles lo aiuta prima a raccogliere i requisiti necessari per entrare negli Stati Uniti e poi a sistemarsi in California. All’inizio tutto sembra procedere bene. Leo si presenta regolarmente alle udienze in tribunale e racconta delle persone care assassinate o fatte sparire dalle pandillas. Ma non ha prove documentali. Non riesce a dimostrare formalmente il pericolo concreto che correrebbe tornando in Salvador. Non vedendo vie d’uscita, smette di presentarsi alle udienze. Diventa, a tutti gli effetti, “un illegale”. A Los Angeles affitta una stanza. Lavora duramente, ma non riesce a risparmiare nulla. Così decide di rinunciare all’affitto – 900 dollari al mese – e di vivere in strada con alcuni amici. In meno di due mesi mette insieme 1.600 dollari, con cui compra una macchina: indispensabile in una città dove le distanze sono enormi e il trasporto pubblico quasi inesistente. L’auto, però, resta sua solo tredici giorni. Una notte di settembre del 2025 la sua vita cambia di nuovo, radicalmente: «Era domenica, verso l’una di notte. Avevo appena riparato la macchina: perdeva un tubo e l’ho cambiato. Tornavo dal bagno, dove avevo lavato gli attrezzi – cacciavite e tenaglia – quando mi è piombata addosso la polizia. Mi hanno picchiato… va bene, lo dovevano fare, no? Poi mi hanno detto: “se sei pulito, ti lasciamo andare”». Viene liberato mentre dorme sul pavimento del commissariato. Ma all’uscita trova ad aspettarlo gli agenti dell’ICE, il Servizio di Immigrazione e Controllo delle Dogane. «Immagino che siano stati i poliziotti a chiamarli… a quel punto doveva esserci già un ordine di deportazione a mio nome». La cosa più strana è che Leo non aveva mai ricevuto alcuna notifica ufficiale. Nessuna comunicazione a casa dell’amica dove riceveva la posta, nessun documento, nessuna firma. La macchina resta abbandonata in strada. Con l’auto, Leo perde tutto: vestiti, attestati di studio, documenti, persino il permesso di soggiorno messicano. In un attimo, il suo ultimo progetto di vita va in frantumi. E lui viene rispedito nel paese che lo aveva visto nascere. VITE SOTTO TIRO: TRA BUKELE E LE PANDILLAS Sin dal 2014, Nayib Bukele, candidato a sindaco di San Salvador, aveva stretto un patto segreto con le pandillas: vantaggi economici e impunità in cambio del loro sostegno elettorale. Questo accordo lo aiutò a vincere le elezioni comunali e, cinque anni dopo, le presidenziali. Bukele ha sempre negato l’esistenza del patto, sostenendo che la diminuzione degli omicidi fosse un “miracolo”. Ma nel marzo 2022 il presidente rompe l’intesa. Dopo una reazione violenta che provoca 87 omicidi in due giorni, approva uno stato d’eccezione sospendendo le garanzie costituzionali. Nei primi nove giorni si registrano 6.000 arresti; nel secondo mese 35.000; nel terzo mese 42.000. Le pandillas, che avevano permesso la scalata politica di Bukele, diventano il nemico pubblico numero uno. La repressione colpisce però indiscriminatamente: persone comuni, oppositori politici, associazioni, mezzi di comunicazione. Tra questi ultimi, la rivista digitale El Faro diventa bersaglio, costretta all’autoesilio ad aprile 2023. Tra giugno 2023 e metà 2025, El Faro raccoglie 27 testimonianze di persone sopravvissute ad arresti e reclusioni arbitrarie nel CECOT 6, il mega-carceri di massima sicurezza. Emergono abusi sistematici: * Arresti basati su quote da raggiungere, senza alcuna prova concreta. * Irruzioni nelle case senza mandato. * Rapporti sugli operativi pieni di falsità e montature. * Pestaggi “di benvenuto” ai nuovi arrivati, tortura, sovraffollamento estremo, mancanza di cibo, igiene e cure mediche. * Proroghe arbitrarie delle detenzioni, anche dopo assoluzioni o ordini di scarcerazione. * Autopsie che ignorano segni di tortura e denutrizione, registrando cause di morte generiche. * Condanne collettive e accuse “di gruppo”, negando un processo giusto e individuale. Queste pratiche denunciano l’involuzione autocratica della democrazia salvadoregna sotto Bukele, dove il CECOT diventa simbolo e strumento di un sistema carcerario di brutalità legalizzata. NON HO UN POSTO DOVE TORNARE Quindici anni dopo aver lasciato il Salvador, Leo torna in catene. Ha “scampato” il lager, ma sa di essere preso di mira. La deportazione, insieme all’incarcerazione di cugini innocenti, lo rende un sospettato e candidato a finire tra gli 88.000 detenuti stimati dall’associazione Soccorso Giuridico Umanitario (SJH) a ottobre 2025, di cui circa 30.000 innocenti. Leo decide di ripartire subito, ma attende la madre che, finalmente con permesso di soggiorno statunitense, sta per tornare per la prima volta in Salvador. Per motivi di sicurezza, durante un paio di settimane deve dormire ogni notte in una casa diversa, ed abituarsi ad una madre che non conosce, arrivata con sorella e fratello anche loro sconosciuti. Il giorno dopo la loro partenza, però, prende anche lui un aereo e, finalmente, raggiunge il Messico, che sarà di nuovo il suo territorio rifugio. 1. L’area metropolitana composta da due città principali del Minnesota: Minneapolis e Saint Paul. Una manifestazione nazionale della rete No Kings è prevista anche a Roma il 28 marzo ↩︎ 2. Top Border Patrol official and other federal agents being investigated by Minneapolis prosecutors office – Reuters (3 marzo 2026) ↩︎ 3. Le pandillas (o maras) sono organizzazioni criminali giovanili latinoamericane, trapiantate negli Stati Uniti e diffuse a livello transnazionale, note per la loro estrema violenza e il coinvolgimento in attività illecite ↩︎ 4. Le Maras sono bande criminali transnazionali nate negli USA e diffuse in America Centrale (Honduras, El Salvador, Guatemala), note per estrema violenza, gerarchie rigide (clicas), tatuaggi identificativi ed estorsioni ↩︎ 5. L’app CBP One (ora nota come CBP Home) è uno strumento digitale del governo statunitense, scaricabile gratuitamente, che permetteva a migranti e viaggiatori di fissare appuntamenti per richiedere asilo, scansionare documenti e inviare informazioni in anticipo al confine USA-Messico. L’amministrazione Trump ha sospeso la funzionalità di appuntamento il 20 gennaio 2025, annullando le prenotazioni in corso e creando incertezza. È stata riproposta a marzo 2025 come “CBP Home”, con l’obiettivo dichiarato di facilitare il “rimpatrio volontario” (self-deportation). L’applicazione è gestita dal U.S. Customs and Border Protection (.gov) ed è parte delle strategie per migliorare la sicurezza e gestire i flussi migratori; App CBP One sospesa in America: rischi per migliaia di persone migranti, MSF (21 gennaio 2025) ↩︎ 6. In questa indagine il giornale salvadoregno raccoglie 27 testimonianze di persone arrestate durante lo stato d’eccezione e poi rilasciate perché innocenti. Le interviste sono state raccolte a partire da giugno 2023 e raccontano arresti arbitrari, torture, fame e maltrattamenti nelle carceri salvadoregne. ↩︎
Boicotta i mondiali di calcio
PROBABILMENTE MAI COME IN PASSATO C’È CHI PROPONE DI BOICOTTARE LA PROSSIMA COPPA DEL MONDO DI CALCIO IN PROGRAMMA TRA UNA DECINA DI SETTIMANE IN USA, CANADA E MESSICO. C’È CHI PROTESTA PER LA VIOLENZA DI WASHINGTON CONTRO I MIGRANTI, CHI PER LA QUESTIONE GREONLANDIA, CHI PER LE GUERRE SCATENATE NEL MONDO, MA ANCHE CHI, NEI PIANI PIÙ BASSI DELLA SOCIETÀ, DENUNCIA IL FURTO D’ACQUA E LA GENTRIFICAZIONE INTENSIFICATI IN DIVERSI QUARTIERI DI CITTÀ DEL MESSICO -------------------------------------------------------------------------------- Gli abitanti di Santa Úrsula Coapa hanno organizzato proteste anti-Mondiali di fronte allo Stadio Azteca, denunciando il furto d’acqua e la gentrificazione che, hanno raccontato, si sono intensificati in vista dei Mondiali del 2026 (che si disputeranno in giugno e luglio, per la prima volta in tre paesi: Usa, Canada e Messico, ndt). La protesta è cominciata nelle strade della città con striscioni e slogan come “Boicottaggio totale dei Mondiali” e “Vogliamo una casa, non ci importa niente dei Mondiali”. Durante la manifestazione, i partecipanti hanno invitato altri residenti a unirsi al movimento con frasi come “Il vicino consapevole si unisce al contingente”. Nell’ambito della protesta, si sono tenute delle “Partite di calcio anti-FIFA” sulla Calzada de Tlalpan, dove un campo improvvisato è stato dipinto per piccole partite di calcio di fronte allo stadio. I giocatori hanno detto di usare lo sport come forma di protesta e per difendere il loro territorio. Attraverso il calcio, i partecipanti hanno condannato l’espansione del turismo, che, hanno spiegato, minaccia lo sfollamento delle comunità e la mercificazione dello spazio. “Non permetteremo la continua mercificazione delle terre indigene”, hanno detto. In Messico, lo Stadio Azteca sarà la sede principale della Coppa del Mondo 2026, un evento che ha generato aspettative di aumento del turismo e dello sviluppo immobiliare nella parte meridionale della capitale. I residenti sostengono che queste trasformazioni antepongono gli interessi economici al diritto all’acqua, alla casa e al diritto di rimanere sulla propria terra. Qui il fotoreportage pubblicato da Desinformemonos. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Boicotta i mondiali di calcio proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Due navi messicane portano aiuti umanitari a Cuba
Due navi della Marina messicana hanno attraccato giovedì 26 febbraio mattina nel porto dell’Avana, Cuba, con 814 tonnellate di generi alimentari, in uno sforzo umanitario volto ad alleviare la grave situazione che affligge la popolazione cubana, segnata da decenni di limitazioni nell’accesso ai beni essenziali e ai servizi di base. Pochi giorni prima, il Messico aveva già spedito un altro carico di 1.193 tonnellate di generi alimentari, tra cui fagioli e latte in polvere, con il sostegno di organizzazioni umanitarie. Queste azioni si inseriscono in un contesto in cui Cuba sta affrontando una crescente crisi energetica, aggravata dall’interruzione delle regolari forniture di petrolio dal Venezuela a partire dal dicembre 2025. I blackout e le restrizioni ai trasporti e ai servizi di base si sono intensificati, rendendo più urgente l’assistenza umanitaria. Nel 2025 il Venezuela aveva inviato carichi di aiuti a seguito degli uragani, tra cui una seconda nave con oltre 2.500 tonnellate di cibo e beni di prima necessità, ma tali spedizioni erano legate a situazioni climatiche specifiche e non all’attuale crisi strutturale dell’isola. La situazione si è ulteriormente complicata con l’operazione militare statunitense in Venezuela nel gennaio 2026, che è culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro e il suo trasferimento fuori dal Paese. L’azione ha suscitato ampie condanne internazionali per possibili violazioni del diritto internazionale e della sovranità statale, secondo i governi della regione e le organizzazioni per i diritti umani. Mentre Washington ha difeso l’operazione come una misura contro il governo di Maduro, paesi come la Colombia e il Brasile l’hanno definita una violazione del diritto internazionale e i leader mondiali hanno espresso preoccupazione per il precedente che potrebbe creare per la stabilità regionale. A seguito di questi cambiamenti, le tradizionali forniture energetiche di Cuba provenienti sia dal Venezuela che, in parte, dal Messico, sono state ridotte o sospese. Tuttavia, il Messico mantiene una certa continuità nelle spedizioni di petrolio greggio e altri beni essenziali, oltre alle forniture di generi alimentari. Ciò ha permesso di alleviare parzialmente la crisi, anche se persistono blackout e carenza di carburante. Il coordinatore residente delle Nazioni Unite a Cuba, Francisco Pichón, ha chiesto pubblicamente agli Stati Uniti una “deroga umanitaria” per consentire l’invio di petrolio e altre risorse essenziali all’isola. Pichón ha avvertito che le conseguenze del blocco si sono “aggravate ogni giorno di più” e hanno aumentato il rischio di una crisi umanitaria sistematica che colpisce milioni di persone. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha ribadito l’impegno del suo governo nei confronti del popolo cubano e ha difeso la necessità di ripristinare le forniture energetiche per alleviare la situazione socioeconomica della popolazione. “Continueremo a sostenere Cuba e ad intraprendere tutte le azioni diplomatiche necessarie per ripristinare la fornitura di petrolio all’isola, perché non si può strangolare un popolo in questo modo”, ha dichiarato. Nel frattempo, altri paesi hanno manifestato l’intenzione di collaborare. Il governo canadese ha confermato che sta preparando un piano per inviare aiuti alimentari a Cuba in risposta alla grave carenza di carburante e cibo, aggravata dalle sanzioni e dall’embargo statunitense. D’altra parte, le dichiarazioni di vari governi e organizzazioni umanitarie riflettono l’interesse e la disponibilità a collaborare, anche se molti di questi aiuti non si sono ancora concretizzati. Nonostante 66 anni di blocco statunitense gli invii di aiuti umanitari continuano, dimostrando la persistenza della solidarietà internazionale di fronte alle difficoltà che Cuba deve affrontare. L’arrivo di cibo dal Messico e i piani di assistenza da parte di altri paesi cercano di mitigare l’impatto sociale e umanitario dell’embargo, mentre l’ONU e i governi alleati continuano a fare pressione per trovare meccanismi che consentano di mantenere i flussi essenziali di beni e carburante verso l’isola. Pressenza IPA
February 27, 2026
Pressenza
Messico, Presidente Sheinbaum offre ponte aereo umanitario Messico-Cuba
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato venerdì 13 febbraio 2026 la volontà del suo governo di istituire un ponte aereo umanitario per Cuba, un’iniziativa che faciliterebbe l’invio di rifornimenti all’isola da parte di altri paesi, sfruttando la posizione geografica del Messico, nel contesto di una recrudescenza di misure coercitive unilaterali con cui l’amministrazione di Donald Trump cerca di strangolare economicamente la nazione caraibica. ” Se Cuba lo richiedesse, queste condizioni sarebbero ovviamente soddisfatte “, ha dichiarato Sheinbaum durante la sua consueta conferenza stampa. Il sindaco ha chiarito che i voli tra i due Paesi rimangono operativi e ha spiegato che gli aerei possono rifornirsi di carburante in territorio messicano, il che faciliterebbe le operazioni aeree sostenute: “Possono rifornirsi di carburante, possono arrivare in Messico. Sì, in effetti, i voli delle compagnie aeree messicane per Cuba non sono sospesi perché qui c’è carburante per aerei ed è molto vicino ” . Questa offerta arriva dopo l’arrivo di due navi della Marina messicana, la Papaloapan e la Isla Holbox , al porto dell’Avana lo scorso giovedì 12 febbraio. Le navi trasportavano un carico di oltre 800 tonnellate di aiuti , tra cui generi alimentari di base come riso, fagioli, olio, carne, prodotti per l’igiene e 277 tonnellate di latte in polvere destinati ad alleviare la carenza di cibo della popolazione cubana.     La Presidente Sheinbaum ha definito questo sostegno bilaterale un “impegno continuo” e ha confermato che è in preparazione una nuova spedizione di rifornimenti dopo il ritorno delle due navi. Questa posizione di cooperazione permane nonostante i recenti avvertimenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’imposizione di dazi alle nazioni che forniscono carburante all’isola , una misura che Sheinbaum ha definito “molto ingiusta “. Attualmente, Cuba sta attraversando una crisi energetica e di approvvigionamento a causa dell’embargo statunitense, aggravata dalle recenti pressioni di Trump , che hanno costretto le autorità locali ad attuare piani di emergenza. Queste misure includono restrizioni ai servizi pubblici e adeguamenti ai trasporti, alle modalità di lavoro, al turismo e ad altri settori per dare priorità ai consumi di base dei residenti e garantire l’approvvigionamento energetico alle aree economiche strategiche. Tra  marzo 2024 e febbraio 2025 , i danni totali  causati dal blocco di Washington a Cuba  sono stimati in circa  7,556 miliardi di dollari , con un aumento del 49% rispetto allo stesso periodo del 2023-2024.     L’inasprimento delle restrizioni commerciali ha colpito settori strategici per il benessere sociale.  Nel settore sanitario,  questa politica  ha causato  perdite per quasi 300 milioni di dollari in un solo anno,  mentre  nel settore energetico i danni  ammontano a oltre 496 milioni di dollari  a causa di limitazioni in settori come l’importazione di carburante. Oltre al Messico, altri Paesi hanno respinto l’ultimo attacco dell’amministrazione Trump contro Cuba e hanno espresso piani o disponibilità a inviare aiuti umanitari, tra cui Russia , Cina e Cile. Questa settimana è stata annunciata anche una flottiglia umanitaria ispirata alle iniziative internazionaliste che hanno tentato di rompere il blocco di Gaza, sotto il nome di Nostra America. https://www.telesurtv.net/sheinbaum-ofrece-puente-aereo-mexico-cuba/   LEGGI ANCHE: La Russia denuncia i tentativi degli Stati Uniti di strangolare Cuba e le pressioni per un cambio di governo > Messico, navi salpano con 814 tonnellate di cibo per Cuba   Lorenzo Poli
February 16, 2026
Pressenza
CHIAPAS: “UN QUIROFANO EN LA SELVA LACANDONA”. VIA AL PROGETTO SOLIDALE PER UNA STRUTTURA SANITARIA AUTONOMA ZAPATISTA
30 anni fa, il 16 febbraio 1996, l’EZLN – l’Esercito zapatista di liberazione nazionale, in Chiapas – e l’allora Governo messicano guidato dal presidente Ernesto Zedillo – firmavano gli Accordi di San Andrés. L’intesa, siglata a San Andrés Larráinzar (Chiapas) a due anni dall’insurrezione zapatista del Capodanno 1994, puntava a “riconoscere i diritti, l’autonomia e la cultura delle popolazioni native”, trasformando la rivolta zapatista in battaglia politica.  Le promesse di San Andrés furono ben presto tradite dallo Stato messicano: “gli accordi – scrive a commento oggi, 30 anni dopo, il nostro collaboratore Andrea Cegna nella newsletter Il Finestrino – diventeranno legge solo nel 2001, con il governo di Vicente Fox. Una legge che, secondo l’EZLN, tradiva però quanto firmato cinque anni prima. Tradimento è la parola usata dai neozapatisti: non per indicare una semplice applicazione parziale o ritardata, ma la rottura di un patto e la fine dello spazio di dialogo”. Da allora a oggi, il movimento zapatista ha continuato il proprio percorso di autonomia, in dialogo continuo e costante con le comunità del Chiapas e con il sostegno di realtà solidali in tutto il mondo. Da quest’intreccio nasce, in queste ore, un nuovo progetto, la seconda tranche di “Un Quiròfano en la Selva Lacandona“, che punta a realizzare una struttura sanitaria autonoma per le popolazioni della Selva Lacandona. L’obiettivo è raccogliere 50.000 euro: clicca qui per partecipare alla raccolta fondi. Su Radio Onda d’Urto l’intervista a due voci con Andrea Cegna – nostro collaboratore, curatore de “Il Finestrino” e del collettivo 20zln.org – e Vito Raspanti, compagno di Terra Insumisa – Sicilia Sud Globale, realtà che fanno parte della Rete Europa Zapatista. Ascolta o scarica  
February 16, 2026
Radio Onda d`Urto
Mondiali 2026: dai un calcio alla militarizzazione
Il Messico ospiterà tredici partite della massima competizione calcistica che avrà inizio il prossimo 11 giugno, ma cresce la protesta contro le politiche securitarie che blindano i territori al fine di rendere invisibili i movimenti sociali e la mobilitazione si diffonde anche negli Stati Uniti. di David Lifodi Immagine: https://radiomundial.com.ve/ Si avvicinano i mondiali di calcio che, a partire dal
February 15, 2026
La Bottega del Barbieri